Archivio per febbraio, 2013

Traduzione a cura della rivista “Internazionale“.

Articolo originale di John Naughton, apparso su “The Guardian

Magazzino di Amazon

Apple, Amazon, Facebook e Google hanno profitti da capogiro e si vantano di aver creato nuovi posti di lavoro. Ma spesso si tratta di lavori sottopagati e alienanti

Vi serve un corso accelerato di ca­pitalismo digitale? Facile, vi ba­sta assimilare quattro concetti: margini di profitto, volume, di­suguaglianza e impiego. Se volete qualche dettaglio in più, aggiungete quattro agget­tivi: esiguo, grande, enorme, misero.

Cominciamo con i margini di profitto. Un tempo esisteva una grande azienda di nome Kodak. Dominava il suo settore, la fotografia basata sui processi chimici, e aveva margini di profitto enormi, che in al­cuni casi raggiungevano il 70 per cento. Un giorno, però, nelle profondità dei suoi laboratori di ricerca e sviluppo, alcuni dipen­denti hanno inventato la fotografia digitale. Quando hanno presentato l’idea al loro ca­po, la conversazione dev’essere andata più o meno così. Capo: “Quali sarebbero i mar­gini di profitto?”. Ricercatori: “Be’, è tecno­logia digitale, quindi al massimo il 5 per cento”. Capo: “Grazie, potete andare”.

Solo che alla fine ad andarsene è stata la Kodak. I grandi margini di profitto di una tecnologia obsoleta avevano accecato i di­rigenti della società. I ricercatori di Kodak, comunque, avevano ragione. Tutto ciò che riguarda computer e produzione di massa è destinato a invecchiare rapidamente. Il mio primo telefono cellulare (comprato negli anni ottanta) costava quasi mille sterline. Di recente ne ho visto uno in vendita da Ta­ sco a 9,95 sterline (è vero, la Apple ha ampi margini di profitto sull’hardware, ma solo perché è sempre in vantaggio sulla concor­renza, e non durerà in eterno).

Ma passiamo al volume, che su internet raggiunge livelli astronomici. Ecco qualche esempio: ogni minuto su YouTube vengono caricate 72 ore di video; su Facebook ci sono più di cento miliardi di fotografie; durante le feste di Natale il sito inglese di Amazon ha spedito un camion pieno di pacchi ogni tre minuti, e dall’iTunes Store di Apple so­no state scaricate più di 40 miliardi di app.

Il margine di profitto sarà anche esiguo, ma quando lo moltiplichi per questi numeri ottieni introiti da capogiro.

Robot in divisa arancione

Questi grandi profitti, però, sono distribuiti in modo tutt’altro che equo. Ad arricchirsi sono soprattutto i fondatori e gli azionisti di Apple, Amazon, Google, Facebook e altri colossi del settore. Ovviamente chi svolge dei compiti cruciali – programmatori, svi­luppatori e manager – può contare su salari alti. Ma la maggior parte dei suoi colleghi lavora in condizioni decisamente peggiori.

Prendete la Apple, per esempio. L’azien­da si vanta del numero di posti di lavoro che crea “direttamente o indirettamente”, ma in realtà circa due terzi dei 50mila dipen­denti dell’azienda negli Stati Uniti sono semplici commessi degli Apple Store. Nel 2012 la maggioranza di loro ha guadagnato appena 25mila dollari, quando il salario me­ dio negli Stati Uniti è di 38.337 dollari (dati del 2010). Infine c’è la questione dell’occu­pazione, un aspetto che le grandi imprese del settore tecnologico sembrano avere particolarmente a cuore. Facebook, per esempio, paga profumatamente i suoi con­sulenti per produrre dati assurdi sul nume­ro di posti di lavoro che creerebbe. Nel 2011 la forza lavoro mondiale dell’azienda am­montava a tremila dipendenti, ma secondo uno di questi “rapporti” quell’anno Face­book aveva contribuito indirettamente a creare 232mila posti di lavoro in Europa e a generare introiti per 32 miliardi di dollari. Oggi la Apple, bersagliata dalle critiche per la mole di lavoro appaltato alla Foxconn in Cina, sostiene di avere “creato o sostenuto” quasi 600mila posti di lavoro negli Stati Uniti.

La domanda fondamentale a cui le aziende evitano accuratamente di rispon­dere è: di che genere di posti di lavoro stia­mo parlando? Sarah O’Connor, corrispon­dente economico del Financial Times, ha scritto un articolo interessante su ciò che ha visto nel gigantesco centro di distribuzione di Amazon a Rugeley, nello Stafordshire.

Nello stabilimento lavorano centinaia di persone in divisa arancione. Spingono carrelli in uno spazio grande quanto nove campi da calcio, con lo sguardo fisso sui palmari che indicano dove andare e quale pacco prendere. Vanno di fretta, perché “gli strumenti che usano controllano anche il loro livello di produttività in tempo reale”, e percorrono tra i dieci e i venti chilometri al giorno. “Sono come robot, ma in forma umana”, ha spiegato un manager a O’Con­nor. “Può chiamarla automazione umana, se vuole”. Certo, è comunque un lavoro. Sempre che prima o poi non siano sostituiti dai robot. as

Fonte: Internazionale

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l’autore: Michael J. Sandel, Internazionale (fonte originale The Atlantic) insegna filosofia politica all’università di Harvard. Questo articolo è un estratto del suo saggio Quello che i soldi non possono comprare, che sarà pubblicato in aprile da Feltrinelli.

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Viviamo in un’epoca in cui quasi tutto può essere comprato e venduto. Negli Stati uniti, ci sono scuole che pagano i bambini per ogni libro che leggono, in India si affittano uteri, l’Ue vende il diritto di inquinare emettendo anidride carbonica, ma si può anche affittare la propria fronte per esporre una pubblicità commerciale. Per affrontare questa situazione, bisogna fare qualcosa di più che inveire contro l’avidità: dobbiamo, ad esempio, tornare a discutere in modo pubblico, caso per caso, il significato morale e sociale di queste scelte.

Nelle società sviluppate ormai la logica di mercato non è applicata solo allo scambio dei beni materiali, ma governa sempre di più l’esistenza in ogni suo aspetto. Ci sono cose che il denaro non può comprare, anche se di questi tempi non sono molte. Oggi quasi tutto è in vendita.

Facciamo qualche esempio.

  • Una cella moderna: novanta dollari a notte. A Santa Ana, in California, e in qualche altra città degli Stati Uniti i criminali non violenti possono pagarsi una cella pulita e silenziosa, dove non sono disturbati dagli altri detenuti
  • L’accesso alle corsie riservate al car pooling per gli automobilisti che viaggiano soli: otto dollari. Minneapolis, San Diego, Houston, Seattle e altre città statunitensi hanno cercato di ridurre il traffico consentendo a chi viaggia da solo di transitare nelle corsie di car pooling , con tarife che variano in base al traffico
  • I servizi di una madre surrogata indiana: ottomila dollari. Le coppie occidentali in cerca di uteri in affitto si rivolgono sempre più all’India, dove i prezzi sono meno di un terzo di quelli statunitensi.
  • Il diritto di sparare a un rinoceronte nero in via d’estinzione: 250mila dollari. In Sudafrica i proprietari di ranch possono vendere ai cacciatori il diritto di uccidere un numero limitato di rinoceronti. Il governo lo ha permesso con l’obiettivo di dare ai proprietari un incentivo per allevare e proteggere le specie in via d’estinzione
  • Il numero del telefono cellulare del vostro medico: a partire da 1.500 dollari all’anno. Un numero crescente di “medici concierge ” ofre consulti via cellulare e appuntamenti in giornata ai pazienti che pagano tarife annuali tra i 1.500 e i 25mila dollari
  • Il diritto a emettere una tonnellata di anidride carbonica nell’atmosfera: 10,50 dollari. L’Unione europea gestisce un mercato delle emissioni di anidride carbonica che permette alle aziende di comprare e vendere il diritto di inquinare
  • Il diritto di immigrare negli Stati Uniti: 500mila dollari. Gli stranieri che investono 500mila dollari e creano almeno dieci posti di lavoro a tempo pieno in un’area a elevata disoccupazione hanno diritto a una green card che li autorizza al soggiorno permanente.

Non tutti si possono permettere queste cose. Oggi, tuttavia, ci sono molti nuovi modi per fare soldi.

Se avete bisogno di guadagnare del denaro extra, ecco alcune alternative originali.

  • Affittare la vostra fronte per esporre una pubblicità commerciale: diecimila dollari. Nello Utah una madre single che aveva bisogno di soldi per far studiare il figlio ha ricevuto diecimila dollari da un casinò online per farsi tatuare permanentemente sulla fronte l’indirizzo web del locale (le pubblicità con tatuaggi temporanei fruttano meno).
  • Fare da cavia umana nelle sperimentazioni farmacologiche per una compagnia farmaceutica: 7.500 dollari. La paga può variare in base all’invasività delle procedure usate per testare gli efetti dei farmaci e al malessere procurato
  • Combattere in Somalia o in Afghanistan per una compagnia militare privata: fino a mille dollari al giorno. Lo stipendio varia in base alle qualifiche, all’esperienza e alla nazionalità.
  • Stare in fila per una notte al Campidoglio di Washington per tenere il posto a un lobbista che vuole assistere a un’udienza del congresso: da 15 a 20 dollari all’ora. Alcune società offrono questo servizio assumendo anche persone senza fissa dimora per fare la coda.
  • Leggere un libro (se siete un alunno di seconda elementare in una scuola di Dallas che non ottiene grandi risultati): due dollari. Per promuovere la lettura, le scuole pagano i bambini per ogni libro che leggono.

Viviamo in un’epoca in cui quasi tutto può essere comprato e venduto. Negli ultimi trent’anni i mercati – e i valori di mercato – hanno governato le nostre vite come mai era successo prima. Non siamo arrivati a questa condizione attraverso una scelta deliberata: è come se ci fosse capitata. Dopo la guerra fredda i mercati e le teorie sui mercati hanno goduto, comprensibilmente, di un prestigio incontrastato. Nessun altro sistema di organizzazione della produzione e distribuzione dei beni si è dimostrato altrettanto efficace nel creare ricchezza e benessere. Tuttavia, proprio mentre un numero crescente di paesi adottava i meccanismi di mercato per il funzionamento dell’economia, succedeva qualcos’altro: i valori di mercato assumevano un ruolo sempre più importante nella società e l’economia diventava un dominio imperiale

Oggi la logica del comprare e del vendere non è più applicata solo ai beni materiali, ma governa in misura sempre più ampia la vita nella sua interezza. Gli anni precedenti alla crisi del 2008 sono stati un momento di esaltazione della fede nei mercati e della deregolamentazione, un’era di trionfalismo dei mercati.

Questo periodo è cominciato all’inizio degli anni ottanta, quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher hanno proclamato il loro convincimento che fossero i mercati, e non i governi, ad avere in mano le chiavi del benessere e della libertà. Questo convincimento è continuato negli anni novanta con il pensiero liberal di Bill Clinton e di Tony Blair, che ha attenuato ma allo stesso tempo consolidato la fiducia nei mercati come mezzo principale per garantire il bene comune.

Oggi questa fiducia vacilla. La crisi non solo ha instillato il dubbio sulla capacità dei mercati di distribuire in modo efficiente il rischio. Ha anche suscitato la difusa percezione dell’allontanamento dei mercati dalla morale e della necessità di farli riavvicinare in qualche modo. Ma non è ovvio cosa significhi tutto questo o cosa dovremmo fare.

Alcuni sostengono che il lassismo morale al centro del trionfalismo dei mercati sia stato generato dall’avidità, che ha portato a prendere dei rischi in modo irresponsabile. Secondo questo punto di vista, la soluzione è tenere a freno l’avidità, esigere dai banchieri di Wall street più integrità e responsabilità, e approvare regole sensate per evitare che la crisi del 2008 si ripeta. Nel migliore dei casi questa è una diagnosi parziale. È certamente vero che l’avidità ha giocato un ruolo nella crisi, ma c’è in ballo qualcosa di più grande. Il più grave cambiamento degli ultimi trent’anni non è stato l’aumento dell’avidità, ma l’estensione dei mercati e dei valori di mercato a sfere della vita tradizionalmente governate da norme diverse

Per affrontare questa situazione, bisogna fare qualcosa di più che inveire contro l’avidità: serve un dibattito pubblico per capire qual è il posto dei mercati. Consideriamo, per esempio, l’aumento del numero di scuole, ospedali e prigioni con fini di lucro o l’esternalizzazione della guerra a società private (in Iraq e in Afghanistan, i soldati delle società private sono di fatto più numerosi di quelli dell’esercito statunitense)

Consideriamo il declino delle forze di pubblica sicurezza a vantaggio delle società di sicurezza private, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove le guardie private sono quasi il doppio degli agenti di polizia.

Oppure consideriamo il marketing aggressivo sulla prescrizione di farmaci delle aziende farmaceutiche nei confronti dei consumatori, una pratica ormai difusa negli Stati Uniti e proibita invece nella maggior parte degli altri paesi (se vi è capitato di vedere le pubblicità televisive durante i telegiornali della sera negli Stati Uniti, siete autorizzati a pensare che la prima emergenza sanitaria nel mondo non sia la malaria, la cecità luviale o la malattia del sonno, ma un’epidemia di disfunzioni erettili)

Consideriamo anche le dimensioni della pubblicità commerciale nelle scuole pubbliche, la vendita dei diritti di denominazione per parchi e spazi pubblici, i confini sfumati tra informazione e pubblicità (che probabilmente diventeranno ancora più labili ora che i quotidiani e le riviste lottano per la sopravvivenza), il lancio sul mercato di ovuli e spermatozoi “grifati” per la riproduzione assistita, la compravendita del diritto di inquinare da parte di aziende e paesi, il sistema di finanziamento delle campagne elettorali negli Stati Uniti, che porta quasi ad autorizzare la compravendita delle elezioni

Trent’anni fa l’uso del mercato per garantire salute, istruzione, incolumità pubblica, sicurezza nazionale, giustizia, tutela dell’ambiente, divertimento, riproduzione e altri beni sociali era in gran parte sconosciuto

Oggi, in pratica, lo diamo per scontato. Ma il fatto che stiamo andando verso una società in cui tutto è in vendita ci deve preoccupare. Per due ragioni: una riguarda la disuguaglianza e l’altra la corruzione.

Consideriamo innanzitutto la disuguaglianza. In una società in cui tutto è in vendita, la vita è più difficile per chi dispone di mezzi modesti. Più cose il denaro può comprare, più i soldi (o la loro mancanza) contano. Se il solo vantaggio della ricchezza fosse la possibilità di comprare yacht, auto sportive e vacanze esclusive, le disuguaglianze di reddito e di ricchezza importerebbero meno di quanto importino oggi. Man mano però che il denaro arriva a comprare sempre più cose, la distribuzione del reddito e della ricchezza assume un ruolo molto più rilevante.

La seconda ragione per cui dovremmo esitare a mettere tutto in vendita è più complessa. Non riguarda la disuguaglianza e l’equità, ma gli efetti corrosivi dei mercati. Assegnare un prezzo alle cose che contano nella vita può corromperle, perché i mercati non si limitano a distribuire beni, ma esprimono e promuovono determinati atteggiamenti nei confronti dei beni che vengono scambiati. Pagare i bambini affinché leggano i libri può spingerli a leggere di più, ma può anche insegnargli a considerare la lettura come un lavoro e non come una fonte di soddisfazione interiore. Assumere mercenari stranieri per combattere le nostre guerre può risparmiare la vita ai nostri cittadini, ma può anche corrompere il significato di cittadinanza.

Spesso gli economisti presumono che i mercati siano inerti, cioè che non abbiano ripercussioni sui beni che scambiano. Ma questo non è vero. I mercati lasciano il segno. Talvolta i valori di mercato escludono altri valori di cui varrebbe la pena tener conto. Quando decidiamo che certe cose potrebbero essere comprate o vendute, decidiamo – almeno implicitamente – che sia appropriato trattarle come merci, come strumenti di profitto e di consumo. Ma non sempre questo ci permette di dare valutazioni corrette. L’esempio più ovvio è l’essere umano. La schiavitù è orribile perché tratta gli esseri umani come una merce da comprare e vendere all’asta. Questo trattamento non considera gli esseri umani come persone che meritano dignità e rispetto, ma come mezzi di guadagno e oggetti da usare. Questo vale anche in altri casi.

Non permettiamo che i bambini siano comprati o venduti, indipendentemente da quanto possa essere difficile il processo di adozione o da quanto siano disposti a fare gli aspiranti genitori. Anche ammesso che i potenziali acquirenti dovessero trattare responsabilmente il figlio, la nostra preoccupazione è che un mercato dei bambini esprimerebbe e promuoverebbe il modo sbagliato di valutarli. Giustamente i bambini non sono considerati beni di consumo, ma vite che meritano amore e cure. Consideriamo, inoltre, i diritti e i doveri dei cittadini. Se siamo chiamati a fare il giurato in un processo, non possiamo pagare qualcuno perché prenda il nostro posto. Così come non è permesso ai cittadini di vendere il loro voto, anche se ci sono altri pronti a comprarlo. Perché no? Perché crediamo che i doveri civici non siano una proprietà privata, ma una responsabilità pubblica. Esternalizzarli significa degradarli, valutarli nel modo sbagliato.

Questi esempi evidenziano un aspetto più generale: alcune delle cose che contano nella vita sono degradate se vengono trasformate in merce. Allora, per stabilire qual è il posto del mercato e a che distanza andrebbe tenuto, dobbiamo decidere in che modo valutare beni come la salute, l’istruzione, la sfera familiare, la natura, l’arte, i doveri civici. Sono questioni morali e politiche, non solo economiche. Per risolverle, dobbiamo discutere, caso per caso, il significato morale di queste cose e il modo corretto di valutarle.

È una discussione che non abbiamo affrontato all’epoca del trionfalismo dei mercati e come conseguenza, senza rendercene conto e senza mai decidere di farlo, siamo passati dall’avere un’economia di mercato a essere una società di mercato. La diferenza è questa: un’economia di mercato è uno strumento – prezioso ed efficace – per organizzare l’attività produttiva, una società di mercato è un modo di vivere in cui i valori di mercato penetrano in ogni aspetto dell’attività umana. Un luogo dove le relazioni sociali sono trasformate a immagine del mercato

Il grande dibattito assente nella politica di oggi è quello sul ruolo e sulla portata dei mercati. Vogliamo un’economia di mercato o una società di mercato? Quale ruolo dovrebbero svolgere i mercati nella vita pubblica e nelle relazioni personali? Come possiamo decidere quali beni devono essere comprati e venduti e quali governati da valori non di mercato? Dov’è che la signoria dei soldi non dovrebbe esistere? Anche se foste d’accordo sul fatto che occorre affrontare grandi questioni relative alla moralità dei mercati, potreste dubitare che il nostro dibattito pubblico sia all’altezza del compito. È una preoccupazione legittima.

In un’epoca in cui il dibattito politico consiste soprattutto in confronti televisivi dai toni accesi, in un livore fazioso negli interventi alla radio e in battaglie al congresso alimentate dalle ideologie, è dificile immaginare un dibattito pubblico caratterizzato da un ragionamento su questioni morali difficili come il modo giusto di valutare la procreazione, l’infanzia, l’istruzione, la salute, l’ambiente, la cittadinanza e altri beni

Eppure, credo che una simile discussione sia possibile, ma solo se siamo disposti a estendere i termini del nostro dibattito pubblico e a confrontarci più esplicitamente con le diverse idee di benessere.

Nella speranza di evitare faziosità, spesso pretendiamo che i cittadini si lascino alle spalle le loro convinzioni morali e spirituali quando entrano nell’arena pubblica.

Ma la riluttanza ad ammettere in politica discussioni sull’idea di benessere ha avuto una conseguenza imprevista: ha contribuito a spianare la strada al trionfalismo dei mercati e alla perdurante tenuta della logica di mercato. A suo modo, la logica di mercato svuota anche di argomentazione morale la vita pubblica. Parte del fascino dei mercati si spiega con il fatto che non giudicano le preferenze che soddisfano. Non chiedono se alcuni modi di valutare le cose siano più nobili o più validi di altri. Se qualcuno è disposto a pagare per il sesso o per un rene e un adulto consenziente è disposto a vendere, l’unica domanda che l’economista si pone è: “A quale prezzo?”.

I mercati non rimproverano, non discriminano tra preferenze lodevoli e preferenze spregevoli. Ognuna delle parti di un affare decide autonomamente quale valore attribuire ai beni al centro dello scambio. Questo atteggiamento nei confronti dei valori sta al cuore della logica di mercato e spiega gran parte del suo fascino. Ma la nostra riluttanza a impegnarci nell’argomentazione morale e spirituale, insieme con la nostra adesione ai mercati, ha avuto un prezzo elevato: ha svuotato di energia morale e civile il dibattito pubblico e ha dato un contributo alle politiche manageriali e tecnocratiche che affliggono oggi molte società. Un dibattito sui limiti morali dei mercati potrebbe consentirci, come società, di decidere dove i mercati sono utili al bene comune e dove non devono stare.

Per analizzare a fondo il posto che spetta ai mercati, è necessario ragionare insieme, pubblicamente, sul modo giusto di valutare i beni sociali a cui diamo un prezzo. Sarebbe folle pretendere che un dibattito pubblico moralmente più solido, anche se al suo meglio, possa condurre a un accordo su ogni questione. Produrrebbe però una vita pubblica più sana. E ci renderebbe più consapevoli del prezzo che paghiamo vivendo in una società in cui ogni cosa è in vendita.

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da Euronews (Copyright © 2013 euronews)

la-terza-rivoluzione-industrialeCrisi economica, riscaldamento globale, scarsità di combustibili fossili: la nostra civiltà si sta avvicinando alla fine di un ciclo.La stessa specie umana è minacciata. Jeremy Rifkin, economista americano e consulente della Commissione europea ha appena pubblicato il libro “La terza rivoluzione industriale”. Secondo l’economista solo con la diffusione di energia rinnovabile e con il potere laterale possiamo superare la crisi e garantire un futuro felice per i nostri figli.

 

Euronews: Buongiorno professor Rifkin. Lei ha affermato che non è per nulla sicuro che la specie umana riesca a sopravvivere. Si parla molto di crisi economica, ma secondo lei, siamo davvero in pericolo d’ estinzione? Non è una visione troppo pessimista?

J. Rifkin: Il 99,5 % di tutte le specie che hanno vissuto su questo pianeta si sono estinte. Sarebbe in qualche modo arrogante pensare che vivremo perpetuamente. E penso che questo sia un momento di crisi.

Ora stiamo pagando il conto per 200 anni di rivoluzione industriale basata sui combustibili fossili, abbiamo disperso troppo biossido di carbonio, metano ed azoto nell’atmosfera. Non possiamo pensare di sfruttare per molto il calore del sole. Stiamo assistendo ad un fondamentale cambiamento delle materie chimiche presenti sulla Terra. Questo non capita spesso.

Come del resto dice mia moglie: “La nostra specie non si sta appropriando di tutto con avidità?
Siamo entrati in una specie di crisi. Saremo in grado di cambiare strada? Penseremo al cambiamento climatico? Possiamo creare un’economia più sostenibile? Siamo in una corsa contro il tempo. Saremo in grado di trasformarci in meno di 25 anni? Si tratta di una bella serie di “se”.

Euronews: Lei ha tirato quindi la conclusione che dobbiamo andare verso questa terza rivoluzione industriale, che secondo lei deve basarsi su cinque idee fondamentali, cinque pilastri, come li ha definiti. Quali sono?

J.Rifkin: L’Unione europea si è impegnata a realizzare una rivoluzione industriale fondata su 5 pilastri. Ho avuto il privilegio di redigere il piano che è stato approvato dal Parlamento europeo e ora in via di applicazione.

  • Primo pilastro: l’UE si è impegnata a coprire il 20% del fabbisogno energetico con le rinnovabili entro il 2020. É una misura che deve essere introdotta da ciascun paese membro.
  • Secondo pilastro: come facciamo ad immagazzinare le energie che riusciamo a raccogliere? Nei nostri edifici. Nell’Unione Europea esistono 191 milioni di stabili! Case, uffici, fabbriche. L’obiettivo è infatti trasformare ogni singolo edificio esistente nell’Unione europea – ce ne sono milioni – in una singola micro-centrale di energia rinnovabile.Si potrà mettere dei pannelli solari sul tetto, ottenere energia eolica grazie al vento sui muri, il calore geotermico dello stabile potrà essere convertito in energia, cosí come i rifiuti domestici.Il secondo pilastro rilancia l’economia con milioni di posti di lavoro e migliaia di piccole e medie imprese. Serviranno per trasformare nei prossimi 40 anni gli edifici sul territorio europeo in centrali elettriche autonome.
  • Terzo pilastro: dobbiamo immagazzinare l’energia. Pensando che per esempio il sole non splende sempre e il vento spira di notte, mentre noi abbiamo bisogno di energia elettrica durante il giorno. Quindi dobbiamo usare tutti i tipi di tecnologie possibili per immagazzinare queste energie. Se il sole batte sul tetto, si crea un pó di energia elettrica. Se non se ne ha bisogno si puó mettere quella in eccesso, nell’acqua. Ne risulterà dell’indrogeno da custodire in un contenitore.
Euronews: Queste tecnologie esistono già?

J.Rifkin: Si, sono tecnologie che esistono già, devono semplicemente essere coordinate.
Il quarto pilastro è rivolto alla rivoluzione di internet da interagire con quella energetica, per creare un sistema di coordinamento tra le infrastrutture.
Quando milioni e milioni di edifici in Europa raccoglieranno la propria energia ecologica in modo autonomo, si potrà immagazzinare l’idrogeno come facciamo con i supporti in digitale.
Se poi parte di questa elettricità non viene utilizzata, il software può essere programmato di modo da mettere in vendita questo eccesso attraverso internet. Una rete che colleghi ad esempio dal mare d’Irlanda fino ai confini con l’Europa orientale.
Proprio come noi creiamo i nostri profili in internet, possiamo condividere in rete via digitale le nostre riserve di energia.

L’ultimo pilastro, il quinto riguarda il trasporto.
Quest’anno sono stati messi sul mercato i veicoli elettrici, nel 2015 ci saranno le auto a celle a combustibile. Si potrà collegare il proprio mezzo a qualsiasi edificio e caricarlo con elettricità o ad idrogeno.
Ognuno di questi elementi da soli non valgono nulla, sono inutili. Ma quando si mettono i cinque pilastri insieme, in ogni città, quartiere o zona rurale, creano un’infrastruttura. Questo insieme di elementi rappresenta una rivoluzione economica. Rappresenta il potere nelle mani del popolo. É questo il potere laterale.

Euronews: Ma gli interessi di molte persone e aziende cozzano contro la vostra teoria della terza rivoluzione industriale. Avete già subito delle pressioni dal mondo imprenditoriale o dalle lobby per quello che riguarda la vostra visione?

J.Rifkin: Mi permetta di contestualizzare. Come sa in passato le case discografiche non avevano previsto la condivisione dei file musicali. Quando milioni di persone in tutto il mondo, hanno cominciato ad utilizzare il software per condividere la musica, le case discografiche hanno pensato che fosse uno scherzo, poi si sono infuriate e poi hanno fallito.

Quindi credo che la risposta alla sua domanda è … Non sono troppo preoccupato per le imprese del settore energetico. Abbiamo molta piú energia rinnovabile della piccola quantità di combustibile fossile o uranio che c‘è sottoterra. Alcune aziende energetiche effettueranno la transizione e stanno cercando le fonti rinnovabili. Molte non lo faranno
e la loro energia sarà più costosa e più inquinante. A quel punto si estingueranno. Non abbiamo bisogno di loro. Quello che invece vedremo in questa terza rivoluzione industriale sarà il “rinascimento” delle piccole e medie imprese, dei produttori e delle cooperative di consumatori. Le grandi aziende che sopravviveranno, trasformeranno il proprio ruolo e saranno in grado di realizzare un ruolo di collegamento.

Euronews: Ha appena parlato delle piccole e medie imprese. Potrebbero forse avere un ruolo nei paesi emergenti come Cina o in Africa, nella possibile terza rivoluzione industriale?

J. Rifkin: I paesi in via di sviluppo si stanno muovendo in questo settore molto velocemente. Cavalcano le novità rapidamente.
L’Organizzazione per lo sviluppo dell’Onu ha adottato la terza rivoluzione industriale come
il punto centrale per lo sviluppo economico dei paesi emergenti.

In molte parti del mondo, non c‘è elettricità. 300 milioni di persone in India non hanno mai avuto energia elettrica. Milioni di persone in Africa non hanno l’ elettricità. Ora possono cavalcare la transizione.
Non hanno infrastrutture. Possono svilupparle ora, prima di tutto nei paesi dove non ve ne sono come in Africa o in alcune regioni in India.

Euronews: Come vorrebbe che si evolvessero le cose nei prossimi 20 anni?
E soprattutto come secondo lei in realtà si svilupperanno?

J. Rifkin: La mia speranza è che avvenga un cambiamento nelle nostre coscienze.
Abbiamo sviluppato una coscienza mitologica, religiosa ed anche ideologica. Ora stiamo iniziando a vedere le prime fasi di una coscienza biosferica. So che la terza rivoluzione industriale ha senso, è interessante, è pratica, è realizzabile, non è un… sogno intergalattico.

Ora dobbiamo fare in modo che ogni comunità
porti allo stesso tavolo governo, apparato economico e società civile per mettere in carreggiata la terza rivoluzione industriale.

Per condurci verso un mondo sostenibile che arriva dopo l’era del carbonio, in modo molto rapido. Non esiste nessun piano B.

Fonte:Euronews (Copyright © 2013 euronews)

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Traduzione a cura di Daniel Iversen, revisione di Vincenzo Barbato e Andrea Taeggi

Il “London Times” ha annunciato che membri della commissione esecutiva e alti funzionari del partito stanno leggendo e discutendo attivamente il libro di Jeremy Rifkin “La Terza Rivoluzione Industriale” (best-seller del New York Times), il tutto alla vigilia del congresso nazionale del Partito Comunista che è tenuto l’8 novembre 2012 e che inaugurerà la nuova leadership in Cina.

Secondo il “The Times of London”, la leadership cinese sta adottando le idee di Rifkin sul collegamento Internet e le energie rinnovabili, per preparare la Cina a uno spettacolare cambio di rotta verso una economia sostenibile che passerebbe alla storia come la Terza Rivoluzione Industriale nel 21esimo secolo. La “Terza Rivoluzione Industriale” è stato il best-seller numero uno sull’economia in Cina per più di quattro mesi.

Il signor Rifkin è il principale ideatore della Terza Rivoluzione Industriale a lungo termine dell’Unione Europea , modello economico atto a re-industrializzare l’Europa, affrontare il cambiamento climatico, e creare un mercato unico a basse emissioni di carbonio, integrato in tutti i 27 stati membri – si veda il link alla pagina della Commissione Europea e il keynote del sig. Rifkin indirizzata alla “European Commission’s Mission Growth Conference” del 29 maggio 2012.

Jeremy Rifkin è anche consulente per un certo numero di capi di Stato, tra cui la tedesca Angela Merkel. La visione di Rifkin sulla Terza Rivoluzione industriale e il suo piano di sviluppo economico è stato recentemente preso dalla UNIDO (United Nations Industrial Development Organization) come modello di transizione per le nazioni emergenti verso una società post-carbone.

Mentre gli Stati Uniti si stanno dibattendo, senza un piano completo a lungo termine per far ricrescere l’economia e affrontare l’urgente problema del cambiamento climatico, l’Unione Europea e la Cina stanno iniziando a gettare le basi per la transizione verso il nuovo paradigma economico della Terza Rivoluzione Industriale

Fonte:Cetri Tires

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Trascrizione a cura di  Daniel Iversen

Articolo di Charles H. Greene, pubblicato da “Le scienze” (num 534 febbraio 2013)

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La perdita di ghiaccio marino artico favorisce l’arrivo di un clima invernale estremo negli Stati Uniti e in Europa. Ecco come

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Gli ultimi tre inverni sono stati fuori dal normale in alcune parti del Nord America e dell’Europa. Durante gli inverni 2009-2011, la costa orientale degli Stati Uniti e l’Europa nord-occidentale sono state colpite da ondate straordinarie di neve e freddo, tra cui, per esempio, la tempesta del febbraio 2010 (ribattezzata snowmageddon, apocalisse di neve) a Washington, D.C., che ha interrotto le attività del governo per quasi una settimana. Più tardi, a ottobre dello stesso anno, il NOAA Climate Prediction Center (CPC) degli Stati Uniti, basandosi sul fatto che le correnti di La Niña avrebbero portato temperature oceaniche più fresche del solito nel Pacifico orientale, previde un inverno 2010-2011 mite per la costa orientale.

Tuttavia, a dispetto degli effetti di moderazione di La Niña, nel gennaio 2011 New York e Philadelphia sono state colpite da nevicate record e da temperature molto basse, cogliendo di sorpresa il CPC e i meteorologi.
Ma l’inverno 2011-2012 ha portato con sé altre sorprese. Gli Stati Uniti occidentali hanno conosciuto uno degli inverni più miti nella storia, mentre altre zone del Nord America e dell’Europa sono state meno fortunate. In Alaska la temperatura media di gennaio in tutto lo Stato è stata di 10 gradi inferiore alla media mensile del lungo periodo. Nel sud-est dell’Alaska una singola tempesta ha sepolto intere città sotto una coltre di neve arrivata fino a un massimo di due metri. Contemporaneamente, un’ondata di freddo glaciale è scesa sull’Europa centrale e orientale portando temperature fino a –30 grtadi Celsius e cumuli di neve arrivati fino all’altezza dei tetti. Ai primi di febbraio, quando il freddo gelido finalmente se ne andò, più di 550 persone avevano perso la vita.
Come si spiegano queste ondate di maltempo durante un decennio – tra il 2002 e il 2012 – che è stato il più caldo registrato negli ultimi 160 anni, vale a dire da quanto le temperature globali vengono monitorate con strumenti adeguati? Gli scienziati sembrano aver trovato la risposta in un luogo e un tempo molto insoliti: le recenti perdite record di ghiaccio marino in estate nel Mar Glaciale Artico.

Perdite record di ghiaccio

L’Artico è cambiato molto da quando viaggiai per la prima volta sopra il Circolo Polare, nell’aprile del 1989. Il cambiamento più evidente è la ridotta estensione del ghiaccio marino durante il periodo estivo. Ogni inverno il Mar Glaciale Artico congela quasi completamente. Il ghiaccio marino invernale è composto da una spessa coltre di ghiacci a più strati che si è accumulata nel corso degli anni e da uno strato molto più sottile composto dal ghiaccio annuale che si è formato in alcune parti dell’oceano che erano acqua l’estate precedente. Ogni anno, in settembre, lo scioglimento estivo riduce la distesa di ghiaccio marino al suo minimo annuale.
Nel 1989 l’estensione del ghiaccio marino invernale era leggermente superiore ai 14 milioni di chilometri quadrati, 7 milioni dei quali erano costituiti dagli spessi strati di ghiaccio che persistono
anche durante l’estate. Ma oggi la situazione è molto diversa. Benché l’estensione del ghiaccio marino invernale nel 2012 sia stata prossima a quella del 1989, solo una metà di essa – un po’ meno di 3,5 milioni di chilometri quadrati – è sopravvissuta fino allo scorso settembre, facendo registrare un minimo estivo da record.
La perdita di ghiaccio marino artico durante l’estate non è stata né graduale né lineare. Dal 1979, quando sono iniziate le misurazioni del ghiaccio da satellite, fino al 2000, le perdite di estensione del ghiaccio marino non erano state particolarmente evidenti.
Dal 2000 al 2006 il ritmo del declino è aumentato, ma è stato solo nel 2007 che un significativo cambiamento si è imposto all’attenzione di tutto il mondo. Quell’anno, infatti, l’estensione minima del ghiaccio marino in estate è calata del 26 per cento, passando da circa 5,8 milioni di chilometri quadrati nel settembre 2006 a circa 4,3 milioni nel settembre 2007. Questa riduzione senza precedenti del ghiaccio multistrato ha costretto gli scienziati a rivedere le previsioni su quando il Mar Glaciale Artico sperimenterà per la prima volta un’estate senza ghiacci. In base ai dati raccolti prima del 2007, il quarto rapporto di valutazione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) aveva previsto che la prima estate senza ghiaccio sarebbe avvenuta entro la fine del XXI secolo.
La maggior parte degli studi ora prevede che potrebbe verificarsi molti decenni prima: tra il 2020 e il 2040. I cambiamenti nel ghiaccio marino fanno parte dell’amplificazione del riscaldamento globale che ha colpito l’Artico negli ultimi decenni. Mentre il resto del pianeta ha conosciuto un modesto aumento delle temperature di circa 0,8 gradi dall’inizio del XX secolo, le temperature medie dell’Articosi sono innalzate più del doppio di quella cifra nell’arco degli ultimi cinquant’anni. Il rapido riscaldamento ha alterato l’andamento meteorologico della regione, sciogliendo vaste aree di permafrost. Questi cambiamenti dell’ambiente fisico hanno distrutto habitat di importanza vitale per la fauna e la flora selvatiche della regione, minacciando la sopravvivenza a lungo termine di molte specie. Analogamente, le popolazioni indgene dell’Artico, ben note per i loro adattamenti culturali al freddo e al ghiaccio della regione, stanno assistendo a un significativo sconvolgimento del loro modo di vivere e a una minaccia crescente per le loro tradizioni.
Benché questi cambiamenti possano sembrare remoti alla maggior parte di noi che viviamo al di sotto delle regioni polari, il resto dell’emisfero settentrionale non è immune agli effetti dell’amplificazione artica e della perdita di ghiaccio marino. Gli andamenti meteorologici delle medie latitudini sono influenzati dal clima artico, il che porta a un interrogativo cruciale: c’è il riscaldamento locale dietro le ondate di inverni rigidi registrate in questi ultimi anni o questi violenti fenomeni rientrano nello schema delle naturali oscillazioni climatiche del pianeta?

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Pressione in atmosfera

La natura faceva senz’altro sentire i suoi effetti negli anni sessanta, quando da piccolo, nei pressi di Washington, D.C., mi facevo strada a fatica nella neve per andare a scuola con i miei amici durante un decennio di inverni straordinariamente rigidi. Gli scienziati ora sanno che l’origine di questi inverni freddi e nevosi era dovuta a due oscillazioni climatiche naturali che allora non avevano un nome, ma che oggi sono conosciute come Oscillazione artica (AO, Arctic Oscillation) e Oscillazione nord-atlantica (NAO, North Atlantic Oscillation). Queste due oscillazioni climatiche hanno origine dalle interazioni tra l’atmosfera e l’oceano e mostrano i loro effetti più evidenti durante l’inverno (si veda il box). La potenza di ogni oscillazione è caratterizzata con un indice che quantifica le anomalie – le deviazioni dalla media sul lungo termine – nella distribuzione della pressione atmosferica durante l’inverno su una determinata regione. Nel caso dell’indice AO, si tratta di una regione molto ampia, che comprende la maggior parte dell’emisfero settentrionale, dal Polo Nord fino al confine con i tropici, a 20 gradi di latitudine nord (circa la latitudine di Cuba). L’indice AO può essere positivo o negativo. I valori positivi corrispondono a pressioni inferiori alla media nell’Artico e superiori alla media nelle regioni subtropicali. Durante le fasi positive dell’indice AO, pressioni anormalmente basse nella zona artica portano a un rafforzamento del vortice polare, una circolazione persistente di venti nell’alta atmosfera che soffiano da ovest a est intorno l’Artico. Un vortice polare rafforzato tende a bloccare le masse artiche di aria fredda a nord del Circolo Polare. Al contrario, durante le fasi negative dell’indice AO le pressioni anormalmente basse nell’Artico indeboliscono il vortice polare che quindi ha più difficoltà a imprigionare le masse d’aria fredde, che di conseguenza possono invadere le medie latitudini a sud portando ondate di freddo e forti nevicate. La costa orientale degli Stati Uniti e il Nord Europa sono particolarmente vulnerabili a questi eventi durante i periodi di oscillazione artica fortemente negativi. L’indice NAO caratterizza anomalie nella distribuzione della pressione atmosferica durante l’inverno su una regione molto più piccola, che comprende il settore atlantico dell’emisfero settentrionale tra il centro di alta pressione subtropicale vicino alle Azzorre e il centro di bassa pressione subartico nei pressi dell’Islanda. Come l’indice AO, anche l’indice NAO può essere sia positivo sia negativo. I valori positivi corrispondono a pressioni atmosferiche superiori alla media nel centro di alta pressione subtropicale e pressioni inferiori alla media nel centro di bassa pressione subartico. Durante le fasi NAO positive, le maggiori differenze di pressione rafforzano i venti occidentali che soffiano tutto l’anno da ovest a est lungo le medie latitudini dell’emisfero occidentale. Le differenze di pressione guidano inoltre la veloce corrente d’aria circumglobale nota come corrente a getto lungo un percorso nord-est, dalla costa orientale del Nord America verso l’Europa settentrionale. Le tempeste invernali che attraversano il Nord Atlantico seguono un percorso simile, portando un tempo più umido e mite nel Nord Europa. Al contrario, durante le fasi NAO negative le ridotte differenze di pressione indeboliscono i venti occidentali, e la corrente a getto che lascia il Nord America curva più nettamente verso nord, raggiungendo la Groenlandia prima di tornare indietro verso il sud e l’Europa. In questo caso, tuttavia, il percorso della perturbazione diverge da quello della corrente a getto e attraversa il Nord Atlantico direttamente verso l’Europa meridionale e il Mediterraneo, portando un clima più umido e più mite di quelle aree, mentre il Nord Europa rimane freddo e secco. I climatologi concordano che gli indici AO e NAO dovrebbero essere considerati come due modalità distinte di variabilità naturale del clima. Alcuni sostengono che la NAO sia semplicemente una manifestazione dell’AO nel Nord Atlantico; altri dicono che le dinamiche dei due fenomeni sono abbastanza diverse da richiedere un trattamento separato. Benché i due indici siano altamente correlati, a volte i loro comportamenti divergono in modo significativo, come è accaduto per esempio proprio lo scorso inverno.

Verso un clima invernale estremo

Mentre le emissioni di gas serra continuano ad alterare il sistema climatico terrestre, qualunque cambiamento si sovrapporrà alle naturali oscillazioni climatiche del sistema. Distinguere il contributo dell’uomo ai cambiamenti climatici è difficile, e richiede la verifica delle ipotesi. Una recente ricerca ha fornito nuovi elementi di prova che rafforzano l’ipotesi che il riscaldamento globale e la perdita di ghiaccio marino artico stanno influenzando i nostri inverni attraverso un’alterazione dei normali ritmi dell’AO e del NAO.
Guardando indietro agli anni sessanta della mia infanzia, vediamo che gli indici AO e NAO erano prevalentemente negativi, portando a inverni più nevosi e più freddi della media lungo la costa orientale degli Stati Uniti. Non vi è alcun motivo di sospettare che questo decennio di inverni rigidi fosse niente di più della semplice variabilità naturale dovuta a AO e NAO. Al contrario, dagli anni settanta agli anni novanta l’indice NAO è stato prevalentemente positivo, con una sola fase invernale negativa. Gli inverni miti che ne sono derivati hanno coinciso con una maggiore consapevolezza del cambiamento climatico globale, spingendo molti scienziati a ipotizzare che alla base di quello che appariva come un periodo insolitamente lungo di inverni con indice NAO prevalentemente positivo vi fosse un aumento della concentrazione di gas serra. I modelli a cui fa riferimento l’IPCC prevedevano che questa tendenza sarebbe continuata con l’aumento costante dei gas serra. Ma invece la prevalenza di inverni con fasi AO e NAO fortemente positive è terminata durante la seconda metà degli anni novanta.
Ma anche se la serie di inverni NAO positivi si è conclusa, non significa che l’ipotesi di una relazione tra aumento dei gas serra e indice NAO fosse sbagliata. Ciò che non era stato previsto all’epoca era l’accelerazione dell’amplificazione artica a partire dalla fine degli anni novanta. Poiché gli effetti amplificati del riscaldamento globale si sono avuti sopra il Circolo Polare Artico, le condizioni climatiche sono entrare in una fase detta «periodo artico caldo», caratterizzata da rapide perdite di ghiaccio marino artico, della banchisa in Groenlandia, del permafrost e dei ghiacciai continentali. Al centro di ognuno di questi cambiamenti c’è un processo definito feedback ghiaccio-albedo, in cui la riflessione della radiazione solare di un’area diminuisce via via che la sua copertura di ghiaccio si scioglie, esponendo terreni più scuri o superfici marine.
Una particolare preoccupazione riguarda il feedback ghiaccioalbedo nell’Oceano Artico. La perdita di ghiaccio marino estivo espone più acqua alla radiazione solare in arrivo. L’assorbimento di questa radiazione porta a un riscaldamento eccessivo delle acque superficiali che si traduce in due effetti importanti. In primo luogo, una parte del calore in eccesso rafforza la fusione del ghiaccio marino estivo. Inoltre l’oceano rilascia gradualmente in atmosfera gran parte del rimanente calore in eccesso durante l’autunno, aumentando così la pressione atmosferica e il tasso di umidità nell’Artico e riducendo le differenze di temperatura tra l’Artico e le medie latitudini.
Un aumento della pressione atmosferica nell’Artico e un calo del gradiente di temperatura favoriscono lo sviluppo di fasi AO e NAO negative nel corso dell’inverno, procando un indebolimento del vortice polare e della corrente a getto. Un vortice polare indebolito riesce meno a impedire che le masse d’aria fredde artiche, con il loro elevato contenuto di umidità, scendano fino alle medie latitudini e portino intense ondate di freddo e neve.
Inoltre, una corrente a getto indebolita presenta onde più ampie nella sua traiettoria, onde che possono rimanere bloccate in un punto, stringendo in una morsa di gelo una determinata regione.
Insieme, questi schemi alterati di circolazione atmosferica tendono a favorire ondate di clima invernale estremo più frequenti e persistenti in Nord America e in Europa.
Possono entrare in gioco anche altri fattori. L’oscillazione meridionale ENSO, meglio conosciuta come El Niño, un’altra oscillazione climatica importante al centro dell’Oceano Pacifico, può influire notevolmente sul clima invernale negli Stati Uniti continentali. Nelle regioni sud-orientali e in quelle medio-atlantiche degli Stati Uniti, gli anni di El Niño portano inverni più piovosi, mentre gli anni di La Niña portano inverni più asciutti. Insieme, le fasi AO e NAO negative durante gli anni di El Niño possono aumentare le probabilità di inverni freddi e rigidi lungo la costa orientale, come è accaduto nell’inverno 2009-2010. Le fasi AO e NAO negative possono inoltre contrastare gli inverni asciutti e miti previsti negli anni di La Niña. È quanto è accaduto nell’inverno 2010-2011, quando le basse temperature e le nevicate record a New York e Philadelphia hanno sorpreso i meteorologi che, basandosi solo su La Niña, avevano previsto condizioni più miti.

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Mappa: XNR Production

L’inverno alle porte

Anche se i cambiamenti nell’Artico potrebbero aver favorito ondate di inverni rigidi più frequenti e persistenti, non si può mai essere sicuri di ciò che succederà in un determinato anno. Dopo tutto, le previsioni del tempo comportano sempre un certo livello di incertezza. L’inverno 2011-2012 è stato un buon esempio delle sfide legate alle previsioni meteorologiche. Il CPC aveva previsto un clima relativamente mite negli Stati Uniti orientali a causa dello sviluppo di La Niña nel Pacifico. Gli indici AO e NAO erano positivi all’inizio della stagione invernale, ma a metà gennaio sono emerse condizioni negative dell’AO, durate fino ai primi di febbraio, mentre il NAO è rimasto positivo. L’Alaska e alcune regioni dell’Europa centrale e orientale sono stati colpiti da freddo intenso e pesanti tempeste di neve, mentre negli Stati Uniti orientali il clima è rimasto insolitamente mite. Un sistema di alta pressione associato a La Niña nel Pacifico orientale aveva guidato la corrente a getto molto più a settentrione sopra il Nord America rispetto a quanto accade generalmente nelle fasi di AO negativa di metà inverno e ha consentito così al calore di spostarsi dal Golfo del Messico e salire verso gli Stati Uniti orientali, generando il quarto inverno più caldo mai registrato in questa regione. Il percorso più a nord della corrente a getto ha portato inoltre condizioni climatiche più miti verso l’Atlantico settentrionale e l’Europa orientale. Ai primi di marzo nel Pacifico orientale, il sistema di alta pressione atmosferica forte e persistente si è rinforzato, intensificando ulteriormente le insolite condizioni atmosferiche e portando a temperature record lungo gli Stati Uniti medio occidentali e orientali. Nonostante la persistenza di calore fuori stagione in questa zona, tuttavia, è bene notare che in altre parti dell’emisfero settentrionale sono stati registrati un inverno e un inizio di primavera insolitamente freddi. Infatti l’NCDC ha riferito che la temperatura media globale a marzo 2012 è stata la più bassa dal 1999. Anche per questo inverno la situazione sembra orientata verso ondate di condizioni atmosferiche rigide in Nord America e in Europa. La perdita record di ghiaccio marino artico osservata durante la scorsa estate dovrebbe aumentare la probabilità per le masse d’aria artiche fredde di invadere le regioni alle medie latitudini. Anche se è difficile prevedere quali siano le regioni a media latitudine più vulnerabili, le condizioni meteorologiche di El Niño che si sono sviluppate nel Pacifico nell’autunno del 2012 possono incrementare uno spostamento verso sud della traiettoria della corrente a getto aumentando così le probabilità di avere una fine inverno fredda e difficile negli Stati Uniti orientali. La costa orientale potrebbe essere particolarmente vulnerabile alle tempeste nord- orientali tipiche della regione, che portano temperature rigide e intense nevicate. Anche se è impossibile dire con certezza se vedremo ripetersi le violente tempeste nord-orientali dell’inverno 2009-2010, lo sviluppo estivo e autunnale dei mesi scorsi presenta una somiglianza maggiore con le condizioni verificatesi durante il 2009 rispetto a qualsiasi altro anno a partire dal 2007, cioè da quando è avvenuto un significativo cambiamento in peggio nella perdita di ghiaccio marino artico.

PER APPROFONDIRE

Climate Drives Sea Change. Greene C.H. e Pershing A.J., in «Science», Vol. 315, pp. 1084-1085, 23 febbraio 2007.

The Recent Arctic Warm Period. Overland J.E., Wang M. e Salo S., in «Tellus», Vol. 60, n. 4, pp. 589-597, 2008.

An Arctic Wild Card in the Weather. Greene C.H. e Monger B.C., in «Oceanography», Vol. 25, n. 2, pp. 7-9, 2012.

Evidence Linking Arctic Amplification to Extreme Weather in Mid-latitude.

Francis J.A. e Vavrus S.J. in «Geophysical Research Letters», Vol. 39, articolo n. L06801, 17 marzo 2012.

FONTE: LeScienze

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