Archivio per la categoria ‘Scienze Sociali’

Traduzione di Denis Gobbi

State cercando un modo per migliorare la vostra felicità, l’autostima e le vostre relazioni interpersonali? Posate subito quel libro di auto-aiuto e tentate di lavorare sul vostro desiderio d’aiutare chi è in condizione di bisogno!

Bonnie M. Le - Università di Toronto, Canada

Bonnie M. Le – Università di Toronto, Canada

Una nuova ricerca proveniente dall’Università di Toronto Missisauga (UTM) mostra che le persone inclini ad aiutare il prossimo sperimentano emozioni positive e benefici sociali che migliorano la loro vita di tutti i giorni.

“Quando si parla di dare aiuto, spesso ci si concentra sulla condizione disinteressata del donatore” parla Bonnie Le, studente PhD del Dipartimento di Psicologia “ma durante il nostro studio noi eravamo curiosi di scoprire se essere una persona generosa e disponibile verso gli altri potesse essere realmente ripagante verso se stessi”.

Le ed il suo team hanno tracciato 232 persone durante durante i loro studi nel corso di un mese. I partecipanti sono stati prima intervistati per determinare la loro “predisposizione” all’aiuto verso il prossimo. Si è scoperto che la media del punteggio in una scala da 1 a 7 è stato di 5, questo ha indicato il fatto che generalmente le persone sono inclini ad aiutare gli altri.

I partecipanti hanno poi completato 3 questionari online a settimana, richiedenti per esempio se avessero provato sensazioni positive quel giorno, se avessero provato amore e soddisfazione nelle relazioni intime con il partner, nelle relazioni con la famiglia, con gli amici e se provassero amore per l’umanità intera nel suo complesso.

“Le persone orientate all’aiuto del prossimo generalmente non si aspettano nulla in cambio, ma i nostri studi suggeriscono che sperimentino comunque diversi benefici indiretti” spiega Le.

Lo studio si trova concorde a precedenti ricerche simili dimostranti che aiutare il prossimo fà sentire bene il donatore. Generalmente chi ha maggiormente queste tendenze vive una vita con una più alta autostima e relazioni di qualità più alta.

Malgrado molte persone siano orientate all’aiutare il prossimo, Le fà notare che l’aiuto non viene offerto come uno scambio diretto. Al contrario il dare e il ricevere aiuto viene regolato dal chi è in uno stato di bisogno.

“Queste persone non hanno una forma mentis – io ti supporto finchè non passerai questo ostacolo/momento così tu mi dovrai qualcosa dopo -” dice Le, “essi sperano di ricevere aiuto anche loro quando ne avranno bisogno, nel frattempo evitano di tenere conto di cosa è dovuto e cosa è stato dato nel corso delle relazioni”.

Le afferma che essere una persona generosa non è necessariamente un sacrificio per la vita personale di un individuo, questi vengono ricompensati con maggiore felicità e legami relazionali più solidi, tutto questo tampona lo stress derivante da queste tendenze.

“Se occorre dare un grosso aiuto a qualcuno, ciò può risultare particolarmente pesante per chi si offre di farlo” spiega Le, “ricompense come emozioni positive, il sentirsi soddisfatti e amati nelle relazioni  aiutano a mantenere e aumentare il proprio senso di benessere durante queste attività. Può addirittura spingere non solo ad aiutare chi ci stà vicino, ma anche dei perfetti sconosciuti.

Credit: Reddy Aprianto, Flickr

Credit: Reddy Aprianto, Flickr

Fonti: Zeitnews

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Traduzione di Denis Gobbi

Scansioni fMRI (scansioni funzionali a risonanza magnetica) del cervello mostrano le stesse reazioni quando un robot viene minacciato allo stesso modo degli esseri umani

Immagine: Linda Bucklin / Shutterstock

Immagine: Linda Bucklin / Shutterstock

Washington, DC (18 Aprile 2013) – Partendo dal T-101 fino a Data di Star Trek ci si è cominciati a porre l’immaginario dilemma di come e se fosse possibile entrare in empatia con i robot. Questi ultimi stanno infatti realmente irrompendo nelle nostre vite. Giocattoli come i Furbies o i robot che puliscono casa e tagliano l’erba del giardino sono solo l’inizio, ma sul piano umano cosa proviamo per questi oggetti non-senzienti? In un recente studio i ricercatori dell’Università di Duisburg Esse hanno scoperto che gli esseri umani hanno reazioni cerebrali simili quando gli vengono mostrate immagini di violenza o affetto verso esseri umani e robot.

Astrid Rosenthal-von der Pütten, Nicole Krämer e Matthias Brand presenteranno le loro scoperte alla 63° conferenza annuale dell’Associazione Internazionale della Comunicazione a Londra. Rosenthal-von der Pütten, Krämer e Brand hanno condotto due studi. Nel primo 40 volontari hanno guardato video di un piccolo robot-dinosauro trattato affettuasamente o violentemente e misurato il loro livello di tensione psico-fisiologica oltre a porre domande sul loro stato emozionale direttamente dopo la visione. I partecipanti hanno rivelato di sentirsi peggio dopo il video dove il robot veniva abusato, mostrando anche un maggior livello di eccitazione psico-fisiologica.

Il secondo studio è stato condotto invece in collaborazione con l’Istituto di Risonanza Magnetica Erwin L. Hahn di Essen tramite scansioni funzionali a risonanza magnetica (fMRI) per investigare sulle diversità correlazionali tra i rapporti tra esseri umani e quelli umano-robot. Ai 14 partecipanti è stato presentato un video con un essere umano, un robot e un’oggetto inanimato ancora una volta trattati a volte con affetto altre volte invece in maniera violenta. Le interazioni affettuose verso l’essere umano e il robot hanno prodotto modelli di reazioni neuronali simili nelle strutture limbiche, indicanti reazioni emozionali simili. Quando invece sono state comparate le reazioni in merito alle immagini riguardanti comportamenti abusanti nei confronti dei soggetti, le differenze nell’attività neuronale hanno suggerito come i partecipanti provassero un impatto empatico negativo più forte nei confronti dell’essere umano trattato violentemente.

La grande utilità di queste ricerche in ambito di rapporti tra esseri umani e robot sta soprattutto nell’aiuto che daranno allo sviluppo di modelli emozionali da implementare nei sistemi robotici. Questi studi porteranno a test aventi maggiore credibilità e naturalezza, capacità di influenzare positivamente i partecipanti e di divertirli durante le interazioni con i robot. C’è ancora poca conoscenza infatti di come gli esseri umani percepiscano le “emozioni” robotiche e di come reagiscano di conseguenza. Le persone hanno spesso problemi nell’esprimere il loro stato emozionale verbalmente o trovano strano il dover spiegare quello che provano nel relazionarsi con un robot. Lo studio di Rosenthal-von der Pütten e Krämer utilizza sistemi di misurazione più oggettivi riguardo gli stati emozionali come l’eccitazione fisiologica e l’attività cerebrale, processi strettamente legati al processo emozionale.

Rosenthal-von der Pütten afferma:

Uno degli obiettivi della ricerca robotica consiste nello sviluppare compagni artificiali che stabiliscano relazioni durature con la controparte umana, in questo modo possono risultare strumenti utili e benevoli. Potrebbero assistere persone anziane nelle faccende giornaliere e permettergli di vivere più a lungo autonomamente nelle loro case, aiutare le persone disabili nel loro ambiente o ancora mantenere i pazienti impegnati durante il processo di riabilitazione.

e ancora

Uno dei problemi più comuni riguarda il fatto che una tecnologia può essere eccitante inizialmente, ma questo effetto svanisce specialmente quando la si comincia ad applicare a compiti noiosi e ripetitivi come la riabilitazione. Lo sviluppo e l’implementazione di abilità prima ritenute esclusivamente umane nei robot come la teoria della mente, l’emozione e l’empatia vengono considerati come aventi il potenziale per risolvere questo dilemma.

Ricordiamo che Astrid Rosenthal-von der Pütten e Nicole Krämer presenteranno “Inchiesta sull’empatia tra esseri umani e robot utilizzando misure psicofisiologiche e fMRI” alla 63° conferenza annuale dell’Associazione Internazionale della Comunicazione a Londra, Inghilterra, dal 17 al 21 Giugno.

Fonti: Eurekalert, ICA

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Traduzione a cura di Ezio Marano

Dimenticatevi i prati. Il nuovo parco della città sarà pieno di piante commestibili, e tutto, dalle pere alle erbe, sarà prelevabile gratuitamente.

La visione di Seattle di un’oasi alimentare urbana sta andando avanti. Un appezzamento di sette acri di terreno nella città di Beacon Hill a sarà piantato con centinaia di diversi tipi commestibili: noci e castagni, cespugli di mirtilli e lamponi, alberi da frutta, tra cui mele e pere; piante esotiche come ananas, agrumi yuzu, guava, cachi, honeyberry e mirtilli rossi, erbe aromatiche, e altro ancora. Tutto sarà a disposizione di chiunque voglia piluccare aggirandosi nella prima foresta alimentare della città.

 

“Questo è totalmente innovativo, e non è mai stato fatto prima d’ora in un parco pubblico,” racconta a TakePart Margarett Harrison, architetto-capo paesaggista per il progetto Foresta Alimentare Beacon. La Harrison sta lavorando ora sulla costruzione e sui disegni di permessi e si aspetta di iniziare i lavori questa estate.

Il concetto di foresta alimentare spinge certamente più in là i limiti di agricoltura urbana e si fonda sul concetto di permacultura, il ché significa che sarà perenne e autosufficiente, come una foresta è in natura. Non solo, questa foresta è il primo progetto di permacultura di Seattle su larga scala, ma si crede anche sia il primo del suo genere nella nazione.

“Il concetto significa che consideriamo il suolo, le piante da compagnia, insetti, tutto sarà reciprocamente vantaggioso l’uno per l’altro”, dice la Harrison.

Che il piano sia venuto del tutto alla luce è notevole di per sé. Quello che era iniziato come un progetto di gruppo per un corso di disegno di permacultura è finito come un esempio da manuale di sensibilizzazione della comunità andato bene.

“Gli Amici della Foresta Alimentare hanno intrapreso eroici sforzi di sensibilizzazione per assicurare il sostegno del quartiere. Il team ha inviato oltre 6.000 cartoline in cinque lingue diverse, ha organizzato presentazioni in occasione di eventi e fiere, e pubblicato volantini”, scrive Robert Mellinger per Crosscut.

I suggerimenti del vicinato sono stati così apprezzati dagli organizzatori, hanno anche usato traduttori per aiutare i residenti cinesi ad avere voce in capitolo nella pianificazione.

Quindi, chi potrà raccogliere tutta questa abbondante frutta matura quando sarà il momento?

“Chiunque e tutti”, dice la Harrison. “C’è stata grande discussione su questo. Persone preoccupate, ‘E se qualcuno arriva e si prende tutti i mirtilli?’ Il ché potrebbe benissimo accadere, ma forse qualcuno ha veramente bisogno di quei mirtilli. Noi la vediamo così — se non ci saranno più mirtilli alla fine della stagione, allora significa che abbiamo avuto successo.”

fonte: takepart

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Traduzione a cura della rivista “Internazionale“.

Articolo originale di John Naughton, apparso su “The Guardian

Magazzino di Amazon

Apple, Amazon, Facebook e Google hanno profitti da capogiro e si vantano di aver creato nuovi posti di lavoro. Ma spesso si tratta di lavori sottopagati e alienanti

Vi serve un corso accelerato di ca­pitalismo digitale? Facile, vi ba­sta assimilare quattro concetti: margini di profitto, volume, di­suguaglianza e impiego. Se volete qualche dettaglio in più, aggiungete quattro agget­tivi: esiguo, grande, enorme, misero.

Cominciamo con i margini di profitto. Un tempo esisteva una grande azienda di nome Kodak. Dominava il suo settore, la fotografia basata sui processi chimici, e aveva margini di profitto enormi, che in al­cuni casi raggiungevano il 70 per cento. Un giorno, però, nelle profondità dei suoi laboratori di ricerca e sviluppo, alcuni dipen­denti hanno inventato la fotografia digitale. Quando hanno presentato l’idea al loro ca­po, la conversazione dev’essere andata più o meno così. Capo: “Quali sarebbero i mar­gini di profitto?”. Ricercatori: “Be’, è tecno­logia digitale, quindi al massimo il 5 per cento”. Capo: “Grazie, potete andare”.

Solo che alla fine ad andarsene è stata la Kodak. I grandi margini di profitto di una tecnologia obsoleta avevano accecato i di­rigenti della società. I ricercatori di Kodak, comunque, avevano ragione. Tutto ciò che riguarda computer e produzione di massa è destinato a invecchiare rapidamente. Il mio primo telefono cellulare (comprato negli anni ottanta) costava quasi mille sterline. Di recente ne ho visto uno in vendita da Ta­ sco a 9,95 sterline (è vero, la Apple ha ampi margini di profitto sull’hardware, ma solo perché è sempre in vantaggio sulla concor­renza, e non durerà in eterno).

Ma passiamo al volume, che su internet raggiunge livelli astronomici. Ecco qualche esempio: ogni minuto su YouTube vengono caricate 72 ore di video; su Facebook ci sono più di cento miliardi di fotografie; durante le feste di Natale il sito inglese di Amazon ha spedito un camion pieno di pacchi ogni tre minuti, e dall’iTunes Store di Apple so­no state scaricate più di 40 miliardi di app.

Il margine di profitto sarà anche esiguo, ma quando lo moltiplichi per questi numeri ottieni introiti da capogiro.

Robot in divisa arancione

Questi grandi profitti, però, sono distribuiti in modo tutt’altro che equo. Ad arricchirsi sono soprattutto i fondatori e gli azionisti di Apple, Amazon, Google, Facebook e altri colossi del settore. Ovviamente chi svolge dei compiti cruciali – programmatori, svi­luppatori e manager – può contare su salari alti. Ma la maggior parte dei suoi colleghi lavora in condizioni decisamente peggiori.

Prendete la Apple, per esempio. L’azien­da si vanta del numero di posti di lavoro che crea “direttamente o indirettamente”, ma in realtà circa due terzi dei 50mila dipen­denti dell’azienda negli Stati Uniti sono semplici commessi degli Apple Store. Nel 2012 la maggioranza di loro ha guadagnato appena 25mila dollari, quando il salario me­ dio negli Stati Uniti è di 38.337 dollari (dati del 2010). Infine c’è la questione dell’occu­pazione, un aspetto che le grandi imprese del settore tecnologico sembrano avere particolarmente a cuore. Facebook, per esempio, paga profumatamente i suoi con­sulenti per produrre dati assurdi sul nume­ro di posti di lavoro che creerebbe. Nel 2011 la forza lavoro mondiale dell’azienda am­montava a tremila dipendenti, ma secondo uno di questi “rapporti” quell’anno Face­book aveva contribuito indirettamente a creare 232mila posti di lavoro in Europa e a generare introiti per 32 miliardi di dollari. Oggi la Apple, bersagliata dalle critiche per la mole di lavoro appaltato alla Foxconn in Cina, sostiene di avere “creato o sostenuto” quasi 600mila posti di lavoro negli Stati Uniti.

La domanda fondamentale a cui le aziende evitano accuratamente di rispon­dere è: di che genere di posti di lavoro stia­mo parlando? Sarah O’Connor, corrispon­dente economico del Financial Times, ha scritto un articolo interessante su ciò che ha visto nel gigantesco centro di distribuzione di Amazon a Rugeley, nello Stafordshire.

Nello stabilimento lavorano centinaia di persone in divisa arancione. Spingono carrelli in uno spazio grande quanto nove campi da calcio, con lo sguardo fisso sui palmari che indicano dove andare e quale pacco prendere. Vanno di fretta, perché “gli strumenti che usano controllano anche il loro livello di produttività in tempo reale”, e percorrono tra i dieci e i venti chilometri al giorno. “Sono come robot, ma in forma umana”, ha spiegato un manager a O’Con­nor. “Può chiamarla automazione umana, se vuole”. Certo, è comunque un lavoro. Sempre che prima o poi non siano sostituiti dai robot. as

Fonte: Internazionale

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