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Traduzione a cura di Denis Gobbi

Stampante 3D MakerBot

Stampante 3D MakerBot

E’ da un pò di anni che alla Maker Fair hanno fatto la loro comparsa, ma quest’anno qualcosa era cambiato. Non solo erano lì, erano DAPPERTUTTO. In qualunque direzione ci si voltasse sembrava esserci uno stand con una MakerBot o un altra stampante che emetteva un ronzio creando una sorta di oggetto in plastica appositamente progettato, dimostrando di poter ottenere qualsiasi componente adatto al progetto sul quale potrebbero lavorare.

Uno dei partecipanti della Maker Fair ha voluto fare un censimento e ci ha detto “Tutto sommato ho visto 55 stampanti 3d alla fiera, di cui ben 23 erano progetti e design unici”.

Stampante 3D Touch

Stampante 3D Touch

Questo vuol dire tanto per la stampa 3d. Grazie a MakerBot e a Cubify, essa è diventata accessibile a moltissimi produttori, anche quelli dotati di piccoli budget. E quando si tratta di produrre componenti per un nuovo progetto, eccola lì pronta a fare il suo lavoro.

Cubify è una stampante 3d mostrata quest’anno al CES ad un pubblico entusiasta, le cui spedizioni partiranno questo mese, e secondo il produttore le prenotazioni sono alle stelle. Chiaramente c’è un alta richiesta, e vale anche per la MakerBot, la stampante che si può costruire a casa propria.

Le stampanti 3d usano tipicamente per stampare plastica ABD o PLA per stampare i progetti con meno sprechi di materiale. Tuttavia possono essere modificate per usare altro, ad esempio purè di patate o cioccolata. La stampa 3d stà prima di tutto portando una rivoluzione verde nella manifattura: si crea ciò di cui si ha bisogno QUANDO e DOVE se ne ha effettivamente bisogno,  invece di fare affidamento su magazzini pieni di pezzi “più o meno adatti” messi li ad attendere e prodotti a lunga distanza, và da se che questo implica un aumento dell’efficienza produttiva e logistica senza precedenti. 3D System Corporation, la società che stà dietro a Cubify e alla stampante 3D Touch mostrata qui stanno non solo lavorando per democraticizzare la creatività ma anche per farlo in maniera sostenibile.

Stampante 3D Cubify

Stampanti 3D Cubify

Il CEO Abe Reichental ci ha detto che l’azienda stà già lavorando per lanciare diversi programmi di ecosostenibilità come ad esempio un sistema di crediti per chi invia all’azienda le stampe 3d con difetti o venute male, crediti che si potranno utilizzare per acquistare cartucce nuove per ricaricare le proprie stampanti. In questo modo gran parte dei prodotti delle stampanti non dovrà nemmeno passare per le discariche creando un circolo virtuoso con i consumatori/produttori.

La sostenibilità come già detto è una priorità per la compagnia, ma si sta lavorando anche per portare questa tecnologia alle masse. Reichental ci ha confidato che suo nonno era un calzolaio, e nel momento in cui prendeva la misura del tuo piede avrebbe fatto un paio di scarpe perfette e su misura per te. Al giorno d’oggi portiamo i nostri piedi in un negozio dove troviamo diversi modelli di scarpe già prodotte, che devono incontrare non solo i nostri gusti personali ma anche la comodità per i nostri piedi unici e, molto spesso, la comodità viene sacrificata in favore dell’estetica. La stampante 3d fa esattamente la stessa cosa del vecchio calzolaio: crea al momento un oggetto su misura per noi che incontra tutti i nostri gusti e le nostre esigenze. La capacità di fabbricare le cose di cui abbiamo bisogno quando ne abbiamo bisogno, senza sprechi e senza affidarsi a impianti di produzione distanti, sta finalmente tornando. Il potenziale è evidente e 3D Systems sta già portando Cubify nelle scuole ed insegnando agli studenti come usarla nel creare oggetti nuovi in un processo che incoraggi la progettazione, l’ingegnerizzazione, la programmazione, l’arte e molte altre importanti competenze che possono essere sviluppate efficacemente grazie a questo metodo.

La stampa 3D è arrivata, ed è chiaro quest’anno come non sia più relegata a chi ha abbastanza soldi e competenze di programmazione per potersele permettere. E’ una tecnologia che stà prendendo piede ovunque e tra chiunque. Un paio di anni fa era considerata quasi fantascienza, ed invece eccola qui pronta ad irrompere nelle case di ognuno. Tutto ora sembra possibile, anche un ritorno della manifattura su piccola scala e alla produzione in proprio dei pezzi di ricambio per le società che effettuano riparazioni di qualsiasi genere, il tutto a beneficio dell’efficienza industriale e, quindi, dell’ambiente.

Fonte: zeitnews.org

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Fonte: La Repubblica, di Maurizio Ricci

Computer che guidano le automobili. Automi che assemblano gli iPad. Spot pubblicitari con donne create in Rete che sostituiscono le modelle in carne e ossa. È la fabbrica del futuro e rischia disminuire il ruolo dell´uomo nel mondo del lavoro. Le imprese non assumono più: preferiscono utilizzare le macchine.

“Una deriva pericolosa” scrivono gli autori di un fortunato e-book È in atto un processo che favorirà i detentori di capitale ai danni dei salariati.

L´informatica ha già eliminato commessi, fattorini centralinisti e contabili. Si calcola che 50 milioni di posti negli Usa potranno essere sostituiti dalla tecnologiaLa conseguenza è che si produrranno beni in modo più efficiente. Ma senza consumatori

Stampanti a tre dimensioni, in grado di fabbricare oggetti su misura. Nanomateriali. Macchine che si aggiustano da sole. Migliaia di robot sulle catene di assemblaggio degli iPad. Tutto gestito da software sempre più sofisticati. La fabbrica del futuro è alle porte. Gli esperti dicono che è la terza rivoluzione industriale, paragonabile per importanza alla macchina a vapore, poi l´elettricità, infine la meccanizzazione dell´agricoltura. Dal fondo della crisi economica in cui ci troviamo, queste notizie epocali non sono quelle di cui sentiamo il bisogno.
Tuttavia, di fronte all´alba di un´era nuova, può starci un brivido di eccitazione. Accompagnato, però, da una domanda inquietante: quando verrà il nuovo giorno, noi, esattamente, che lavoro faremo?

«Una spettacolare prova del centravanti Lorenzo Dalpià ha portato la Moglianese ad una rotonda vittoria per 3 a 0 sulla Santantonio, in una partita cruciale per la promozione. Dalpià ha segnato due gol, uno con un potente sinistro, l´altro di testa nel primo tempo, mettendo a segno anche un rigore nella ripresa. La difesa della Moglianese ha barcollato a lungo sotto gli attacchi della Santantonio, ma il portiere Renzoni, in almeno cinque occasioni, ha impedito agli avversari di andare a segno. Al resto ha pensato Dalpià, regalando alla Moglianese una vittoria che mancava da tre domeniche». La prosa non è cristallina, ma raramente lo è, nelle pagine interne dei giornali sportivi. Il punto è che, a scriverlo, non è stato un annoiato, vecchio cronista e neanche un ragazzino alle prime armi. Il testo (o, meglio, il suo originale, riferito ad una intraducibile partita di baseball fra università) è stato redatto da un computer, sulla sola base delle statistiche della partita.

Se, come è probabile, il futuro professionale di alcune migliaia di giornalisti interessa poco, si può andare, invece, sul sito online di H&M, una catena svedese di grandi magazzini. La ragazza che appare in foto ha spalle ben modellate, un sorriso intrigante, ventre piatto, cosce ben tornite e, nell´insieme, fa fare bella figura al bikini che reclamizza. Sarebbe bello sapere come si chiama e qual è il suo numero di telefono. Be´, è inutile chiederselo. La ragazza, non solo non rischia l´anoressia, ma non ha neanche un nome o un telefono. È una modella virtuale, disegnata al computer. Però, con una buona laurea, tanti saluti al computer, no? In realtà, dipende. Nel 1978, per una causa antitrust, uno studio legale americano esaminò 6 milioni di documenti, al costo di 2,2 milioni di dollari, come corrispettivo del lavoro di decine di avvocati.
Nel 2010, in una causa analoga, la Blackstone Discovery ha esaminato 1,5 milioni di documenti, per un costo di 100 mila dollari. Via computer, naturalmente, e tanti saluti agli avvocati.

Prima i robot hanno sostituito gli operai alle catene di montaggio, poi l´informatica ha eliminato commessi, fattorini, centraliniste, contabili. Adesso, la rivoluzione del computer sta risalendo, sempre più velocemente, la scala delle competenze. Brian Arthur, un guru della tecnologia, definisce la rete di rapporti fra macchine che sperimentiamo sempre di più ogni giorno – dal check-in in aeroporto al bancomat – la “seconda economia” e prevede che, prima di vent´anni, avrà dimensioni paragonabili all´economia reale. In realtà, dicono Eric Brynjolfsson e Anfrew McAfee, due ricercatori del Mit di Boston, rischia di mangiarsela. Nei primi dieci anni di questo secolo, l´economia americana non ha aggiunto neanche un posto di lavoro in più al numero totale già esistente: era successo solo dopo il 1929. La crisi del 2008, spiegano in un e-book, Race Against The Machine, ci aiuta a capire perché. La ripresa dell´occupazione dopo la recessione non è mai stata, nella storia recente americana, così lenta. Contemporaneamente, già nel 2010, gli investimenti delle aziende in macchinari erano tornati quasi ai livelli pre-crisi, la ripresa più rapida in una generazione. Le imprese, negli ultimi mesi, hanno smesso di licenziare, ma assumono poco. Prendono macchine, non persone.

Dietro l´incancrenirsi della disoccupazione, in altre parole, secondo Brynjolfsson e McAfee, c´è, accanto alla componente ciclica della recessione, un elemento strutturale: troppa tecnologia, troppo in fretta. Le capacità e le potenzialità dell´informatica stanno crescendo, sotto i nostri occhi, a velocità supersonica e non smettono di accelerare, fino a superare, nel giro di mesi, barriere che sembravano, ancora cinque-sei anni fa, insormontabili. Nel 2004, nel deserto del Mojave, in California, fu organizzata una corsa per macchine senza guidatore. Obiettivo, percorrere 150 miglia attraverso un deserto desolato. La macchina vincitrice non arrivò a otto miglia e ci mise anche svariate ore. Solo sei anni dopo, nel 2010, Google poteva annunciare di aver fatto partire una pattuglia di Toyota Prius, che avevano percorso 1000 miglia, su strade normali, senza alcun intervento da parte del guidatore. Un´impresa resa possibile dall´analisi della montagna di dati di Google StreetView e di Google Maps e dal riscontro degli input da video e radar, tutto processato da un apposito software all´interno della vettura. Le macchine di Google, sottolineano i due ricercatori del Mit, dimostravano che il computer poteva superare la barriera del “riconoscimento degli schemi”, ovvero era capace di reagire ad una situazione esterna in costante mutamento, come il traffico, e priva di regole prefissate.

Anche un´altra barriera, quella della “comunicazione complessa” è stata superata. Geofluent è un software, realizzato in collaborazione con l´Ibm, che consente ai clienti, in una chat di supporto per prodotti dell´elettronica, di interagire con l’operatore, ognuno nella propria lingua. «Come faccio a far partire la stampante?» chiede, in cinese, il cliente cinese. «Così» gli risponde, in inglese, l´operatore dalla sua stanza di Boston. Geofluent traduce avanti e indietro.
Quando l´avranno collegata anche al riconoscimento vocale potremo salutare perfino l´ultima ridotta dei disoccupati disperati: il call center. Sul suo blog, Econfuture, Martin Ford, un imprenditore di Silicon Valley, calcola che almeno 50 milioni di posti di lavoro, circa il 40 per cento del totale dell´impiego Usa, possano essere sostituiti, in un modo o nell´altro, dall´informatica. Brynjolfsson e McAfee ritengono che, in gran parte, questo avverrà nei prossimi dieci anni.
Non è la prima volta che l´umanità affronta sconvolgimenti simili. La prima rivoluzione industriale gettò per la strada una massa di lavoratori tessili, sostituiti dalle macchine. Un secolo dopo, l´arrivo dei trattori fece la stessa cosa per milioni di braccianti e contadini. In tutt´e due i casi, l´aumento di produttività dovuto alla meccanizzazione rilanciò l´economia e i disoccupati trovarono nuovo lavoro altrove.

Ma adesso? I luddisti – bande di lavoratori che sfasciavano le macchine che stavano togliendo loro il salario – sono da sempre oggetto di scherno, da parte  degli economisti. Ora, però, anche un giornale ultraliberale come l´Economist, ha dei dubbi. «I luddisti avevano torto perché le macchine erano strumenti che aumentavano la produttività egran parte dei lavoratori poteva passare a gestire proprio quelle macchine. Ma che succede se le macchine stesse diventano i lavoratori? A questo punto, l´errore luddita sembra molto meno errato».

Il boom dell´informatizzazione favorirà i settori industriali direttamente coinvolti (un elemento di qualche interesse per l´Italia, che ha una buona industria di robotica). Ma la massa dei lavoratori normali, che non né la vocazione, né la possibilità, di trasformarsi in ingegnere informatico? Brynjolfsson e McAfee sottolineano che l´aumento di produttività della terza rivoluzione industriale aumenterà i beni prodotti e il benessere complessivo della società. Ma nessuna legge economica, osservano, prevede che questi benefici siano equamente ripartiti. Il processo in corso favorirà sproporzionatamente i detentori di capitale (cioè delle macchine) ai danni della (ex) forza lavoro, cioè i salariati, innescando un drammatico aggravamento delle diseguaglianze, che, probabilmente, è già in corso.
Con un paradosso, indica Ford. La produttività aumenta vertiginosamente, ma i consumi molto più lentamente. Anzi, si ridurranno, se i salariati si ritroveranno senza salario. Chi consumerà tutti questi beni, prodotti in misura sempre maggiore e in modo sempre più efficiente? La terza rivoluzione industriale, secondo gli autori di Race Against The Machine, sta arrivando troppo in fretta, perché la società abbia il tempo di adeguarsi e riorganizzarsi. I braccianti, cacciati nel primo ‘900, dai trattori, andarono a lavorare nelle fabbriche. Ma le fabbriche della terza rivoluzione industriale sono occupate da robot e computer e lo sono, anche, gran parte degli uffici. L´ex contabile, la mancata modella, il giornalista o l´avvocato silurato non possono andare tutti, in massa, a programmare Google Maps o a disegnare nuovi chip. «Sarebbe – dice Ford – come pensare che tutti i braccianti potessero essere riassunti a guidare trattori. Non funziona»

Fonte: La Repubblica

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Tradotto da Denis Gobbi

L’attuale crisi energetica globale richiede che la sostenibilità ora soppianti la necessità come la madre di tutte le invenzioni. Georgios Vatistas della Concordia University, professore presso il Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Industriale, ha preso a cuore questa massima con la sua reinvenzione di un apparato base dell’industria: lo scambiatore di calore.

Utilizzato in ambienti commerciali su larga scala come ad esempio nei sistemi di refrigerazione, nelle centrali elettriche e nelle raffinerie di petrolio, gli scambiatori di calore sono macchine enormi che permettono il trasferimento di calore da un mezzo all’altro, al fine di regolare la temperatura dei processi industriali. Questo processo viene utilizzato su vastissima scala dall’industria moderna, e ciò si traduce in domande di energia enorme, cosi come sono enormi le pressioni esercitate sulle risorse ambientali.

Con la parte di ricerca del progetto ora completata, Vatistas ha grandi speranze che il suo progetto sarà accolta con entusiasmo dallo sviluppo industriale. “In definitiva,” dice, “questo scambiatore di calore avrà un ampio utilizzo in innumerevoli settori. Rispondendo alle esigenze industriali, con una soluzione più sostenibile, stiamo dimostrando che il futuro dell’ingegneria può essere un verde.”

L’innovazione dietro all’esclusivo progetto proviene da oltre due decenni di ricerche sui flussi di vortice. “Crescendo nel sud della costiera in Grecia”, ricorda Vatistas, “Ho imparato acquisire familiarità con il concetto di vortici in tenera età quando i miei anziani mi mettevano in guardia sui pericoli del nuotare vicino ai gorghi!” Questo fascino giovanile si è evoluto poi nella passione per la ricerca. Vatistas ha svolto un lavoro teorico avanzato sul modo in cui vortici alterano il flusso di sostanze fluide come l’aria o acqua. In seguito ha continuato a guadagnare fama internazionale per aver dimostrato io teorema sulla stabilità degli anelli di vortice – vecchio di 125 anni- del vincitore del Premio Nobel JJ Thomson.

Ma è sul lato pratico delle cose il luogo in cui il lavoro di Vatistas risuona decisamente in maniera più forte. Quando Vatistas si rese conto che il flusso vorticoso poteva aumentare notevolmente l’efficienza del trasferimento di scambio termico, l’applicazione commerciale della sua ricerca divenne presto evidente. Ha poi collaborato con Gestion Valéo per studiare nuovi modelli di scambiatori di calore e ha ricevuto un prestigiosa borsa di studio: L'”Idea per l’innovazione”  del Natural Sciences and Engineering Research Council a sostegno del suo lavoro.

Dottorando Mohamed Fayed (sfondo) e dottorato Georgios Vatistas con il nuovo prototipo di scambiatore di calore. | Foto di Concordia University

Dottorando Mohamed Fayed (sfondo) e dottorato Georgios Vatistas con il nuovo prototipo di scambiatore di calore. | Foto di Concordia University

Con la collaborazione del dottorando Mohammed Fayed e dei suoi compagni, Vatistas ha riprogettato questo dispositivo ampiamente diffuso fino alla produzione di un prototipo che è 40 volte più efficiente rispetto al modello tradizionale. Questa reinvenzione rappresenta enormi chance di risparmi energetici, minori costi operativi e possiede implicazioni industriali di vasta portata.

Fonte: physorg.com

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 Traduzione a cura di Daniel Iversen 

"La Terza Rivoluzione Industriale" di Jeremy Rifkin

"La Terza Rivoluzione Industriale" di Jeremy Rifkin

È già accaduto in precedenza, nel 1848 e nel 1968. I giovani di tutto il mondo occuparono le strade per protestare contro le ingiustizie dei regimi politici autocratici e gli avidi interessi del mercato, e per richiedere il diritto umano primario di partecipare come cittadini eguali negli avvenimenti della società.

Il 15 ottobre (2011) milioni di giovani, con i loro genitori e nonni, affollavano le strade di grandi e piccole città in tutto il pianeta screditando un sistema economico che favorisce il ricco 1% a spese del 99% della popolazione.

I manifestanti sono frustrati dalla mancanza di lavoro e sono arrabbiati con i governi che salvano le banche mondiali e premiano le grandi multinazionali mentre dall’altra tagliano servizi pubblici vitali per le classi medie e povere; sono inoltre preoccupati per il costante incremento dei cambiamenti climatici nel nostro pianeta, causati dalle emissioni di diossido di carbonio da parte delle industrie, un fatto che sta minacciando di mandare in frantumi gli ecosistemi planetari e provocare un’estinzione di massa della vita del pianeta.

Recentemente ho speso il mio tempo con molti organizzatori della giornata del 15 ottobre in Spagna e in Italia. La mia impressione è che le giovani generazioni in questi Paesi, come anche a Wall Street e in tutto il mondo, sono interessate a qualcosa di molto di più che a riforme contro le attuali politiche e pratiche economiche. I ragazzi avvertono che c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nell’attuale sistema politico/economico e stanno cercando una nuova visione economica che generi occupazione, stabilisca governi più responsabili e protegga la biosfera della Terra. Trovare questa nuova visione richiede una comprensione delle forze tecnologiche che stanno producendo delle profonde trasformazioni nella società.

Storicamente le grandi rivoluzioni economiche avvengono quando le nuove tecnologie di comunicazione convergono con i nuovi sistemi energetici.
Le rivoluzioni energetiche rendono possibile un commercio più ampio e integrato. Le rivoluzioni comunicative che le accompagnano gestiscono le nuove complesse attività commerciali rese possibili dai nuovi flussi di energia. Nel 19esimo secolo, la tecnologia per la stampa a basso costo e l’introduzione delle scuole pubbliche ha dato vita a una forza lavoro scolarizzata che aveva le caratteristiche necessarie per gestire l’incremento del flusso delle attività commerciali, a sua volta reso possibile dal carbone e la potenza della tecnologia del vapore, inaugurando così la prima rivoluzione industriale.

Nel 20° secolo, la comunicazione elettrica centralizzata – il telefono, e poi radio e televisione – è diventata il mezzo di comunicazione per gestire una più complessa e diffusa era del petrolio, delle auto e della vita suburbana, e la cultura del  consumo di massa della seconda rivoluzione industriale.

Le vecchia elite energetica

I regimi della comunicazione e dell’energia determinano in gran parte come le società sono organizzate e, in particolare, come sono gestiti e distribuiti i frutti del commercio, come viene esercitato il potere politico e come sono condotte le relazioni sociali.
La prima e la seconda rivoluzione industriale sono state costruite in cima a uno dei regimi energetici piu centralizzati mai concepiti.

I combustibili fossili – carbone, petrolio e gas naturale – sono energie d’elite, questo perché si trovano solo in determinati punti dela Terra.
Per proteggere questi giacimenti si richiedono investimenti significativi in ambito militare, questo per assicurare la loro disponibilità.
Hanno inoltre bisogno di sistemi di controllo e di comando centralizzati, e massicce concentrazioni di capitale per spostarli dal sottosuolo fino agli utenti.
L’abilità di concentrare il capitale – l’essenza del capitalismo moderno – è fondamentale per l’effettiva funzione di tutto il sistema nel suo complesso.
L’infrastruttura energetica centralizzata, a sua volta, stabilisce le condizioni per il resto dell’economia, incoraggiando modelli simili di mercato in ogni settore.

Il business del petrolio è una delle piu grosse industrie al mondo. Costituisce anche la piu costosa impresa per la raccolta, l’elaborazione e la distribuzione di energia mai concepita.
Praticamente tutte le altre cruciali industrie emerse dalla cultura del petrolio si alimentano dal rubinetto dei combustibili fossili – finanza moderna, automobilismo, energia e utility, e telecomunicazioni – erano, in un modo o nell’altro, similmente predisposte alla grandezza per raggiungere le proprie economie di scala. E, come l’industria petrolifera, richiedono ingenti somme di capitali per operare e sono organizzate in modo centralizzato.

Oggigiorno, delle 4 aziende piu grandi al mondo, ben 3 sono compagnie petrolifere – Royal Dutch Shell, Exxon Mobil e BP.
Al di sotto di questi giganti energetici ci sono 500 aziende in tutto il mondo che rappresentano ogni settore e industria – con un fatturato combinato di 22500 miliardi di dollari, equivalente a un terzo del PIL mondiale (62mila miliardi di dollari) – che sono inscindibilmente collegate e dipendenti dai combustibili fossili per la loro stessa sopravvivenza.

Va da sé che i beneficiari dell’era del petrolio, per la maggior parte, sono stati uomini e donne del settore energetico e finanziario e quelli posizionati in maniera strategica in tutta la catena di fornitura dalla prima alla seconda rivoluzione industriale.
Questi personaggi hanno accumulato fortune immense.

Nell’anno 2001, le più grandi aziende americane della CEO, hanno guadagnato in media, 531 volte di più di un lavoratore medio; nel 1980 era solo 43 volte di più. Ancora più sorprendente è che tra il 1980 e il 2005, più del 80% della crescita del reddito degli Stati Uniti è andato nelle tasche dell’1% della popolazione.

Entro il 2007, il più ricco 1% dei percettori americani rappresentavano il 23,5 per cento del reddito lordo delle imposte della nazione, contro il 9 per cento nel 1976. Nel frattempo, nello stesso periodo, il reddito medio delle famiglie americane non anziane è diminuito e la percentuale di persone che vivono in povertà è aumentato.

Forse la descrizione più adatta per descrivere l’organizzazione dall’alto verso basso nella vita economica che ha caratterizzato la Prima e la Seconda Rivoluzione Industriale è quella sentita spesso nella “teoria del trickle-down” – l’idea che quando coloro che sono in cima alla piramide dei benefici basati sui combustibili fossili, avranno accumulato abbastanza ricchezza residua, questa farà la sua strada verso le piccole imprese e ai lavoratori ai livelli più bassi della scala economica, a beneficio dell’economia nel suo complesso . Mentre non si può negare che il tenore di vita di milioni di persone sia migliore alla fine della Seconda rivoluzione industriale rispetto all’inizio della prima rivoluzione industriale, è altrettanto vero che quelli nella parte superiore della piramide ne hanno beneficiato dell’era del carbonio in modo sproporzionato , soprattutto negli Stati Uniti, dove sono state immesse poche restrizioni sul mercato e gli sforzi fatti per assicurare che i frutti del commercio industriale siano ampiamente condivisi sono stati limitati.

Un nuovo paradigma economico

Oggi, Internet e le energie rinnovabili stanno iniziando a emergere per creare una nuova infrastruttura per una Terza Rivoluzione industriale che cambierà il modo in cui il potere sarà distribuito nel 21 secolo. Nell’era che verrà, miliardi di persone produrranno la propria energia-verde nei loro uffici, nelle loro case e nelle fabbriche, condividendola con gli altri in una rete, l’ “Internet dell’energia”, proprio come adesso generiamo e condividiamo informazioni online.

La creazione di un regime di energie rinnovabili, generata dagli edifici, stoccata parzialmente sotto forma di idrogeno, distribuita da una rete Internet-energetica, e collegata a un sistema di trasporto plug-in a zero emissioni, stabilisce una infrastruttura a 5 pilastri che si riproduce in migliaia di aziende e milioni di posti di lavoro sostenibili.

La terza rivoluzione industriale porterà anche un’economia più democratica. Il modo in cui sono distribuite le energie rinnovabili necessita un meccanismo di controllo collaborativo piuttosto che gerarchico. Il nuovo regime energetico laterale stabilisce il modello organizzativo per le innumerevoli attività economiche che si moltiplicano da esso. Una rivoluzione industriale più distribuita e collaborativa, a sua volta, porta invariabilmente ad una condivisione più distribuita della ricchezza generata.

Le nuove industrie della green energy stanno migliorando le prestazioni e riducendo i costi ad un tasso sempre più rapido e solo quando la generazione e la distribuzione di informazioni sarà diventata quasi gratis, lo saranno anche le energie rinnovabili.
E proprio come la generazione e la distribuzione delle informazioni sta diventando quasi gratis, anche le energie rinnovabili lo faranno. Sole, vento, biomasse, geotermica e idroelettrica sono attivabili da tutti e, come l’informazione, non si esauriscono mai. La riduzione dei costi nel mercato musicale ed editoriale unito all’emergere del file sharing degli mp3, degli e-books, dei nuovi blog, sta devastando le industrie tradizionali.
Possiamo aspettarci degli impatti simili quando i costi di transazione all’energie verde permetterà ai produttori, ai rivenditori e ai servizi di produrre e condividere beni e servizi in vasti social network con una minima spesa del capitale finanziario.

Come la generazione Internet sta usando il potere laterale per trasformare lo scenario politico

La democratizzazione dell’economia va di pari passo con la democratizzazione della governance. La generazione internet è guidata da una nuova agenda politica. La loro politica ha poco in comune con la dicotomia destra/sinistra che ha caratterizzato la politica ideologica della Prima e Seconda rivoluzione industriale. I giovani attivisti del movimento del 15 ottobre giudicano il comportamento istituzionale da un nuovo punto di vista. Chiedono se le istituzioni della società – siano esse politiche, economiche, educative o sociali – si comportano in modo centralizzato ed esercitano il potere dall’alto verso il basso in modo chiuso e proprietario, oppure se funzionano in modo distribuito e collaborativo, e sono aperti e trasparenti nei loro rapporti. Il nuovo pensiero politico è un punto di svolta che ha il potenziale per ricostruire il processo politico e rimodellare le istituzioni politiche in ogni paese.

Il potere laterale è una nuova forza nel mondo. Steve Jobs e gli altri innovatori della sua generazione, ci hanno portato dai costosi e centralizzati main-frame computer, posseduti e controllati da una manciata di imprese globali, ai computer desktop e telefoni cellulari a buon mercato, consentendo a miliardi di persone di connettersi l’un  l’altro in peer-to-peer negli spazi sociali di Internet. La democratizzazione delle comunicazioni ha permesso a quasi un terzo della popolazione di condividere musica, conoscenza, notizie e vita sociale in un campo di gioco aperto, segnando uno dei grandi progressi evolutivi nella storia della nostra specie.

Ma per quanto questo risultato sia impressionante, è solo metà della storia. Quando le comunicazioni internet gestiranno l’energia verde, ogni essere umano sulla terra, diventerà la sua fonte di potere, sia letteralmente che metaforicamente. Miliardi di esseri umani condivideranno la loro energia in vasti social network, come adesso condividono informazioni online, creeranno le basi per la democratizzazione dell’economia globale e un nuovo inizio per l’umanità.

La contestazione giovanile, che ha avuto inizio in Medio Oriente, Spagna e Italia e si è diffusa  a Wall Street e poi in tutto il mondo, è un precursore della nuova era. “Potere laterale” è diventato il grido di battaglia di una nuova generazione, determinati a creare una società più giusta, equa e vivibile.

I giovani hanno dimostrato di saper usare il potere laterale via Facebook, Twitter, Google e altri social network per portare milioni di persone in piazza per protestare contro le ingiustizie e gli abusi del sistema economico e politico.

Ora, il problema incombente è se si può sfruttare la stessa potenza laterale per creare un’economia sostenibile, generare milioni di nuovi posti di lavoro, trasformare il processo politico e rimettere a nuovo la terra per le generazioni future.

Fonte: huffingtonpost

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