Archivio per Mag, 2012

Traduzione a cura di Maurizio Bisogni

Un virus chiamato semplicemente M13 ha il potere letteralmente di cambiare il mondo.
Un team di scienziati presso il Laboratorio della Berkeley University hanno creato geneticamente virus M13 in grado di generare elettricità sufficiente per alimentare un piccolo schermo LED.

Il virus M13 non costituisce una minaccia per gli esseri umani – può infettare solo i batteri – ma un giorno potrebbe essere utile all’umanità per alimentare praticamente tutto: dal vostro computer portatile alla vostra città
Il segreto dell’M13 sta in qualcosa chiamato “effetto piezoelettrico”, che si verifica quando materiali come i cristalli oppure virus modificati emettono una piccola quantità di energia quando pressati.
L’M13 presenta questa caratteristica, ed ha anche la capacità di organizzarsi in ordinati fogli  di film invisibili. Immaginate di dipingere uno strato di questo film sulla tastiera del vostro laptop. Ogni volta che la si tocca, questi virus convertiranno la pressione delle dita in elettricità che alimenterà costantemente la batteria.
Qualsiasi tipo di movimento può generare elettricità attraverso l’M13, in modo che, concettualmente, si potrebbe alimentare la casa saltando su e giù su un piano rivestito di virus, o dare potenza al vostro iPod in tasca semplicemente camminando..

L’ M13 è una fonte di energia già presente in natura, ma ricercatori ne hanno migliorato la potenza in uscita,ingegnerizzando geneticamente il virus con l’aggiunta di alcuni aminoacidi con carica negativa posti in un guscio esterno duro ad una estremità. Fondamentalmente, la versione modificata dell’M13 è diventato un generatore di tensione migliore, perché ha una estremità con carica negativa ed un’altra estremità con carica positiva, favorendo così il flusso di elettricità.

Secondo il rapporto della Berkeley Lab è stato creato un virus geneticamente modificato che si organizza spontaneamente come un film multistrato. In laboratorio è stato realizzato su una misura di circa un centimetro quadrato. Questa pellicola è stata quindi interposta tra due elettrodi placcati oro, a cui sono stati collegati fili verso un display a cristalli liquidi.

Quando un pressione viene applicata al generatore, questo produce fino a sei nanoampere di corrente e 400 millivolt di potenziale. Questo genera abbastanza corrente per far lampeggiare il numero “1” sul display, e corrispondente a circa un quarto la tensione di una tripla batteria A.

Ovviamente questa è una versione beta di quello che verrà. Il biologo della Berkeley Lab, Seung-Wuk Lee, che ha lavorato al progetto, si augura che ciò possa aprire la strada a ulteriori ricerche su virus che generano elettricità. Pensa che siamo tutti in attesa del giorno in cui i nostri monitor saranno in grado di alimentarsi da soli quando da sbatteremo la testa sulla scrivania coperta di M13 durante lo streaming di Transformers 2.

Fonte: io9

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Traduzione a cura di Daniel IversenClaudio Galbiati


Gli scienziati hanno scoperto prove che indicherebbero una correlazione tra cooperazione e lavoro di squadra con l’evoluzione dell’intelligenza e cervelli più grandi, facendo quindi nuova luce sull’origine di ciò che vuol dire essere umani.
Lo studio appare online sulla rivista Proceedings of the Royal Society B ed è stato condotto dagli scienziati al Trinity College di Dublino: il dottorando Luke McNally e il professore assistente Dr. Andrew Jackson alla School of Natural Sciences in collaborazione con il Dr. Sam Brown dell’Università di Edimburgo.

I ricercatori hanno costruito modelli informatici di organismi artificiali dotati di cervelli artificiali, che hanno partecipato insieme a giochi classici, come il “Dilemma del prigioniero” che racchiude l’interazione sociale umana. Hanno usato 50 cervelli semplici, ognuno con fino a 10 processi interni e 10 nodi di memoria associata.
I cervelli, in questi giochi, sono stati messi gli uni contro gli altri.
Il gioco è stato gestito come una competizione e, come nella vita reale, esso favoriva gli individui di maggior successo. Tra questi organismi digitali i migliori, cioè quelli che segnavano il punteggio più alto nei giochi, tolta una penalità in relazione alla dimensione delloro cervello, erano quelli a cui era permesso di riprodursi per popolare la successiva generazione di organismi.

Permettendo ai cervelli di questi organismi di evolvere liberamente nel loro modello è stato possibile per i ricercatori mostrare che la transizione a una società cooperativa conduce a una forte selezione per i cervelli più grandi. Essenzialmente quelli di dimensione maggiore facevano meglio all’aumentare della cooperazione.

Le strategie sociali che emergono in maniera spontanea all’interno di questi cervelli più grandi e intelligenti mostrano memoria complessa e processo decisionale. Comportamenti come il perdono, la pazienza, l’inganno e l’astuzia machiavellica, evolvono tutte all’interno del gioco come gli individui cercano di adattarsi al loro ambiente sociale.

“L’accentuarsi delle selezione di cervelli grandi e di maggiore intelligenza avveniva quando i gruppi sociali erano quelli che inizavano a cooperare, che poi hanno dato via a una evolutiva e machiavellica corsa alle armi da parte di un individuo che ha cercato di superare in astuzia gli altri, investendo in un cervello più grande. I nostri organismi digitali iniziavano a evolvere cervelli più complessi nel momento in cui anche le loro società iniziavano a sviluppare la cooperazione” spiega Dr. Andrew Jackson.

L’idea che le interazioni sociali siano alla base dell’evoluzione dell’intelligenza è conosciuta fin dalla metà degli anni 70, ma il supporto a questa ipotesi è venuto in larga parte da studi comparativi dove cervelli grandi sono stati osservati in animali maggiormente sociali.

Gli autori di questa ricerca forniscono la prima evidenza che collega meccanicamente il processo decisionale delle interazioni sociali con l’evoluzione dell’intelligenza. Lo studio mette luce sull’utilità dei modelli di evuluzione dell’intelligenza artificiale per dare risposte a domande biologiche fondamentali sulla nostra origine.

“Il nostro modello si differenzia in quanto sfrutta l’uso di evoluzione teorica  sperimentale in combinazione con reti neurali artificiali per dimostrare effettivamente che sì, c’è un vero e proprio causa-effetto tra bisogno di un cervello di grandi dimensioni per competere contro e collaborare con i tuoi compagni di gruppo sociale”
“Il nostro straordinario livello di intelligenza definisce l’umanità e ci mette a parte dal resto del regno animale. Ci ha dato l’arte, le scienze e il linguaggio, e soprattutto la capacità di mettere in discussione la nostra stessa esistenza e meditare le origini di ciò che ci rende unici come individui e come specie “, ha concluso il dottorando e l’autore Luke McNally

Fonte:  Science Daily

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Trascrizione a cura di Daniel Iversen

Paul Marks, New Scientist, Gran Bretagna

Traduzione a cura del settimanale “Internazionale” numero 946 (26 aprile/3maggio 2012)

Scettici sulle automobili intelligenti? Troppo tardi. Stanno arrivando: l’informatica ha trasformato molti settori, e quello dei trasporti sarà il suo prossimo obiettivo

Appoggiatevi allo schienale, lasciate il volante, sollevate i piedi dai pedali e rilassatevi: ci pensa la macchina. Negli ultimi dieci anni, con lo sviluppo delle tecnologie il sogno di un’auto capace di guidare da sola ha cominciato a materializzarsi. Promettendo più sicurezza, minori consumi di carburante e meno noia nei lunghi viaggi, l’auto con il pilota automatico è arrivata un po’ alla volta, e ha sempre avuto i suoi oppositori. Nel 1994, su britannica, la Jaguar e la Lucas Industries hanno dimostrato la sicurezza Delf Adaptive Cruise Control (controllo della velocità e decelerazione in caso di ostacoli) e del mantenimento automatico della corsia di marcia, tecnologie ormai diffuse. I giornali non ne erano rimasti colpiti e avevano definito una “pazzia” l’idea delle auto che si guidano da sole.
Ma secondo Paul Newman, ingegnere di robotica dell’università di Oxford, in un mondo in cui ogni anno gli incidenti stradali causati da errore umano uccidono 1,2 milioni di persone, i timori per la sicurezza delle auto senza conducente sono fuori luogo: “È assurdo pensare che continueremo a guidare come oggi, seduti dietro al volante, concentrati, cercando di non addormentarci e di non investire nessuno”.

Dal laboratorio alle strade

L’idea ormai ha sostenitori potenti e anche le barriere legali cominciano a cadere. Dal 1 marzo 1012 lo stato del Nevada permette alle auto intelligenti di circolare, a patto che esibiscano una speciale targa rossa e abbiano un’assicurazione particolare. Una legge simile potrebbe essere adottata in California, Arizona, Florida, Hawaii e Oklahoma. Il fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti. In Germania l’équipe di Tinosch Ganjineh, dell’Università libera di Berlino, usa l’aeroporto abbandonato di Tenlpelhof per i test. Quando serve, ottiene anche permessi speciali per guidare per le strade di Berlino e spera di poter andare presto in autostrada. L’équipe di Newman chiederà permessi simili al governo britannico.
Mike Montemerlo e Sebastian Thrun dell’università di Stanford in California, hanno coordinato il programma di ricerca di Google. Le loro auto sono dotate di telemetri laser, radar e telecamere ottiche per rilevare in tempo reale i cambiamenti circostanti con altissima precisione. Sanno dove si trovano i semafori e i cartelli stradali, e se gli oggetti in movimento sono animali, persone, bici, moto o camion. Il team di Newman sta studiando un modo per far sì che gli algoritmi decifrino i dati di un telemetro laser in 3d e decidano rapidamente se un oggetto è un’auto o un pedone. I ricercatori stanno inoltre cercando di capire come fare perché un sistema visivo robotico possa creare un’immagine del mondo in cui si muove e adeguarsi ai cambiamenti delle condizioni, ai diversi gradi di luminosità e perfino alle stagioni. I sensori e il software, però, non sono ancora pronti per essere commercializzati.
“Il Velodyne”, il sistema di 64 laser che ruotano a bordo della maggior parte delle auto autonome, “fornisce un’immagine tridimensionale a 360 gradi dell’ambiente, aggiornata continuamente, fino a un raggio di 40 metri”, spiega Newman. Le auto del futuro, però, non avranno ingombranti laser rotanti, aggiunge. Ganjineh concorda sul fatto che la tecnologia va affinata: “Bisogna contenere dimensioni e prezzo dei sistemi. Oggi queste auto hanno un’attrezzatura che occupa mezzo bagagliaio”. Un’altra sfida, aggiunge Newman, consiste nel fare in modo che le auto sappiano cogliere i segnali di eventi pericolosi – come gli improvvisi riflessi della luce del sole sulla strada e gli spruzzi dei camion, che possono accecare alcuni sensori – o semplicemente lo scoppio di una gomma. Le auto di Google si scambiano informazioni sulle strade percorso, per esempio i dati su come superare incroci difficili, spiega Vinton Cerf, un sostenitore della tecnologia Google. Ganjineh vorrebbe che una tecnologia simile trasmettesse i cambiamenti delle mappe gps da un’auto all’altra, per esempio quando ci sono dei lavori in corso. Per Newman, invece, le auto autonome non avranno bisogno di comunicare con costose tecnologie, ma dovranno essere “intelligenti e indipendenti”, consapevoli di tutti i pericoli in qualunque momento. “L’automazione dei veicoli diventerà una realtà”, dice. “L’informatica ha prodotto cambiamenti straordinari e i trasporti saranno il suo prossimo obiettivo”. sdf

Fonte: NewScientist

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Traduzione a cura di Claudio Galbiati

Potrebbe esserci una via verso un più semplice recupero dopo un attacco di cuore. Gli scienziati del Duke University Medical Center hanno scoperto un modo per trasformare il tessuto cicatriziale, che si forma dopo un arresto cardiaco, in tessuto muscolare sano, questo eviterebbe un inutile trapianto di cellule staminali.

Per raggiungere questo obiettivo, i ricercatori hanno introdotto microRNA nelle cellule del tessuto cicatriziale in un topo vivo. Queste cellule indurite, chiamate fibroblasti, si sviluppano a seguito di un attacco di cuore, e ostacolano la capacità dell’organo di pompare il sangue. I microRNA, molecole che regolano le attività di diversi geni, sono stati in grado di manipolare i fibroblasti e trasformarli in cellule che sembravano cardiomiociti, che costituiscono il muscolo cardiaco.

I risultati del loro studio sono stati pubblicati sulla rivista Circulation Research. Sebbene un ulteriore approfondimento sia necessario, la scoperta è promettente per i milioni di persone negli Stati Uniti che soffrono di malattie cardiache, la principale causa di morte in questo Paese. Ma potrebbe avere anche altre applicazioni. Se funziona per il cuore, in teoria, può essere utile anche nel rigenerare i tessuti del cervello, dei reni e di altri organi.

Ora che questa tecnica di reversione cellulare è stata provata con successo i ricercatori hanno in programma di testarla su gli animali più grandi. Se funziona, faranno prove negli esseri umani, e si può sperare di avere un’ applicazione pratica pronta entro i prossimi dieci anni.

Fonte: GIZMODO

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