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Traduzione a cura di Denis Gobbi

Bene, sono nuovamente nel mondo del lavoro. Sono riuscito a trovare un posto ben pagato nell’industria ingegneristica, e la vita finalmente sembra tornare alla normalità dopo i miei nove mesi di viaggio.

Poichè ho vissuto uno stile di vita ben diverso mentre ero via, questa violenta transizione mi ha reso chiaro qualcosa che avevo sempre trascurato prima d’ora.

Fin dal momento in cui mi è stato offerto il lavoro, ho cominciato ad essere marcatamente meno cauto nello spendere i miei soldi. Non stupido, solamente un po’ più veloce nel tirare fuori il mio portafogli. Un piccolo esempio. Stò comprando caffè costosi di nuovo, anche se comunque non sono altrettanto buoni quanto i caffè piatti e bianchi neozelandesi.  Oltre a questo non ottengo l’esperienza di sorseggiarli in un elegante caffetteria in un ambiente soleggiato e all’aperto. Quando ero via, questi acquisti erano meno a portata di mano, e più soddisfacenti.

Non stò parlando di grossi e stravaganti acquisti. Stò parlando delle spese piccole e casuali in cose che in realtà non aggiungono nulla di arricchente alla mia vita. E ancora non sarò pagato prima di altre due settimane.

Ragionandoci sopra credo di essermi sempre comportato in questo modo quando ero occupato in un posto ben remunerato – spendendo allegramente durante i “periodi di incasso”. Avendo trascorso nove mesi con uno stile di vita da viaggiatore e senza nessuna entrata, non posso far altro che aiutarvi a rendervi più consapevoli di questo fenomeno quando accade.

Suppongo di farlo perchè inconsciamente sento di aver riguadagnato una certa posizione, ora che sono di nuovo un professionista ampiamente remunerato, ciò sembra farmi riguadagnare anche un certo livello di spreco. E’ presente una curiosa sensazione di potere quando si lasciano andare un paio di ventoni senza nessuna traccia di pensiero critico. E’ una bella sensazione esercitare il potere del dollaro quando sai che comunque “ricrescerà” in maniera abbastanza veloce.

Quello che mi accade non è affatto inusuale. Tutti sembriamo avere lo stesso comportamento. Di fatto, mi sembra di essere ritornato alla normale mente consumatrice dopo aver speso un po’ di tempo lontano da essa.

Una delle scoperte più sorprendenti che ho fatto durante il mio viaggio fu’ il fatto che spendevo molto meno viaggiando per paesi esteri (inclusi paesi più costosi del Canada) piuttosto che durante il mio impiego lavorativo usuale nel mio paese. Avevo molto più tempo libero, visitavo alcuni dei posti più belli del mondo, stavo incontrando nuove persone a destra e a manca, ero calmo e pacifico nell’animo e stavo avendo esperienze indimenticabili che in qualche maniera mi costavano molto meno di quelle che riuscivo ad avere durante le settimane lavorative in una delle città meno costose del Canada.

Sembra che io abbia ottenuto molto di più dal mio denaro mentre ero in viaggio, come mai?

Una cultura di inutilità

Qui in Occidente, uno stile di vita di spesa inutile è stata deliberatamente creato e dato in pasto al pubblico dai grandi affari. Aziende in ogni tipo di settore hanno un enorme interesse nell’educare il pubblico ad essere noncurante con le proprie finanze. Cercano di incoraggiare l’abitudine dello spendere in maniera casuale e non necessaria ogni volta che possono.

Nel documentario The Corporation uno psicologo del marketing parla di uno dei metodi utilizzati per incrementare le vendite. Il suo staff ha effettuato uno studio sule richieste che manifestano i bambini verso i genitori e la probabilità che essi gli comprino un giocattolo. Hanno scoperto che dal 20 al 40% degli acquisti dei giocattoli non sarebbero avvenuti se il bambino non  avesse infuenzato i propri genitori. Una visita su quattro nei parchi di divertimento non avverrebbe senza questo meccanismo. Hanno utilizzato questi studi per indirizzare i loro prodotti direttamente ai bambini, incoraggiandoli a chiedere ai genitori di comprare.

Questa campagna di marketing da sola rappresenta molti milioni di dollari spesi grazie ad una domanda artificialmente creata.

Puoi manipolare i consumatori nel desiderio, e quindi nel comprare, i tuoi prodotti. E’ un gioco.

Lucy Hughes, co.creatrice di “The Nag Factor”

Questo è solo un piccolo esempio di una tendenza che è andata avanti per molto molto tempo. Le grandi aziende non guadagnano i loro milioni promuovendo ardentemente le virtù dei loro prodotti, li fanno generando una cultura di centinaia di milioni di persone che comprano molto di più di quel che necessitano, cercando di soddisfare questa insoddisfazione attraverso il denaro.

Compriamo cose per sollevarci il morale, per tenere il passo con gli altri, per soddisfare la nostra visione bambinesca di come sarà il nostro futuro da adulti, per mostrare il nostro status al mondo, e per una moltitudine di altre ragioni psicologiche che hanno in realtà poco a che fare con l’effettiva utilità di questi beni. Quante cose hai accumulato nel tuo garage o nella tua cantina che non hai utilizzato durante l’ultimo anno?

La vera ragione della settimana lavorativa da quaranta ore

L’ultimo strumento in mano alle corporation per sostenere questo genere di cultura consiste nello sviluppo di una settimana lavorativa di 40 ore come la norma. Sottostando a queste condizioni lavorative le persone sono obbligate a ritagliarsi una vita nei pomeriggi e nei fine settimana. Questo sistema ci rende naturalmente più propensi a spendere cospicuamente in intrattenimenti e comodità a causa del nostro scarso tempo libero.

Sono tornato a lavorare solamente da pochi giorni, ma stò già notando che le più sane abitudini stanno lentamente scivolando fuori dalla mia vita: andare a camminare, esercitarmi, leggere, meditare, scrivere.

L’unica similarità tra queste attività consiste nel fatto che richiedono poco o nulla in quanto a denaro, ma richiedono invece diverso tempo.

All’improvviso ho molti più soldi e molto meno tempo, ciò significa che ora ho molto più in comune con il tipico lavoratore nordamericano di quanto non avessi alcun mesi fà. Mentre ero all’estero non ci avrei pensato due volte nel trascorrere la giornata girovagando per un parco nazionale o leggendo un libro sulla spiaggia per alcune ore. Ora quel genere di cose sembra fuori questione. Fare una qualsiasi delle due occuperebbe la maggior parte del mio prezioso tempo libero nel weekend!

L’ultima cosa che ho voglia di fare una volta tornato a casa da lavoro consiste nell’allenarmi. E’ anche l’ultima delle voglie dopo mangiato o prima di andare a letto o appena alzato, e quello è veramente l’unico tempo che mi rimane disponibile nel resto della settimana.

Questo problema sembra avere una semplice soluzione: lavorare di meno così da avere più tempo libero. Ho già provato a me stesso il fatto di essere in grado di vivere una vita appagante con meno di quello che possiedo ora. Sfortunatamente, ciò si avvicina all’impossibile nel mio settore lavorativo, come del resto nella maggior parte degli altri. O lavori 40 e più ore o non lavori affatto. Tutti i miei clienti e i miei datori di lavoro sono fermamente recintati nella cultura lavorativa standard, non è quindi pratico chiedere a loro di non chiamarmi mai dopo l’una del pomeriggio, anche se riuscissi a convincerli.

La giornata lavorativa da otto ore si sviluppò durante la rivoluzione industriale in Gran Bretagna nel 19° secolo, una tregua per i lavoratori dell’epoca che venivano sfruttati fino a 14 o 16 ore al giorno.

Mano a mano che le tecnologie e i metodi si sono sviluppati, i lavoratori di tutte le industrie e settori economici sono riusciti a produrre molto più valore in un più breve periodo di tempo. Potresti pensare che questo porti naturalmente a giornate lavorative più corte.

Ma la giornata lavorativa da 8 ore è troppo profittevole per il grande business, non per l’ammontare di lavoro che le persone producono in otto ore (l’impiegato medio lavora realmente circa 3 ore di media in 8 ore lavorative nominali) ma perchè induce nelle persone una cultura dell’acquisto appagante. Mantenere il tempo libero scarso significa che le persone sono disposte a spendere molto di più per il proprio confort, la propria gratificazione e ogni altro sollievo o agevolazione in tal senso riescano ad ottenere attraverso il denaro. Li spinge a guardare continuamente la tv e i suoi spot pubblicitari. Li rende senza ambizioni al di fuori dell’ambiente lavorativo.

Siamo stati guidati in una cultura che è stata progettata per lasciarci stanchi, affamati di indulgenza, disposti a pagare moltissimo per il nostro confort e il nostro intrattenimento, ma sopratutto vagamente insoddisfatti della nostra vita cosicchè noi possiamo continuare a desiderare cose che non possediamo. Compriamo così tanto perchè sembra sempre che qualcosa ci manchi.

Le economie occidentali, in particolare quella degli Stati Uniti, sono state costruite in maniera molto calcolata sulla spesa gratificante, dipendente e inutile. Spendiamo per tirarci sù il morale, per premiarci, per celebrare, per risolvere problemi, per elevare il nostro status sociale e per alleviare la noia.

Sei in grado di immaginare cosa accadrebbe se tutta l’America smettesse di comprare così tante cianfrusaglie inutili che non aggiungono nulla di effettivo valore alle nostre vite?

L’economia mondiale collasserebbe e non si riprenderebbe mai più.

Tutti i ben pubblicizzati problemi dell’America, inclusi obesità, depressione, inquinamento e corruzione sono il costo che paghiamo per sostenere l’economia trilionaria del dollaro. Per tenere “in salute” l’economia, l’America necessita di rimanere malata. Persone sane e felici non sentono di aver bisogno di quello che non hanno, e questo significa che non compreranno un sacco di spazzatura, non gli servirà pagare per divertirsi ulteriormente, e non finiranno a guardare un sacco di spot pubblicitari.

La cultura della giornata lavorativa da otto ore è lo strumento più potente a disposizione dei grandi affari per mentenere le persone in questo stato di insoddisfazione dove la risposta ad ogni problema consiste nel comprare qualche cosa.

Avrai probabilmente sentito parlare della Legge di Parkinson. E’ spesso citata in relazione all’utilizzo del tempo: più tempo hai a disposizione per fare qualche cosa, più tempo ci metterai a farla. E’ sensazionale quanto sia possibile fare nell’arco di venti minuti se quei minuti sono tutto quello che hai a disposizione. Ma se hai tutto il pomeriggio da sfruttare a tale scopo, probabilmente ci vorrà di più.

La maggior parte di noi tratta il denaro in questa maniera. Più denaro guadagniamo, più ne spendiamo. Non è che abbiamo improvvisamente il bisogno di comprare di più solo perchè abbiamo a disposizione più denaro, semplicemente per il fatto che possiamo, allora lo facciamo. Di fatto, è piuttosto difficile per noi evitare di aumentare il nostro standard di vita (o meglio, il nostro tasso di spesa) ogni volta che otteniamo un aumento.

Non credo sia necessario evitare tutto il nostro orribile sistema e andare a vivere nelle foreste pretendendo di essere sordomuti, come spesso Holden Caulfield ha fantasticato. Ma potremmo certamente ben comprendere in cosa il grande commercio vuole trasformarci. Ha lavorato per decenni creando milioni di consumatori ideali, e ha avuto successo. A meno che tu non sia un’inusuale anomalia, il tuo stile di vita è stato progettato su misura.

Il perfetto cliente è insoddisfatto ma speranzoso, disinteressato nella seria crescita personale, molto abituato alla televisione, al lavorare a tempo pieno, al guadagnare abbastanza bene, all’indulgenza durante il proprio tempo libero e in in qualche modo al tirare avanti.

E’ tua questa descrizione?

Due settimane fà avrei detto “diavolo certo che no, non sono io!” ma se tutte le settimane fossero come questa che ho appena passato, quel pensiero non sarebbe altro che un mero desiderio.

Fonte: raptitude.com

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Traduzione a cura di Denis Gobbi

 

I suoi sostenitori credono sia un’opportunità per realizzare una società del post-lavoro, dove le macchine pensano ai lavori pesanti e l’occupazione così come oggi la conosciamo diverrà una cosa del passato.

Può il ciber-lusso diventare la norma? Fotografia: Everett Collection / Rex Feature

Nel tempo in cui i robot affollano le linee di produzione delle fabbriche, algoritmi fanno sterzare le auto e schermi touchscreen sostituiscono le cassiere dei supermercati, l’automazione stà diventando il nuovo spettro della società. I robot, dicono, stanno arrivando a rubarci il lavoro.

Lasciateli fare, rispondono i comunisti di lusso.

I prati cibernetici e le macchine dall’amorevole grazia

Localizzato nello spettro politico dell’estrema sinistra futurista, il comunismo di lusso completamente automatizzato (fully automated luxury communism – FALC) mira ad imbracciare l’automazione nella sua massima estensione. Questo connubio potrebbe sembrare un ossimoro, ma è proprio questo il punto: tutto ciò che verrà etichettato come comunismo di lusso diverrà difficile da ignorare.

C’è una tendenza nel capitalismo ad automatizzare il lavoro, per tramutare processi prima eseguiti da esseri umani in funzioni completamente automatiche”

ci dice Aaron Bastani, co-fondatore di Novara Media, che aggiunge:

Riconoscendo ciò, l’unico obiettivo utopico potrebbe essere la completa automatizzazione di tutto e la comune proprietà di ciò che è automatizzato.

Bastani e i suoi compagni comunisti di lusso credono che questi tempi di rapido cambiamento siano un’opportunità per realizzare una società del post-lavoro, dove le macchine si occupino di tutti i lavori pesanti e degradanti non per profitto ma per la comunità.

Le nostre richieste potrebbero essere una settimana lavorativa di 10/12 ore, un reddito minimo di base garantito, un’abitazione garantita per tutti, così come l’educazione, la sanità garantite e così via. Ci potrebbe essere ovviamente del lavoro non automatizzabile che richiederebbe l’impiego di lavoro umano, come ad esempio il controllo qualità, ma sarebbe minimo.

L’umanità potrebbe avere le sue praterie cibernetiche, gestite da macchine dotate di amorevole grazia.

Prendiamo Uber per esempio, una gigantesca compagnia. La sua visione consiste nell’avere entro il 2030 questa enorme flotta di auto senza guidatore. Ciò non richiede di essere gestito da una compagnia privata. Perchè lo dovresti volere? A Londra abbiamo le Bici Boris. Perchè non dovremmo avere qualcosa di simile ad Uber con auto automatizzate senza guidatore, fornite a livello municipale senza un motivo di profitto?

E questo è solo l’inizio

L’ideologia nasce da un groviglio di andamenti ben studiati. Attualmente, il tasso di progresso tecnologico e produttività lavorativa stà aumentando, ma le retribuzioni stagnano e le aziende tagliano posti di lavoro. Recenti ricerche indicano che il 35% dei lavori nel Regno Unito sono “a rischio” di automatizzazione. I professori del MIT Erik Brynjolfsson e James McAfee argomentano persuasivamente nel loro spesso citato “La Seconda Era delle Macchine” che i robot sono solamente che all’inizio del loro impatto sull’economia.

I prati cibernetici dell’umanità saranno gestiti da macchine dall’amorevole grazia. Fotografia: HD Wallpaper

Gli automi di nuova generazione offrono un numero di vantaggi tali da promettere l’obsolescenza della fatica, annoverando tra i fattori chiave strumenti come la stampa 3D e algoritmi abbastanza intelligenti da poter essere scambiati per esseri umani. Un era di abbondanza spalleggiata dalle macchine sembra profilarsi proprio dietro l’angolo.

Non stò dicendo che ci siamo già dentro, anche se in alcuni settori certamente lo siamo. Prendete per esempio al distribuzione di contenuti audio/video, abbiamo raggiunto la post-scarsità in questo settore. Ovviamente Spotify, iTunes o Wikipedia non sono modelli che creano cibo e sostentamento diretto per le persone. Tuttavia la speranza sussiste nel pensare che questa sia la testa di ponte emergente di un set di tendenze riguardanti il software e anche, a breve, l’hardware. Perchè queste sono le aspettative che accompagnano la fabbricazione libera di oggetti solidi, la stampa 3D, la biologia sintetica.

Bastani non è solo nell’evangelizzare un’era di ciber-lusso di massa. Membri del gruppo di sinistra Piano C diffondono lo slogan “Lusso per tutti” nella loro propaganda e nel loro ben progettato Tumblr, Comunismo di Lusso, mostrano simpatiche idee adottate anche nel corso di proteste studentesche.

Allo stesso modo, Brynjolfsson non trova l’idea di un lusso popolare automatizzato bizzarra. Al contrario.

Un mondo di abbondanza incrementale, anche di lusso, non solo è possibile, ma probabile. Molte delle cose che consideriamo necessità oggi come il servizio telefonico, le automobili, il sabato libero, erano beni di lusso in passato.

Nel comunismo di lusso totalmente automatizzato si tratterà di occupare il panificio piuttosto che rubarne il pane. Fotografia: Bettmann/Corbis

La tecnologia può creare enorme abbondanza, ma la strada verso di essa potrebbe essere molto tortuosa perchè gli esistenti modelli di business e i metodi di creazione del valore vengono destabilizzati

Il Comunismo di Lusso Britannico

Il comunismo di lusso britannico sviluppa le sue radici a partire dai movimenti di protesta a metà del primo decennio di questo secolo, secondo Piano C, quando i suoi membri mostrarono il loro slogan “Lusso per tutti” ad una manifestazione di Berlino.

Ci sembra che questa domanda ben riassuma gli obiettivi di un movimento comunista moderno

– affermano i membri di Piano C.

Essi traggono i loro principi dalla trilogia fantascientifica “Marte Rosso” di Kim Stanley Robinson, dove un’utopia socialista si stabilisce sul pianeta rosso. Anche “Un Linguaggio Modello” fù una fonte d’ispirazione, un pamphlet utopico degli anni ’70 scritto da tre architetti. Bastani sostiene che la sua concezione di FALC è basata su di una moderna lettura del Capitale e di Gundrisse di Karl Marx.

Ovviamente, la storia è disseminata di impronte digitali di tecno-utopie irrealizzate e società libere dal lavoro usurante. Pensatori che vanno da Marx a Bertrand Russell furono certi che scienza, tecnologia e cooperazione umana fossero al punto di svolta necessario a liberare l’umanità dalle catene del lavoro.

La visione di dare a molti, se non addirittura alla maggior parte dei cittadini carichi di lavoro drasticamente ridotti è un concetto molto vecchio nei pensieri e negli scritti utopici.

afferma Howard Segal, professore di storia della scienza e della tecnologia all’Università del Maine e autore di Utopie: Una Breve Storia.

Egli punta l’attenzione verso l’armata industriale di Guardando Indietro (Looking Backguard – 1988) di Edward Bellamy e agli scritti dei tecnocratici del medio ‘900. Ma il comunismo di lusso forse trova una corrente culturale analoga e più recente in serie TV fantascientifiche come Star Trek, con i suoi replicatori e politici egalitari, o ancora nelle opere di Iain Banks legate all’universo culturale high-tech post scarsità (The Culture).

Eventualmente, Bastani vede il FALC raggiungere un obiettivo molto vicino a questi esempi – una società con controllo collettivo sui suoi mezzi ad alta tecnologia riduci-lavoro. Prevede anche quali piccoli lavori saranno necessari in futuro, come la continua ottimizzazione di stampanti 3D e robot per l’agricoltura. Essi saranno organizzati in modo simile a come oggi gli editori di Wikipedia gestiscono il loro dominio in modo decentralizzato e non gerarchico.

Ma prima di tutto ciò, e sopratutto in modo da poterci arrivare, esso spera di usare l’etichetta del comunismo di lusso come bandiera per convertire tutti alla causa. Tutto questo ha a che fare con la politica.

Considerate la canzone del rapper di Atalanta Migo, “Versace”, Migo dice:

Ottieni questi video che i bambini amano, dove è tutto completamente bizzarro, lusso ovunque. La storia del capitalismo ripete che se tu lavori duramente e giochi secondo le regole puoi ottenere tutto questo, il che è ovviamente una stronzata. Ma se tu dici hei guarda! se vuoi tutto questo, quello che ti serve è occupare i centri di produzione. Ci serve ottenerne l’automazione e subordinarla ai bisogni dell’essere umano, non al bisogno di profitto. Si tratta di occupare il panificio, piuttosto che rubarne il pane

Ovviamente presumendo siano i robot a dover impastare.

Fonte: theguardian.com

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Traduzione a cura di Ezio Marano & Denis Gobbi

 

Molti esperti che studiano il tema dell’automazione ritengono che l’attuale tasso di progresso ci stia portando verso un futuro con sempre meno posti di lavoro disponibili.
Forse è una cosa buona.

Nel suo saggio 2013, “a proposito di lavori stupidi” David Graeber ha sostenuto che sulla scia dell’automazione, abbiamo creato occupazione semplicemente fine a se stessa, non necessariamente per soddisfare un qualche compito o fine significativo. Nel 1930, John Maynard Keynes ha predetto che l’automazione avrebbe creato una settimana lavorativa di 15 ore per tutti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Graeber sostiene che non siamo riusciti a essere all’altezza di questa previsione, non a causa del fallimento dell’automazione, ma a causa della paura degli effetti sociali che si potrebbero verificare avendo un gran numero di persone dotate di una tale quantità di tempo libero non strutturato.

Nel nostro sistema attuale, un tasso di disoccupazione più elevato significa un’economia instabile. Siamo costantemente alla ricerca di modi per “mettere le persone al lavoro”. Spesso, però, i lavori che queste persone trovano sono insoddisfacenti.

Nel 2014, la Conferenza del Comitato di Indagine di Soddisfazione sul Lavoro ha riportato, per l’ottava volta consecutiva, che meno della metà degli americani sono soddisfatti del loro lavoro.

Mentre la tecnologia progredisce, ci sono segnali confermanti il fatto che “far lavorare le persone” sarà sempre meno fattibile. Gli economisti Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee hanno tracciato quello che chiamano “il grande disaccoppiamento”. Essi hanno scoperto che la produttività, o output per ora di lavoro, è quadruplicato dal 1947 negli Stati Uniti, mentre l’occupazione non è aumentata per nulla rispetto al rapporto esistente in precedenza. Ciò significa che molte aziende stanno producendo più beni e servizi senza la necessità di dover assumere più persone.

Altre ricerche suggeriscono che nei prossimi 15 o 20 anni, il 45 per cento dei posti di lavoro esistenti sarà automatizzato. Ancora più sorprendentemente, nulla sembra suggerire il fatto che nuovi posti di lavoro saranno creati con il ritmo necessario a poter compensare questa perdita.

Ad oggi, moltissime persone hanno avuto solo due opzioni lavorative: il reddito desiderato e l’insoddisfazione, o poco reddito e la libertà. Nessuna di queste possibilità è particolarmente attraente.
Larry Page offre una soluzione: “Lavorare di meno.”

Lavorare meno certamente ridurrebbe la quantità di tempo che le persone trascorrono sui posti di lavoro insoddisfacenti, e offrirebbe loro anche maggiori opportunità per perseguire i loro veri interessi.

Durante una chiacchierata informale come parte di un programma esecutivo alla Singularity University lo scorso novembre, Ray Kurzweil ha sottolineato che con i progressi della tecnologia fino ad ora: “sempre più persone possono fare quello che le appassiona”, invece di essere bloccate in posti di lavoro che non interessano loro rendendo inespresso tutto il loro potenziale

Kurzweil stesso ne è un esempio: “Non ho nessuna intenzione di andarmene presto in pensione” dice. “ho un altro modo di vedere le cose: io in realtà ci sono andato quando avevo cinque anni, e ho deciso di fare quello che volevo fare.”

L’automazione può fornire parte della soluzione anche al problema del reddito. Come dice Kurzweil, “Non sono davvero preoccupato perché sarà un problema molto semplice da risolvere e richiederà una frazione molto piccola della nostra intera capacità produttiva supportare tutte le necessità materiali della razza umana”. Ovvero raggiungere un elevato standard di vita in futuro richiederà molto meno capitale.

Come ci arriveremo è un argomento molto discusso, ma se prendiamo la comprovata esperienza di Kurzweil nel predire il futuro della tecnologia come indicatore, è lì che siamo diretti.

Inoltre, se Kurzweil è rappresentativo di come una frazione delle persone riempirebbe il suo tempo mentre non sono più impegnate nel mondo dei lavori insensati, allora il futuro sembra destinato a essere riempito con ancor più innovazione e creatività. “Pensi che l’innovazione si fermerà?” Chiede Kurzweil. “Esploderà.”

Se questa previsione è accreditata, allora immaginate il salto che si farebbe se ogni lavoratore che ha visto Star Trek in tenera età, crescendo stesse lavorando per rendere la velocità di curvatura una realtà.

Questa innovazione non è nemmeno limitata al mondo tecnologico. Da quando la tecnologia ha cominciato a sostituire i lavori ripetitivi, abbiamo visto una esplosione nella diversità di produzione creativa nel mondo.

C’è stato un aumento senza precedenti nella varietà di generi musicali creati negli ultimi 100 anni, per non dire la quantità di musica effettivamente prodotta. Esiste più arte al mondo (e alcune di esse effettivamente buone) adesso piuttosto che in qualsiasi altra epoca passata. Meno persone ci sono dietro una scrivania, o dietro alla ruota di un grande impianto di perforazione, più potenziali creatori si generano.

Automazione del lavoro non si tradurrá certo con eradicazione del lavoro umano. Nel migliore dei mondi possibili, potrebbe voler dire solo la fine del lavoro insoddisfacente. Per qualcuno significherebbe tempo trascorso a creare e inventare, per altri potrebbe significare un sacco di tempo trascorso a giocare con tutte quelle nuove creazioni e invenzioni, che è ciò a cui si vuole arrivare.

Kurzweil è la prova che la passione stimola la produttività, così come quasi tutti gli artisti prolifici, scrittori, musicisti e imprenditori provano. Il lavoro soddisfacente si rende utile e di solito produce cose abbastanza incredibili. Non solo, ma l’ingegno che rende possibile l’automazione, migliorerà anche l’innovazione.

Karl Marx ha descritto la sua società ideale come una “in cui nessuno ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo voglia… fare una cosa oggi e domani un altra, cacciare alla mattina e pescare il pomeriggio, allevare bestiame la sera, criticare dopo cena… senza mai diventare cacciatore, pescatore, pastore, o critico.”

L’automazione consente esattamente la possibilità di questo tipo di diversificazione di interessi, senza la violenza e lo sconvolgimento, di solito associati con i tentativi per arrivarci.

Inoltre, la tecnologia non farà altro che accelerare la nostra capacità di perseguire diversi interessi. Internet ha già democraticizzato l’informazione, consentendo a molti di diventare esperti in campi in cui non hanno alcuna istruzione formale o formazione. Il futuro della tecnologia può consentire a ciascuno di noi di diventare maestri in molti campi, ampliando le capacità dei nostri corpi e delle nostre menti.

È molto difficile prevedere in realtà ciò che un mondo pieno di persone sciolte dalle redini del lavoro predefinito creerebbe o potrebbe creare; tuttavia, c’è parecchio da prevedere e dovremmo essere ottimisti su un tale cambiamento trasformativo.

Gli sviluppi e le innovazioni prodotte dalla passione, e aiutati dalla tecnologia, hanno esteso la fantasia. Dalla realizzazione di molti concetti precedentemente considerati fantascienza, alla creazione di nuove forme d’arte che ci lasciano stupiti di ciò che la passione e l’innovazione possa realizzare.
Provate a immaginare un mondo in cui i risultati si espandono in modo esponenziale.

Fonte: singularityhub.com

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Traduzione a cura di Denis Gobbi

Firenze, Italia. – Rifiutandosi di fare da ago della bilancia, rinunciando a 42 milioni di euro in rimborsi elettorali e chiamando l’arresto di Berlusconi, il Movimento 5 Stelle italiano (M5S) ha continuato a dominare la scena mediatica fin dalle elezioni politiche dove ha drammaticamente conquistato il terzo posto.

Ora, mentre i tre maggiori partiti tentano di formare un governo dopo delle elezioni che non hanno portato a nessun polo maggioritario, il M5S, guidato dal comico Beppe Grillo, sta portando alla ribalta nel dibattito politico principale un nuovo concetto economico: la decrescita.

“Vogliamo un governo che abbia come priorità l’acqua pubblica, la decrescita e una mobilità intelligente”

afferma Vito Crimi, leader del M5S al Senato Italiano in un’intervista al Corriere della Sera, accennando alle prossime battaglie del movimento.

Decrescita VS Crescita

Decrescita VS Crescita

I sostenitori del movimento della Decrescita considerano il corrente pensiero economico come poggiante su di un paradigma che recita: il benessere di una nazione di una nazione può essere misurato solamente in termini di crescita economica. Le teorie della Decrescita, spesso descritte come anti-consumiste e anti-capitaliste affermano che la diminuzione della produzione e conseguentemente del consumo permettono lo sviluppo di una società più sana.

Maurizio Pallante, fondatore e presidente del Movimento della Decrescita Felice in Italia dichiara:

“La decrescita consiste in una selettiva diminuzione della produzione inutile, limitando lo spreco nel processo di produzione: noi puntiamo alla sovranità alimentare e all’indipendenza energetica. Solo attraverso la migliore qualità della vita, un fattore che va ben oltre il PIL, si può quantificare il benessere di una nazione.”

Il movimento, attingendo alle idee portate avanti dal francese Serge Latouche, dichiara che applicando queste metodologie potremmo alleviare, se non curare, la malattia che affligge l’Italia: la disoccupazione. Secondo l’Istat (Istituto Nazionale Italiano di Statistica) circa 3 milioni di persone ad oggi risultano disoccupate – un incremento di 550’000 persone dalla fine del 2011 – su un totale di 60 milioni di abitanti.

Pallante asserisce:

“Se fossi Ministro dell’Economia, orienterei tutti i prestiti e le sovvenzioni nella riduzione degli sprechi dal punto di vista della produzione di energia nell’edilizia e nell’agricoltura, sostenendo progetti che generano circoli virtuosi per l’economia locale, investendo nella ricerca favorendo innovazioni tecnologiche che riducano il consumo di energia e risorse, spostando così l’occupazione verso questi settori.”

Alcuni associano il movimento della Decrescita allo sviluppo sostenibile, ma i sostenitori di queste due correnti di pensiero non sempre si vedono di buon’occhio l’uno con l’altro.

Giovanni Andrea Cornia, professore di Sviluppo Economico all’Università di Firenze critica:

“Piuttosto che di decrescita parlerei di un modello di sviluppo sostenibile che consenta una crescita sostenibile economicamente, ambientalmente e socialmente parlando.”

Il professor Cornia è uno dei 20 membri della Commissione per le Politiche dello Sviluppo alle Nazioni Unite, che tenta di stabilire un modello di sviluppo economico desiderabile e flessibile. Cornia sostiene che i problemi devono essere considerati globalmente nel loro insieme e non solo a livello locale a causa della globalizzazione internazionale economica e finanziaria:

“Io critico Latouche quando afferma che noi, i paesi ricchi, dovremmo decrescere per fare spazio ai paesi più poveri. Io credo al nostro intreccio con questi stati meno sviluppati: importiamo materiali grezzi da loro, quindi se riduciamo il consumo dei nostri beni è necessario implementare politiche che incrementino i prezzi di quello che ci esportano, altrimenti andremo incontro ad altri problemi ancora.”

Globalizzazione

Globalizzazione

Cornia prosegue:

“Io credo che il sistema economico sia artificialmente deformato a causa dei bisogni indotti dalla macchina pubblicitaria, ma dobbiamo tenere in considerazione le ricadute occupazionali delle nostre politiche. Se smettiamo di produrre beni di cui possiamo fare a meno, una larga fetta di persone rimarrà a casa. Chi emana leggi in proposito deve tenere conto di questi fattori . È necessario intervenire per migliorare la redistribuzione della ricchezza, la regolamentazione del settore finanziario e la tutela dell’ambiente.”

Fonte: theepochtimes

Licenza Creative Commons
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Traduzione a cura della rivista “Internazionale“.

Articolo originale di John Naughton, apparso su “The Guardian

Magazzino di Amazon

Apple, Amazon, Facebook e Google hanno profitti da capogiro e si vantano di aver creato nuovi posti di lavoro. Ma spesso si tratta di lavori sottopagati e alienanti

Vi serve un corso accelerato di ca­pitalismo digitale? Facile, vi ba­sta assimilare quattro concetti: margini di profitto, volume, di­suguaglianza e impiego. Se volete qualche dettaglio in più, aggiungete quattro agget­tivi: esiguo, grande, enorme, misero.

Cominciamo con i margini di profitto. Un tempo esisteva una grande azienda di nome Kodak. Dominava il suo settore, la fotografia basata sui processi chimici, e aveva margini di profitto enormi, che in al­cuni casi raggiungevano il 70 per cento. Un giorno, però, nelle profondità dei suoi laboratori di ricerca e sviluppo, alcuni dipen­denti hanno inventato la fotografia digitale. Quando hanno presentato l’idea al loro ca­po, la conversazione dev’essere andata più o meno così. Capo: “Quali sarebbero i mar­gini di profitto?”. Ricercatori: “Be’, è tecno­logia digitale, quindi al massimo il 5 per cento”. Capo: “Grazie, potete andare”.

Solo che alla fine ad andarsene è stata la Kodak. I grandi margini di profitto di una tecnologia obsoleta avevano accecato i di­rigenti della società. I ricercatori di Kodak, comunque, avevano ragione. Tutto ciò che riguarda computer e produzione di massa è destinato a invecchiare rapidamente. Il mio primo telefono cellulare (comprato negli anni ottanta) costava quasi mille sterline. Di recente ne ho visto uno in vendita da Ta­ sco a 9,95 sterline (è vero, la Apple ha ampi margini di profitto sull’hardware, ma solo perché è sempre in vantaggio sulla concor­renza, e non durerà in eterno).

Ma passiamo al volume, che su internet raggiunge livelli astronomici. Ecco qualche esempio: ogni minuto su YouTube vengono caricate 72 ore di video; su Facebook ci sono più di cento miliardi di fotografie; durante le feste di Natale il sito inglese di Amazon ha spedito un camion pieno di pacchi ogni tre minuti, e dall’iTunes Store di Apple so­no state scaricate più di 40 miliardi di app.

Il margine di profitto sarà anche esiguo, ma quando lo moltiplichi per questi numeri ottieni introiti da capogiro.

Robot in divisa arancione

Questi grandi profitti, però, sono distribuiti in modo tutt’altro che equo. Ad arricchirsi sono soprattutto i fondatori e gli azionisti di Apple, Amazon, Google, Facebook e altri colossi del settore. Ovviamente chi svolge dei compiti cruciali – programmatori, svi­luppatori e manager – può contare su salari alti. Ma la maggior parte dei suoi colleghi lavora in condizioni decisamente peggiori.

Prendete la Apple, per esempio. L’azien­da si vanta del numero di posti di lavoro che crea “direttamente o indirettamente”, ma in realtà circa due terzi dei 50mila dipen­denti dell’azienda negli Stati Uniti sono semplici commessi degli Apple Store. Nel 2012 la maggioranza di loro ha guadagnato appena 25mila dollari, quando il salario me­ dio negli Stati Uniti è di 38.337 dollari (dati del 2010). Infine c’è la questione dell’occu­pazione, un aspetto che le grandi imprese del settore tecnologico sembrano avere particolarmente a cuore. Facebook, per esempio, paga profumatamente i suoi con­sulenti per produrre dati assurdi sul nume­ro di posti di lavoro che creerebbe. Nel 2011 la forza lavoro mondiale dell’azienda am­montava a tremila dipendenti, ma secondo uno di questi “rapporti” quell’anno Face­book aveva contribuito indirettamente a creare 232mila posti di lavoro in Europa e a generare introiti per 32 miliardi di dollari. Oggi la Apple, bersagliata dalle critiche per la mole di lavoro appaltato alla Foxconn in Cina, sostiene di avere “creato o sostenuto” quasi 600mila posti di lavoro negli Stati Uniti.

La domanda fondamentale a cui le aziende evitano accuratamente di rispon­dere è: di che genere di posti di lavoro stia­mo parlando? Sarah O’Connor, corrispon­dente economico del Financial Times, ha scritto un articolo interessante su ciò che ha visto nel gigantesco centro di distribuzione di Amazon a Rugeley, nello Stafordshire.

Nello stabilimento lavorano centinaia di persone in divisa arancione. Spingono carrelli in uno spazio grande quanto nove campi da calcio, con lo sguardo fisso sui palmari che indicano dove andare e quale pacco prendere. Vanno di fretta, perché “gli strumenti che usano controllano anche il loro livello di produttività in tempo reale”, e percorrono tra i dieci e i venti chilometri al giorno. “Sono come robot, ma in forma umana”, ha spiegato un manager a O’Con­nor. “Può chiamarla automazione umana, se vuole”. Certo, è comunque un lavoro. Sempre che prima o poi non siano sostituiti dai robot. as

Fonte: Internazionale

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