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Il declino della crescita vegetale è correlato alla diminuizione dell’umidità nell’aria causata dal riscaldamento climatico

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Scienziati affermano che il boom verde causato dall’innalzamento dei livello di co2 potrebbe essere verso la fine. Credit: NASA.

Il mondo sta gradualmente diventando meno verde, questo hanno scoperto gli scienziati. La crescita sta declinando in tutto il mondo, e le ultime ricerche collegano il fenomeno alla diminuizione di umidità nell’aria, una conseguenza del riscaldamento climatico.

Lo studio pubblicato il 14 agosto in “Science Advances” mostra come le osservazioni satellitari fatte sull’espansione della vegetazione abbiano dimostrato una crescita globale per gran parte degli anni ’80 e ’90, tendenza poi terminata 20 anni fa.

Da allora, più della metà dei territori verdi del pianeta ha sperimentato un trend contrario “marroneggiante” insomma una diminuzione della crescita vegetale, secondo gli autori.

Gli archivi climatici suggeriscono il declino sia associato a una metrica conosciuta come “deficit di pressione del vapore” ovvero la differenza tra la quantità di umidità nell’aria attualmente presente e la massima quantità di umidità che potrebbe trattenere. Un alto deficit in questo senso viene spesso chiamato “secca atmosferica”.

Fin dagli anni ’90 più della metà delle aree verdi del mondo hanno sperimentato una mancanza di crescita, o meglio un pattern di disseccamento.

I modelli climatici indicano che questo deficit di umidità continuerà a crescere mano a mano che il pianeta si riscalda, un fenomeno che potrebbe avere un sostanziale impatto negativo sulla vegetazione.

Non è questo il primo studio che documenta il declino del verde globale. Uno studio del 2010 su Science è stato tra i primi a dimostrare che l’onda verde degli anni ’90 ha stallato per poi invertirsi. Lo studio suggeriva come il declino fosse probabilmente legato in qualche modo all’acqua.

Ciò non vuol dire che ogni angolo della terra stia perdendo vegetazione ovviamente. Alcuni studi recenti hanno rivelato come parti dell’artico stiano diventando più verdi mano a mano che il territorio si riscalda, trend presente anche in altre regioni del mondo.

Il discorso è diverso però se consideriamo il fenomeno su scala globale, decisamente negativo.

Il declino si confronta con un tema spesso portato avanti dagli scettici della scienza del cambiamento climatico per minimizzare le conseguenze di questo fenomeno: l’idea che le piante crescano più velocemente con grandi quantità di anidride carbonica nell’aria. Ciò comporterebbe anche un aumento della produzione di cibo a livello mondiale.

Tale ragionamento risulta fallace, come i climatologi sostengono pazientemente da anni. Alti livello di CO2 beneficiano le piante, ma è solo uno dei tanti fattori e ha effetto fino a un certo punto. Le piante sono influenzate da molti altri effetti del riscaldamento climatico, inclusi aumento delle temperature, cambiamento dei pattern metereologici, cambiamenti nella disponibilità dell’acqua etc.

Molti ricercatori hanno suggerito come il riscaldamento climatico nel suo complesso sia probabilmente negativo per la vegetazione mondiale, incluse le colture agricole. Questo nuovo studio suggerisce come queste conseguenze siano già in moto.

E mano a mano che il cambiamento climatico mostra i suoi effetti sulla crescita verde, questo declino potrebbe riflettersi sulla velocità stessa del cambiamento climatico a sua volta.

La settimana scorsa, un rapporto anticipatorio dell’Intergovernmental Panel on Climate Change ha enfatizzato l’importanza del territorio e della vegetazione come strumenti per la mitigazione del clima (Climatewire, 8 Agosto). Foreste e altri paesaggi verdi risultano essere significanti “pozzi di carbone”, eliminando anidride carbonica dall’atmosfera immagazzinandola. Meno crescita dall’altro lato significa meno capacità di assorbimento.

L’umidità atmosferica, come l’anidride carbonica, è solo uno dei tanti fattori che influenzeranno la crescita del verde mondiale nei prossimi anni. Dato però il livello di impatto che gli ultimi due decenni ha avuto il trend negativo di questo fattore, gli autori suggeriscono come “debba essere esaminato attentamente nel valutare futuri cambiamenti nel ciclo dell’anidride carbonica”.

Fonte: Scientificamerican.com

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Traduzione a cura di Ezio Marano

Dimenticatevi i prati. Il nuovo parco della città sarà pieno di piante commestibili, e tutto, dalle pere alle erbe, sarà prelevabile gratuitamente.

La visione di Seattle di un’oasi alimentare urbana sta andando avanti. Un appezzamento di sette acri di terreno nella città di Beacon Hill a sarà piantato con centinaia di diversi tipi commestibili: noci e castagni, cespugli di mirtilli e lamponi, alberi da frutta, tra cui mele e pere; piante esotiche come ananas, agrumi yuzu, guava, cachi, honeyberry e mirtilli rossi, erbe aromatiche, e altro ancora. Tutto sarà a disposizione di chiunque voglia piluccare aggirandosi nella prima foresta alimentare della città.

 

“Questo è totalmente innovativo, e non è mai stato fatto prima d’ora in un parco pubblico,” racconta a TakePart Margarett Harrison, architetto-capo paesaggista per il progetto Foresta Alimentare Beacon. La Harrison sta lavorando ora sulla costruzione e sui disegni di permessi e si aspetta di iniziare i lavori questa estate.

Il concetto di foresta alimentare spinge certamente più in là i limiti di agricoltura urbana e si fonda sul concetto di permacultura, il ché significa che sarà perenne e autosufficiente, come una foresta è in natura. Non solo, questa foresta è il primo progetto di permacultura di Seattle su larga scala, ma si crede anche sia il primo del suo genere nella nazione.

“Il concetto significa che consideriamo il suolo, le piante da compagnia, insetti, tutto sarà reciprocamente vantaggioso l’uno per l’altro”, dice la Harrison.

Che il piano sia venuto del tutto alla luce è notevole di per sé. Quello che era iniziato come un progetto di gruppo per un corso di disegno di permacultura è finito come un esempio da manuale di sensibilizzazione della comunità andato bene.

“Gli Amici della Foresta Alimentare hanno intrapreso eroici sforzi di sensibilizzazione per assicurare il sostegno del quartiere. Il team ha inviato oltre 6.000 cartoline in cinque lingue diverse, ha organizzato presentazioni in occasione di eventi e fiere, e pubblicato volantini”, scrive Robert Mellinger per Crosscut.

I suggerimenti del vicinato sono stati così apprezzati dagli organizzatori, hanno anche usato traduttori per aiutare i residenti cinesi ad avere voce in capitolo nella pianificazione.

Quindi, chi potrà raccogliere tutta questa abbondante frutta matura quando sarà il momento?

“Chiunque e tutti”, dice la Harrison. “C’è stata grande discussione su questo. Persone preoccupate, ‘E se qualcuno arriva e si prende tutti i mirtilli?’ Il ché potrebbe benissimo accadere, ma forse qualcuno ha veramente bisogno di quei mirtilli. Noi la vediamo così — se non ci saranno più mirtilli alla fine della stagione, allora significa che abbiamo avuto successo.”

fonte: takepart

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Traduzione a cura di Denis Gobbi

Una nuova generazione di visionari agricolo-urbani afferma: dobbiamo affrettarci

verdureProbabilmente avrete sentito parlare della “dieta delle 100 miglia”, ovvero il recuperare tutto il cibo da agricoltori che distano massimo 100 miglia da casa vostra. Ma se vi raccontassi della possibilità di poter sfamare i vostri bambini con cibo proveniente da una distanza inferiore a quella equivalente a due fermate della metro?

Negli ultimi anni, la consapevolezza dei benefici salutistici ed ambientali derivanti dal cibo coltivato localmente è schizzata alle stelle, con una conseguente crescita della domanda per questo genere alimentare. Nel frattempo, la continua crescita demografica e consumistica dell’umanità continua a masticare terreni agricoli come fosse uno sciame di locuste, rimpiazzando campi coltivati con nuove case in fibra di legno e centri commerciali, sotto lo sguardo del fantasma di Tom Malthus che nel mentre annuisce con cupa soddisfazione.

Per aiutare a soddisfare la richiesta, c’è sempre maggior interesse attorno all’agricoltura urbana, non solo qui ma in tutto il mondo. Toronto per esempio vanta già più di duecento giardini comuni che aiutano a fornire cibo sano e poco costoso ai suoi abitanti, assieme anche all’insegnamento di antiche tecniche e alla coltivazione nei loro mini orti casalinghi a misura d’hobbit.

Ancora purtroppo, l’output generato da questi giardini comuni risulta esiguo. La terra disponibile è limitata, la produzione richiede una manodopera intensa e la distribuzione logistica è una vera sfida. Ma cosa accadrebbe se potessimo avere una produzione urbana di cibo su scala industriale? Che impatto avrebbero delle fattorie nei centri urbani capaci di sfamare non solo poche famiglie, ma interi quartieri?

Benvenuti nel mondo delle fattorie verticali.

Alcuni anni fa Gordon Graff, uno studente laureando in architettura presso l’Università di Waterloo, propose una fattoria urbana verticale nel centro di Toronto, l’audacia e l’originalità dell’idea conquistò i titoli dei giornali, ma un prezzo stimato di 1,5 milioni di dollari fallì nell’attirare investitori.

L’agricoltura ad alta efficienza sta facendo comunque progressi altrove. Alterrus ha iniziato la costruzione di un impianto idroponico da 5.700 metri quadrati sulla cima di un garage, che darà spazio per la crescita a verdure a foglia verde in un sistema di crescita verticale. Oltre a sfruttare lo spazio in maniera più efficiente rispetto a delle colture su di un solo livello, l’azienda sostiene che la tecnologia da loro impiegata permette rendimenti più elevati e utilizza meno risorse rispetto alla coltura convenzionale nei campi.

Plantagon-greenhouseSu scala più ampia, Plantagon, una società svedese controllata da una statale di Onondaga nello stato di New York, ha aperto la strada con la loro prima serra verticale a Linköping, Svezia. Ci si aspetta di vederne iniziare la costruzione entro il 2014, la struttura (circa 15 piani) di 57 metri quadrati (nella foto a destra) non solo farà crescere del verde, ma utilizzerà nel processo la CO2 prodotta dalle strutture industriali nelle vicinanze.

Plantagon assicura inoltre che la quantità d’acqua necessaria nella loro struttura sarà sarà equivalente al 5% di quella richiesta per far crescere la stessa quantità di vegetali attraverso metodi tradizionali e che essendo al chiuso, essa non richiederà l’uso di pesticidi.

L’installazione svedese è essenzialmente un progetto pilota, ma in definitiva, Plantagon spera in futuro di costruire strutture simili in grado di sfamare migliaia di persone.

Ma l’agricoltura urbana industriale non è tutta immaginaria e sulla carta, una struttura di prova è stata installata e messa in funzione in Corea del sud nel 2011 ed è ancor oggi attiva. Una grande fattoria verticale opera dall’anno scorso in Singapore: produce e vende mezza tonnellata di verdura al giorno.

the-rise-of-vertical-farms_1L’idea ha comunque i suoi detrattori, scettici che sostengono il fatto che l’intera idea sia impraticabile su larga scala, dato che le grandi fattorie verticali sarebbero insaziabili consumatori d’energia nel mantenersi attive garantendo piante sane e rigogliose e di conseguenza un buon raccolto – il progetto di Plantagon sarà infatti alimentato da un generatore diesel – un fatto sorprendente per un’installazione che si fa vanto d’essere verde. Altre critiche riguardano la limitata varietà di colture coltivabili in modo pratico su strutture verticali o la quantità di lavoro umano necessario da essere impiegato per sostituire quel che fanno i grandi macchinari nelle coltivazioni tradizionali.

L’agricoltura ad alta efficienza potrebbe essere meno bucolica e più sul filo del rasoio di quanto avremmo preferito fosse, ma con la stellare crescita della popolazione che ci si aspetti possa arrivare ai 9 miliardi entro il 2036 e la continua urbanizzazione, i cambiamenti climatici e le altre multiple conseguenze dello sviluppo umano… le città traboccanti di spinaci potrebbero essere l’unica barriera tra noi e il Soylent Green.

Fonte: Torontoist

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Traduzione a cura di Denis Gobbi 

Degli ingegneri della Oregon State University hanno compiuto un notevole passo in avanti nelle prestazioni relative alle cellule di combustibile microbiche in grado di produrre elettricità direttamente dalle acque di scarico, aprendo la porta ad un futuro dove gli impianti di trattamento dei rifiuti non solo si autoalimenteranno, ma venderanno anche l’energia in eccesso.

Hong Liu,un’ingegnere della Oregon State University, ha sviluppato nuovi metodi molto più efficienti per il trattamento delle acque reflue e la generazione di energia da quest’ultime.

La nuova tecnologia sviluppata alla OSU può produrre ora da 10 a 50 volte l’elettricità per volume di altre celle simili attualmente in sviluppo, in alcuni casi anche 100 volte tanto.

I ricercatori hanno dichiarato che ciò potrebbe cambiare il modo in cui le acque reflue vengono trattate in tutto il mondo, sostituendo il sistema dei “fanghi attivi” correntemente in uso in tutto il mondo da più di un secolo. Il nuovo approccio potrebbe effettivamente generare molta elettricità ed in contemporanea pulire le acque reflue.

Le scoperte sono state pubblicate su “Energy and Environmental Science” un giornale professionale fondato dalla National Science Foundation.

“Se questa tecnologia funzionerà su scala commerciale nella maniera che pensiamo possa fare, il trattamento delle acque nere potrebbe essere una grande fonte di energia, e non una grande consumatrice come lo è ora.” Ha detto Hong Liu, un professore associato al Dipartimento di Ingegneria Biologica ed Ecologica della OSU. “Questo potrebbe avere un impatto in tutto il mondo, facendo risparmiare molti soldie  provvedendo ad un migliore trattamento di queste acque oltre che a promuovere l’energia sostenibile.” Gli esperti stimano che attualmente ben il 3% di tutta l’energia consumata negli Stati Uniti sia dovuta agli impianti che attualmente trattano questi rifiuti, e la maggior parte dell’energia che usano è prodotta da combustibili fossili e ciò contribuisce al riscaldamento globale.

Ma le caratteristiche biodegradabili delle acque reflue, se sfruttate al loro massimo potenziale, potrebbe teoricamente fornire più e più volte l’energia che attualmente consumano gli impianti oggi, senza provocare ulteriori emissioni.

I ricercatori della OSU hanno riportato diversi anni fà le promesse di questa tecnologia, ma a quel tempo il sistema produceva ancora una quantità d’energia irrisoria. Con i nuovi prototipi — ridotto spazio tra anodo/catodo, microbi evoluti e migliori materiali per i separatori — la tecnologia può ora produrre più di 2KW per metro cubo di liquido impiegato nel reattore. Questo ammontare di densità energetica eccede di gran lunga qualsiasi altro sistema simile visto in precedenza.

Il sistema funziona anche meglio di un altro sistema usato per ricavare energia da queste acque, basato sulla digestione anaerobica di alcuni batteri che producono metano. Questa nuova tecnologia permette infatti non solo di avere più efficienza ma di non rappresentare come questa concorrente un possibile impatto ulteriore sull’ambiente, come la produzione non voluta di solfuro di idrogeno o possibili perdite di metano, un potente gas serra.

Il nuovo sistema è già stato testato su larga scala in laboratorio, ha detto Liu, ed il prossimo step sarà un progetto pilota. La ricerca dei fondi è già stata avviata. un buon candidato ha detto potrebbe essere un’industria alimentare, chepossiedono un flusso chiuso che produce costantemente alcuni tipi dia cque reflue che potrebbero generare ingenti quantità di energia. La ricerca continuerà e potrebbe anche trovare modi più ottimali per usare questi microbi, ridurre i costi materiali e migliorare l’usabilità di questa tecnologia su scala commerciale.

Quando ulteriori passi saranno compiuti per ridurre i costi materiali, i ricercatori stimano che i capitali richiesti per costruire i nuovi impianti sarà comparabile a quella richiesti per gli impianti correntemente in uso, ed anche più bassi considerando i costi ridotti di funzionamento e le possibili entrate in futuro derivanti dall’energia prodotta in eccesso.

Questa tecnologia pulisce i liquami con un approccio radicalmente differente da quello usato in passato.  I batteri ossidano la materia organica e, durante il processo, producono elettroni che corrono da un anodo ad un catodo all’interno della cella a combustibile, generando una corrente elettrica.  Quasi tutti i tipi di rifiuti organici possono essere usati per produrre energia in questo modo, non soloa cque reflue ma anche paglia, erba, rifiuti di origine animale o sottoprodotti di essi prodotti da industrie come quella del vino, della birra e quella lattiero/casearia.

Questa tecnologia inoltre potrebbe avere un valore aggiunto in quei paesi in via di sviluppo dove l’accesso all’energia elettrica è limitato e come risultato il trattamento dei rifiuti in luoghi remoti è molto difficile o impossibile.

L’abilità che i microbi hanno nel produrre elettricità è conosciuto da decadi, ma solo recentemente abbiamo sviluppato la tecnologia necessaria a rendere questa produzione conveniente per la sua applicazione su scala commerciale.

Fonti:  RSCPublishing

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Traduzione a cura di Denis Gobbi

Il Governo Filippino combatte la povertà e la malnutrizione della popolazione, e contemporaneamente riqualifica zone urbane degradate con un’arma innovativa: la Coltura Idroponica!

Cebu è una delle provincie dell’Arcipelago delle Filippine, costituita dall’Isola principale di Cebu e da 167 altre isole più piccole. La capitale della provincia è la Città di Cebu, la più antica città delle Filippine con una popolazione stimata attorno alle 822.000 anime. Anche se la città risulta essere una delle più sviluppate del paese grazie ad una fiorente industria dei trasporti e ad un’industria della comunicazione in crescita, sperimenta comunque povertà, anche se essa stà per essere combattuta da iniziative innovative grazie agli investimenti del governo.

La coltura idroponica è infatti stata scelta come metodo agricolturale per via del fatto che può essere implementata in relativamente poco spazio e gli spazi urbani ristretti ed inutilizzati sono infatti presenti in quantità nella città, ciò aiuta ed incoraggia anche al riutilizzo della plastica, contribuendo a ridurre il problema dei rifiuti urbani.

L’obbiettivo principale dell’iniziativa è ridurre la povertà e specialmente alleviare la malnutrizione nelle aree più densamente popolate della provincia come la Città di Cebu. Il Dipartimento del Benessere Sociale e dello Sviluppo ed il Dipartimento di Scienza & Tecnologia sperano entrambi che grazie all’educazione a questo metodo di coltura sarà possibile ridurre la minaccia derivante dalla penuria alimentare, ma anche trasformare aree urbane dismesse in verdi aree produttive.

Il progetto fa parte di un più ampio programma correntemente in fase di sviluppo da parte del Governo Filippino. L’utilizzo della coltura idroponica tuttavia, come un mezzo per aiutare le famiglie stesse a risollevarsi dalla povertà è un approccio innovativo che speriamo contribuirà non solo ad alleviarla, ma anche a dimostrare la fattibilità del giardinaggio urbano idroponico come mezzo di produzione alimentare nonchè di riqualificazione urbana.

Fonte: http://hydroponicsguide.co.uk

 

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