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Traduzione a cura di Denis Gobbi

Una nuova generazione di visionari agricolo-urbani afferma: dobbiamo affrettarci

verdureProbabilmente avrete sentito parlare della “dieta delle 100 miglia”, ovvero il recuperare tutto il cibo da agricoltori che distano massimo 100 miglia da casa vostra. Ma se vi raccontassi della possibilità di poter sfamare i vostri bambini con cibo proveniente da una distanza inferiore a quella equivalente a due fermate della metro?

Negli ultimi anni, la consapevolezza dei benefici salutistici ed ambientali derivanti dal cibo coltivato localmente è schizzata alle stelle, con una conseguente crescita della domanda per questo genere alimentare. Nel frattempo, la continua crescita demografica e consumistica dell’umanità continua a masticare terreni agricoli come fosse uno sciame di locuste, rimpiazzando campi coltivati con nuove case in fibra di legno e centri commerciali, sotto lo sguardo del fantasma di Tom Malthus che nel mentre annuisce con cupa soddisfazione.

Per aiutare a soddisfare la richiesta, c’è sempre maggior interesse attorno all’agricoltura urbana, non solo qui ma in tutto il mondo. Toronto per esempio vanta già più di duecento giardini comuni che aiutano a fornire cibo sano e poco costoso ai suoi abitanti, assieme anche all’insegnamento di antiche tecniche e alla coltivazione nei loro mini orti casalinghi a misura d’hobbit.

Ancora purtroppo, l’output generato da questi giardini comuni risulta esiguo. La terra disponibile è limitata, la produzione richiede una manodopera intensa e la distribuzione logistica è una vera sfida. Ma cosa accadrebbe se potessimo avere una produzione urbana di cibo su scala industriale? Che impatto avrebbero delle fattorie nei centri urbani capaci di sfamare non solo poche famiglie, ma interi quartieri?

Benvenuti nel mondo delle fattorie verticali.

Alcuni anni fa Gordon Graff, uno studente laureando in architettura presso l’Università di Waterloo, propose una fattoria urbana verticale nel centro di Toronto, l’audacia e l’originalità dell’idea conquistò i titoli dei giornali, ma un prezzo stimato di 1,5 milioni di dollari fallì nell’attirare investitori.

L’agricoltura ad alta efficienza sta facendo comunque progressi altrove. Alterrus ha iniziato la costruzione di un impianto idroponico da 5.700 metri quadrati sulla cima di un garage, che darà spazio per la crescita a verdure a foglia verde in un sistema di crescita verticale. Oltre a sfruttare lo spazio in maniera più efficiente rispetto a delle colture su di un solo livello, l’azienda sostiene che la tecnologia da loro impiegata permette rendimenti più elevati e utilizza meno risorse rispetto alla coltura convenzionale nei campi.

Plantagon-greenhouseSu scala più ampia, Plantagon, una società svedese controllata da una statale di Onondaga nello stato di New York, ha aperto la strada con la loro prima serra verticale a Linköping, Svezia. Ci si aspetta di vederne iniziare la costruzione entro il 2014, la struttura (circa 15 piani) di 57 metri quadrati (nella foto a destra) non solo farà crescere del verde, ma utilizzerà nel processo la CO2 prodotta dalle strutture industriali nelle vicinanze.

Plantagon assicura inoltre che la quantità d’acqua necessaria nella loro struttura sarà sarà equivalente al 5% di quella richiesta per far crescere la stessa quantità di vegetali attraverso metodi tradizionali e che essendo al chiuso, essa non richiederà l’uso di pesticidi.

L’installazione svedese è essenzialmente un progetto pilota, ma in definitiva, Plantagon spera in futuro di costruire strutture simili in grado di sfamare migliaia di persone.

Ma l’agricoltura urbana industriale non è tutta immaginaria e sulla carta, una struttura di prova è stata installata e messa in funzione in Corea del sud nel 2011 ed è ancor oggi attiva. Una grande fattoria verticale opera dall’anno scorso in Singapore: produce e vende mezza tonnellata di verdura al giorno.

the-rise-of-vertical-farms_1L’idea ha comunque i suoi detrattori, scettici che sostengono il fatto che l’intera idea sia impraticabile su larga scala, dato che le grandi fattorie verticali sarebbero insaziabili consumatori d’energia nel mantenersi attive garantendo piante sane e rigogliose e di conseguenza un buon raccolto – il progetto di Plantagon sarà infatti alimentato da un generatore diesel – un fatto sorprendente per un’installazione che si fa vanto d’essere verde. Altre critiche riguardano la limitata varietà di colture coltivabili in modo pratico su strutture verticali o la quantità di lavoro umano necessario da essere impiegato per sostituire quel che fanno i grandi macchinari nelle coltivazioni tradizionali.

L’agricoltura ad alta efficienza potrebbe essere meno bucolica e più sul filo del rasoio di quanto avremmo preferito fosse, ma con la stellare crescita della popolazione che ci si aspetti possa arrivare ai 9 miliardi entro il 2036 e la continua urbanizzazione, i cambiamenti climatici e le altre multiple conseguenze dello sviluppo umano… le città traboccanti di spinaci potrebbero essere l’unica barriera tra noi e il Soylent Green.

Fonte: Torontoist

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Traduzione a cura di Denis Gobbi

Il Governo Filippino combatte la povertà e la malnutrizione della popolazione, e contemporaneamente riqualifica zone urbane degradate con un’arma innovativa: la Coltura Idroponica!

Cebu è una delle provincie dell’Arcipelago delle Filippine, costituita dall’Isola principale di Cebu e da 167 altre isole più piccole. La capitale della provincia è la Città di Cebu, la più antica città delle Filippine con una popolazione stimata attorno alle 822.000 anime. Anche se la città risulta essere una delle più sviluppate del paese grazie ad una fiorente industria dei trasporti e ad un’industria della comunicazione in crescita, sperimenta comunque povertà, anche se essa stà per essere combattuta da iniziative innovative grazie agli investimenti del governo.

La coltura idroponica è infatti stata scelta come metodo agricolturale per via del fatto che può essere implementata in relativamente poco spazio e gli spazi urbani ristretti ed inutilizzati sono infatti presenti in quantità nella città, ciò aiuta ed incoraggia anche al riutilizzo della plastica, contribuendo a ridurre il problema dei rifiuti urbani.

L’obbiettivo principale dell’iniziativa è ridurre la povertà e specialmente alleviare la malnutrizione nelle aree più densamente popolate della provincia come la Città di Cebu. Il Dipartimento del Benessere Sociale e dello Sviluppo ed il Dipartimento di Scienza & Tecnologia sperano entrambi che grazie all’educazione a questo metodo di coltura sarà possibile ridurre la minaccia derivante dalla penuria alimentare, ma anche trasformare aree urbane dismesse in verdi aree produttive.

Il progetto fa parte di un più ampio programma correntemente in fase di sviluppo da parte del Governo Filippino. L’utilizzo della coltura idroponica tuttavia, come un mezzo per aiutare le famiglie stesse a risollevarsi dalla povertà è un approccio innovativo che speriamo contribuirà non solo ad alleviarla, ma anche a dimostrare la fattibilità del giardinaggio urbano idroponico come mezzo di produzione alimentare nonchè di riqualificazione urbana.

Fonte: http://hydroponicsguide.co.uk

 

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Traduzione a cura di Daniel Iversen

SeattlePortando il concetto di parco urbano ad un livello successivo, Seattle (Washington), ha ufficialmente iniziato i lavori su di un acro di terra destinato a essere convertito in un “bosco commestibile” che produrrà cibo gratis per gli abitanti della città e per i visitatori, umani e non.

 

 

Secondo il sito del Beacon Food Forst, la missione di questo progetto è di “progettare, piantare e far crescere una giardino-bosco urbano e commestibile che ispira la nostra comunità a raccogliere insieme, crescere il nostro stesso cibo e riabilitare il nostro ecosistema locale”.      Il progetto di foresta permanente in permacultura, che si ritiene essere il primo di questo tipo negli Stati Uniti, sarà eventualmente autosufficiente, molto simile a come funziona una foresta in natura. La creazione di un ambiente auto-sostenibile fa affidamento ai tipi di suolo, alla vita degli insetti e delle piante collocate strategicamente all’interno dell’ambiente.

Il Beacon Food Forest di Seattle, situato nel quartiere di Beacon Hill, metterà a disposizione una serie di alberi da frutto, come mele, pere, cachi, castagne, noci e anche bacche commestibili, come mirtillo rosso e lampone.

Il progetto, già in corso, è destinato a durare diversi anni per sviluppare pianamente lo spiazzo di sette acri situato a soli 2,5 km da Siattle. Dopo gli aggressivi sforzi di sensibilizzazione da parte di Friends of the Food Forest Community per assicurare che il piano avesse successo, l’iniziativa di questa piantagione innovativa è in corso per creare la prima “foresta-cibo” della nazione.

Non solo questo bosco fornirà cibo gratis a chiunque abbia accesso alla sua generosità, ma avrà a disposizione anche frutti sani e noci, che sono una parte importante di ogni dieta, spesso insostenibile per molte famiglie.

Fonte: Organicauthority

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Tradotto da Denis Gobbi

Ecco un’eccezionale esempio di coltivazione urbana, una “Plantagon Greenhouse” ovvero una serra per l’agricoltura urbana.

La costruzione della prima di queste innovative strutture è iniziata la scorsa settimana in Svezia. Questa esclusiva coltivazione verticale in serra sarà anche parte di un “Centro internazionale di eccellenza per l’agricoltura urbana, un progetto pilota per la tecnologia pulita svedese ed il -clima intelligente- ovvero un modo di utilizzare il riscaldamento e la CO2 (anidride carbonica) prodotta dalle industrie.” secondo un comunicato stampa.

Oltre ad offrire una soluzione innovativa per quanto riguarda l’agricoltura verticale, “Plantagon prevede di sviluppare soluzioni integrate per l’energia, il calore in eccesso, i rifiuti, la CO2 e l’acqua” in collaborazione con diversi partner.

Ecco un video sulla serra Plantagon:

La prima serra urbana Plantagon è in costruzione a Linköping, Svezia. I rappresentanti della città di Linköping, Plantagon e Tekniska Verken (la società energetica regionale, che si trova nelle vicinanze) hanno preparato il terreno per il progetto insieme il 9 febbraio 2012.

“Questo è un giorno storico per Plantagon. Questa cerimonia segna la realizzazione di una visione, della creazione di funzionali soluzioni sostenibili per le città in crescita di oggi e di domani, dove si potrà coltivare il cibo nelle città gestendo queste risorse in maniera intelligente, sfruttando le condizioni particolari delle città “, afferma Hans hassle, CEO di Plantagon.

Più informazione sono reperibili a Plantagon

Fonte: cleantechnica.com

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Avere o usare ? (Internazionale, 13/19 gennaio 2012)

Kerstin Bund, Die Zeit, Germania

Scambio di vestiti, orti in affitto, car sharing.Sempre piu persone preferiscono usare un prodotto invece di possederlo. Aiutati dai social network, che consentono di risparmiare.E cambiare le regole del consumo.

“Cinque, quattro, tre,due…”. Il conto alla rovescia viene sommerso dalle urla. Quattrocento donne si accalcano sui gradini, inciampano sul podio per awicinarsi il più possibile ai quattromila capi d’abbigliamento in offerta. Scene da grandi svendite: camicette che cadono a terra, grucce che volano per aria. Lo spettacolo non dura molto: dopo mezz’ora gli espositori contengono i resti di una folle ubriacatura, di una festa dello shopping in grande stile. Solo che qui nessuno ha pagato. I vestiti, non vengono comprati, ma scambiati.
Al Goya, un ex club di lusso di Berlino, si celebra la festa del baratto. “Swap in the city” (scambio in citta) è il nome di questa serie di eventi che da almeno un anno attira tantissime donne in ogni angolo della Germania. A Colonia ne sono arrivate ottocento, a Francoforte settecento, a Stoccarda quattrocento. Anche il Goya ha registrato il tutto esaurito. Sandra Neumann ha pagato 15 euro per il biglietto d’ingresso. E’ soddisfatta del suo bottino: ha rimediato un gilet di jeans, una borsa nera, una maglietta rosa e una a strisce. “La parte superiore sembra proprio nuova” , dice la logopedista di 28 anni che vive nel quartiere di Kopenick. E’ la seconda volta che partecipa a “Swap in the city“. Neumann paga con i gettoni di plastica verde ricevuti in cambio degli abiti che ha portato da barattare. II gettone è sempre lo stesso, sia per un vestito di Prada sia per un maglione H&M. Al Goya è in corso una festa del consumo aperta a un nuovo genere di consumatori. Queste persone vogliono avere tutto, ma senza comprare. Non vogliono rinunciare a niente, ma non vogliono possedere tutto per sempre. Non consumano di meno, ma solo in modo diverso. La borsa berlinese dei vestiti fa parte di una nuova economia in rapido sviluppo, basata sullo slogan “quello che è mio è tuo”. In questo sistema le persone non comprano, ma scambiano, condividono e prestano. Gli statunitensi Rachel Botsman e Roo Rogers l’hanno chiamato collaborative consumption, consumo collaborativo, e l’hanno descritto bene nel libro What’s mine is yours, in cui spiegano come stanno cambiando i modelli di consumo. Botsman ne è sicura: “Siamo di fronte a una transizione dalla cultura dell’io alla cultura del noi”. L’evento al Goya attira anche gli stilisti, ma il fenomeno si spinge al di là del mondo dell’abbigliamento. Lo dimostrano i 24 milioni di utenti di Netflix, che in cambio di una tariffa mensile possono noleggiare film: grazie alla posta o tramite internet, l’azienda californiana realizza più di due miliardi di dollari all’anno. Con il servizio di car sharing Zipcar 650 mila persone condividono piu di novemila automobili. E in tutto il mondo sono 3,5 milioni gli iscritti al sito Couchsurfing che offrono gratuitamente un loro divano a chi ha bisogno di un posto dove dormire. Tutte queste persone hanno in comune la condivisione di oggetti. Il mio è il tuo si trasformano in nostro. Il consumo diventa collettivo. Anche le barbabietole possono diventare un bene comune. Dieci chilometri a nordovest di Bonn, Marion Herrmann scende dalla sua bici. Questo potrebbe essere l’ultimo pomeriggio mite dell’autunno e la donna, 51 anni, jeans e scarpe comode, vuole raccogliere l’ultima verza prima della fine della stagione. Herrnann congelerà la verdura. Nel campo di Bornheim cresce più di quello che la sua famiglia di quattro persone riesce a mangiare: zucche, spinaci, patate, fagioli, mais, barbabietole rosse. Qua e la c’è anche qualche girasole con la corolla abbassata. Il sole è basso all’orizzonte, in cielo non c’e neanche una nube, gli uccelli cinguettano e intorno tutto tace.

“Giardino dell’Eden”: cosl Herrmann ha battezzato il suo campo, che del resto non è neanche suo. Il paradiso è in affitto. La donna lo ha preso in gestione per 329 euro da Meine Ernte, una nuova impresa che collabora con gli agricoltori per affittare da maggio a ottobre orti nei pressi delle città. In primavera, quando Herrmann l’ha preso in affitto, nel lotto di 85 metri quadri erano gia piantati almeno venti tipi di verdure e piante ornamentali. Nella rimessa degli attrezzi ci sono vanghe, rastrelli e un serbatoio per innaffiare. Ogni venerdi i giardinieri incontrano il contadino proprietario del terreno, e una newsletter settimanale spiega cosa serve per coltivare le bietole e i porri. Marion Herrmann può contare su un’assistenza constante.
I novanta affittuari che si sono divisi questa superficie di cinque chilometri quadrati vengono da Bonn o da Colonia. In casa non hanno un giardino oppure, come Herrmann, ne hanno uno dove crescono solo rose e viole. Sentono la mancanza della natura e della piacevole sensazione di sapere da dove arriva il cibo che mangiano. Questa nostalgia è sempre più diffusa. Ormai Meine Ernte affitta orti in quindici campi tra Francoforte, Colonia e Dusseldorf, e l’anno prossimo gli appezzamenti diventeranno venti. Le liste d’attesa sono lunghe. “Un orticello di proprietà per me è fuori discussione”, dice Marion Herrmann. Vincolarsi per anni a un pezzo dl terra, entrare a far parte di un’associazione di agricoltori per lei sarebbe troppo piccolo borghese. “Invece un’orto in affitto è semplice e prarico”, prosegue la donna. Senza impegni a lungo termine.

L’era dell’accesso

Qualcosa sta cambiando nel rapporto con il possesso. “L’epoca della proprietà sta finendo, è cominciata l’era dell’accesso”, profetizzava già dieci anni fa l’economista statunitense Jeremy Rifkin nel suo saggio L’era dell’accesso. All’epoca il libro diventò un best seller, ma per molti Rifkin era un folle visionario. Oggi è difficile contattarlo al telefono. Rifkin trascorre molto tempo dall’altra parte dell’Atlantico e in certi periodi va avanti e indietro anche due volte alla settimana, per fornire consulenze ai potenti d’Europa (come Merkel o Barroso) mentre negli Stati Uniti insegna presso la rinomata Wharton school di Filadelfia e presiede l’istituto di ricerca Foundation on economic trends di Washington. Rifkin ritiene che le sue previsioni siano state confermate: “Stiamo assistendo alla fine del comportamento consumistico come lo conosciamo oggi”, dice. Secondo lui presto smetteremo di accumulare oggetti: “Sta cominciando una nuova era in cui useremo i beni per un periodo limitato di tempo e li metteremo in comune” . Nella transizione da una “rivoluzione industriale a una rivoluzione collaborativa” , l’economista intravede l’alba di una nuova epoca economica. Per Rifkin, che non teme di esagerare con le sue parole, si tratta di “uno dei massimi punti di svolta nella storia dell’umanità”

Prima di arrivare a questo punto, tuttavia, è chiaro che gli esseri umani dovranno innanzitutto sbarazzarsi del superfluo. Secondo uno studio commissionato da eBay, negli armadi di tutta la Germania è contenuta una quantità di oggetti inutilizzati per un valore di 35,5 miliardi di euro. Ogni nucleo familiare accumula cose di cui non ha bisogno per un valore di 1.013 euro. Ci sono aziende che guadagnano un bel pò immagazzinando mobili, pneumatici da neve, sci e attrezzi da giardino, perchè i loro proprietari non sanno dove metterii. Solo negli Stati Uniti i depositi affittati coprono una superficie che, messa assieme, sarebbe tre volte più vasta di Manhattan.

Tutte queste cose che non servono a nessuno sono il risultato di un meccanismo che per molto tempo ha funzionato piuttosto bene: l’iperconsumo. Se le imprese volevano produrre di più, bisognava che le persone comprassero di più. E dal momento che i prodotti venivano lanciati sul mercato sempre più rapidamente, gli acquirenti dovevano procurarseli a intervalli sempre più brevi. Secondo Rifkin, il risultato è stato un “ciclo interminabile di produzione e consumo”.

Una vita piu leggera

Ora la nuova generazione dei consumatori si sta rendendo conto che in molti casi non desidera i prodotti, ma solo i benefici che ne derivano. Non i cd ma la musica che riproducono, non i dvd ma il film che contengono, non il trapano, che in tutta la vita si usa tra i sei e i tredici minuti, ma i fori nel muro. In diversi settori dell’economia i consumatori vogliono usare invece di possedere. Per loro la proprietà non è piu un privilegio, ma un fardello. Le persone aspirano a una vita più leggera, alla leggerezza del non possedere. Come ha spiegato sul New York Times Magazine il poeta e saggista Mark Levine, “la condivisione sta al possesso come l’iPod sta alla vecchia audiocassetta o come il pannello solare sta alla miniera di carbone. Condividere è pulito, fresco, urbano, postmoderno. Possedere è noioso, egoista, angosciato, arretrato”. Levine fa parte di una minoranza. La società tedesca tiene ancora alla proprietà: secondo uno studio compiuto nel 2010 per conto del ministero dell’ambiente, negli ultimi tre anni il 40 per cento degli intervistati non aveva mai preso in affitto un oggetto d’uso comune e quasi il 30 per cento non aveva mai chiesto qualcosa in prestito a un conoscente o a un vicino. Ma le abitudini cambiano. Circa un terzo dei consumatori si dichiara aperto alle forme di consumo senza possesso. Di frequente si tratta di persone con un alto grado d’istruzione, di famiglie con bambini piccoli o di giovani che cambiano spesso casa e posto di lavoro e già solo per questo non hanno voglia di trasportare molte cose da un luogo all altro. I più aperti fanno parte soprattutto della generazione che ha familiarizzato in rete con l’idea dello scambio e della condivisione e l’ha interiorizzata con i social network. In internet gli utenti si scambiano notizie (Twitter), foto (Flickr), video (YouTube), interessi (Digg), amici (Facebook) o contatti professionali (Xing). Queste reti funzionano solo perchè ci sono masse di persone che collaborano e condividono informazioni. Adesso quello che nel mondo virtuale è dato per scontato sta conquistando il mondo dei prodotti e dei beni materiali. Nascono sistemi in cui le persone mettono un comune oggetti concreti: biciclette, uffici, cucine, trapani, strumenti musicali, borsette, orologi di design, giocattoli e anche opere d’arte. Tutto si può scambiare, condividere e prestare, sia tra imprese sia tra privati. I commercianti si trasformano in erogatori di servizi, gli acquirenti in utenti, i mercati in reti. E a volte anche gli sconosciuti diventano conoscenti. Quello che in un freddo mattino di novembre spinge Paul Gaitzsch e Iris Brettschneider a raggiungere il centro di Amburgo è una Nissan Micra verde del 2001, con un motore da 60 cavalli e 120 mila chilometri all’attivo. Gaitzsch, un’awocato di trent’anni, è il proprietario. Brettschneider, una bancaria di 40, ha bisogno dell’auto per raggiungere la sua barca a vela a Kiel. Una stretta di mano per salutarsi, qualche convenevole, poi Gaitzsch dà le chiavi e i documenti e Brettschneider firma il modulo di consegna. Ventiquattr’ore dopo la donna lascerà cadere cadere la chiave dell’auto nella cassetta della posta di Gaitzsch e gli farà sapere con un sms dove ha parcheggiato il veicolo. Per la Micra, che altrimenti resterebbe ferma nel suo parcheggio, Brettschneider paga a Gaitzsch 16,50 euro al giorno, a cui vanno aggiunti 7,50 euro per l’assicurazione. “E’ molto più conveniente che con un autonoleggio”, dice Brettschneider. “E poi con Paul non ci sono mai problemi”. Anche lui ha scritto sul profilo della donna: “Come sempre, tutto perfetto!”

I due si sono conosciuti sul sito Tamyca (abbreviazione di Take my car, prendi la mia auto), dove perfetti sconosciuti si prestano la macchina per un paio d’ore, per un giorno o una settimana intera. Gaitzsch ha inserito i dati e una foto della sua Micra, poi Brettschneider lo ha contattato e i due hanno concordato un appuntamento per la consegna. Il sito, aperto da più di un anno, conta circa duemila proprietari di automobili in tutta la Germania. Di recente e stata creata anche un’applicazione per smartphone che permette di trovare la macchina in offerta più vicina.
Tamyca è un’alternativa ai servizi di car-sharing professionali come Greenwheels, Cambio, car2go della Daimler o Drive Now della Bmw. Il principio è lo stesso: una sola macchina viene condivisa da più persone. Quello del car sharing è un settore in cui l’idea del “quello che è mio è tuo” e già ben sviluppata. Solo in Germania se ne servono circa 200 mila persone, il 20 per cento in più rispetto a un anno fa e quasi quattro volte in più che nel 2000. Gli utenti hanno a disposizione cinquemila veicoli. Rispetto ai 42 milioni di auto immatricolate nella Repubblica federale tedesca sono pochi, ma l’intenso legame dei tedeschi con la loro automobile si sta allentando, soprattutto tra i più giovani. Mentre nel 2000 più della metà degli uomini tra i 18 e i 29 anni aveva una macchina di proprietà, oggi la quota si è ridotta a un terzo e anche a meno nelle zone urbane. Secondo lo studio realizzato da Timescout, l’80 per cento dei giovani considera l’automobile superflua e il 45 per cento degli intervistati trova poco simpatici i proprietari di auto di grossa cilindrata. Molti riescono a immaginare una vita senza automobile, ma non senza cellulare o senza internet. Per i più giovani la macchina come rappresentazione della loro personalità perde rilevanza e la marca dell’auto non è piu un’integrazione simbolica della loro immagine. Questo non vuol dire che le nuove generazioni abbiano rinunciato a guidare. E’ solo che molti non vogliono avere per forza un auto propria. I motivi sono in genere molto concreti: “I costi sono elevati”, dice Brettschneider, “io semplicemente non posso permettermi un’automobile”. Negli ultimi quindici anni, per esempio, il prezzo del carburante è aumentato tre volte più del costo della vita. Inoltre bisogna contare le tasse, l’assicurazione e l’eterna ricerca di un parcheggio, dove tra l’altro la macchina resta ferma per 23 ore al giorno. Questi i calcoli di Brettschneider. Allora perchè comprare un’auto quando può affittare la Micra di Paul Gaitzsch? Offerte come quella di Tamyca sono una novità, ma non lo è il fenomeno su cui si basa il sito. Gli esseri umani scambiavano e condividevano oggetti gia prima che fosse inventato il denaro. E in fondo la condivisione di appartamenti, le lavanderie automatiche, le biblioteche, gli alberghi e i taxi non sono altro che lo sfruttamento di risorse da parte di più persone. Eppure oggi trovare quello che si cerca non e mai stato così semplice. Non c’è nessun altro luogo come internet dove offerta e domanda si incontrano più facilmente, dove si possono raggiungere molte persone più velocemente. Tutto sembra solo a pochi click di distanza. Lo sforzo è pari a zero. E da quando esistono social network come Facebook e computer in miniatura come l’iPhone, lo scambio è ancora più diretto ed efficace. La condivisione diventa un gioco da ragazzi nel vero senso del termine. Come sul sito web Netcycler, dove gli utenti offrono oggetti di uso quotidiano di cui non hanno più bisogno e allo stesso tempo pubblicano un elenco di quello che vorrebbero ricevere in cambio. Ogni cosa viene barattata con un’altra: una sedia con un telefono cellulare, un’asse da stiro con un forno a microonde, un monopattino con uno stampino per i dolci. Dal momento che trovare la corrispondenza giusta è difficile, un software collega le offerte e le richieste di più persone. Così il baratto awiene anche tra cinque utenti, in modo che alla fine ogni desiderio sia soddisfatto.

Gesti d’altruismo

Gli oggetti inutili non esistono, ce ne sono solo di utili nel posto sbagliato: questa è la filosofia di fondo. E poi bisogna considerare la sensazione positiva che si prova quando si dà qualcosa che altrimenti sarebbe stata gettata via. La stessa sensazione di quando si compiono gesti d’altruismo. Ma in questo caso l’altruismo non c’entra. Di solito le persone che scelgono di consumare in modo collettivo “credono fermamente nei princìpi del capitalismo e dell’interesse personale”, scrive Rachel Botsman. Scambiandosi i vestiti invece di comprarli si risparmia denaro. Chi affitta un trapano per un giorno non deve occupare spazio per conservarlo. Chi noleggia un’auto evita le riparazioni e le revisioni. L’ideale per una società che vuole una vita mobile e un mondo del lavoro flessibile.
E dal momento che una maggior tendenza a condividere e ad affittare implica il fatto che si produce e si spreca di meno, l’economia del “quello che è mio è tuo” favorisce anche l’ambiente. Forse Botsman esagera quando sostiene che il consumo collettivo incarna la “rinascita della comunità”. Ma in un periodo in cui le famiglie sono disperse tra luoghi diversi e spesso i vicini non si conoscono più, la condivisione stimola la nascita di nuove relazioni. “Imitiamo legami che in passato presupponevano un contatto fisico diretto”, dice Botsman. La stessa filosofia è alla base di 9flats, un sito attraverso cui privati cittadini affittano il loro appartamento per pochi giorni o per qualche settimana. “Sentirsi a casa di amici in tutto il mondo”, promette la startup berlinese, che offre circa 25mila abitazioni in più di cento paesi a chi viaggia per turismo o per lavoro. L’ideatore del progetto è Stephan Uhrenbacher, 42 anni. Sei anni fa ha fondato Qype, in cui gli utenti valutano ristoranti, alberghi o attrazioni turistiche di diverse città, poi all’inizio del 2011 ha lanciato 9flats. Uhrenbacher fa la spola tra Londra, San Francisco, Valencia e Berlino. Oggi riceve in un ufficio disadorno nel quartiere amburghese di Schanzenviertel. Pareti spoglie, sulla scrivania solo un paio di portatili e nient’altro. 9flats si rivolge a persone come iui, che non sentono il bisogno del servizio in camera, spiega.

I suoi utenti sono persone che per un fine settimana a Monaco vogliono sentirsi come veri abitanti della città e alloggiare in uno spazio adeguato: in un vecchio palazzo di Schwabing, per esempio. Con i vicini, i caffe e le boutique. L’obiettivo non è piu solo pernottare, ma vivere un’esperienza. In media gli appartamenti di 9fllats costano intorno agli 80 euro a notte, lenzuola e asciugamani puliti inclusi nel prezzo. 9flats incassa una prowigione del 15 per cento. Il sito è un clone di Airbnb, abbreviazione di air bed & breakfast (“materassino ecolazione”), che dal suo lancio, nel 2008, ha reso possibili più di due milioni di pernottamenti negli Stati Uniti. L’azienda on-line californiana ha ricevuto già 120 milioni di dollari dai suoi finanziatori, e gli analisti le attribuiscono un valore di 1,3 miliardi di dollari.

Ma come mai i proprietari affittano la casa a perfetti sconosciuti? “Perchè provano un senso di fiducia reciproca”, spiega Stephan Uhrenbacher. Finora è successo solo che una padella si graffiasse e una tenda a rullo si rompesse, dice l’imprenditore. Il caso più spettacolare e stato invece quello di una donna di San Francisco che si è vista devastare di proposito l’appartamento da un affittuaria di Airbnb. Da allora l’azienda statunitense garantisce ai padroni di casa un indennizzo che può arrivare fino a 50mila dollari per i casi di furto o di vandalismo. Quello che è successo in California è molto grave, ma in rapporto al numero di prenotazioni, le disawenture sono decisamente rare. Nella maggiorparte dei casi va tutto liscio, sostiene Airbnb. E in effetti locatori e locatari si scambiano quasi sempre valutazioni positive, non solo per quanto riguarda gli appartamenti. Su eBay, dove si vende all’asta di tutto, solo l’1 per cento dei venditori riceve un rating negativo e il valore sale al 2 per cento per gli acquirenti.

Perchè quasi tutti si comportano bene anche se non conoscono le persone con cui hanno a che fare? Per interesse personale, sostiene Rachel Botsman. “Gli utenti sanno che il loro atteggiamento influenza la loro possibilità di continuare a fare affari”. Chi è affidabile riceve una valutazione positiva. E chi è valutato positivamente riscuote fiducia. Chi invece si comporta male riceve un rating negativo, e nessuno vuole più avere niente a che fare con lui. La reputazione di una persona diventa un capitale da cui dipende l’appartenenza a una comunità. Difendere il proprio buon nome è ormai una questione di soprawivenza nella rete, e la fiducia si trasforma in valuta sociale. Prima o poi, dice Botsman, la nostra reputazione sarà “più preziosa e più importante della nostra affidabilità creditizia”.

L’economia del “quello che è mio è tuo” darà vita a una società diversa? Se questo accadrà, sara a spese del prezzo. Il possesso di certo non scomparirà, ma in molti settori il suo valore potrebbe diventare incalcolabile. Le magliette, i telefoni cellulari e i trapani sono ancora abbastanza convenienti, e quasi tutti possono permetterseli. Ma se i prezzi rispecchiassero finalmente il costo effettivo, e quindi anche i danni ambientali, potrebbe rendersi necessario un aumento dei consumi collettivi, che in futuro potrebbero diventare normali come lo scambio di informazioni su internet, dove masse di utenti collaborano per la creazione di valori. E imparano che a ogni azione corrisponde una reazione. Quindi, l’economia del “quello che è mio è tuo” non è stimolata dalla fede nell’awento dell’uomo nuovo: in questo mondo non vivono consumatori migliori ,ma solo persone che vanno più d’accordo. E questo è inevitabile. FP

Fonte: Internazionale (cartaceo)

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