Archivio per gennaio, 2012

Traduzione a cura di Daniel Iversen

Peak power: A solar panel installed in Mwiki, Kenya. Eight19

Il progresso tecnologico sta portando l’energia solare al miliardo di persone che non ha ancora accesso alla rete elettrica.


La caduta dei costi dell’illuminazione LED, delle batterie e dei pannelli solari, il tutto unito a dei piani di business innovativi, stanno permettendo a milioni di famiglie in Africa, e non solo, di passare dalle lampade al keronese a un’illuminazione più pulita e sicura. Per molti questo vuol dire poter ricaricare i propri cellulari, che stanno diventando onnipresenti in Africa, invece di dover noleggiare un caricabatterie.
I progressi tecnologici stanno aprendo all’energia solare un nuovo ed enorme mercato: quel miliardo di persone nel mondo che non ha accesso alla rete elettrica. Anche se in genere molto poveri, questa gente deve pagare un prezzo molto più alto per la luce, di quello che si paga nei paesi ricchi e questo perchè usano ancora delle inefficienti lampade al kerosene. Mentre nella maggior parte del mondo l’energia solare costa tipicamente di più dell’energia ricavata con i metodi tradizionali – specialmente se si include il costo delle batterie – per alcune persone invece, il solare è un vantaggio economico perchè il suo costo è la metà di quello necessario per l’illuminazione al kerosene.
Centinaia di aziende stanno arrivando in picchiata con l’intenzione di afferrare una fetta in questo mercato.
“Questo settore è esploso”, dice Richenda Van Leeuwen, senior director del “Energy and Climate Team” all’ United Nations Foundation.”C’è stato un cambiamento epocale negli ultimi cinque anni”.

L’improvviso interesse, spiega, è stato fomentato dall’avvento dei LED a basso costo. Non molto tempo fa, alimentare una lampadina richiedeva un pannello solare in grado di generare dai 20 ai 30 watts, dal momento che solo le lampadine ad incandescenza erano convenienti. I LED invece sono molto più efficienti. Ora le persone possono avere luce brillante usando un pannello che genera solo un paio di watt di potenza, dice Van Leeuwen.
Questi miglioramenti tecnologici però, non sono sufficienti per aprire questo mercato. I sistemi a LED di alta qualità, con un paio di lampadine e una batteria di stoccaggio sufficiente per diverse ore di illuminazine, costano meno di 50 dollari. Il costo di questi sistemi può essere recuperato in meno di due anni, ma il prezzo iniziale è ancora troppo alto per molte persone.
Eight19 , un’azienda situata a Cambridge, nel Regno Unito, è una delle tante compagnie che offre un piano di pagamento per rendere questo sistema accessibile. I clienti pagano 10 dollari per il kit di illuminazione ad energia solare, che include un pannello da 2.5 watt, due LED, e una batteria fosfato di litio e ferro. Poi pagano una canone settimanale per l’energia che questo sistema genera.
Ogni settimana gli utenti comprano da un venditore locale una carta grattabile dal costo di circa 1 dollaro, . Questa fornisce loro un numero che dovranno mandare via sms a Eight19, per la verifica. L’azienda poi manderà loro un codice che il cliente dovrà digitare su una tastiera situata sulla batteria il quale sbloccherà elettronicamente il dispositivo per una settimana, permettendo alla batteria di alimentare i LEDs o un carica-batterie per il cellulare.

Winning numbers: Customers enter a numerical code to access power for lights and a mobile phone charger. Eight19

Molte altre aziende, comprese quelle leader nelle telecomunicazioni, stanno cercando delle varianti in questo approccio del pagamento ad ogni uso.Una cosa che posiziona Eight19 ad un’altro livello è che appena un cliente ha coperto il costo del dispositivo, in genere dopo circa 18 mesi, questo può essere scambiato con uno più grande, con un pannello più ampio, con più luci LED e una batteria più grande in grado di alimentare già una piccola radio. In questo modo, usando solamente quei soldi che avrebbero speso per il kerosene o per noleggiare il caricabatterie, gli utenti possono gradualmente arrivare al punto di avere abbastanza energia per un frigorifero, o qualche altra macchina con cui si possa magarei anche guadagnare, come una macchina da cucire, spiega Simon Bransfield-Garth, amministratore delegato di Eight19.
Questa azienda ha testato il sistema con diversi centinaia di clienti e sta avviando il progetto di vendere quattro mila impianti in collaborazione con il NGO Solar Aid, che li aiuterà nella distribuzione.
Eight19 tuttavia è un giocatore relativamente piccolo per ora. Le aziende più consolidate come D.light hanno venduto oltre un milione di sistemi di illuminazione ad energia solare. Bransfield-Garth vede un sacco di spazio per la crescita.”I più poveri stanno pagando prezzi sproporzionatamente alti rispetto alle loro esigenze” dice.”L’energia solare funziona bene in questo mercato”
Fonte: Technologyreview

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Traduzione a cura di Lorenzo Micali 

La città santa di Amritsar (India) sarà la sede del primo impianto urbano del “Personal Rapid Transport”, un sistema già visto prima all’aeroporto di Heathrow a Londra. Questo impianto di trasporto sopra-elevato diventerà un collegamento essenziale per 100.000 viaggiatori al giorno tra il centro, la stazione ferroviaria e il Tempio d’Oro. Il sistema “driverless” (senza autista) sviluppato da ULTra Global PRT è costituito da autovetture individuali che possono essere chiamate su richiesta. Il binario sopra-elevato sarà anche in grado di muoversi nella stretta infrastruttura della città, riducendo nel contempo gli ingorghi.

Dato che circa mezzo milione di visitatori alla volta viene a visitare il più sacro dei santuari dedicati a Sikh, la città ha urgente bisogno di offrire accoglienza all’enorme flusso di persone. Piuttosto che cercare di modernizzare e allargare l’intero nucleo delle vie della città, il governo locale si sta affidando a “ULTra Fairwood” per costruire il “Personal Transport System” ad un livello sopra-elevato. Il sistema sarà di gran lunga il più grande al mondo nel suo genere, in grado di ospitare 200 auto e di trasportare fino a 12.000 persone ogni ora. Nonostante sia lungo solo 3,3 km, l’impianto avrà sette fermate tra la stazione ferroviaria e il Tempio d’Oro, il quale è accessibile solo a piedi o in risciò per evitare che l’inquinamento dell’aria danneggi le sue mura.

ll design si basa sul sistema appena completato ad Heathrow, ma con qualche ritocco. I percorsi sopra-elevati sono stati rinnovati per gestire le piogge monsoniche, e le temperature più alte richiederanno un sistema di aria condizionata più consistente. Ma soprattutto, ogni vettura sarà in grado di accogliere sei passeggeri, invece di quattro. La costruzione è già iniziata, e il completamento è previsto nel 2014. I promotori del progetto sostengono che il costo di un tragitto sarà paragonabile ad altri modi di viaggiare, riducendo così il traffico del 30%.

Fonte: inhabitat.com

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Traduzione a cura di Daniel Iversen 

L’idrogeno ha un grande potenziale come fonte di energia pulita per alimentare le nostre auto ed aeroplani, pone però anche alcuni grandi ostacoli: la produzione, la distribuzione delle infrastrutture e lo stoccaggio.
Stoccare l’idrogeno in forma gassosa o liquida a bordo di un veicolo crea delle difficoltà in termini di volume e pressurizzazione – un serbatoio di idrogeno gassoso, per una normale autovettura, dovrebbe essere circa quattro volte più grande dei serbatoi attuali per la benzina.
Un’altra possibile soluzione è lo stoccaggio di idrogeno allo stato solido e la European Aeronautic Defense and Space Company (EADS), insieme all’Università di Glasgow, sperano di migliorare questo approccio sviluppando un nuovo sistema di stoccaggio usando materiali modificati in nanoscala che ricevono e rilasciano l’idrogeno ad un ritmo più veloce.

La collaborazione in questa ricerca mira a modificare la composizione e la microstruttura dell’attuale Hydrisafe, gli attuali serbatoi di stoccaggio per l’idrogeno.
Ciò consiste nel sostituire l’uso della corrente lega di nickel e lantanio (LaNi5) con altri materiali ibridi come l’idruro di magnesio (MgH2).

E’ auspicabile che la ricerca possa fornire una soluzione in grado di alimentare celle a combustibile alla densità di energia richiesta ad un aereo.

“L’utilizzare nuovi nanomateriali attivi in combinazione con i nuovi design dei serbatoi di stoccaggio, rappresenta un’opportunità estremamente interessante nell’affrontare le considerevoli sfide per introdurre l’idrogeno come carburante nell’aviazione” dice il professore Gregory presso la facoltà di chimica dell’Università di Glasgow.

In caso di successo, EADS prevede di poter lanciare un aereo di test senza pilota, alimentato a idrogeno, nel 2014.

“La sostituzione nelle auto e negli aerei dei combustibili tradizionali a base di idrocarburi con il non-inquinante idrogeno, porterebbe enormi benefici per l’ambiente visto che le emissioni di carbonio si ridurrebbero drasticamente” spiega il dottor ingegnere Agata Godula-Jopek, esperta di Fuel Cell nel team Power Generation della EADS.

Fonte: GizMag

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Traduzione a cura di Lorenzo Micali

Uno studio potrebbe aiutare i ricercatori a sviluppare un vaccino per l’uomo.

Un vaccino contro un virus diffuso nelle scimmie potrebbe fornire alcuni indizi su come sconfiggere l’HIV. Alcuni scienziati hanno creato un vaccino che protegge i macachi da una potente forma di infezione causata dal virus di immunodeficienza dei primati (SIV), il quale è vagamente connesso al virus che provoca l’AIDS nell’uomo.

In precedenza i vaccini contro il SIV sono stati efficaci, ma l’effetto protettivo è difficilmente riproducibile anche per l’HIV. Gli scienziati sono fiduciosi che gli ultimi risultati, apparsi online su Nature, possano essere combinati alle scoperte di un vaccino di modesto successo già testato sull’uomo, per mostrare la via a un effettivo vaccino per l’HIV.

“Secondo me, se è possibile nelle scimmie, deve esserlo anche nell’uomo” afferma Bruce Walker, virologo al Ragon Institute of MGH, MIT and Harvard a Boston, Massachusetts, seppur non coinvolto nello studio.

“Poichè l’HIV fa ammalare le scimmie, la SIV è il miglior modello per analizzare i vaccini prima di testarli sull’uomo” dice Dan Barouch, virologo al Beth Israel Deaconess Medical Center a Boston, e principale autore del recente studio. In passato, i vaccini anti-SIV avevano protetto i macachi solo da quei determinati ceppi usati per creare il virus, o da quelli più facili da uccidere, spiega Barouch.

Il suo team ha trattato i gruppi di macachi (Macaca mulatta) con diverse varietà di vaccini detti a “due fasi”, composti da un virus “primario” (un “primer”) ottenuto geneticamente per contenere i geni del SIV, seguito un anno e mezzo più tardi da un’ulteriore “boost” (vaccinazione aggiuntiva) effettuata con un altro virus con gli stessi geni. Sei mesi dopo quest’ultima vaccinazione, il team di Barouch ha infettato le scimmie con un ceppo di SIV diverso da quello presente nel vaccino, contro la quale le scimmie hanno avuto difficoltà a sviluppare un sistema immunitario per reagire.

Per bloccare l’infezione si è rivelato migliore un vaccino fatto da un ceppo di adenovirus e un boost di un pox-virus modificato. Tre quarti delle scimmie che non hanno ricevuto il vaccino hanno sviluppato la SIV dopo un’unica esposizione, contro il 12% di quelli che hanno ottenuto il vaccino migliore.

La squadra di Barouch ha continuato a esporre le scimmie alla SIV una volta alla settimana, e la maggior parte degli animali vaccinati alla fine ha contratto il virus. I ricercatori però calcolano che il vaccino migliorato ha ridotto le probabilità che un animale possa contrarre la SIV di oltre l’80% dopo una singola esposizione.

Anticorpi in azione

Alla ricerca di una spiegazione per il successo del vaccino, i ricercatori hanno analizzato decine di caratteristiche nelle risposte immunitarie delle scimmie. Gli animali che hanno prodotto alti livelli di anticorpi che attaccano la proteina nell’involucro che circonda il virus, erano quelli più incompatibili alle infezioni. Sono state trovate diverse risposte immunitarie contro l’involucro e contro un’altra proteina SIV chiamata “Gag” in quegli animali che hanno sviluppato l’infezione, ma che però hanno tenuto il virus a bassi livelli.

Altri gruppi di studiosi, sperando di sviluppare vaccini per l’HIV, presteranno estrema attenzione a queste scoperte. “Ci offrono un piano che illustra come dovremmo procedere nei vaccini da sperimentare, e quali tipi di reazioni dobbiamo aspettarci di provocare”, dice Barouch.

Alcune di queste reazioni immunitarie sono state osservate anche nell’unico esperimento di vaccino anti HIV che finora ha protetto gli esseri umani dalle infezioni, osserva. I ricercatori a comando dell’esperimento RV144 (noto anche come l’esperimento thailandese) hanno riferito nel 2009 che la combinazione dei loro vaccini ha ridotto le probabilità di contrarre l’HIV di circa il 30%. I soggetti dell’esperimento che non hanno contratto l’HIV tendono anche a produrre i più alti livelli di anticorpi contro la proteina dell’involucro del virus (LINK).

Sono già in cantiere delle verifiche nell’andamento all’esperimento RV144, e il team di Walker sta raccogliendo fondi per un esperimento per un vaccino contro l’HIV in Sud Africa, equivalente al vaccino SIV di Barouch. “Penso che abbiamo bisogno di raggiungere molti più obiettivi nei prossimi anni”, dice Walker.

Robin Weiss, virologo presso l’University College di Londra, chiama lo studio “un progresso interessante”, ma vorrebbe vedere la prova che i vaccini SIV proteggono più di un solo ceppo della SIV.

Anthony Fauci, direttore del “US National Institute of Allergy and Infectious Diseases” di Bethesda, nel Maryland, dice che lo studio della SIV dovrebbe essere preso con “un grano di sale”, perché è stato fatto sugli animali, non sugli esseri umani. Ma i suoi risultati, se combinati con quelli dell’esperimento RV144 e con altri studi che suggeriscono che alcune persone possono sviluppare una vigorosa risposta immunitaria all’HIV, danno motivo di ottimismo. “La gente generalmente sente che stiamo andando nella giusta direzione”, dice Fauci.

Fonte: Nature

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Avere o usare ? (Internazionale, 13/19 gennaio 2012)

Kerstin Bund, Die Zeit, Germania

Scambio di vestiti, orti in affitto, car sharing.Sempre piu persone preferiscono usare un prodotto invece di possederlo. Aiutati dai social network, che consentono di risparmiare.E cambiare le regole del consumo.

“Cinque, quattro, tre,due…”. Il conto alla rovescia viene sommerso dalle urla. Quattrocento donne si accalcano sui gradini, inciampano sul podio per awicinarsi il più possibile ai quattromila capi d’abbigliamento in offerta. Scene da grandi svendite: camicette che cadono a terra, grucce che volano per aria. Lo spettacolo non dura molto: dopo mezz’ora gli espositori contengono i resti di una folle ubriacatura, di una festa dello shopping in grande stile. Solo che qui nessuno ha pagato. I vestiti, non vengono comprati, ma scambiati.
Al Goya, un ex club di lusso di Berlino, si celebra la festa del baratto. “Swap in the city” (scambio in citta) è il nome di questa serie di eventi che da almeno un anno attira tantissime donne in ogni angolo della Germania. A Colonia ne sono arrivate ottocento, a Francoforte settecento, a Stoccarda quattrocento. Anche il Goya ha registrato il tutto esaurito. Sandra Neumann ha pagato 15 euro per il biglietto d’ingresso. E’ soddisfatta del suo bottino: ha rimediato un gilet di jeans, una borsa nera, una maglietta rosa e una a strisce. “La parte superiore sembra proprio nuova” , dice la logopedista di 28 anni che vive nel quartiere di Kopenick. E’ la seconda volta che partecipa a “Swap in the city“. Neumann paga con i gettoni di plastica verde ricevuti in cambio degli abiti che ha portato da barattare. II gettone è sempre lo stesso, sia per un vestito di Prada sia per un maglione H&M. Al Goya è in corso una festa del consumo aperta a un nuovo genere di consumatori. Queste persone vogliono avere tutto, ma senza comprare. Non vogliono rinunciare a niente, ma non vogliono possedere tutto per sempre. Non consumano di meno, ma solo in modo diverso. La borsa berlinese dei vestiti fa parte di una nuova economia in rapido sviluppo, basata sullo slogan “quello che è mio è tuo”. In questo sistema le persone non comprano, ma scambiano, condividono e prestano. Gli statunitensi Rachel Botsman e Roo Rogers l’hanno chiamato collaborative consumption, consumo collaborativo, e l’hanno descritto bene nel libro What’s mine is yours, in cui spiegano come stanno cambiando i modelli di consumo. Botsman ne è sicura: “Siamo di fronte a una transizione dalla cultura dell’io alla cultura del noi”. L’evento al Goya attira anche gli stilisti, ma il fenomeno si spinge al di là del mondo dell’abbigliamento. Lo dimostrano i 24 milioni di utenti di Netflix, che in cambio di una tariffa mensile possono noleggiare film: grazie alla posta o tramite internet, l’azienda californiana realizza più di due miliardi di dollari all’anno. Con il servizio di car sharing Zipcar 650 mila persone condividono piu di novemila automobili. E in tutto il mondo sono 3,5 milioni gli iscritti al sito Couchsurfing che offrono gratuitamente un loro divano a chi ha bisogno di un posto dove dormire. Tutte queste persone hanno in comune la condivisione di oggetti. Il mio è il tuo si trasformano in nostro. Il consumo diventa collettivo. Anche le barbabietole possono diventare un bene comune. Dieci chilometri a nordovest di Bonn, Marion Herrmann scende dalla sua bici. Questo potrebbe essere l’ultimo pomeriggio mite dell’autunno e la donna, 51 anni, jeans e scarpe comode, vuole raccogliere l’ultima verza prima della fine della stagione. Herrnann congelerà la verdura. Nel campo di Bornheim cresce più di quello che la sua famiglia di quattro persone riesce a mangiare: zucche, spinaci, patate, fagioli, mais, barbabietole rosse. Qua e la c’è anche qualche girasole con la corolla abbassata. Il sole è basso all’orizzonte, in cielo non c’e neanche una nube, gli uccelli cinguettano e intorno tutto tace.

“Giardino dell’Eden”: cosl Herrmann ha battezzato il suo campo, che del resto non è neanche suo. Il paradiso è in affitto. La donna lo ha preso in gestione per 329 euro da Meine Ernte, una nuova impresa che collabora con gli agricoltori per affittare da maggio a ottobre orti nei pressi delle città. In primavera, quando Herrmann l’ha preso in affitto, nel lotto di 85 metri quadri erano gia piantati almeno venti tipi di verdure e piante ornamentali. Nella rimessa degli attrezzi ci sono vanghe, rastrelli e un serbatoio per innaffiare. Ogni venerdi i giardinieri incontrano il contadino proprietario del terreno, e una newsletter settimanale spiega cosa serve per coltivare le bietole e i porri. Marion Herrmann può contare su un’assistenza constante.
I novanta affittuari che si sono divisi questa superficie di cinque chilometri quadrati vengono da Bonn o da Colonia. In casa non hanno un giardino oppure, come Herrmann, ne hanno uno dove crescono solo rose e viole. Sentono la mancanza della natura e della piacevole sensazione di sapere da dove arriva il cibo che mangiano. Questa nostalgia è sempre più diffusa. Ormai Meine Ernte affitta orti in quindici campi tra Francoforte, Colonia e Dusseldorf, e l’anno prossimo gli appezzamenti diventeranno venti. Le liste d’attesa sono lunghe. “Un orticello di proprietà per me è fuori discussione”, dice Marion Herrmann. Vincolarsi per anni a un pezzo dl terra, entrare a far parte di un’associazione di agricoltori per lei sarebbe troppo piccolo borghese. “Invece un’orto in affitto è semplice e prarico”, prosegue la donna. Senza impegni a lungo termine.

L’era dell’accesso

Qualcosa sta cambiando nel rapporto con il possesso. “L’epoca della proprietà sta finendo, è cominciata l’era dell’accesso”, profetizzava già dieci anni fa l’economista statunitense Jeremy Rifkin nel suo saggio L’era dell’accesso. All’epoca il libro diventò un best seller, ma per molti Rifkin era un folle visionario. Oggi è difficile contattarlo al telefono. Rifkin trascorre molto tempo dall’altra parte dell’Atlantico e in certi periodi va avanti e indietro anche due volte alla settimana, per fornire consulenze ai potenti d’Europa (come Merkel o Barroso) mentre negli Stati Uniti insegna presso la rinomata Wharton school di Filadelfia e presiede l’istituto di ricerca Foundation on economic trends di Washington. Rifkin ritiene che le sue previsioni siano state confermate: “Stiamo assistendo alla fine del comportamento consumistico come lo conosciamo oggi”, dice. Secondo lui presto smetteremo di accumulare oggetti: “Sta cominciando una nuova era in cui useremo i beni per un periodo limitato di tempo e li metteremo in comune” . Nella transizione da una “rivoluzione industriale a una rivoluzione collaborativa” , l’economista intravede l’alba di una nuova epoca economica. Per Rifkin, che non teme di esagerare con le sue parole, si tratta di “uno dei massimi punti di svolta nella storia dell’umanità”

Prima di arrivare a questo punto, tuttavia, è chiaro che gli esseri umani dovranno innanzitutto sbarazzarsi del superfluo. Secondo uno studio commissionato da eBay, negli armadi di tutta la Germania è contenuta una quantità di oggetti inutilizzati per un valore di 35,5 miliardi di euro. Ogni nucleo familiare accumula cose di cui non ha bisogno per un valore di 1.013 euro. Ci sono aziende che guadagnano un bel pò immagazzinando mobili, pneumatici da neve, sci e attrezzi da giardino, perchè i loro proprietari non sanno dove metterii. Solo negli Stati Uniti i depositi affittati coprono una superficie che, messa assieme, sarebbe tre volte più vasta di Manhattan.

Tutte queste cose che non servono a nessuno sono il risultato di un meccanismo che per molto tempo ha funzionato piuttosto bene: l’iperconsumo. Se le imprese volevano produrre di più, bisognava che le persone comprassero di più. E dal momento che i prodotti venivano lanciati sul mercato sempre più rapidamente, gli acquirenti dovevano procurarseli a intervalli sempre più brevi. Secondo Rifkin, il risultato è stato un “ciclo interminabile di produzione e consumo”.

Una vita piu leggera

Ora la nuova generazione dei consumatori si sta rendendo conto che in molti casi non desidera i prodotti, ma solo i benefici che ne derivano. Non i cd ma la musica che riproducono, non i dvd ma il film che contengono, non il trapano, che in tutta la vita si usa tra i sei e i tredici minuti, ma i fori nel muro. In diversi settori dell’economia i consumatori vogliono usare invece di possedere. Per loro la proprietà non è piu un privilegio, ma un fardello. Le persone aspirano a una vita più leggera, alla leggerezza del non possedere. Come ha spiegato sul New York Times Magazine il poeta e saggista Mark Levine, “la condivisione sta al possesso come l’iPod sta alla vecchia audiocassetta o come il pannello solare sta alla miniera di carbone. Condividere è pulito, fresco, urbano, postmoderno. Possedere è noioso, egoista, angosciato, arretrato”. Levine fa parte di una minoranza. La società tedesca tiene ancora alla proprietà: secondo uno studio compiuto nel 2010 per conto del ministero dell’ambiente, negli ultimi tre anni il 40 per cento degli intervistati non aveva mai preso in affitto un oggetto d’uso comune e quasi il 30 per cento non aveva mai chiesto qualcosa in prestito a un conoscente o a un vicino. Ma le abitudini cambiano. Circa un terzo dei consumatori si dichiara aperto alle forme di consumo senza possesso. Di frequente si tratta di persone con un alto grado d’istruzione, di famiglie con bambini piccoli o di giovani che cambiano spesso casa e posto di lavoro e già solo per questo non hanno voglia di trasportare molte cose da un luogo all altro. I più aperti fanno parte soprattutto della generazione che ha familiarizzato in rete con l’idea dello scambio e della condivisione e l’ha interiorizzata con i social network. In internet gli utenti si scambiano notizie (Twitter), foto (Flickr), video (YouTube), interessi (Digg), amici (Facebook) o contatti professionali (Xing). Queste reti funzionano solo perchè ci sono masse di persone che collaborano e condividono informazioni. Adesso quello che nel mondo virtuale è dato per scontato sta conquistando il mondo dei prodotti e dei beni materiali. Nascono sistemi in cui le persone mettono un comune oggetti concreti: biciclette, uffici, cucine, trapani, strumenti musicali, borsette, orologi di design, giocattoli e anche opere d’arte. Tutto si può scambiare, condividere e prestare, sia tra imprese sia tra privati. I commercianti si trasformano in erogatori di servizi, gli acquirenti in utenti, i mercati in reti. E a volte anche gli sconosciuti diventano conoscenti. Quello che in un freddo mattino di novembre spinge Paul Gaitzsch e Iris Brettschneider a raggiungere il centro di Amburgo è una Nissan Micra verde del 2001, con un motore da 60 cavalli e 120 mila chilometri all’attivo. Gaitzsch, un’awocato di trent’anni, è il proprietario. Brettschneider, una bancaria di 40, ha bisogno dell’auto per raggiungere la sua barca a vela a Kiel. Una stretta di mano per salutarsi, qualche convenevole, poi Gaitzsch dà le chiavi e i documenti e Brettschneider firma il modulo di consegna. Ventiquattr’ore dopo la donna lascerà cadere cadere la chiave dell’auto nella cassetta della posta di Gaitzsch e gli farà sapere con un sms dove ha parcheggiato il veicolo. Per la Micra, che altrimenti resterebbe ferma nel suo parcheggio, Brettschneider paga a Gaitzsch 16,50 euro al giorno, a cui vanno aggiunti 7,50 euro per l’assicurazione. “E’ molto più conveniente che con un autonoleggio”, dice Brettschneider. “E poi con Paul non ci sono mai problemi”. Anche lui ha scritto sul profilo della donna: “Come sempre, tutto perfetto!”

I due si sono conosciuti sul sito Tamyca (abbreviazione di Take my car, prendi la mia auto), dove perfetti sconosciuti si prestano la macchina per un paio d’ore, per un giorno o una settimana intera. Gaitzsch ha inserito i dati e una foto della sua Micra, poi Brettschneider lo ha contattato e i due hanno concordato un appuntamento per la consegna. Il sito, aperto da più di un anno, conta circa duemila proprietari di automobili in tutta la Germania. Di recente e stata creata anche un’applicazione per smartphone che permette di trovare la macchina in offerta più vicina.
Tamyca è un’alternativa ai servizi di car-sharing professionali come Greenwheels, Cambio, car2go della Daimler o Drive Now della Bmw. Il principio è lo stesso: una sola macchina viene condivisa da più persone. Quello del car sharing è un settore in cui l’idea del “quello che è mio è tuo” e già ben sviluppata. Solo in Germania se ne servono circa 200 mila persone, il 20 per cento in più rispetto a un anno fa e quasi quattro volte in più che nel 2000. Gli utenti hanno a disposizione cinquemila veicoli. Rispetto ai 42 milioni di auto immatricolate nella Repubblica federale tedesca sono pochi, ma l’intenso legame dei tedeschi con la loro automobile si sta allentando, soprattutto tra i più giovani. Mentre nel 2000 più della metà degli uomini tra i 18 e i 29 anni aveva una macchina di proprietà, oggi la quota si è ridotta a un terzo e anche a meno nelle zone urbane. Secondo lo studio realizzato da Timescout, l’80 per cento dei giovani considera l’automobile superflua e il 45 per cento degli intervistati trova poco simpatici i proprietari di auto di grossa cilindrata. Molti riescono a immaginare una vita senza automobile, ma non senza cellulare o senza internet. Per i più giovani la macchina come rappresentazione della loro personalità perde rilevanza e la marca dell’auto non è piu un’integrazione simbolica della loro immagine. Questo non vuol dire che le nuove generazioni abbiano rinunciato a guidare. E’ solo che molti non vogliono avere per forza un auto propria. I motivi sono in genere molto concreti: “I costi sono elevati”, dice Brettschneider, “io semplicemente non posso permettermi un’automobile”. Negli ultimi quindici anni, per esempio, il prezzo del carburante è aumentato tre volte più del costo della vita. Inoltre bisogna contare le tasse, l’assicurazione e l’eterna ricerca di un parcheggio, dove tra l’altro la macchina resta ferma per 23 ore al giorno. Questi i calcoli di Brettschneider. Allora perchè comprare un’auto quando può affittare la Micra di Paul Gaitzsch? Offerte come quella di Tamyca sono una novità, ma non lo è il fenomeno su cui si basa il sito. Gli esseri umani scambiavano e condividevano oggetti gia prima che fosse inventato il denaro. E in fondo la condivisione di appartamenti, le lavanderie automatiche, le biblioteche, gli alberghi e i taxi non sono altro che lo sfruttamento di risorse da parte di più persone. Eppure oggi trovare quello che si cerca non e mai stato così semplice. Non c’è nessun altro luogo come internet dove offerta e domanda si incontrano più facilmente, dove si possono raggiungere molte persone più velocemente. Tutto sembra solo a pochi click di distanza. Lo sforzo è pari a zero. E da quando esistono social network come Facebook e computer in miniatura come l’iPhone, lo scambio è ancora più diretto ed efficace. La condivisione diventa un gioco da ragazzi nel vero senso del termine. Come sul sito web Netcycler, dove gli utenti offrono oggetti di uso quotidiano di cui non hanno più bisogno e allo stesso tempo pubblicano un elenco di quello che vorrebbero ricevere in cambio. Ogni cosa viene barattata con un’altra: una sedia con un telefono cellulare, un’asse da stiro con un forno a microonde, un monopattino con uno stampino per i dolci. Dal momento che trovare la corrispondenza giusta è difficile, un software collega le offerte e le richieste di più persone. Così il baratto awiene anche tra cinque utenti, in modo che alla fine ogni desiderio sia soddisfatto.

Gesti d’altruismo

Gli oggetti inutili non esistono, ce ne sono solo di utili nel posto sbagliato: questa è la filosofia di fondo. E poi bisogna considerare la sensazione positiva che si prova quando si dà qualcosa che altrimenti sarebbe stata gettata via. La stessa sensazione di quando si compiono gesti d’altruismo. Ma in questo caso l’altruismo non c’entra. Di solito le persone che scelgono di consumare in modo collettivo “credono fermamente nei princìpi del capitalismo e dell’interesse personale”, scrive Rachel Botsman. Scambiandosi i vestiti invece di comprarli si risparmia denaro. Chi affitta un trapano per un giorno non deve occupare spazio per conservarlo. Chi noleggia un’auto evita le riparazioni e le revisioni. L’ideale per una società che vuole una vita mobile e un mondo del lavoro flessibile.
E dal momento che una maggior tendenza a condividere e ad affittare implica il fatto che si produce e si spreca di meno, l’economia del “quello che è mio è tuo” favorisce anche l’ambiente. Forse Botsman esagera quando sostiene che il consumo collettivo incarna la “rinascita della comunità”. Ma in un periodo in cui le famiglie sono disperse tra luoghi diversi e spesso i vicini non si conoscono più, la condivisione stimola la nascita di nuove relazioni. “Imitiamo legami che in passato presupponevano un contatto fisico diretto”, dice Botsman. La stessa filosofia è alla base di 9flats, un sito attraverso cui privati cittadini affittano il loro appartamento per pochi giorni o per qualche settimana. “Sentirsi a casa di amici in tutto il mondo”, promette la startup berlinese, che offre circa 25mila abitazioni in più di cento paesi a chi viaggia per turismo o per lavoro. L’ideatore del progetto è Stephan Uhrenbacher, 42 anni. Sei anni fa ha fondato Qype, in cui gli utenti valutano ristoranti, alberghi o attrazioni turistiche di diverse città, poi all’inizio del 2011 ha lanciato 9flats. Uhrenbacher fa la spola tra Londra, San Francisco, Valencia e Berlino. Oggi riceve in un ufficio disadorno nel quartiere amburghese di Schanzenviertel. Pareti spoglie, sulla scrivania solo un paio di portatili e nient’altro. 9flats si rivolge a persone come iui, che non sentono il bisogno del servizio in camera, spiega.

I suoi utenti sono persone che per un fine settimana a Monaco vogliono sentirsi come veri abitanti della città e alloggiare in uno spazio adeguato: in un vecchio palazzo di Schwabing, per esempio. Con i vicini, i caffe e le boutique. L’obiettivo non è piu solo pernottare, ma vivere un’esperienza. In media gli appartamenti di 9fllats costano intorno agli 80 euro a notte, lenzuola e asciugamani puliti inclusi nel prezzo. 9flats incassa una prowigione del 15 per cento. Il sito è un clone di Airbnb, abbreviazione di air bed & breakfast (“materassino ecolazione”), che dal suo lancio, nel 2008, ha reso possibili più di due milioni di pernottamenti negli Stati Uniti. L’azienda on-line californiana ha ricevuto già 120 milioni di dollari dai suoi finanziatori, e gli analisti le attribuiscono un valore di 1,3 miliardi di dollari.

Ma come mai i proprietari affittano la casa a perfetti sconosciuti? “Perchè provano un senso di fiducia reciproca”, spiega Stephan Uhrenbacher. Finora è successo solo che una padella si graffiasse e una tenda a rullo si rompesse, dice l’imprenditore. Il caso più spettacolare e stato invece quello di una donna di San Francisco che si è vista devastare di proposito l’appartamento da un affittuaria di Airbnb. Da allora l’azienda statunitense garantisce ai padroni di casa un indennizzo che può arrivare fino a 50mila dollari per i casi di furto o di vandalismo. Quello che è successo in California è molto grave, ma in rapporto al numero di prenotazioni, le disawenture sono decisamente rare. Nella maggiorparte dei casi va tutto liscio, sostiene Airbnb. E in effetti locatori e locatari si scambiano quasi sempre valutazioni positive, non solo per quanto riguarda gli appartamenti. Su eBay, dove si vende all’asta di tutto, solo l’1 per cento dei venditori riceve un rating negativo e il valore sale al 2 per cento per gli acquirenti.

Perchè quasi tutti si comportano bene anche se non conoscono le persone con cui hanno a che fare? Per interesse personale, sostiene Rachel Botsman. “Gli utenti sanno che il loro atteggiamento influenza la loro possibilità di continuare a fare affari”. Chi è affidabile riceve una valutazione positiva. E chi è valutato positivamente riscuote fiducia. Chi invece si comporta male riceve un rating negativo, e nessuno vuole più avere niente a che fare con lui. La reputazione di una persona diventa un capitale da cui dipende l’appartenenza a una comunità. Difendere il proprio buon nome è ormai una questione di soprawivenza nella rete, e la fiducia si trasforma in valuta sociale. Prima o poi, dice Botsman, la nostra reputazione sarà “più preziosa e più importante della nostra affidabilità creditizia”.

L’economia del “quello che è mio è tuo” darà vita a una società diversa? Se questo accadrà, sara a spese del prezzo. Il possesso di certo non scomparirà, ma in molti settori il suo valore potrebbe diventare incalcolabile. Le magliette, i telefoni cellulari e i trapani sono ancora abbastanza convenienti, e quasi tutti possono permetterseli. Ma se i prezzi rispecchiassero finalmente il costo effettivo, e quindi anche i danni ambientali, potrebbe rendersi necessario un aumento dei consumi collettivi, che in futuro potrebbero diventare normali come lo scambio di informazioni su internet, dove masse di utenti collaborano per la creazione di valori. E imparano che a ogni azione corrisponde una reazione. Quindi, l’economia del “quello che è mio è tuo” non è stimolata dalla fede nell’awento dell’uomo nuovo: in questo mondo non vivono consumatori migliori ,ma solo persone che vanno più d’accordo. E questo è inevitabile. FP

Fonte: Internazionale (cartaceo)

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