Archivio per maggio, 2012

Traduzione a cura di  Peter Ray

La migliore vicenda nello sviluppo

19 MAGGIO 2012 | dall’edizione di stampa

Dice Gabriel Demombynes, della Banca Mondiale Nairobi ufficio: “E’ una storia di grande successo che è stata riconosciuta solo a malapena”. Michael Clemens del Centro per lo sviluppo globale lo chiama semplicemente: “la più grande vicenda nella storia dello sviluppo”. Si tratta del forte calo della mortalità infantile oggi in fase di accelerazione in tutta l’Africa. Secondo il Sig. Demombynes e Karina Trommlerova, anch’essi della Banca Mondiale, 16 dei 20 paesi africani, su cui sono state svolte indagini dettagliate delle condizioni di vita dal 2005, hanno riportato riduzioni nei loro tassi di mortalità infantile (questo tasso è il numero di decessi di bambini sotto i cinque anni per 1.000 nati vivi). Dodici hanno manifestato riduzioni di oltre il 4,4% in un anno, che è il tasso di declino necessario per conseguire l’obiettivo di sviluppo del millennio (MDG) che consiste nel tagliare di due terzi il tasso di mortalità infantile, tra il 1990 e il 2015 (vedi tabella). Tre Paesi, Senegal, Ruanda e Kenya, lo hanno visto scendere di oltre l’8% in un anno, quasi il doppio del tasso di MDG sufficiente per dimezzare la mortalità infantile in circa un decennio. Questi tre paesi hanno ora lo stesso livello di mortalità infantile dell’ India, una delle economie di maggior successo nel mondo negli ultimi dieci anni.

Il declino della mortalità infantile africana sta accelerando. Nella maggior parte dei paesi ora cala circa due volte più velocemente rispetto ai primi anni del 2000 e del 1990. Ancora più sorprendente, la caduta media è più veloce di quanto lo fosse in Cina nei primi anni del 1980, quando la mortalità infantile in calo si aggirava al 3% annuo, certamente da una base inferiore.

L’unica caduta recente paragonabile a questa in Africa, che risulta la più grande, è avvenuta in Vietnam tra il 1985-90 e il 1990-95, quando la mortalità infantile è diminuita del 37%, e comunque risulta più lento di quella del Senegal e Ruanda. In Ruanda il tasso di mortalità infantile si è più che dimezzato tra il 2005-06 e 2010-11. Il Senegal ha tagliato il suo tasso da 121 a 72 in cinque anni (2005-10). In India c’è voluto un quarto di secolo prima che si verificasse tale riduzione. I tassi superiori del declino della mortalità infantile africano sono i più veloci visti nel mondo da almeno 30 anni.

La cosa che colpisce è come si siano sparse tali cadute. Avvengono nei paesi grandi e piccoli, musulmani e cristiani, e in ogni angolo del continente. I tre più grandi successi in Oriente, Africa occidentale e centrale. Le storie di successo provengono dai due paesi più popolosi dell’Africa, Nigeria ed Etiopia, e da piccoli Stati come il Benin (popolazione: 9m).

Ci si potrebbe aspettare che nei paesi che hanno ridotto il tasso delle nascite si sia ridotta contestualmente anche la mortalità infantile. Questo perché tali paesi si sono spinti più avanti nella transizione demografica, dallo status di povertà ad alta fertilità, allo status di ricchezza a bassa fertilità. Ma si scopre che è vero solo in parte. In Senegal, Etiopia e Ghana si è ridotta notevolmente la fertilità e la mortalità infantile. Ma anche il Kenya e L’Uganda hanno ridotto di molto la mortalità infantile, nonostante il declino della loro fertilità si sia bloccato solo di recente. Quindi il calo non può essere dovuto solo alla riduzione del tasso di natalità. La Liberia, dove la fertilità rimane alta, non ha ottenuto buoni risultati in termini di mortalità infantile, ma lo stesso vale per la Namibia e il Lesotho in cui la fertilità è molto più bassa. Il legame tra mortalità e un più ampio cambiamento demografico sembra debole.

Ciò che fa la differenza più grande, sostiene il Sig. Demombynes, è una combinazione di ampia crescita economica e specifiche politiche di sanità pubblica, in particolare l’aumento dell’uso di zanzariere trattate con insetticidi (ITN) che scoraggiano le zanzare della malaria.

Etiopia, Ghana, Ruanda e Uganda sono stati di recente, le principali stelle economiche africane con una media di crescita annua del PIL del 6,5% nel 2005-10. All’altra estremità della scala, lo Zimbabwe, ha visto la caduta del PIL e l’aumento della mortalità. Questo sembra intuitivamente corretto. Un aumento del reddito nazionale dovrebbe ridurre la mortalità non solo perché è di solito associata con una minore povertà e una migliore nutrizione, ma anche perché la crescita può essere un mezzo per procurare altre cose positive: politiche economiche più sensibili, più democratiche, governi responsabili e un impegno maggiore per il miglioramento degli standard di vita della popolazione.

Ma la crescita non offre alcuna garanzia. L’Alta mortalità in Liberia, effettivamente, ha visto un aumento del Pil impressionante, mentre il Senegal, il cui record di riduzione della mortalità infantile non è secondo a nessuno, ha avuto un tasso di crescita piuttosto anemica da recenti standard africani (3,8% annuo, la metà di quella del Ruanda). Ciò che il Sig. Demombynes definisce “il miracolo di una bassa mortalità” ha avuto luogo in diverse circostanze, e suggerisce che ci può essere una sola causa. Per cercare altre spiegazioni, quindi, ha studiato in Kenya maggiori dettagli.

E buon viaggio

Il Kenya è un caso di test. Ha tagliato il tasso di mortalità infantile (bambini morti al di sotto dei dodici mesi di età) più di qualsiasi altro paese. Ha avuto una sana crescita economica (4,8% un anno 2005-10) e una democrazia funzionante, nonostante l’ orrenda violenza post-elettorale nel 2008. Ma il Sig. Demombynes ha notato qualcosa di diverso: ha aumentato l’uso di zanzariere trattate in tutte le famiglie dal 8% nel 2003 al 60% nel 2008. Usando dati sulla variazione geografica della malaria, ha calcolato che la metà del calo complessivo della mortalità infantile del Kenya può essere spiegato con l’aumento enorme dell’uso di zanzariere nelle zone dove la malaria è endemica.

Le zanzariere sono spesso prese come esempi classici dei benefici degli aiuti, poiché in passato sono state sperimentate da associazioni caritative straniere. Coerentemente con la visione che l’aiuto è di vitale importanza, Jeffrey Sachs, economista americano, ha recentemente affermato che un forte calo della mortalità infantile nel suo progetto Millennium Villages (un gruppo di villaggi africani che il suo Earth Institute della Columbia University, New York, sta aiutando) è il risultato di forti aumenti degli aiuti agli abitanti dei villaggi. In realtà, sostiene il sig Demombynes, il declino della mortalità in questi paesi non era migliore che nei paesi nel loro complesso.

La morale ampia della storia è diversa: gli aiuti non sembra essere stato il fattore decisivo nella riduzione della mortalità infantile. Nessun singolo lo è stato. Ma migliori politiche, migliore governo, nuove tecnologie e altri benefici stanno iniziando a dare i suoi frutti. “Questa sarà una buona notizia sorprendente per chi pensa ancora che l’Africa è impantanata nella morte e povertà senza fine”, dice il Sig.Clemens. ” L’Africa sta sfuggendo via velocemente.”

Correzione: La versione originale di questo articolo di Michael Clemens è identificato come proveniente dalla Kennedy School of Government di Harvard. Egli è in realtà un anziano membro del Centre for Global Development. Questo è stato corretto il 17 maggio 2012.

FONTE: Economist

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Traduzione a cura di Maurizio Bisogni

PREMESSA: Prima di tradurre questo articolo, tratto da un noto quotidiano inglese, che mi interessava particolarmente per l’utilizzo delle stampanti 3D nel settore alimentare, ho dovuto considerare se l’uso degli OMG sia etico, giusto e sicuro. Da buon italiano residente all’estero ed esposto volente o nolente alle OMG, ma contrario ad esse, mi sono posto il problema di una alimentazione nel lungo periodo sostenibile sia per una umanità di miliardi di persone, e sia in termini di risorse “terricole”. Sarebbe giusto usare l’OMG qualora il pianeta per tanti motivi non ce la facesse con quella organica? Non saprei dare una risposta, e penso che prenderei posizione solo se la qual cosa succedesse. Allora la chiave per leggere quest’articolo e’ puramente di sola informazione e non di sostegno all’OMG. Un’ulteriore precauzione: non confondete la stampante 3D con i cibi modificati geneticamente. La prima solo serve per confezionare piatti, come se fosse una pentola, o una siringa per panna. Per alimentare la stampante si possono usare cibi convenzionali, “gelatine” e OGM.

Detto questo, vi auguro buona lettura!

Lo scienziato olandese Mark Post regge in mano campioni di carne in vitro, coltivate in laboratorio. Fotografia: Francois Lenoir / Reuters

Andrew Purvis indaga se le stampanti 3D, usando carne artificiale e geneticamente modificata, possano produrre cibo, riducendo il futuro impatto ambientale che esso genera.

Prima della fine dell’anno, se il professor Mark Post dell’Università di Maastricht avrà successo, il primo burger al mondo in provetta sarà grigliato alla fiamma presso Heston Blumenthal al ristorante The Fat Duck, vicino alla città di Bray. Sarà servito ad un personaggio famoso, ospite per l’occasione. I pasti in questo ristorante non costano poco, ma questo li batterà tutti. Infatti questo sarà il culmine di un progetto di ricerca dal valore di € 250.000, ed è una pietra miliare nella ricerca per trovare nuovi modi per nutrire la popolazione mondiale, senza distruggere il pianeta.
Il suo petri-dish (ricetta in provetta) sarà realizzato sulla base di una miscela di grasso e muscolo di bovino cresciute da cellule staminali in una coltura immersa in siero di vitello fetale (che è plasma sanguigno, senza gli agenti della coagulazione). Questa tecnologia è stata sperimentata nel mese di Febbraio. Può sembrare meno appetibile di un Big Mac – ma potrebbe portare enormi benefici ambientali. La produzione di carne con questo processo si tradurrebbe in una riduzione del 96% delle emissioni di gas serra rispetto agli animali di allevamento, e consuma in meno il 45% dell’energia, 1% della terra e il 4% di acqua associata alla produzione di carne bovina convenzionale.
Nel frattempo, alla Cornell University di New York, il laureando dottore in ricerca, Jeffrey Lipton ha sviluppato una stampante 3D per il cibo che deposita versioni liquide degli alimenti, punto per punto, strato dopo strato, al fine di realizzare pasti commestibili. “Finora abbiamo stampato di tutto dal cioccolato, formaggio, capesante, tacchino e sedano”, dice. Attualmente, la tecnologia utilizza versioni liquide o fuse di ingredienti prodotti convenzionalmente, ma lo scopo è quello di creare una gamma di ‘inchiostri alimentari, idrocolloidi – sostanze che formano dei gel a contatto con l’acqua”.
Homaru Cantu, un cuoco che ha usato la stampante per fare sushi, pensa che questo potrebbe avere grandi implicazioni per la sostenibilità, anche perché non ci sarebbe bisogno di ingredienti freschi, e quindi di generare rifiuti alimentari. “Imaginate”, dice, “di essere in grado di crescere, cucinare o preparare i cibi, senza l’impatto negativo industriale. Dai fertilizzanti al confezionamento, la catena di produzione del cibo potrebbe essere quasi eliminata”.
E’ un mondo nuovo nella ricerca scientifica che offre grandi possibilità, ma una domanda sorge spontanea: sono sostenibili queste tecnologie? Saranno in grado di fornire cibo più salutare per noi, prodotto a basso costo per l’ambiente, e distribuito in modo più efficiente o commercializzato in modo più equo?
Diventando le diete “occidentali” sempre più popolari nelle economie in sviluppo, le stampanti 3D potranno aiutarci a soddisfare la domanda, senza ulteriormente esaurire le risorse del pianeta? Ed in pratica, potranno essere dimensionate in modo conveniente – per fare la differenza?
“Tecnologicamente, sarà possibile sostituire tutta la produzione convenzionale di carne con la carne coltivata”, dice Hanna Tuomisto, il ricercatore dell’Università di Oxford che ha analizzato i benefici ambientali del metodo di Mark Post. “Tuttavia esistono problemi politici, di finanziamento e normativi. Inoltre gli allevatori osteggiano questa tecnologia perché minaccia il loro lavoro. Questo è un falso problema perchè non abbiamo intenzione di eliminare tutta la produzione convenzionale in un sol colpo. La domanda globale di carne aumenta continuamente, quindi questa carne coltivata potrebbe aiutare soddisfare la domanda in eccesso. ”
La stampante per alimenti del Dr Lipton potrebbe anche diventare globale, un elettrodomestico comune in tutte le cucine come il frullatore. Groves Kathy, una microscopista consulente alla Food Research Leatherhead, nel Surrey UK, ne vede chiaramente i vantaggi. “Evita molti problemi legati all’innovazione di prodotto, produzione e stoccaggio, dice. “E’ un processo efficiente, e si ottiene un prodotto consistente, con molte varietà, e quindi sono sicura che avrà successo”.
Secondo Groves, la chiave del successo per lo sviluppo sostenibile del 3D printing sono le nanotecnologie – minuscole particelle, meno di un miliardesimo di metro di diametro, per realizzare di tutto, dall’ imballaggio ai prodotti chimici di sintesi, agli alimenti per la salute. In Germania, la Aquanova, azienda R & D ha sviluppato un sistema basato su nano-carrier, chiamato NOVASOL, per l’introduzione di nutrienti negli alimenti e bevande in un modo da renderli più assorbibili. L’azienda chimica BASF sta facendo lo stesso con licopene estratto dal pomodoro, noto per combattere il cancro. In Australia, il ‘micro-incapsulamento’ – che circonda minuscole particelle o goccioline con un rivestimento – è stato utilizzato per mascherare il sapore e l’odore dell’ olio di tonno aggiunto alla gamma ‘UP’ di pane venduto con la marca Top Tip. Ciò aumenta l’effetto positivo dell’Omega-3.
La nanotecnologia ha la maggiore possibilità di successo, Groves puntualizza, non nel settore nutrizionale, ma nel packaging ‘intelligente’ che permette la riduzione degli sprechi alimentari . Gli imballaggi potrebbero cambiare di colore quando il cibo si deteriora, rendendo più certa la rimozione dei cibi avariati dagli scaffali. Ancora più”smart” è un marker con una X invisibile stampato con un composto di nano-argento. “Quando il cibo, soprattutto la carne, inizia a deteriorarsi a causa dell’attività microbica, rilascia solfuro di idrogeno”, afferma il dottor Qasim Chaudhry, Principal Research Scientist presso l’Agenzia di Ricerca Alimenti e Ambiente. “Questa reagisce con l’argento e la X diventa visibile.” La Waste Resources Action Programme e (WRAP) stima che 800.000 tonnellate di cibo, del valore di € 2 miliardi, viene buttata via ogni anno in Gran Bretagna, nella convinzione errata che sia avariata. L’etichettatura intelligente potrebbe impedirlo.
Altrettanto promettenti sono i nano-formulati pesticidi e fertilizzanti che potrebbero, paradossalmente, ridurre l’inquinamento. Particelle nanodimensionate hanno una superficie molto più ampia, per equivalenza di peso, rispetto ai materiali convenzionali, rendendoli quindi più reattivi. “Avremmo cosìbbisogno di una quantità estremamente minore di fertilizzanti in grado di coprire un’aree molto più grandi”, ha detto Chaudhry. Allo stesso modo, nano-additivi negli alimenti per animali possono migliorare l’assorbimento di integratori minerali come il rame e lo zinco, il che porterebbe minor inquinamento della terra e dell’acqua.
Ma a fronte di questi vantaggi, il grosso problema è l’incertezza sulla sicurezza e salute pubblica di questi materiali. “Relativamente poco si sa circa il modo in cui i nanomateriali si comportano una volta ingeriti nel cibo”, afferma il dottor Sandy Lawrie, responsabile dei nuovi prodotti presso la Food Standards Agency. ” le nanostrutture di una data sostanza possono comportarsi diversamente da altre forme più grandi della stessa sostanza.” Prima che tali prodotti possano essere commercializzati nell’UE, devono essere sottoposti ad una valutazione approfondita sulla sicurezza, caso per caso – anche se i materiali nel settore dell’imballaggio, che non migrano negli alimenti, in teoria potrebbero essere trattati con maggiore indulgenza.
Un altro inconveniente è l’ opposizione pubblica, come nel caso della modificazione genetica (OMG). Una ricerca effettuata dalla Food Standards Agency nel 2010-11 ha mostrato come le persone siano più inclini ad accettare i nano-alimenti con un evidente e diretto beneficio per la salute, di quanto lo siano nel caso di applicazioni per migliorare la consistenza o il sapore.
Tuttavia, sono i metodi collaudati di genetica vegetale e l’allevamento, praticata nel corso dei secoli, che hanno dato i risultati più sostenibili. Presso l’Istituto Nazionale di botanica agricola (NIAB), attraverso incroci è stata prodotta una varietà di grano che fiorisce a Gennaio. Questo significa che il grano può attecchire sia quando c’è umidità intorno, quanto in climi più caldi, e quindi anche in Gran Bretagna, dove la siccità potrebbe significare disastro per gli agricoltori.
Le prove condotte dal John Innes Centre di Norwich hanno dimostrato che i benefici. sono significativi”, dice Ros Lloyd del NIAB, “aumento della produzione fino al 33% nel sud Europa” ed una corrispondente diminuzione delle emissioni di gas serra per tonnellata. Dal 1960, le rese del frumento sono aumentati da 1.400 kg a 6.000 kg per ettaro, anche in assenza di OMG. “E ‘molto importante”, dice Lloyd, ” migliorare la consapevolezza tra i legislatori, ricercatori, aziende agroalimentari ed i consumatori dei benefici enormi da sfruttare in offerta, attraverso programmi innovativi di incrocio, che permettano di sfruttare il potenziale genetico delle piante. Per Dan Crossley, un esperto di sistemi alimentari sostenibili al “Forum for the Future”, il rischio è che alcune tecnologie possano erodere il valore del cibo e rendere le persone ancora più scollegate dalla loro cena. “Non dobbiamo sottovalutare il potere delle culture alimentari vibranti”, dice. “Sono molto aperto all’idea che alcuni dei nostri ingredienti potrebbero provenire da piastre di Petri o stampanti in futuro, ma mi piacerebbe rifuggire dal credere che questo tipo di tecnologie possano risolvere la nostra crisi alimentare globale da sole. Ecco perché vorrei vedere piuttosto la tecnologia utilizzata per ricollegare le persone con ciò che mangiano”.
Questo è esattamente ciò Ed Dowding ha realizzato con la piattaforma web e smartphone, chiamata Sustaination e che mette in contatto i produttori con i compratori locali. La sua opinione è che: “Se molti cambiamenti saranno necessari, la cosa che tutti avranno bisogno sarà informazione.” L’idea di Dowding è di costruire una rete di coltivatori, distributori e centri comunitari sulla base di un modello hub locale. “L’applicazione fornisce una mappa esplorabile”, spiega, “in modo da poter vedere non solo chi vende certi prodotti, ma anche i loro collegamenti con i fornitori.”
I guadagni in termini di efficienza saranno impressionanti, ed il cibo andrà più dove è richiesto, con meno rifiuti lungo tutta la catena di distribuzione. Se si aggiunge a questo sistema dell’open sourcing, in modo che le persone possano condividere le loro esperienze, aggiornamenti di stato in diretta (offerte speciali giornaliere) e prezzi da mercato equo e solidale – in base a dati, non congetture – si ha un potente strumento per ottenere alimenti freschi e coltivati localmente. Questo potrebbe portare ad una cucina più naturale e succulenta.

Fonte: Guardian.uk

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Traduzione a cura di Daniel Iversen


Immagine ottenuta tramite microscopia elettronica a trasmissione di nitruro di carbonio creato dalla reazione di anidride carbonica e Li3N

Esistono tanti modi diversi per creare prodotti al carbonio usando la  CO2, questi metodi però richiedono normalmente molta energia data l’alta stabilità delle molecole di anidride carbonica.

Se poi questa energia proviene da combustibili fossili il risultato altro non è che maggiore CO2 nell’atmosfera.

Ora, uno scienziato dei materiali alla Michigan Technological University ha scoperto una reazione chimica che non solo assorbe la CO2, ma produce anche molte sostanze chimiche utili e questo lo fa emettendo una quantità significante di energia.

Il professor Yun Hang Hu e il suo team di ricerca ha sviluppato una reazione esotermica (che rilascia calore) tra la CO2 e il nitruro di litio (Li3N), un composto che è l’unico nitruro stabile di un metallo alcalino, formato dalla reazione tra litio e nitrogeno a temperatura ambiente.

Facendo reagire il nitruro di litio con l’anidride carbonica il risultante è un nitruro di carbonio amorfo, un semiconduttore, e cianammide di litio (Li2CN2), un precursore dei fertilizzanti.

“La reazione converte la CO2 in un materiale solido” dice Hu ” il che sarebbe fantastico anche se questo materiale fosse inutile, ma di fatto è utile!”

In termini di rilascio energetico, quando il team di Hu ha aggiunto la CO2 a meno di un grammo di Li3N a 330°C, la temperatura attorno si è immediatamente alzata fino a 1000°C, che equivale alla temperatura di un fiume di lava di un vulcano.

Il lavoro del team per questa ricerca, finanziata dalla National Science Foundation, è pubblicata nel “Journal of Physical Chemistry”.

Fonte: Gizmag

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Fonte: La Repubblica, di Maurizio Ricci

Computer che guidano le automobili. Automi che assemblano gli iPad. Spot pubblicitari con donne create in Rete che sostituiscono le modelle in carne e ossa. È la fabbrica del futuro e rischia disminuire il ruolo dell´uomo nel mondo del lavoro. Le imprese non assumono più: preferiscono utilizzare le macchine.

“Una deriva pericolosa” scrivono gli autori di un fortunato e-book È in atto un processo che favorirà i detentori di capitale ai danni dei salariati.

L´informatica ha già eliminato commessi, fattorini centralinisti e contabili. Si calcola che 50 milioni di posti negli Usa potranno essere sostituiti dalla tecnologiaLa conseguenza è che si produrranno beni in modo più efficiente. Ma senza consumatori

Stampanti a tre dimensioni, in grado di fabbricare oggetti su misura. Nanomateriali. Macchine che si aggiustano da sole. Migliaia di robot sulle catene di assemblaggio degli iPad. Tutto gestito da software sempre più sofisticati. La fabbrica del futuro è alle porte. Gli esperti dicono che è la terza rivoluzione industriale, paragonabile per importanza alla macchina a vapore, poi l´elettricità, infine la meccanizzazione dell´agricoltura. Dal fondo della crisi economica in cui ci troviamo, queste notizie epocali non sono quelle di cui sentiamo il bisogno.
Tuttavia, di fronte all´alba di un´era nuova, può starci un brivido di eccitazione. Accompagnato, però, da una domanda inquietante: quando verrà il nuovo giorno, noi, esattamente, che lavoro faremo?

«Una spettacolare prova del centravanti Lorenzo Dalpià ha portato la Moglianese ad una rotonda vittoria per 3 a 0 sulla Santantonio, in una partita cruciale per la promozione. Dalpià ha segnato due gol, uno con un potente sinistro, l´altro di testa nel primo tempo, mettendo a segno anche un rigore nella ripresa. La difesa della Moglianese ha barcollato a lungo sotto gli attacchi della Santantonio, ma il portiere Renzoni, in almeno cinque occasioni, ha impedito agli avversari di andare a segno. Al resto ha pensato Dalpià, regalando alla Moglianese una vittoria che mancava da tre domeniche». La prosa non è cristallina, ma raramente lo è, nelle pagine interne dei giornali sportivi. Il punto è che, a scriverlo, non è stato un annoiato, vecchio cronista e neanche un ragazzino alle prime armi. Il testo (o, meglio, il suo originale, riferito ad una intraducibile partita di baseball fra università) è stato redatto da un computer, sulla sola base delle statistiche della partita.

Se, come è probabile, il futuro professionale di alcune migliaia di giornalisti interessa poco, si può andare, invece, sul sito online di H&M, una catena svedese di grandi magazzini. La ragazza che appare in foto ha spalle ben modellate, un sorriso intrigante, ventre piatto, cosce ben tornite e, nell´insieme, fa fare bella figura al bikini che reclamizza. Sarebbe bello sapere come si chiama e qual è il suo numero di telefono. Be´, è inutile chiederselo. La ragazza, non solo non rischia l´anoressia, ma non ha neanche un nome o un telefono. È una modella virtuale, disegnata al computer. Però, con una buona laurea, tanti saluti al computer, no? In realtà, dipende. Nel 1978, per una causa antitrust, uno studio legale americano esaminò 6 milioni di documenti, al costo di 2,2 milioni di dollari, come corrispettivo del lavoro di decine di avvocati.
Nel 2010, in una causa analoga, la Blackstone Discovery ha esaminato 1,5 milioni di documenti, per un costo di 100 mila dollari. Via computer, naturalmente, e tanti saluti agli avvocati.

Prima i robot hanno sostituito gli operai alle catene di montaggio, poi l´informatica ha eliminato commessi, fattorini, centraliniste, contabili. Adesso, la rivoluzione del computer sta risalendo, sempre più velocemente, la scala delle competenze. Brian Arthur, un guru della tecnologia, definisce la rete di rapporti fra macchine che sperimentiamo sempre di più ogni giorno – dal check-in in aeroporto al bancomat – la “seconda economia” e prevede che, prima di vent´anni, avrà dimensioni paragonabili all´economia reale. In realtà, dicono Eric Brynjolfsson e Anfrew McAfee, due ricercatori del Mit di Boston, rischia di mangiarsela. Nei primi dieci anni di questo secolo, l´economia americana non ha aggiunto neanche un posto di lavoro in più al numero totale già esistente: era successo solo dopo il 1929. La crisi del 2008, spiegano in un e-book, Race Against The Machine, ci aiuta a capire perché. La ripresa dell´occupazione dopo la recessione non è mai stata, nella storia recente americana, così lenta. Contemporaneamente, già nel 2010, gli investimenti delle aziende in macchinari erano tornati quasi ai livelli pre-crisi, la ripresa più rapida in una generazione. Le imprese, negli ultimi mesi, hanno smesso di licenziare, ma assumono poco. Prendono macchine, non persone.

Dietro l´incancrenirsi della disoccupazione, in altre parole, secondo Brynjolfsson e McAfee, c´è, accanto alla componente ciclica della recessione, un elemento strutturale: troppa tecnologia, troppo in fretta. Le capacità e le potenzialità dell´informatica stanno crescendo, sotto i nostri occhi, a velocità supersonica e non smettono di accelerare, fino a superare, nel giro di mesi, barriere che sembravano, ancora cinque-sei anni fa, insormontabili. Nel 2004, nel deserto del Mojave, in California, fu organizzata una corsa per macchine senza guidatore. Obiettivo, percorrere 150 miglia attraverso un deserto desolato. La macchina vincitrice non arrivò a otto miglia e ci mise anche svariate ore. Solo sei anni dopo, nel 2010, Google poteva annunciare di aver fatto partire una pattuglia di Toyota Prius, che avevano percorso 1000 miglia, su strade normali, senza alcun intervento da parte del guidatore. Un´impresa resa possibile dall´analisi della montagna di dati di Google StreetView e di Google Maps e dal riscontro degli input da video e radar, tutto processato da un apposito software all´interno della vettura. Le macchine di Google, sottolineano i due ricercatori del Mit, dimostravano che il computer poteva superare la barriera del “riconoscimento degli schemi”, ovvero era capace di reagire ad una situazione esterna in costante mutamento, come il traffico, e priva di regole prefissate.

Anche un´altra barriera, quella della “comunicazione complessa” è stata superata. Geofluent è un software, realizzato in collaborazione con l´Ibm, che consente ai clienti, in una chat di supporto per prodotti dell´elettronica, di interagire con l’operatore, ognuno nella propria lingua. «Come faccio a far partire la stampante?» chiede, in cinese, il cliente cinese. «Così» gli risponde, in inglese, l´operatore dalla sua stanza di Boston. Geofluent traduce avanti e indietro.
Quando l´avranno collegata anche al riconoscimento vocale potremo salutare perfino l´ultima ridotta dei disoccupati disperati: il call center. Sul suo blog, Econfuture, Martin Ford, un imprenditore di Silicon Valley, calcola che almeno 50 milioni di posti di lavoro, circa il 40 per cento del totale dell´impiego Usa, possano essere sostituiti, in un modo o nell´altro, dall´informatica. Brynjolfsson e McAfee ritengono che, in gran parte, questo avverrà nei prossimi dieci anni.
Non è la prima volta che l´umanità affronta sconvolgimenti simili. La prima rivoluzione industriale gettò per la strada una massa di lavoratori tessili, sostituiti dalle macchine. Un secolo dopo, l´arrivo dei trattori fece la stessa cosa per milioni di braccianti e contadini. In tutt´e due i casi, l´aumento di produttività dovuto alla meccanizzazione rilanciò l´economia e i disoccupati trovarono nuovo lavoro altrove.

Ma adesso? I luddisti – bande di lavoratori che sfasciavano le macchine che stavano togliendo loro il salario – sono da sempre oggetto di scherno, da parte  degli economisti. Ora, però, anche un giornale ultraliberale come l´Economist, ha dei dubbi. «I luddisti avevano torto perché le macchine erano strumenti che aumentavano la produttività egran parte dei lavoratori poteva passare a gestire proprio quelle macchine. Ma che succede se le macchine stesse diventano i lavoratori? A questo punto, l´errore luddita sembra molto meno errato».

Il boom dell´informatizzazione favorirà i settori industriali direttamente coinvolti (un elemento di qualche interesse per l´Italia, che ha una buona industria di robotica). Ma la massa dei lavoratori normali, che non né la vocazione, né la possibilità, di trasformarsi in ingegnere informatico? Brynjolfsson e McAfee sottolineano che l´aumento di produttività della terza rivoluzione industriale aumenterà i beni prodotti e il benessere complessivo della società. Ma nessuna legge economica, osservano, prevede che questi benefici siano equamente ripartiti. Il processo in corso favorirà sproporzionatamente i detentori di capitale (cioè delle macchine) ai danni della (ex) forza lavoro, cioè i salariati, innescando un drammatico aggravamento delle diseguaglianze, che, probabilmente, è già in corso.
Con un paradosso, indica Ford. La produttività aumenta vertiginosamente, ma i consumi molto più lentamente. Anzi, si ridurranno, se i salariati si ritroveranno senza salario. Chi consumerà tutti questi beni, prodotti in misura sempre maggiore e in modo sempre più efficiente? La terza rivoluzione industriale, secondo gli autori di Race Against The Machine, sta arrivando troppo in fretta, perché la società abbia il tempo di adeguarsi e riorganizzarsi. I braccianti, cacciati nel primo ‘900, dai trattori, andarono a lavorare nelle fabbriche. Ma le fabbriche della terza rivoluzione industriale sono occupate da robot e computer e lo sono, anche, gran parte degli uffici. L´ex contabile, la mancata modella, il giornalista o l´avvocato silurato non possono andare tutti, in massa, a programmare Google Maps o a disegnare nuovi chip. «Sarebbe – dice Ford – come pensare che tutti i braccianti potessero essere riassunti a guidare trattori. Non funziona»

Fonte: La Repubblica

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Traduzione a cura di Claudio Galbiati e Daniel Iversen

Stan Kuczaj e Lauren Highfill, mentre facevano snorkeling tra alcuni delfini “steno”( Steno bredanensis) al largo delle coste dell’ Hounduras, notarono un gioco affascinante che gli animali facevano tra loro.
Due adulti e un giovane si passavano avanti e indietro un sacchetto di plastica, come per giocare a prenderlo, scrivono i due ricercatori nel numero di ottobre della rivista di ricerca Behavioral and Brain Science.
Quando gli adulti passavano il sacchetto al più giovane, lo facevano con maggior cura rispetto a quando se lo passavano fra loro, rilasciandolo proprio davanti alla bocca del piccolo, in modo che fosse più facile per lui prenderlo.

Dopo anni passati a studiare delfini che giocano, Kuczaj e i suoi colleghi hanno raggiunto alcune conclusioni sorprendenti: i giochi dei delfini mostrano una marcata cooperazione e creatività. I delfini sembrano rendere deliberatamente difficili i loro giochi, cercando di imparare da essi. Alcuni passatempi potrebbero avere un ruolo chiave nello sviluppo culturale e nell’evoluzione, sia tra i delfini che in altre specie, inclusi gli umani.

I giochi “ potrebbero aiutare i giovani animali ad apprendere qual’è il loro posto nelle dinamiche sociali del gruppo” scrive Kuczaj, psicologo dell’ University of South Mississippi a Hattiesburg, con i suoi colleghi in un articolo apparso sul Journal of Comparative Psychology.

“Le innovazioni prodotte durante le interazioni dei giovani animali potrebbero essere importanti fonti per l’evoluzione di tradizioni animali, come per gli adattamenti che potrebbero portare ad individui e specie di maggior successo” essi aggiungono.
I ricercatori basano le loro scoperte su cinque anni di ricerche su un gruppo di 16 delfini  “bottlenose” (Tursiope – Tursiops truncatus ) in cattività e su altri studi occasionali su delfini selvatici.

La teoria dell’evoluzione dice che le specie cambiano gradualmente per via di quelle rare mutazioni che sono utili per un animale al fine di diffondersi tra la popolazione, eventualmente dando origine a nuove specie.
La selezione naturale, il processo in cui solo gli organismi meglio adattati all’ambiente sopravvivono, diffonde questi geni assicurando che gli individui che li posseggono vivano più a lungo, riproducendosi maggiormente.
Molti ricercatori suggeriscono che, in linea con questa teoria, gli animali ereditano una predisposizione al gioco poichè “aiuta gli animali ad acquisire consapevolezza delle proprietà degli oggetti, perfeziona le abilità motorie ed aiuta a riconoscere e manipolare le caratteristiche del (loro) ambiente.” scrive Kuczaj.

Un segno dell’importanza del gioco, aggiungono i ricercatori, è che molti animali giocano a rischio di perdere la vita o gli arti, inclusi i delfini. La ricerca suggerisce inoltre che i giovani delfini rendono i loro giochi il più difficile possibile, per aumentare l’esperienza di apprendimento.

I delfini in cattività “hanno prodotto 317 tipi diversi di comportamenti di gioco, nei cinque anni durante i quali sono stati osservati.” scrivono.
“Una giovane femmina è diventata esperta nel fare bolle mentre nuotava sottosopra sul fondo della vasca e poi inseguiva e mordeva ogni bolla prima che toccasse la superficie” continuano i ricercatori. “Poi essa ha cominciato a rilasciare bolle nuotando sempre più vicino alla superficie, fin quando era troppo vicina per poter prendere ogni singola bolla”.

“Durante tutto questo il numero di bolle rilasciate variava, il risultato finale è che il delfino aveva imparato a produrre un diverso numero di bolle a seconda della profondità, e l’obiettivo apparente era di riuscire a prendere l’ultima bolla prima che toccasse la superficie dell’ acqua”.
“Questa femmina inoltre modificava il suo stile natatorio mentre rilasciava le bolle, una variazione che comprendeva un pinnata veloce. Questo le rese più difficile prendere tutte le bolle che rilasciava, ma insistette con questo comportamento finchè non fu in grado di prenderle quasi tutte.

Curiosamente il delfino non rilasciava mai meno di tre bolle, un numero che riusciva sempre a prendere dopo la pinnata rapida.”
Il delfino avrebbe pututo rendere il suo gioco interessante soffiando più bolle di quante ne potesse facilmente raggiungere e mordere, dicono i ricercatori.

“Queste osservazioni sono solidali con il fatto che il gioco facilita lo sviluppo e il mantenimento di una flessibilità nell’abilità di risolvere i problemi. Se questo è vero, il gioco potrebbe essersi evoluto per aumentare l’abilità di adattamento a nuove situazioni.”

Sebbene delfini di ogni età partecipino ai giochi, la maggior parte dei giochi di nuova invenzione viene dai più giovani, scrive il gruppo, fornendo la prova di un contributo dei giochi alla cultura dei delfini.
Il fatto che gli animali non-umani possano avere una cultura ha acquisito rispèttabilità scientifica solo negli ultimi dieci anni.
Questo profondo cambiamento nell’ atteggiamento è conseguente alla scoperta che gli scimpanzé e altri primati sviluppano  tradizioni locali, quali strategie specifiche nell’ utilizzo di strumenti, e le trasmettono alla loro prole. Queste “tradizioni” sono state trovate anche tra i delfini.

Ora, dice Kuczaj, ciò che è solitamente considerato mero gioco fra bambini potrebbe essere considerato come parte integrante, o come il motore, di una cultura.
“L’abilità di inventare nuovi comportamenti di gioco e l’abilità di imparare dai comportamenti degli altri potrebbe essere relazionata con la creazione e il mantenimento delle tradizioni animali”, scrivono i ricercatori “e, infine, con la sopravvivienza delle specie.”


Fonte:  Word Science

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