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Fonte: La Repubblica, di Maurizio Ricci

Computer che guidano le automobili. Automi che assemblano gli iPad. Spot pubblicitari con donne create in Rete che sostituiscono le modelle in carne e ossa. È la fabbrica del futuro e rischia disminuire il ruolo dell´uomo nel mondo del lavoro. Le imprese non assumono più: preferiscono utilizzare le macchine.

“Una deriva pericolosa” scrivono gli autori di un fortunato e-book È in atto un processo che favorirà i detentori di capitale ai danni dei salariati.

L´informatica ha già eliminato commessi, fattorini centralinisti e contabili. Si calcola che 50 milioni di posti negli Usa potranno essere sostituiti dalla tecnologiaLa conseguenza è che si produrranno beni in modo più efficiente. Ma senza consumatori

Stampanti a tre dimensioni, in grado di fabbricare oggetti su misura. Nanomateriali. Macchine che si aggiustano da sole. Migliaia di robot sulle catene di assemblaggio degli iPad. Tutto gestito da software sempre più sofisticati. La fabbrica del futuro è alle porte. Gli esperti dicono che è la terza rivoluzione industriale, paragonabile per importanza alla macchina a vapore, poi l´elettricità, infine la meccanizzazione dell´agricoltura. Dal fondo della crisi economica in cui ci troviamo, queste notizie epocali non sono quelle di cui sentiamo il bisogno.
Tuttavia, di fronte all´alba di un´era nuova, può starci un brivido di eccitazione. Accompagnato, però, da una domanda inquietante: quando verrà il nuovo giorno, noi, esattamente, che lavoro faremo?

«Una spettacolare prova del centravanti Lorenzo Dalpià ha portato la Moglianese ad una rotonda vittoria per 3 a 0 sulla Santantonio, in una partita cruciale per la promozione. Dalpià ha segnato due gol, uno con un potente sinistro, l´altro di testa nel primo tempo, mettendo a segno anche un rigore nella ripresa. La difesa della Moglianese ha barcollato a lungo sotto gli attacchi della Santantonio, ma il portiere Renzoni, in almeno cinque occasioni, ha impedito agli avversari di andare a segno. Al resto ha pensato Dalpià, regalando alla Moglianese una vittoria che mancava da tre domeniche». La prosa non è cristallina, ma raramente lo è, nelle pagine interne dei giornali sportivi. Il punto è che, a scriverlo, non è stato un annoiato, vecchio cronista e neanche un ragazzino alle prime armi. Il testo (o, meglio, il suo originale, riferito ad una intraducibile partita di baseball fra università) è stato redatto da un computer, sulla sola base delle statistiche della partita.

Se, come è probabile, il futuro professionale di alcune migliaia di giornalisti interessa poco, si può andare, invece, sul sito online di H&M, una catena svedese di grandi magazzini. La ragazza che appare in foto ha spalle ben modellate, un sorriso intrigante, ventre piatto, cosce ben tornite e, nell´insieme, fa fare bella figura al bikini che reclamizza. Sarebbe bello sapere come si chiama e qual è il suo numero di telefono. Be´, è inutile chiederselo. La ragazza, non solo non rischia l´anoressia, ma non ha neanche un nome o un telefono. È una modella virtuale, disegnata al computer. Però, con una buona laurea, tanti saluti al computer, no? In realtà, dipende. Nel 1978, per una causa antitrust, uno studio legale americano esaminò 6 milioni di documenti, al costo di 2,2 milioni di dollari, come corrispettivo del lavoro di decine di avvocati.
Nel 2010, in una causa analoga, la Blackstone Discovery ha esaminato 1,5 milioni di documenti, per un costo di 100 mila dollari. Via computer, naturalmente, e tanti saluti agli avvocati.

Prima i robot hanno sostituito gli operai alle catene di montaggio, poi l´informatica ha eliminato commessi, fattorini, centraliniste, contabili. Adesso, la rivoluzione del computer sta risalendo, sempre più velocemente, la scala delle competenze. Brian Arthur, un guru della tecnologia, definisce la rete di rapporti fra macchine che sperimentiamo sempre di più ogni giorno – dal check-in in aeroporto al bancomat – la “seconda economia” e prevede che, prima di vent´anni, avrà dimensioni paragonabili all´economia reale. In realtà, dicono Eric Brynjolfsson e Anfrew McAfee, due ricercatori del Mit di Boston, rischia di mangiarsela. Nei primi dieci anni di questo secolo, l´economia americana non ha aggiunto neanche un posto di lavoro in più al numero totale già esistente: era successo solo dopo il 1929. La crisi del 2008, spiegano in un e-book, Race Against The Machine, ci aiuta a capire perché. La ripresa dell´occupazione dopo la recessione non è mai stata, nella storia recente americana, così lenta. Contemporaneamente, già nel 2010, gli investimenti delle aziende in macchinari erano tornati quasi ai livelli pre-crisi, la ripresa più rapida in una generazione. Le imprese, negli ultimi mesi, hanno smesso di licenziare, ma assumono poco. Prendono macchine, non persone.

Dietro l´incancrenirsi della disoccupazione, in altre parole, secondo Brynjolfsson e McAfee, c´è, accanto alla componente ciclica della recessione, un elemento strutturale: troppa tecnologia, troppo in fretta. Le capacità e le potenzialità dell´informatica stanno crescendo, sotto i nostri occhi, a velocità supersonica e non smettono di accelerare, fino a superare, nel giro di mesi, barriere che sembravano, ancora cinque-sei anni fa, insormontabili. Nel 2004, nel deserto del Mojave, in California, fu organizzata una corsa per macchine senza guidatore. Obiettivo, percorrere 150 miglia attraverso un deserto desolato. La macchina vincitrice non arrivò a otto miglia e ci mise anche svariate ore. Solo sei anni dopo, nel 2010, Google poteva annunciare di aver fatto partire una pattuglia di Toyota Prius, che avevano percorso 1000 miglia, su strade normali, senza alcun intervento da parte del guidatore. Un´impresa resa possibile dall´analisi della montagna di dati di Google StreetView e di Google Maps e dal riscontro degli input da video e radar, tutto processato da un apposito software all´interno della vettura. Le macchine di Google, sottolineano i due ricercatori del Mit, dimostravano che il computer poteva superare la barriera del “riconoscimento degli schemi”, ovvero era capace di reagire ad una situazione esterna in costante mutamento, come il traffico, e priva di regole prefissate.

Anche un´altra barriera, quella della “comunicazione complessa” è stata superata. Geofluent è un software, realizzato in collaborazione con l´Ibm, che consente ai clienti, in una chat di supporto per prodotti dell´elettronica, di interagire con l’operatore, ognuno nella propria lingua. «Come faccio a far partire la stampante?» chiede, in cinese, il cliente cinese. «Così» gli risponde, in inglese, l´operatore dalla sua stanza di Boston. Geofluent traduce avanti e indietro.
Quando l´avranno collegata anche al riconoscimento vocale potremo salutare perfino l´ultima ridotta dei disoccupati disperati: il call center. Sul suo blog, Econfuture, Martin Ford, un imprenditore di Silicon Valley, calcola che almeno 50 milioni di posti di lavoro, circa il 40 per cento del totale dell´impiego Usa, possano essere sostituiti, in un modo o nell´altro, dall´informatica. Brynjolfsson e McAfee ritengono che, in gran parte, questo avverrà nei prossimi dieci anni.
Non è la prima volta che l´umanità affronta sconvolgimenti simili. La prima rivoluzione industriale gettò per la strada una massa di lavoratori tessili, sostituiti dalle macchine. Un secolo dopo, l´arrivo dei trattori fece la stessa cosa per milioni di braccianti e contadini. In tutt´e due i casi, l´aumento di produttività dovuto alla meccanizzazione rilanciò l´economia e i disoccupati trovarono nuovo lavoro altrove.

Ma adesso? I luddisti – bande di lavoratori che sfasciavano le macchine che stavano togliendo loro il salario – sono da sempre oggetto di scherno, da parte  degli economisti. Ora, però, anche un giornale ultraliberale come l´Economist, ha dei dubbi. «I luddisti avevano torto perché le macchine erano strumenti che aumentavano la produttività egran parte dei lavoratori poteva passare a gestire proprio quelle macchine. Ma che succede se le macchine stesse diventano i lavoratori? A questo punto, l´errore luddita sembra molto meno errato».

Il boom dell´informatizzazione favorirà i settori industriali direttamente coinvolti (un elemento di qualche interesse per l´Italia, che ha una buona industria di robotica). Ma la massa dei lavoratori normali, che non né la vocazione, né la possibilità, di trasformarsi in ingegnere informatico? Brynjolfsson e McAfee sottolineano che l´aumento di produttività della terza rivoluzione industriale aumenterà i beni prodotti e il benessere complessivo della società. Ma nessuna legge economica, osservano, prevede che questi benefici siano equamente ripartiti. Il processo in corso favorirà sproporzionatamente i detentori di capitale (cioè delle macchine) ai danni della (ex) forza lavoro, cioè i salariati, innescando un drammatico aggravamento delle diseguaglianze, che, probabilmente, è già in corso.
Con un paradosso, indica Ford. La produttività aumenta vertiginosamente, ma i consumi molto più lentamente. Anzi, si ridurranno, se i salariati si ritroveranno senza salario. Chi consumerà tutti questi beni, prodotti in misura sempre maggiore e in modo sempre più efficiente? La terza rivoluzione industriale, secondo gli autori di Race Against The Machine, sta arrivando troppo in fretta, perché la società abbia il tempo di adeguarsi e riorganizzarsi. I braccianti, cacciati nel primo ‘900, dai trattori, andarono a lavorare nelle fabbriche. Ma le fabbriche della terza rivoluzione industriale sono occupate da robot e computer e lo sono, anche, gran parte degli uffici. L´ex contabile, la mancata modella, il giornalista o l´avvocato silurato non possono andare tutti, in massa, a programmare Google Maps o a disegnare nuovi chip. «Sarebbe – dice Ford – come pensare che tutti i braccianti potessero essere riassunti a guidare trattori. Non funziona»

Fonte: La Repubblica

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Traduzione a cura di Maurizio Bisogni

Il modello 1 (qui sopra) è il primo Fab@Home system ad uso “casalingo”. Esso comprende tutto il necessario per la fabbricazione multi-materiale da scrivania. Si avvale di un semplice "pompa a siringa", lo strumento che emette materiale, con siringhe monouso per consentire erogazione di una vasta gamma di materiali. Immagine gentilmente concessa da Fab@Home

Quando il ventriloquo Jeff Dunham ha dovuto fare un nuovo manichino per il suo show, ha progettato la testa del personaggio sul suo computer casalingo e lo ha poi stampato nel suo laboratorio.

Utilizzando una tecnologia emergente nota come stampa 3-D, la stampante di Dunham ha posizionato strato dopo strato della plastica colorata fino a formare la testa del manichino.

Allo stesso modo gli scienziati presso la Cornell University stanno stampando cene a base di tacchino. Diversi produttori stanno creando su misura corone dentarie, e altri stanno realizzando anche arti personalizzati.

La stampa 3-D ha già iniziato a rivoluzionare la produzione ed è ora in procinto di entrare nelle case e negli uffici. E, proprio come i computer desktop hanno rivoluzionato il mondo informatico, spostando la computazione dalle grandi corporation proprietarie di grossi mainframe alle nostre scrivanie, così la stampa 3-D è pronta a fare lo stesso passo.

Coloro che lavorano in questo settore chiamano questo processo “Fabbricazione per addizione “, perché la stampa realizza oggetti con l’aggiunta di materia, senza alcun residuo. Al di là del nome adottato, le macchine stanno diventando sempre più piccole, il software sempre più disponibile, e le macchine – soprannominate “fabbers” – più economiche, alcune sotto i 1.000 euro.

“In poche ore, queste mini-fabbriche sono in grado di produrre un oggetto semplice come uno spazzolino da denti oppure realizzare componenti complessi per macchinari, prodotti artigianali, quali gioielli od oggetti ad uso domestico”, scrivono Hod Lipson della Cornell University e Melba Kerman, consulente di Triple Helix Innovation, in un rapporto intitolato “Fabbrica In Casa” per la commissione di politica scientifica e tecnologica americana.

Le stampanti 3D funzionano come le tradizionali stampanti ink-jet tranne per il fatto che spruzzano plastiche, metalli o quasi tutte le sostanze che siano in grado di fluire attraverso l’augello, posizionate poi su piattaforme come fogli molto sottili. Lo strato indurisce, la piattaforma si muove leggermente verso il basso, e un altro strato viene aggiunto. Come per le stampanti a colori, con quattro o cinque inchiostri differenti, le stampanti 3-D possono sparare più di una sostanza.

Una grosso mercato sta fiorendo intorno a questa tecnologia, ha detto Terry Wohlers, un consulente dal Colorado specialista del settore. Tutto, dalle piccole start-up alle grandi multinazionali utilizzano le stampanti 3-D per costruire prototipi, pezzi finiti o elementi completi, o per fornire un servizio di stampa.

Alcuni esempi? Nike disegna scarpe da ginnastica su un computer e stampa i prototipi. Boeing ha parti stampate tridimensionalmente in dieci dei suoi aeromobili. Migliaia di dispositivi di stampa servono per creare protesi per corpi umani, e modificarli per ogni individuo, semplicemente regolando il software. Le macchine possono produrre attrezzature di laboratorio, dispositivi elettronici e farmaci personalizzati.

Adesso l’attenzione si rivolge alle persone e alla casa.

Nel laboratorio della Cornell University di Lipson, i ricercatori stanno realizzando stampanti 3-D per la cucina. Con l’aiuto dello chef newyorkese Dave Arnold, che stanno elaborando cibo stampabile. Possono realizzare con, come ingrediente degli alimenti, qualsiasi disegno desiderato, scrivere con questi ingredienti, o scriverci sopra.

Questi dispositivi, che hanno le dimensioni di grandi forni a microonde, fanno quasi il lavoro dei replicatori di Star Trek, dove il Capitano Jean-Luc Picard ordinava regolarmente “tè Earl Grey, caldo” e la tazza di tè caldo appariva subito. La differenza, dice Jeff Lipton, studente laureando nel laboratorio di Lipson, è che il replicatore realizzava cibi partendo da una base di elementi atomici, mentre i dispositivi di Cornell per mettere il cibo “insieme” necessitano di tubi di ingredienti più complessi in forma liquida o simil pasta,. Quello che entra, esce.

Non tutti gli ingredienti funzionano, dice Lipton. Quando si è lavorato con formaggi, Nutella, salsa Hummus, e burro di arachidi, il risultato non è stato soddisfacente. Si è quindi provato ad utilizzare ingredienti artificiali.

“Alcune persone possono accettare un po ‘di artificialità ma non è più cibo: si tratta di gunk (materia informe)”, ci ha detto Lipton, “Ci abbiamo provato, ma già dai primi esperimenti ci è sembrato improponibile e siamo ritornati sui nostri passi.”

Hanno provato alcune delle ricette, cui Arnold ha contribuito a progettare con gli chef della stimata scuola di Amministrazione per Hotel a Cornell.

“Ci hanno giudicato severamente”, ha detto Lipton. Ma, ci hanno detto, che ci stiamo avvicinando.

Nel caso del tacchino, i tubi contenevano carne (di tacchino) macinata ed un emulsionante, una sorta di “colla carne”, usato per fare le salsicce. La sostanza “tacchino” si induriva subito dopo la stampa e sembra, ha il sapore e profuma proprio come tacchino.

Lipton ci ha detto che la maggiore difficoltà per replicare il cibo è la calibrazione delle lavorazioni.

“Due lotti di pasta biscotto possono avere proprietà di cottura molto diversi”. Ottenere la giusta temperatura è stato difficile. Anche i cambiamenti di temperatura in cucina o in laboratorio potrebbero rovinare il processo di realizzazione del cibo.

Lipton ha detto che stanno lavorando su un sistema di feedback che permetterà di calibrare le stampanti stesse.

Trovare e mantenere le temperature giuste è stato anche un problema presso la Exeter University (UK), che è riuscita a stampare il cioccolato. Il cioccolato è difficile da lavorare perché la temperatura deve essere giusta e la portata del getto ideale. Utilizzando i sistemi di controllo concepiti a Exeter, gli utenti possono progettare i propri dessert.

Il bello di questa tecnologia è che gli sprechi sono ridotti al minimo.

Non tutti sono convinti che tutto questo porterà le stampanti 3-D in ogni casa. Potrebbe, tuttavia, essere un nuovo modo di fare business, entrando in un’epoca che gli economisti chiamano un economia “long-tail “, in cui le aziende offrono enormi volumi di merci, ma in piccole quantità di molti articoli per i suoi clienti, qualcosa di come i modelli Amazon e Netflix.

“Il consumatore andrà sul web, digiterà il numero del pezzo, che sarà disponibile in formato digitale da qualche parte, o ci sarà un servizio che lo proporrà e verrà stampato per poi essere inviato. Ecco come credo che il mercato si svilupperà”, ha detto Wohlers .

Oppure, si andrà alla stampante e digiteremp “tacchino, dressing, purè di patate dolci e tè Earl Grey e ……….. buon appetito

Fonte: Physorg

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Traduzione a cura di Maurizio Bisogni

Un nuovo processo di stampa 3D sviluppato presso l’Università di Glasgow potrebbe rivoluzionare il modo con cui scienziati, medici e anche il pubblico in generale potrebbe creare prodotti chimici.

Il professor Lee Cronin, presidente della facoltà “Gardiner” di Chimica presso questa Università, crede che la sua ricerca potrebbe portare allo sviluppo di costruttori chimici ad uso domestico che i consumatori potrebbero utilizzare per progettare e creare medicine in casa.

Un documento di una nuova ricerca, pubblicata sulla rivista “Nature Chemistry”, sottolinea che questo processo è stato testato e risulta funzionante. Utilizzando una stampante 3D disponibile in commercio, gestita da un software open-source, il professor Cronin e il suo team hanno costruito quello che chiamano il ‘reactionware’, speciali provette per le reazioni chimiche realizzate con un gel polimerico che diventa attivo a temperatura ambiente.

Con l’aggiunta di altre sostanze chimiche al gel depositato dalla stampante, il team dei ricercatori sono stati in grado di rendere il vaso stesso parte del processo di reazione. Mentre ciò è comune in operazioni di ingegneria chimica su larga scala, lo sviluppo di “reactionware” rende possibile per la prima volta realizzare piccole provette “personalizzate” per colture di laboratorio.

Professor Cronin ha detto: “Già da tempo era possibile avere materiali di laboratorio su misura, per includere, ad esempio, finestre o elettrodi, ma era particolarmente costoso in termini finanziari e di tempo. Adesso siamo in grado di fabbricare questi “vasi” reactionware utilizzando una stampante 3D in un tempo relativamente breve. Anche le provette più complicate sono state realizzate soltanto in poche ore.

“Rendendo il “vaso” stesso parte del processo di reazione, la differenza tra il reattore e la reazione diventa nulla. Si tratta di un nuovo modo di pensare per i chimici, e ci offre un controllo molto specifico delle reazioni, perché siamo in grado di perfezionare continuamente il progetto dei supporti, come richiesto.

“Per esempio, i disegni iniziali del “reactionware” hanno permesso di sintetizzare ben tre nuovi composti precedentemente sconosciuti e arrivare ad una quarta reazione unicamente modificando la composizione chimica del reattore.”

Sebbene la tecnologia che stanno sviluppando è ancora in una fase iniziale, il team, composto da ricercatori del Dipartimento di Chimica e della Scuola di Fisica e Astronomia dell’Università, sta anche valutando le implicazioni a lungo termine degli sviluppi nella tecnologia di stampa 3D.

Il professor Cronin ha aggiunto: “le stampanti 3D stanno diventando sempre più comuni e convenienti. E del tutto possibile che, in futuro, potremmo vedere avanzamenti in ingegneria chimica, che oggi sono estremamente costosi, filtrare dal basso, dai laboratori e dalle piccole imprese commerciali.

“Ancora più importante: potremmo utilizzare le stampanti 3D per rivoluzionare l’accesso all’assistenza sanitaria nel mondo in via di sviluppo, permettendo che la diagnosi e il trattamento avvenga in un modo molto più efficiente ed economico di quanto sia possibile ora.

“Potremmo anche vedere le stampanti 3D arrivare nelle case e diventare costruttori di oggetti domestici, compresi i farmaci. Forse con l’introduzione di “apps” software attentamente controllate, simili a quelle disponibili da Apple, potremmo permettere ai consumatori di accedere in tempo reale da casa a medicine calibrate da uno specialista ”

La relazione del Prof. Cronin, intitolata “Integrated 3D-printed reactionware for chemical synthesis and analysis” (“reactionware” integrato e stampato tridimensionalmente per sintesi chimica e analisi), è stata pubblicata su Nature Chemistry.

Per maggiori informazioni:http://dx.doi.org/10.1038/nchem.1313

Estratto
La stampa Tridimensionale (3D) ha il potenziale per trasformare la scienza e la tecnologia, creando su misura, elettrodomestici a basso costo che in precedenza richiedevano strutture dedicate alla produzione. Un’attraente, ma inesplorata, applicazione è quella di utilizzare una stampante 3D per avviare reazioni chimiche stampando i reagenti direttamente in una matrice 3D “reactionware”. E’ quindi possibile progettare, costruire e gestire digitalmente reazioni chimiche su piccola scala. Utilizzando una stampante a basso costo 3D e un software di progettazione open-source abbiamo prodotto “Reactionware” per la sintesi organica e inorganica, che include componenti stampabili quali catalizzatori, elementi per l’elettrochimica e l’analisi spettroscopica. Questo permette di monitorare reazioni chimiche dove avvengono, e ciò comporta che architetture differenti potrebbero essere sottoposte a controllo sulla loro efficacia per specifici processi, con un meccanismo di feedback digitale per l’ottimizzazione del dispositivo stesso. Inoltre, solo modificando l’architettura reactionware, si possono modificare i risultati della reazione. Nel complesso, questo approccio comporta costi relativamenti bassi, automatizzazione e riconfigurabilità della piattaforma di lavorazione della sostanza chimica, rendendo le tecniche di ingegneria chimica accessibili ai tipici laboratori di sintesi.

Fornito dalla Università di Glasgow

Fonte: Physorg

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Traduzione a cura di Maurizio Bisogni

Peter Schmitt,  dottorando al MIT, nel 2009 ha stampato un orologio. Non era l’immagine su un pezzo di carta, ma un vero e proprio orologio tridimensionale – un oggetto di 20 cm di diametro in plastica con un dispositivo di cronometraggio e con ingranaggi in movimento e contrappesi.

Dopo averlo appeso al muro e spinto il contrappeso, il tic tac è partito senza nessun problema.”Non era molto accurato, ma era un orologio funzionante!”, ci ha confidato Schmitt.

Anche agli scienziati del MIT piacerebbe essere in grado di stampare i propri robot. La loro visione è questa: “Decidi cosa vuoi vuoi fare, scarica il disegno del robot da Internet, crea e modifica il software che ti serve e premi “Stampa”.

Scienziati di tutto il mondo stanno lavorando su una tecnologia che potrebbe andare ben oltre la stampa di robot e orologi e sconvolgere l’economia mondiale. Essa va sotto il nome di stampanti 3-D, o litogarfia tridimensionle, e molti esperti proclamano che possa dare inizio ad una nuova rivoluzione industriale. The Atlantic Council, una società di consulenza industriale con sede a Washington, DC, dice che la tecnologia è “trasformazionale”.

Chi lavora già in questo campo la chiama “fabbricazione per addizione”.


Attualmente la gran parte della produzione moderna è per riduzione/erosione cioè si prendono blocchi di plastica, legno o metallo, e la macchina elimina materiale via finché non arriva al prodotto voluto. Tutta la plastica, legno o metallo che non rientra nelle dimensioni dell’oggetto viene buttato via, anche fino al 90 per cento. In epoca di risorse sempre piu’ scarse, ciò può diventare insostenibile.Di fatto la stampante 3D posa strati di polveri metalliche o plastiche come istruito dal software, allo stesso modo in cui l’inchiostro viene fissato sulla carta comandato dal driver della stampante. Dopo che uno strato è stato completato, il vassoio viene abbassato una frazione di millimetro e uno strato successivo viene aggiunto. La stampa continua finché il pezzo è completo.

Nel caso del metallo, la fusione viene lasciata raffreddare ed indurire;  le plastiche o polveri metalliche invece vengono indurite con calore o luce ultravioletta. Le stampanti 3D possono funzionare con moltissime altre sostanze, persino con il cioccolato.

Con questa tecnica lo spreco è minimo, ed è possibile modificare l’oggetto semplicemente lavorando sul software che gestisce la stampante.

“I prodotti realizzati con stampanti 3D sono generalmente di qualità migliore e più belli rispetto ai prodotti realizzati in maniera tradizionale” ha stabilito un rapporto di ricerca realizzato dal The Atlatic Council “Il metodo 3-D inoltre consente la stampa di disegni altrimenti impossibili da realizzare con tecniche di produzione convenzionali.”

La prima stampante 3-D fu inventata da un americano, Charles Hull, nel 1984. Le prime macchine erano enormi, lente, molto costose, e avevano un uso limitato.

Nel 2004, Adrian Bowyer, docente presso l’Università di Bath, in Inghilterra, ha inventato una macchina che ha riprodotto il 50 per cento delle sue parti e nel 2008 questa percentule è salita al 100 per cento. Dato che non c’era alcun guadagno economico da realizzare con una stampante auto-replicante, Bowyer decise di rendere la “RepRap” di pubblico dominio, e la mise in “open source”. Chiunque può acquistare questa stampante desktop per meno di $ 400 e adattarla a proprio piacere per stamparne più copie o altre versioni.

Questo progetto continua a migliorare, grazie all’apporto di vasto gruppo di appassionati da tutto il mondo, una forma di crowd-sourcing, e da utenti che condividono progetti online, spesso gratuitamente.

La produzione per addizione, nel frattempo, sta diventando un settore industriale in forte crescita. Secondo “Wohler Associates”, una società di consulenza Colorado, questo comparto ha avuto un tasso di crescita medi annuale del 26,2 per cento per più di 20 anni e le entrate raggiungeranno i 3 miliardi di dollari entro il 2016.

Ogni anno, questa tecnica realizza oggetti sempre più complessi, più velocemente e con minor costo. Con questa tecnologia si stampano carrelli di atterraggio per aerei, vestiti, parti di automobili, protesi dentarie, anche rotule, e tanto altro ancora.

Gli scienziati stanno sperimentando la stampa di organi con cellule umane [già fatto e già trapiantato un rene]. Un imprenditore Airbus sta lavorando sulla stampa di intere ali per aeromobili che utilizzano polvere di titanio. Parti della fusoliera del Boeing 787 Dreamliner sono state già stampate.

Stampare un robot è molto più complicato che costruire un orologio, ma i ricercatori del MIT, dell’Università della Pennsylvania ed Harvard pensano che il risultato sarà “la trasformazione della produzione e … la democratizzazione dell’accesso ai robot”, secondo Daniela Rus, capo ricercatrice del progetto presso il MIT.

Ad esempio, si potrebbe identificare un problema – diciamo ripulire il pavimento della cucina dopo che un bambino ha rovesciato il pranzo – e la sua soluzione, cioè, la progettazione di un robot specifico per una attività del genere. Si potrebbe, allora, scaricare un progetto da Internet, personalizzarlo in funzione della vostra cucina, e stampare esattamente il robot che si ha scelto o disegnato, con le parti mobili già funzionali.

I ricercatori del MIT hanno già stampato due robot, di cui uno progettato per entrare in aree contaminate e uno con una pinza che aiuta le persone disabili.

I lato oscuro di questa tecnologia è che può presentare seri problemi all’economia mondiale.

La maggior parte dei prodotti finiti oggi sono il risultato di molte parti prodotte in vari luoghi del mondo, che vengono raccolte per il montaggio in un unico prodotto,per poi essere spediti ai clienti di tutto il mondo. Con la stampa 3-D, in teoria, l’intero prodotto verrebbe realizzato on site – sul posto, e on demand – a richiesta. Le economie di scala diventerebbero irrilevanti.

“Stampare qualche migliaio di iPhone su richiesta (e con aggiornamenti istantanei o versioni diverse per ogni telefono), presso una struttura locale che sia in grado di produrre molti altri prodotti può essere molto più conveniente rispetto alla produzione di dieci milioni di iPhone identici in Cina e alla spedizione in 180 paesi in tutto il mondo “, ha scritto in un rapporto il The Atlantic Council..

Chiaramente, non tutti ne trarrebbero vantaggio. Centri di produzione come la Cina potrebbe perdere milioni di posti di lavoro, e la sua economia potrebbe destabilizzarsi. Anche le industrie degli indotti e le industrie dei trasporti merci sarebbero colpite. I magazzini delle imprese, pieni di parti e prodotti, potrebbero essere sostituiti da macchine che stampano su richiesta.

The Atlantic Council, prevede una rinascita per il settore manifatturiero americano. Ma questo concetto crea altri problemi: la maggior parte delle macchine non necessitano di assistenza umana una volta che la stampa ha inizio. Si accende la macchina prima di lasciare la fabbrica e quando torni la mattina, il prodotto è lì.

Fonte: Physorg

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