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da Euronews (Copyright © 2013 euronews)

la-terza-rivoluzione-industrialeCrisi economica, riscaldamento globale, scarsità di combustibili fossili: la nostra civiltà si sta avvicinando alla fine di un ciclo.La stessa specie umana è minacciata. Jeremy Rifkin, economista americano e consulente della Commissione europea ha appena pubblicato il libro “La terza rivoluzione industriale”. Secondo l’economista solo con la diffusione di energia rinnovabile e con il potere laterale possiamo superare la crisi e garantire un futuro felice per i nostri figli.

 

Euronews: Buongiorno professor Rifkin. Lei ha affermato che non è per nulla sicuro che la specie umana riesca a sopravvivere. Si parla molto di crisi economica, ma secondo lei, siamo davvero in pericolo d’ estinzione? Non è una visione troppo pessimista?

J. Rifkin: Il 99,5 % di tutte le specie che hanno vissuto su questo pianeta si sono estinte. Sarebbe in qualche modo arrogante pensare che vivremo perpetuamente. E penso che questo sia un momento di crisi.

Ora stiamo pagando il conto per 200 anni di rivoluzione industriale basata sui combustibili fossili, abbiamo disperso troppo biossido di carbonio, metano ed azoto nell’atmosfera. Non possiamo pensare di sfruttare per molto il calore del sole. Stiamo assistendo ad un fondamentale cambiamento delle materie chimiche presenti sulla Terra. Questo non capita spesso.

Come del resto dice mia moglie: “La nostra specie non si sta appropriando di tutto con avidità?
Siamo entrati in una specie di crisi. Saremo in grado di cambiare strada? Penseremo al cambiamento climatico? Possiamo creare un’economia più sostenibile? Siamo in una corsa contro il tempo. Saremo in grado di trasformarci in meno di 25 anni? Si tratta di una bella serie di “se”.

Euronews: Lei ha tirato quindi la conclusione che dobbiamo andare verso questa terza rivoluzione industriale, che secondo lei deve basarsi su cinque idee fondamentali, cinque pilastri, come li ha definiti. Quali sono?

J.Rifkin: L’Unione europea si è impegnata a realizzare una rivoluzione industriale fondata su 5 pilastri. Ho avuto il privilegio di redigere il piano che è stato approvato dal Parlamento europeo e ora in via di applicazione.

  • Primo pilastro: l’UE si è impegnata a coprire il 20% del fabbisogno energetico con le rinnovabili entro il 2020. É una misura che deve essere introdotta da ciascun paese membro.
  • Secondo pilastro: come facciamo ad immagazzinare le energie che riusciamo a raccogliere? Nei nostri edifici. Nell’Unione Europea esistono 191 milioni di stabili! Case, uffici, fabbriche. L’obiettivo è infatti trasformare ogni singolo edificio esistente nell’Unione europea – ce ne sono milioni – in una singola micro-centrale di energia rinnovabile.Si potrà mettere dei pannelli solari sul tetto, ottenere energia eolica grazie al vento sui muri, il calore geotermico dello stabile potrà essere convertito in energia, cosí come i rifiuti domestici.Il secondo pilastro rilancia l’economia con milioni di posti di lavoro e migliaia di piccole e medie imprese. Serviranno per trasformare nei prossimi 40 anni gli edifici sul territorio europeo in centrali elettriche autonome.
  • Terzo pilastro: dobbiamo immagazzinare l’energia. Pensando che per esempio il sole non splende sempre e il vento spira di notte, mentre noi abbiamo bisogno di energia elettrica durante il giorno. Quindi dobbiamo usare tutti i tipi di tecnologie possibili per immagazzinare queste energie. Se il sole batte sul tetto, si crea un pó di energia elettrica. Se non se ne ha bisogno si puó mettere quella in eccesso, nell’acqua. Ne risulterà dell’indrogeno da custodire in un contenitore.
Euronews: Queste tecnologie esistono già?

J.Rifkin: Si, sono tecnologie che esistono già, devono semplicemente essere coordinate.
Il quarto pilastro è rivolto alla rivoluzione di internet da interagire con quella energetica, per creare un sistema di coordinamento tra le infrastrutture.
Quando milioni e milioni di edifici in Europa raccoglieranno la propria energia ecologica in modo autonomo, si potrà immagazzinare l’idrogeno come facciamo con i supporti in digitale.
Se poi parte di questa elettricità non viene utilizzata, il software può essere programmato di modo da mettere in vendita questo eccesso attraverso internet. Una rete che colleghi ad esempio dal mare d’Irlanda fino ai confini con l’Europa orientale.
Proprio come noi creiamo i nostri profili in internet, possiamo condividere in rete via digitale le nostre riserve di energia.

L’ultimo pilastro, il quinto riguarda il trasporto.
Quest’anno sono stati messi sul mercato i veicoli elettrici, nel 2015 ci saranno le auto a celle a combustibile. Si potrà collegare il proprio mezzo a qualsiasi edificio e caricarlo con elettricità o ad idrogeno.
Ognuno di questi elementi da soli non valgono nulla, sono inutili. Ma quando si mettono i cinque pilastri insieme, in ogni città, quartiere o zona rurale, creano un’infrastruttura. Questo insieme di elementi rappresenta una rivoluzione economica. Rappresenta il potere nelle mani del popolo. É questo il potere laterale.

Euronews: Ma gli interessi di molte persone e aziende cozzano contro la vostra teoria della terza rivoluzione industriale. Avete già subito delle pressioni dal mondo imprenditoriale o dalle lobby per quello che riguarda la vostra visione?

J.Rifkin: Mi permetta di contestualizzare. Come sa in passato le case discografiche non avevano previsto la condivisione dei file musicali. Quando milioni di persone in tutto il mondo, hanno cominciato ad utilizzare il software per condividere la musica, le case discografiche hanno pensato che fosse uno scherzo, poi si sono infuriate e poi hanno fallito.

Quindi credo che la risposta alla sua domanda è … Non sono troppo preoccupato per le imprese del settore energetico. Abbiamo molta piú energia rinnovabile della piccola quantità di combustibile fossile o uranio che c‘è sottoterra. Alcune aziende energetiche effettueranno la transizione e stanno cercando le fonti rinnovabili. Molte non lo faranno
e la loro energia sarà più costosa e più inquinante. A quel punto si estingueranno. Non abbiamo bisogno di loro. Quello che invece vedremo in questa terza rivoluzione industriale sarà il “rinascimento” delle piccole e medie imprese, dei produttori e delle cooperative di consumatori. Le grandi aziende che sopravviveranno, trasformeranno il proprio ruolo e saranno in grado di realizzare un ruolo di collegamento.

Euronews: Ha appena parlato delle piccole e medie imprese. Potrebbero forse avere un ruolo nei paesi emergenti come Cina o in Africa, nella possibile terza rivoluzione industriale?

J. Rifkin: I paesi in via di sviluppo si stanno muovendo in questo settore molto velocemente. Cavalcano le novità rapidamente.
L’Organizzazione per lo sviluppo dell’Onu ha adottato la terza rivoluzione industriale come
il punto centrale per lo sviluppo economico dei paesi emergenti.

In molte parti del mondo, non c‘è elettricità. 300 milioni di persone in India non hanno mai avuto energia elettrica. Milioni di persone in Africa non hanno l’ elettricità. Ora possono cavalcare la transizione.
Non hanno infrastrutture. Possono svilupparle ora, prima di tutto nei paesi dove non ve ne sono come in Africa o in alcune regioni in India.

Euronews: Come vorrebbe che si evolvessero le cose nei prossimi 20 anni?
E soprattutto come secondo lei in realtà si svilupperanno?

J. Rifkin: La mia speranza è che avvenga un cambiamento nelle nostre coscienze.
Abbiamo sviluppato una coscienza mitologica, religiosa ed anche ideologica. Ora stiamo iniziando a vedere le prime fasi di una coscienza biosferica. So che la terza rivoluzione industriale ha senso, è interessante, è pratica, è realizzabile, non è un… sogno intergalattico.

Ora dobbiamo fare in modo che ogni comunità
porti allo stesso tavolo governo, apparato economico e società civile per mettere in carreggiata la terza rivoluzione industriale.

Per condurci verso un mondo sostenibile che arriva dopo l’era del carbonio, in modo molto rapido. Non esiste nessun piano B.

Fonte:Euronews (Copyright © 2013 euronews)

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Traduzione a cura di Daniel Iversen, revisione di Vincenzo Barbato e Andrea Taeggi

Il “London Times” ha annunciato che membri della commissione esecutiva e alti funzionari del partito stanno leggendo e discutendo attivamente il libro di Jeremy Rifkin “La Terza Rivoluzione Industriale” (best-seller del New York Times), il tutto alla vigilia del congresso nazionale del Partito Comunista che è tenuto l’8 novembre 2012 e che inaugurerà la nuova leadership in Cina.

Secondo il “The Times of London”, la leadership cinese sta adottando le idee di Rifkin sul collegamento Internet e le energie rinnovabili, per preparare la Cina a uno spettacolare cambio di rotta verso una economia sostenibile che passerebbe alla storia come la Terza Rivoluzione Industriale nel 21esimo secolo. La “Terza Rivoluzione Industriale” è stato il best-seller numero uno sull’economia in Cina per più di quattro mesi.

Il signor Rifkin è il principale ideatore della Terza Rivoluzione Industriale a lungo termine dell’Unione Europea , modello economico atto a re-industrializzare l’Europa, affrontare il cambiamento climatico, e creare un mercato unico a basse emissioni di carbonio, integrato in tutti i 27 stati membri – si veda il link alla pagina della Commissione Europea e il keynote del sig. Rifkin indirizzata alla “European Commission’s Mission Growth Conference” del 29 maggio 2012.

Jeremy Rifkin è anche consulente per un certo numero di capi di Stato, tra cui la tedesca Angela Merkel. La visione di Rifkin sulla Terza Rivoluzione industriale e il suo piano di sviluppo economico è stato recentemente preso dalla UNIDO (United Nations Industrial Development Organization) come modello di transizione per le nazioni emergenti verso una società post-carbone.

Mentre gli Stati Uniti si stanno dibattendo, senza un piano completo a lungo termine per far ricrescere l’economia e affrontare l’urgente problema del cambiamento climatico, l’Unione Europea e la Cina stanno iniziando a gettare le basi per la transizione verso il nuovo paradigma economico della Terza Rivoluzione Industriale

Fonte:Cetri Tires

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Traduzione a cura di Daniel Iversen, revisione di Davide Gaulli

535519_328273857292548_1779388472_nCome ha sdegnosamente sottolineato John Maynard Keynes: “Siamo stati colpiti da una nuova malattia di cui forse alcuni lettori non conoscono ancora il nome, ma ne sentiranno parlare molto negli anni a venire: la Disoccupazione Tecnologica.”

Ciò significa “disoccupazione determinata dalla nostra scoperta di mezzi di diminuzione dei costi di produzione attraverso la riduzione dell’impiego della manodopera, surclassando il ritmo con cui siamo in grado di trovare nuove occupazioni”. Mentre i politici, gli uomini d’affari e gli imprenditori litigano su quali siano i motivi per la crescita della disoccupazione in tutto il mondo, come per esempio la delocalizzazione delle aziende all’estero oppure la manodopera degli immigrati, la vera causa, che non viene affrontata nel dibattito politico, è la disoccupazione tecnologica. Dal momento che il capitalismo di mercato si basa sulla logica di ridurre le entrate per aumentare i profitti, la tendenza a sostituire il lavoro umano, per quanto sia possibile con l’automazione delle macchine, è una progressione naturale dell’industria.

Anche l’economista Jeremy Rifkin, nel suo libro “La Fine del Lavoro”, sottolinea lo stesso punto.

“Raramente, nelle loro dichiarazioni pubbliche, qualche leader dell’estrema destra affronta il tema del rimpiazzamento tecnologico. La disoccupazione globale ha ora raggiunto il livello più alto dalla grande depressione del 1930. Più di 800 milioni di esseri umani sono al giorno d’oggi disoccupati o sottoccupati. Stiamo entrando in una nuova fase della storia mondiale, quello in cui sempre meno lavoratori saranno necessari per produrre i beni e i servizi per la popolazione globale. In tutto il mondo, dovranno essere creati, nei prossimi anni, più di 2 miliardi di lavori per fornire un reddito a tutti i nuovi lavoratori, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo.”

Nel 1949, per esempio, le macchine effettuavano il 6 % della raccolta di cotone nel Sud degli Stati Uniti. Nel 1972, la percentuale è salita al 100 %. Nel 1860 lavorava nell’agricoltura più del 60 % dei lavoratori, mentre oggi questa percentuale è meno del 3 %. Quando l’automazione interessò il settore manifatturiero degli USA nel 1950, furono persi 1.6 milioni di posti di lavoro da operaio nell’arco di 9 anni. Nel 1950 il 33 % dei lavoratori americani lavorava nel settore manifatturiero, mentre nel 2002 erano solo il 10 %. L’industria siderurgica, dal 1982 al 2002, aumentò la sua produzione da 77 milioni di tonnellate a 120 milioni di tonnellate mentre i lavoratori in quel campo passarono da 289.000 a soli 74.000. Nel 2003 fu fatto uno studio sulle 20 più grandi economie del mondo nell’arco del periodo 1995-2002, scoprendo che sono andati persi 31 milioni di posti di lavoro, mentre in realtà la produzione è aumentata del 30 %.
Questo modello di aumento della produttività e del profitto, associato alla diminuzione del lavoro, è un fenomeno nuovo e potente che è destinato a persistere nel tempo. I posti di lavoro non torneranno.

Visto l’accelerazione della tecnologia informatica, che raddoppia circa ogni 2 anni, piuttosto che aumentare a un ritmo costante, possiamo aspettarci che nei prossimi anni e decenni ci saranno dei progressi ancora più drammatici. Nel futuro l’automazione non sarà più qualcosa che andrà a colpire in particolar modo i lavoratori a basso reddito e poco scolarizzati. Tecnologie come l’Artificial Intelligence (Intelligenza Artificiale), apprendimento automatico, e applicazioni software di automazione permetteranno sempre di più ai computer di eseguire quei lavori che hanno bisogno di un addestramento significativo e lunga formazione. I laureati che scelgono posti di lavoro “Knowledge worker” (lavori basati sulla conoscenza) si troveranno minacciati non solo dai concorrenti off-shore sottopagati, ma anche da algoritmi informatici e macchine in grado di eseguire sofisticate analisi e di assumere decisioni complesse.

Anche se continueranno sempre ad esserci dei lavori non automatizzabili, la realtà è che, per esempio, una percentuale molto grande dei 140 milioni di lavoratori negli USA sono occupati in impieghi che sono fondamentalmente fatti di routine e per loro natura ripetitivi. Un numero enorme di questi lavori saranno dissolti dalla tecnologia nei prossimi decenni, e visto che questa tecnologia sarà disponibile su tutta la linea, non c’è davvero motivo di credere che nuovi settori lavorativi saranno in grado di assorbire un numero elevato dei disoccupati così creato.

Allo stesso tempo, il progresso continuo nell’automazione della produzione e l’introduzione di robot commerciali avanzati continueranno a far diminuire la possibilità di occupazione anche per i lavoratori meno qualificati. Il progresso tecnologico è inarrestabile, e le macchine e i computer finiranno per avvicinarsi al punto di uguagliare o superare le capacità di un lavoratore medio di svolgere attività ripetitive. Il risultato molto probabilmente sarà una disoccupazione strutturale, che in ultima analisi colpirà la forza lavoro a tutti i livelli: dai lavoratori senza diploma a quelli che hanno una laurea.

La maggior parte degli economisti ortodossi respinge uno scenario di questo tipo. Continuano a credere che l’economia ristrutturerà e creerà, nel lungo periodo, un numero adeguato di posti di lavoro. Storicamente, infatti, questo è già avvenuto. Milioni di posti di lavoro sono stati eliminati in agricoltura al momento dell’introduzione delle macchine agricole. Questo ha comportato una migrazione al settore manifatturiero. Allo stesso modo, l’automazione della produzione e la globalizzazione ha determinato la transizione in una economia basata sui servizi, negli Stati Uniti e in altri paesi sviluppati.

E mentre gli economisti si battono per creare modelli per affrontare il problema di una disoccupazione quasi inarrestabile, la maggior parte di essi si rifiuta di prendere in considerazione ciò che è realmente necessario per evitare il totale collasso della società. La soluzione non sta nel tentativo di riparare i danni che sono emersi, ma nel superare il sistema nella sua interezza, dal momento che il sistema di scambio monetario, insieme al capitalismo stesso, è ora completamente obsoleto, in balìa della creatività tecnologica. Se le persone non hanno un lavoro non possono sostenere l’economia con l’acquisto di prodotti. Questa realtà è la prova finale che il nostro attuale sistema è completamente fuori dal tempo in cui viviamo, e se non vogliamo correre il rischio di tumulti nelle strade e di raggiungere un livello di povertà mai visto prima, dobbiamo rivedere le nostre nozioni tradizionaliste su come, fin dalle fondamenta, funziona la nostra società.

Fonte: Peter Joseph

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Fonte: La Repubblica, di Maurizio Ricci

Computer che guidano le automobili. Automi che assemblano gli iPad. Spot pubblicitari con donne create in Rete che sostituiscono le modelle in carne e ossa. È la fabbrica del futuro e rischia disminuire il ruolo dell´uomo nel mondo del lavoro. Le imprese non assumono più: preferiscono utilizzare le macchine.

“Una deriva pericolosa” scrivono gli autori di un fortunato e-book È in atto un processo che favorirà i detentori di capitale ai danni dei salariati.

L´informatica ha già eliminato commessi, fattorini centralinisti e contabili. Si calcola che 50 milioni di posti negli Usa potranno essere sostituiti dalla tecnologiaLa conseguenza è che si produrranno beni in modo più efficiente. Ma senza consumatori

Stampanti a tre dimensioni, in grado di fabbricare oggetti su misura. Nanomateriali. Macchine che si aggiustano da sole. Migliaia di robot sulle catene di assemblaggio degli iPad. Tutto gestito da software sempre più sofisticati. La fabbrica del futuro è alle porte. Gli esperti dicono che è la terza rivoluzione industriale, paragonabile per importanza alla macchina a vapore, poi l´elettricità, infine la meccanizzazione dell´agricoltura. Dal fondo della crisi economica in cui ci troviamo, queste notizie epocali non sono quelle di cui sentiamo il bisogno.
Tuttavia, di fronte all´alba di un´era nuova, può starci un brivido di eccitazione. Accompagnato, però, da una domanda inquietante: quando verrà il nuovo giorno, noi, esattamente, che lavoro faremo?

«Una spettacolare prova del centravanti Lorenzo Dalpià ha portato la Moglianese ad una rotonda vittoria per 3 a 0 sulla Santantonio, in una partita cruciale per la promozione. Dalpià ha segnato due gol, uno con un potente sinistro, l´altro di testa nel primo tempo, mettendo a segno anche un rigore nella ripresa. La difesa della Moglianese ha barcollato a lungo sotto gli attacchi della Santantonio, ma il portiere Renzoni, in almeno cinque occasioni, ha impedito agli avversari di andare a segno. Al resto ha pensato Dalpià, regalando alla Moglianese una vittoria che mancava da tre domeniche». La prosa non è cristallina, ma raramente lo è, nelle pagine interne dei giornali sportivi. Il punto è che, a scriverlo, non è stato un annoiato, vecchio cronista e neanche un ragazzino alle prime armi. Il testo (o, meglio, il suo originale, riferito ad una intraducibile partita di baseball fra università) è stato redatto da un computer, sulla sola base delle statistiche della partita.

Se, come è probabile, il futuro professionale di alcune migliaia di giornalisti interessa poco, si può andare, invece, sul sito online di H&M, una catena svedese di grandi magazzini. La ragazza che appare in foto ha spalle ben modellate, un sorriso intrigante, ventre piatto, cosce ben tornite e, nell´insieme, fa fare bella figura al bikini che reclamizza. Sarebbe bello sapere come si chiama e qual è il suo numero di telefono. Be´, è inutile chiederselo. La ragazza, non solo non rischia l´anoressia, ma non ha neanche un nome o un telefono. È una modella virtuale, disegnata al computer. Però, con una buona laurea, tanti saluti al computer, no? In realtà, dipende. Nel 1978, per una causa antitrust, uno studio legale americano esaminò 6 milioni di documenti, al costo di 2,2 milioni di dollari, come corrispettivo del lavoro di decine di avvocati.
Nel 2010, in una causa analoga, la Blackstone Discovery ha esaminato 1,5 milioni di documenti, per un costo di 100 mila dollari. Via computer, naturalmente, e tanti saluti agli avvocati.

Prima i robot hanno sostituito gli operai alle catene di montaggio, poi l´informatica ha eliminato commessi, fattorini, centraliniste, contabili. Adesso, la rivoluzione del computer sta risalendo, sempre più velocemente, la scala delle competenze. Brian Arthur, un guru della tecnologia, definisce la rete di rapporti fra macchine che sperimentiamo sempre di più ogni giorno – dal check-in in aeroporto al bancomat – la “seconda economia” e prevede che, prima di vent´anni, avrà dimensioni paragonabili all´economia reale. In realtà, dicono Eric Brynjolfsson e Anfrew McAfee, due ricercatori del Mit di Boston, rischia di mangiarsela. Nei primi dieci anni di questo secolo, l´economia americana non ha aggiunto neanche un posto di lavoro in più al numero totale già esistente: era successo solo dopo il 1929. La crisi del 2008, spiegano in un e-book, Race Against The Machine, ci aiuta a capire perché. La ripresa dell´occupazione dopo la recessione non è mai stata, nella storia recente americana, così lenta. Contemporaneamente, già nel 2010, gli investimenti delle aziende in macchinari erano tornati quasi ai livelli pre-crisi, la ripresa più rapida in una generazione. Le imprese, negli ultimi mesi, hanno smesso di licenziare, ma assumono poco. Prendono macchine, non persone.

Dietro l´incancrenirsi della disoccupazione, in altre parole, secondo Brynjolfsson e McAfee, c´è, accanto alla componente ciclica della recessione, un elemento strutturale: troppa tecnologia, troppo in fretta. Le capacità e le potenzialità dell´informatica stanno crescendo, sotto i nostri occhi, a velocità supersonica e non smettono di accelerare, fino a superare, nel giro di mesi, barriere che sembravano, ancora cinque-sei anni fa, insormontabili. Nel 2004, nel deserto del Mojave, in California, fu organizzata una corsa per macchine senza guidatore. Obiettivo, percorrere 150 miglia attraverso un deserto desolato. La macchina vincitrice non arrivò a otto miglia e ci mise anche svariate ore. Solo sei anni dopo, nel 2010, Google poteva annunciare di aver fatto partire una pattuglia di Toyota Prius, che avevano percorso 1000 miglia, su strade normali, senza alcun intervento da parte del guidatore. Un´impresa resa possibile dall´analisi della montagna di dati di Google StreetView e di Google Maps e dal riscontro degli input da video e radar, tutto processato da un apposito software all´interno della vettura. Le macchine di Google, sottolineano i due ricercatori del Mit, dimostravano che il computer poteva superare la barriera del “riconoscimento degli schemi”, ovvero era capace di reagire ad una situazione esterna in costante mutamento, come il traffico, e priva di regole prefissate.

Anche un´altra barriera, quella della “comunicazione complessa” è stata superata. Geofluent è un software, realizzato in collaborazione con l´Ibm, che consente ai clienti, in una chat di supporto per prodotti dell´elettronica, di interagire con l’operatore, ognuno nella propria lingua. «Come faccio a far partire la stampante?» chiede, in cinese, il cliente cinese. «Così» gli risponde, in inglese, l´operatore dalla sua stanza di Boston. Geofluent traduce avanti e indietro.
Quando l´avranno collegata anche al riconoscimento vocale potremo salutare perfino l´ultima ridotta dei disoccupati disperati: il call center. Sul suo blog, Econfuture, Martin Ford, un imprenditore di Silicon Valley, calcola che almeno 50 milioni di posti di lavoro, circa il 40 per cento del totale dell´impiego Usa, possano essere sostituiti, in un modo o nell´altro, dall´informatica. Brynjolfsson e McAfee ritengono che, in gran parte, questo avverrà nei prossimi dieci anni.
Non è la prima volta che l´umanità affronta sconvolgimenti simili. La prima rivoluzione industriale gettò per la strada una massa di lavoratori tessili, sostituiti dalle macchine. Un secolo dopo, l´arrivo dei trattori fece la stessa cosa per milioni di braccianti e contadini. In tutt´e due i casi, l´aumento di produttività dovuto alla meccanizzazione rilanciò l´economia e i disoccupati trovarono nuovo lavoro altrove.

Ma adesso? I luddisti – bande di lavoratori che sfasciavano le macchine che stavano togliendo loro il salario – sono da sempre oggetto di scherno, da parte  degli economisti. Ora, però, anche un giornale ultraliberale come l´Economist, ha dei dubbi. «I luddisti avevano torto perché le macchine erano strumenti che aumentavano la produttività egran parte dei lavoratori poteva passare a gestire proprio quelle macchine. Ma che succede se le macchine stesse diventano i lavoratori? A questo punto, l´errore luddita sembra molto meno errato».

Il boom dell´informatizzazione favorirà i settori industriali direttamente coinvolti (un elemento di qualche interesse per l´Italia, che ha una buona industria di robotica). Ma la massa dei lavoratori normali, che non né la vocazione, né la possibilità, di trasformarsi in ingegnere informatico? Brynjolfsson e McAfee sottolineano che l´aumento di produttività della terza rivoluzione industriale aumenterà i beni prodotti e il benessere complessivo della società. Ma nessuna legge economica, osservano, prevede che questi benefici siano equamente ripartiti. Il processo in corso favorirà sproporzionatamente i detentori di capitale (cioè delle macchine) ai danni della (ex) forza lavoro, cioè i salariati, innescando un drammatico aggravamento delle diseguaglianze, che, probabilmente, è già in corso.
Con un paradosso, indica Ford. La produttività aumenta vertiginosamente, ma i consumi molto più lentamente. Anzi, si ridurranno, se i salariati si ritroveranno senza salario. Chi consumerà tutti questi beni, prodotti in misura sempre maggiore e in modo sempre più efficiente? La terza rivoluzione industriale, secondo gli autori di Race Against The Machine, sta arrivando troppo in fretta, perché la società abbia il tempo di adeguarsi e riorganizzarsi. I braccianti, cacciati nel primo ‘900, dai trattori, andarono a lavorare nelle fabbriche. Ma le fabbriche della terza rivoluzione industriale sono occupate da robot e computer e lo sono, anche, gran parte degli uffici. L´ex contabile, la mancata modella, il giornalista o l´avvocato silurato non possono andare tutti, in massa, a programmare Google Maps o a disegnare nuovi chip. «Sarebbe – dice Ford – come pensare che tutti i braccianti potessero essere riassunti a guidare trattori. Non funziona»

Fonte: La Repubblica

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Avere o usare ? (Internazionale, 13/19 gennaio 2012)

Kerstin Bund, Die Zeit, Germania

Scambio di vestiti, orti in affitto, car sharing.Sempre piu persone preferiscono usare un prodotto invece di possederlo. Aiutati dai social network, che consentono di risparmiare.E cambiare le regole del consumo.

“Cinque, quattro, tre,due…”. Il conto alla rovescia viene sommerso dalle urla. Quattrocento donne si accalcano sui gradini, inciampano sul podio per awicinarsi il più possibile ai quattromila capi d’abbigliamento in offerta. Scene da grandi svendite: camicette che cadono a terra, grucce che volano per aria. Lo spettacolo non dura molto: dopo mezz’ora gli espositori contengono i resti di una folle ubriacatura, di una festa dello shopping in grande stile. Solo che qui nessuno ha pagato. I vestiti, non vengono comprati, ma scambiati.
Al Goya, un ex club di lusso di Berlino, si celebra la festa del baratto. “Swap in the city” (scambio in citta) è il nome di questa serie di eventi che da almeno un anno attira tantissime donne in ogni angolo della Germania. A Colonia ne sono arrivate ottocento, a Francoforte settecento, a Stoccarda quattrocento. Anche il Goya ha registrato il tutto esaurito. Sandra Neumann ha pagato 15 euro per il biglietto d’ingresso. E’ soddisfatta del suo bottino: ha rimediato un gilet di jeans, una borsa nera, una maglietta rosa e una a strisce. “La parte superiore sembra proprio nuova” , dice la logopedista di 28 anni che vive nel quartiere di Kopenick. E’ la seconda volta che partecipa a “Swap in the city“. Neumann paga con i gettoni di plastica verde ricevuti in cambio degli abiti che ha portato da barattare. II gettone è sempre lo stesso, sia per un vestito di Prada sia per un maglione H&M. Al Goya è in corso una festa del consumo aperta a un nuovo genere di consumatori. Queste persone vogliono avere tutto, ma senza comprare. Non vogliono rinunciare a niente, ma non vogliono possedere tutto per sempre. Non consumano di meno, ma solo in modo diverso. La borsa berlinese dei vestiti fa parte di una nuova economia in rapido sviluppo, basata sullo slogan “quello che è mio è tuo”. In questo sistema le persone non comprano, ma scambiano, condividono e prestano. Gli statunitensi Rachel Botsman e Roo Rogers l’hanno chiamato collaborative consumption, consumo collaborativo, e l’hanno descritto bene nel libro What’s mine is yours, in cui spiegano come stanno cambiando i modelli di consumo. Botsman ne è sicura: “Siamo di fronte a una transizione dalla cultura dell’io alla cultura del noi”. L’evento al Goya attira anche gli stilisti, ma il fenomeno si spinge al di là del mondo dell’abbigliamento. Lo dimostrano i 24 milioni di utenti di Netflix, che in cambio di una tariffa mensile possono noleggiare film: grazie alla posta o tramite internet, l’azienda californiana realizza più di due miliardi di dollari all’anno. Con il servizio di car sharing Zipcar 650 mila persone condividono piu di novemila automobili. E in tutto il mondo sono 3,5 milioni gli iscritti al sito Couchsurfing che offrono gratuitamente un loro divano a chi ha bisogno di un posto dove dormire. Tutte queste persone hanno in comune la condivisione di oggetti. Il mio è il tuo si trasformano in nostro. Il consumo diventa collettivo. Anche le barbabietole possono diventare un bene comune. Dieci chilometri a nordovest di Bonn, Marion Herrmann scende dalla sua bici. Questo potrebbe essere l’ultimo pomeriggio mite dell’autunno e la donna, 51 anni, jeans e scarpe comode, vuole raccogliere l’ultima verza prima della fine della stagione. Herrnann congelerà la verdura. Nel campo di Bornheim cresce più di quello che la sua famiglia di quattro persone riesce a mangiare: zucche, spinaci, patate, fagioli, mais, barbabietole rosse. Qua e la c’è anche qualche girasole con la corolla abbassata. Il sole è basso all’orizzonte, in cielo non c’e neanche una nube, gli uccelli cinguettano e intorno tutto tace.

“Giardino dell’Eden”: cosl Herrmann ha battezzato il suo campo, che del resto non è neanche suo. Il paradiso è in affitto. La donna lo ha preso in gestione per 329 euro da Meine Ernte, una nuova impresa che collabora con gli agricoltori per affittare da maggio a ottobre orti nei pressi delle città. In primavera, quando Herrmann l’ha preso in affitto, nel lotto di 85 metri quadri erano gia piantati almeno venti tipi di verdure e piante ornamentali. Nella rimessa degli attrezzi ci sono vanghe, rastrelli e un serbatoio per innaffiare. Ogni venerdi i giardinieri incontrano il contadino proprietario del terreno, e una newsletter settimanale spiega cosa serve per coltivare le bietole e i porri. Marion Herrmann può contare su un’assistenza constante.
I novanta affittuari che si sono divisi questa superficie di cinque chilometri quadrati vengono da Bonn o da Colonia. In casa non hanno un giardino oppure, come Herrmann, ne hanno uno dove crescono solo rose e viole. Sentono la mancanza della natura e della piacevole sensazione di sapere da dove arriva il cibo che mangiano. Questa nostalgia è sempre più diffusa. Ormai Meine Ernte affitta orti in quindici campi tra Francoforte, Colonia e Dusseldorf, e l’anno prossimo gli appezzamenti diventeranno venti. Le liste d’attesa sono lunghe. “Un orticello di proprietà per me è fuori discussione”, dice Marion Herrmann. Vincolarsi per anni a un pezzo dl terra, entrare a far parte di un’associazione di agricoltori per lei sarebbe troppo piccolo borghese. “Invece un’orto in affitto è semplice e prarico”, prosegue la donna. Senza impegni a lungo termine.

L’era dell’accesso

Qualcosa sta cambiando nel rapporto con il possesso. “L’epoca della proprietà sta finendo, è cominciata l’era dell’accesso”, profetizzava già dieci anni fa l’economista statunitense Jeremy Rifkin nel suo saggio L’era dell’accesso. All’epoca il libro diventò un best seller, ma per molti Rifkin era un folle visionario. Oggi è difficile contattarlo al telefono. Rifkin trascorre molto tempo dall’altra parte dell’Atlantico e in certi periodi va avanti e indietro anche due volte alla settimana, per fornire consulenze ai potenti d’Europa (come Merkel o Barroso) mentre negli Stati Uniti insegna presso la rinomata Wharton school di Filadelfia e presiede l’istituto di ricerca Foundation on economic trends di Washington. Rifkin ritiene che le sue previsioni siano state confermate: “Stiamo assistendo alla fine del comportamento consumistico come lo conosciamo oggi”, dice. Secondo lui presto smetteremo di accumulare oggetti: “Sta cominciando una nuova era in cui useremo i beni per un periodo limitato di tempo e li metteremo in comune” . Nella transizione da una “rivoluzione industriale a una rivoluzione collaborativa” , l’economista intravede l’alba di una nuova epoca economica. Per Rifkin, che non teme di esagerare con le sue parole, si tratta di “uno dei massimi punti di svolta nella storia dell’umanità”

Prima di arrivare a questo punto, tuttavia, è chiaro che gli esseri umani dovranno innanzitutto sbarazzarsi del superfluo. Secondo uno studio commissionato da eBay, negli armadi di tutta la Germania è contenuta una quantità di oggetti inutilizzati per un valore di 35,5 miliardi di euro. Ogni nucleo familiare accumula cose di cui non ha bisogno per un valore di 1.013 euro. Ci sono aziende che guadagnano un bel pò immagazzinando mobili, pneumatici da neve, sci e attrezzi da giardino, perchè i loro proprietari non sanno dove metterii. Solo negli Stati Uniti i depositi affittati coprono una superficie che, messa assieme, sarebbe tre volte più vasta di Manhattan.

Tutte queste cose che non servono a nessuno sono il risultato di un meccanismo che per molto tempo ha funzionato piuttosto bene: l’iperconsumo. Se le imprese volevano produrre di più, bisognava che le persone comprassero di più. E dal momento che i prodotti venivano lanciati sul mercato sempre più rapidamente, gli acquirenti dovevano procurarseli a intervalli sempre più brevi. Secondo Rifkin, il risultato è stato un “ciclo interminabile di produzione e consumo”.

Una vita piu leggera

Ora la nuova generazione dei consumatori si sta rendendo conto che in molti casi non desidera i prodotti, ma solo i benefici che ne derivano. Non i cd ma la musica che riproducono, non i dvd ma il film che contengono, non il trapano, che in tutta la vita si usa tra i sei e i tredici minuti, ma i fori nel muro. In diversi settori dell’economia i consumatori vogliono usare invece di possedere. Per loro la proprietà non è piu un privilegio, ma un fardello. Le persone aspirano a una vita più leggera, alla leggerezza del non possedere. Come ha spiegato sul New York Times Magazine il poeta e saggista Mark Levine, “la condivisione sta al possesso come l’iPod sta alla vecchia audiocassetta o come il pannello solare sta alla miniera di carbone. Condividere è pulito, fresco, urbano, postmoderno. Possedere è noioso, egoista, angosciato, arretrato”. Levine fa parte di una minoranza. La società tedesca tiene ancora alla proprietà: secondo uno studio compiuto nel 2010 per conto del ministero dell’ambiente, negli ultimi tre anni il 40 per cento degli intervistati non aveva mai preso in affitto un oggetto d’uso comune e quasi il 30 per cento non aveva mai chiesto qualcosa in prestito a un conoscente o a un vicino. Ma le abitudini cambiano. Circa un terzo dei consumatori si dichiara aperto alle forme di consumo senza possesso. Di frequente si tratta di persone con un alto grado d’istruzione, di famiglie con bambini piccoli o di giovani che cambiano spesso casa e posto di lavoro e già solo per questo non hanno voglia di trasportare molte cose da un luogo all altro. I più aperti fanno parte soprattutto della generazione che ha familiarizzato in rete con l’idea dello scambio e della condivisione e l’ha interiorizzata con i social network. In internet gli utenti si scambiano notizie (Twitter), foto (Flickr), video (YouTube), interessi (Digg), amici (Facebook) o contatti professionali (Xing). Queste reti funzionano solo perchè ci sono masse di persone che collaborano e condividono informazioni. Adesso quello che nel mondo virtuale è dato per scontato sta conquistando il mondo dei prodotti e dei beni materiali. Nascono sistemi in cui le persone mettono un comune oggetti concreti: biciclette, uffici, cucine, trapani, strumenti musicali, borsette, orologi di design, giocattoli e anche opere d’arte. Tutto si può scambiare, condividere e prestare, sia tra imprese sia tra privati. I commercianti si trasformano in erogatori di servizi, gli acquirenti in utenti, i mercati in reti. E a volte anche gli sconosciuti diventano conoscenti. Quello che in un freddo mattino di novembre spinge Paul Gaitzsch e Iris Brettschneider a raggiungere il centro di Amburgo è una Nissan Micra verde del 2001, con un motore da 60 cavalli e 120 mila chilometri all’attivo. Gaitzsch, un’awocato di trent’anni, è il proprietario. Brettschneider, una bancaria di 40, ha bisogno dell’auto per raggiungere la sua barca a vela a Kiel. Una stretta di mano per salutarsi, qualche convenevole, poi Gaitzsch dà le chiavi e i documenti e Brettschneider firma il modulo di consegna. Ventiquattr’ore dopo la donna lascerà cadere cadere la chiave dell’auto nella cassetta della posta di Gaitzsch e gli farà sapere con un sms dove ha parcheggiato il veicolo. Per la Micra, che altrimenti resterebbe ferma nel suo parcheggio, Brettschneider paga a Gaitzsch 16,50 euro al giorno, a cui vanno aggiunti 7,50 euro per l’assicurazione. “E’ molto più conveniente che con un autonoleggio”, dice Brettschneider. “E poi con Paul non ci sono mai problemi”. Anche lui ha scritto sul profilo della donna: “Come sempre, tutto perfetto!”

I due si sono conosciuti sul sito Tamyca (abbreviazione di Take my car, prendi la mia auto), dove perfetti sconosciuti si prestano la macchina per un paio d’ore, per un giorno o una settimana intera. Gaitzsch ha inserito i dati e una foto della sua Micra, poi Brettschneider lo ha contattato e i due hanno concordato un appuntamento per la consegna. Il sito, aperto da più di un anno, conta circa duemila proprietari di automobili in tutta la Germania. Di recente e stata creata anche un’applicazione per smartphone che permette di trovare la macchina in offerta più vicina.
Tamyca è un’alternativa ai servizi di car-sharing professionali come Greenwheels, Cambio, car2go della Daimler o Drive Now della Bmw. Il principio è lo stesso: una sola macchina viene condivisa da più persone. Quello del car sharing è un settore in cui l’idea del “quello che è mio è tuo” e già ben sviluppata. Solo in Germania se ne servono circa 200 mila persone, il 20 per cento in più rispetto a un anno fa e quasi quattro volte in più che nel 2000. Gli utenti hanno a disposizione cinquemila veicoli. Rispetto ai 42 milioni di auto immatricolate nella Repubblica federale tedesca sono pochi, ma l’intenso legame dei tedeschi con la loro automobile si sta allentando, soprattutto tra i più giovani. Mentre nel 2000 più della metà degli uomini tra i 18 e i 29 anni aveva una macchina di proprietà, oggi la quota si è ridotta a un terzo e anche a meno nelle zone urbane. Secondo lo studio realizzato da Timescout, l’80 per cento dei giovani considera l’automobile superflua e il 45 per cento degli intervistati trova poco simpatici i proprietari di auto di grossa cilindrata. Molti riescono a immaginare una vita senza automobile, ma non senza cellulare o senza internet. Per i più giovani la macchina come rappresentazione della loro personalità perde rilevanza e la marca dell’auto non è piu un’integrazione simbolica della loro immagine. Questo non vuol dire che le nuove generazioni abbiano rinunciato a guidare. E’ solo che molti non vogliono avere per forza un auto propria. I motivi sono in genere molto concreti: “I costi sono elevati”, dice Brettschneider, “io semplicemente non posso permettermi un’automobile”. Negli ultimi quindici anni, per esempio, il prezzo del carburante è aumentato tre volte più del costo della vita. Inoltre bisogna contare le tasse, l’assicurazione e l’eterna ricerca di un parcheggio, dove tra l’altro la macchina resta ferma per 23 ore al giorno. Questi i calcoli di Brettschneider. Allora perchè comprare un’auto quando può affittare la Micra di Paul Gaitzsch? Offerte come quella di Tamyca sono una novità, ma non lo è il fenomeno su cui si basa il sito. Gli esseri umani scambiavano e condividevano oggetti gia prima che fosse inventato il denaro. E in fondo la condivisione di appartamenti, le lavanderie automatiche, le biblioteche, gli alberghi e i taxi non sono altro che lo sfruttamento di risorse da parte di più persone. Eppure oggi trovare quello che si cerca non e mai stato così semplice. Non c’è nessun altro luogo come internet dove offerta e domanda si incontrano più facilmente, dove si possono raggiungere molte persone più velocemente. Tutto sembra solo a pochi click di distanza. Lo sforzo è pari a zero. E da quando esistono social network come Facebook e computer in miniatura come l’iPhone, lo scambio è ancora più diretto ed efficace. La condivisione diventa un gioco da ragazzi nel vero senso del termine. Come sul sito web Netcycler, dove gli utenti offrono oggetti di uso quotidiano di cui non hanno più bisogno e allo stesso tempo pubblicano un elenco di quello che vorrebbero ricevere in cambio. Ogni cosa viene barattata con un’altra: una sedia con un telefono cellulare, un’asse da stiro con un forno a microonde, un monopattino con uno stampino per i dolci. Dal momento che trovare la corrispondenza giusta è difficile, un software collega le offerte e le richieste di più persone. Così il baratto awiene anche tra cinque utenti, in modo che alla fine ogni desiderio sia soddisfatto.

Gesti d’altruismo

Gli oggetti inutili non esistono, ce ne sono solo di utili nel posto sbagliato: questa è la filosofia di fondo. E poi bisogna considerare la sensazione positiva che si prova quando si dà qualcosa che altrimenti sarebbe stata gettata via. La stessa sensazione di quando si compiono gesti d’altruismo. Ma in questo caso l’altruismo non c’entra. Di solito le persone che scelgono di consumare in modo collettivo “credono fermamente nei princìpi del capitalismo e dell’interesse personale”, scrive Rachel Botsman. Scambiandosi i vestiti invece di comprarli si risparmia denaro. Chi affitta un trapano per un giorno non deve occupare spazio per conservarlo. Chi noleggia un’auto evita le riparazioni e le revisioni. L’ideale per una società che vuole una vita mobile e un mondo del lavoro flessibile.
E dal momento che una maggior tendenza a condividere e ad affittare implica il fatto che si produce e si spreca di meno, l’economia del “quello che è mio è tuo” favorisce anche l’ambiente. Forse Botsman esagera quando sostiene che il consumo collettivo incarna la “rinascita della comunità”. Ma in un periodo in cui le famiglie sono disperse tra luoghi diversi e spesso i vicini non si conoscono più, la condivisione stimola la nascita di nuove relazioni. “Imitiamo legami che in passato presupponevano un contatto fisico diretto”, dice Botsman. La stessa filosofia è alla base di 9flats, un sito attraverso cui privati cittadini affittano il loro appartamento per pochi giorni o per qualche settimana. “Sentirsi a casa di amici in tutto il mondo”, promette la startup berlinese, che offre circa 25mila abitazioni in più di cento paesi a chi viaggia per turismo o per lavoro. L’ideatore del progetto è Stephan Uhrenbacher, 42 anni. Sei anni fa ha fondato Qype, in cui gli utenti valutano ristoranti, alberghi o attrazioni turistiche di diverse città, poi all’inizio del 2011 ha lanciato 9flats. Uhrenbacher fa la spola tra Londra, San Francisco, Valencia e Berlino. Oggi riceve in un ufficio disadorno nel quartiere amburghese di Schanzenviertel. Pareti spoglie, sulla scrivania solo un paio di portatili e nient’altro. 9flats si rivolge a persone come iui, che non sentono il bisogno del servizio in camera, spiega.

I suoi utenti sono persone che per un fine settimana a Monaco vogliono sentirsi come veri abitanti della città e alloggiare in uno spazio adeguato: in un vecchio palazzo di Schwabing, per esempio. Con i vicini, i caffe e le boutique. L’obiettivo non è piu solo pernottare, ma vivere un’esperienza. In media gli appartamenti di 9fllats costano intorno agli 80 euro a notte, lenzuola e asciugamani puliti inclusi nel prezzo. 9flats incassa una prowigione del 15 per cento. Il sito è un clone di Airbnb, abbreviazione di air bed & breakfast (“materassino ecolazione”), che dal suo lancio, nel 2008, ha reso possibili più di due milioni di pernottamenti negli Stati Uniti. L’azienda on-line californiana ha ricevuto già 120 milioni di dollari dai suoi finanziatori, e gli analisti le attribuiscono un valore di 1,3 miliardi di dollari.

Ma come mai i proprietari affittano la casa a perfetti sconosciuti? “Perchè provano un senso di fiducia reciproca”, spiega Stephan Uhrenbacher. Finora è successo solo che una padella si graffiasse e una tenda a rullo si rompesse, dice l’imprenditore. Il caso più spettacolare e stato invece quello di una donna di San Francisco che si è vista devastare di proposito l’appartamento da un affittuaria di Airbnb. Da allora l’azienda statunitense garantisce ai padroni di casa un indennizzo che può arrivare fino a 50mila dollari per i casi di furto o di vandalismo. Quello che è successo in California è molto grave, ma in rapporto al numero di prenotazioni, le disawenture sono decisamente rare. Nella maggiorparte dei casi va tutto liscio, sostiene Airbnb. E in effetti locatori e locatari si scambiano quasi sempre valutazioni positive, non solo per quanto riguarda gli appartamenti. Su eBay, dove si vende all’asta di tutto, solo l’1 per cento dei venditori riceve un rating negativo e il valore sale al 2 per cento per gli acquirenti.

Perchè quasi tutti si comportano bene anche se non conoscono le persone con cui hanno a che fare? Per interesse personale, sostiene Rachel Botsman. “Gli utenti sanno che il loro atteggiamento influenza la loro possibilità di continuare a fare affari”. Chi è affidabile riceve una valutazione positiva. E chi è valutato positivamente riscuote fiducia. Chi invece si comporta male riceve un rating negativo, e nessuno vuole più avere niente a che fare con lui. La reputazione di una persona diventa un capitale da cui dipende l’appartenenza a una comunità. Difendere il proprio buon nome è ormai una questione di soprawivenza nella rete, e la fiducia si trasforma in valuta sociale. Prima o poi, dice Botsman, la nostra reputazione sarà “più preziosa e più importante della nostra affidabilità creditizia”.

L’economia del “quello che è mio è tuo” darà vita a una società diversa? Se questo accadrà, sara a spese del prezzo. Il possesso di certo non scomparirà, ma in molti settori il suo valore potrebbe diventare incalcolabile. Le magliette, i telefoni cellulari e i trapani sono ancora abbastanza convenienti, e quasi tutti possono permetterseli. Ma se i prezzi rispecchiassero finalmente il costo effettivo, e quindi anche i danni ambientali, potrebbe rendersi necessario un aumento dei consumi collettivi, che in futuro potrebbero diventare normali come lo scambio di informazioni su internet, dove masse di utenti collaborano per la creazione di valori. E imparano che a ogni azione corrisponde una reazione. Quindi, l’economia del “quello che è mio è tuo” non è stimolata dalla fede nell’awento dell’uomo nuovo: in questo mondo non vivono consumatori migliori ,ma solo persone che vanno più d’accordo. E questo è inevitabile. FP

Fonte: Internazionale (cartaceo)

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