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l’autore: Michael J. Sandel, Internazionale (fonte originale The Atlantic) insegna filosofia politica all’università di Harvard. Questo articolo è un estratto del suo saggio Quello che i soldi non possono comprare, che sarà pubblicato in aprile da Feltrinelli.

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Viviamo in un’epoca in cui quasi tutto può essere comprato e venduto. Negli Stati uniti, ci sono scuole che pagano i bambini per ogni libro che leggono, in India si affittano uteri, l’Ue vende il diritto di inquinare emettendo anidride carbonica, ma si può anche affittare la propria fronte per esporre una pubblicità commerciale. Per affrontare questa situazione, bisogna fare qualcosa di più che inveire contro l’avidità: dobbiamo, ad esempio, tornare a discutere in modo pubblico, caso per caso, il significato morale e sociale di queste scelte.

Nelle società sviluppate ormai la logica di mercato non è applicata solo allo scambio dei beni materiali, ma governa sempre di più l’esistenza in ogni suo aspetto. Ci sono cose che il denaro non può comprare, anche se di questi tempi non sono molte. Oggi quasi tutto è in vendita.

Facciamo qualche esempio.

  • Una cella moderna: novanta dollari a notte. A Santa Ana, in California, e in qualche altra città degli Stati Uniti i criminali non violenti possono pagarsi una cella pulita e silenziosa, dove non sono disturbati dagli altri detenuti
  • L’accesso alle corsie riservate al car pooling per gli automobilisti che viaggiano soli: otto dollari. Minneapolis, San Diego, Houston, Seattle e altre città statunitensi hanno cercato di ridurre il traffico consentendo a chi viaggia da solo di transitare nelle corsie di car pooling , con tarife che variano in base al traffico
  • I servizi di una madre surrogata indiana: ottomila dollari. Le coppie occidentali in cerca di uteri in affitto si rivolgono sempre più all’India, dove i prezzi sono meno di un terzo di quelli statunitensi.
  • Il diritto di sparare a un rinoceronte nero in via d’estinzione: 250mila dollari. In Sudafrica i proprietari di ranch possono vendere ai cacciatori il diritto di uccidere un numero limitato di rinoceronti. Il governo lo ha permesso con l’obiettivo di dare ai proprietari un incentivo per allevare e proteggere le specie in via d’estinzione
  • Il numero del telefono cellulare del vostro medico: a partire da 1.500 dollari all’anno. Un numero crescente di “medici concierge ” ofre consulti via cellulare e appuntamenti in giornata ai pazienti che pagano tarife annuali tra i 1.500 e i 25mila dollari
  • Il diritto a emettere una tonnellata di anidride carbonica nell’atmosfera: 10,50 dollari. L’Unione europea gestisce un mercato delle emissioni di anidride carbonica che permette alle aziende di comprare e vendere il diritto di inquinare
  • Il diritto di immigrare negli Stati Uniti: 500mila dollari. Gli stranieri che investono 500mila dollari e creano almeno dieci posti di lavoro a tempo pieno in un’area a elevata disoccupazione hanno diritto a una green card che li autorizza al soggiorno permanente.

Non tutti si possono permettere queste cose. Oggi, tuttavia, ci sono molti nuovi modi per fare soldi.

Se avete bisogno di guadagnare del denaro extra, ecco alcune alternative originali.

  • Affittare la vostra fronte per esporre una pubblicità commerciale: diecimila dollari. Nello Utah una madre single che aveva bisogno di soldi per far studiare il figlio ha ricevuto diecimila dollari da un casinò online per farsi tatuare permanentemente sulla fronte l’indirizzo web del locale (le pubblicità con tatuaggi temporanei fruttano meno).
  • Fare da cavia umana nelle sperimentazioni farmacologiche per una compagnia farmaceutica: 7.500 dollari. La paga può variare in base all’invasività delle procedure usate per testare gli efetti dei farmaci e al malessere procurato
  • Combattere in Somalia o in Afghanistan per una compagnia militare privata: fino a mille dollari al giorno. Lo stipendio varia in base alle qualifiche, all’esperienza e alla nazionalità.
  • Stare in fila per una notte al Campidoglio di Washington per tenere il posto a un lobbista che vuole assistere a un’udienza del congresso: da 15 a 20 dollari all’ora. Alcune società offrono questo servizio assumendo anche persone senza fissa dimora per fare la coda.
  • Leggere un libro (se siete un alunno di seconda elementare in una scuola di Dallas che non ottiene grandi risultati): due dollari. Per promuovere la lettura, le scuole pagano i bambini per ogni libro che leggono.

Viviamo in un’epoca in cui quasi tutto può essere comprato e venduto. Negli ultimi trent’anni i mercati – e i valori di mercato – hanno governato le nostre vite come mai era successo prima. Non siamo arrivati a questa condizione attraverso una scelta deliberata: è come se ci fosse capitata. Dopo la guerra fredda i mercati e le teorie sui mercati hanno goduto, comprensibilmente, di un prestigio incontrastato. Nessun altro sistema di organizzazione della produzione e distribuzione dei beni si è dimostrato altrettanto efficace nel creare ricchezza e benessere. Tuttavia, proprio mentre un numero crescente di paesi adottava i meccanismi di mercato per il funzionamento dell’economia, succedeva qualcos’altro: i valori di mercato assumevano un ruolo sempre più importante nella società e l’economia diventava un dominio imperiale

Oggi la logica del comprare e del vendere non è più applicata solo ai beni materiali, ma governa in misura sempre più ampia la vita nella sua interezza. Gli anni precedenti alla crisi del 2008 sono stati un momento di esaltazione della fede nei mercati e della deregolamentazione, un’era di trionfalismo dei mercati.

Questo periodo è cominciato all’inizio degli anni ottanta, quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher hanno proclamato il loro convincimento che fossero i mercati, e non i governi, ad avere in mano le chiavi del benessere e della libertà. Questo convincimento è continuato negli anni novanta con il pensiero liberal di Bill Clinton e di Tony Blair, che ha attenuato ma allo stesso tempo consolidato la fiducia nei mercati come mezzo principale per garantire il bene comune.

Oggi questa fiducia vacilla. La crisi non solo ha instillato il dubbio sulla capacità dei mercati di distribuire in modo efficiente il rischio. Ha anche suscitato la difusa percezione dell’allontanamento dei mercati dalla morale e della necessità di farli riavvicinare in qualche modo. Ma non è ovvio cosa significhi tutto questo o cosa dovremmo fare.

Alcuni sostengono che il lassismo morale al centro del trionfalismo dei mercati sia stato generato dall’avidità, che ha portato a prendere dei rischi in modo irresponsabile. Secondo questo punto di vista, la soluzione è tenere a freno l’avidità, esigere dai banchieri di Wall street più integrità e responsabilità, e approvare regole sensate per evitare che la crisi del 2008 si ripeta. Nel migliore dei casi questa è una diagnosi parziale. È certamente vero che l’avidità ha giocato un ruolo nella crisi, ma c’è in ballo qualcosa di più grande. Il più grave cambiamento degli ultimi trent’anni non è stato l’aumento dell’avidità, ma l’estensione dei mercati e dei valori di mercato a sfere della vita tradizionalmente governate da norme diverse

Per affrontare questa situazione, bisogna fare qualcosa di più che inveire contro l’avidità: serve un dibattito pubblico per capire qual è il posto dei mercati. Consideriamo, per esempio, l’aumento del numero di scuole, ospedali e prigioni con fini di lucro o l’esternalizzazione della guerra a società private (in Iraq e in Afghanistan, i soldati delle società private sono di fatto più numerosi di quelli dell’esercito statunitense)

Consideriamo il declino delle forze di pubblica sicurezza a vantaggio delle società di sicurezza private, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove le guardie private sono quasi il doppio degli agenti di polizia.

Oppure consideriamo il marketing aggressivo sulla prescrizione di farmaci delle aziende farmaceutiche nei confronti dei consumatori, una pratica ormai difusa negli Stati Uniti e proibita invece nella maggior parte degli altri paesi (se vi è capitato di vedere le pubblicità televisive durante i telegiornali della sera negli Stati Uniti, siete autorizzati a pensare che la prima emergenza sanitaria nel mondo non sia la malaria, la cecità luviale o la malattia del sonno, ma un’epidemia di disfunzioni erettili)

Consideriamo anche le dimensioni della pubblicità commerciale nelle scuole pubbliche, la vendita dei diritti di denominazione per parchi e spazi pubblici, i confini sfumati tra informazione e pubblicità (che probabilmente diventeranno ancora più labili ora che i quotidiani e le riviste lottano per la sopravvivenza), il lancio sul mercato di ovuli e spermatozoi “grifati” per la riproduzione assistita, la compravendita del diritto di inquinare da parte di aziende e paesi, il sistema di finanziamento delle campagne elettorali negli Stati Uniti, che porta quasi ad autorizzare la compravendita delle elezioni

Trent’anni fa l’uso del mercato per garantire salute, istruzione, incolumità pubblica, sicurezza nazionale, giustizia, tutela dell’ambiente, divertimento, riproduzione e altri beni sociali era in gran parte sconosciuto

Oggi, in pratica, lo diamo per scontato. Ma il fatto che stiamo andando verso una società in cui tutto è in vendita ci deve preoccupare. Per due ragioni: una riguarda la disuguaglianza e l’altra la corruzione.

Consideriamo innanzitutto la disuguaglianza. In una società in cui tutto è in vendita, la vita è più difficile per chi dispone di mezzi modesti. Più cose il denaro può comprare, più i soldi (o la loro mancanza) contano. Se il solo vantaggio della ricchezza fosse la possibilità di comprare yacht, auto sportive e vacanze esclusive, le disuguaglianze di reddito e di ricchezza importerebbero meno di quanto importino oggi. Man mano però che il denaro arriva a comprare sempre più cose, la distribuzione del reddito e della ricchezza assume un ruolo molto più rilevante.

La seconda ragione per cui dovremmo esitare a mettere tutto in vendita è più complessa. Non riguarda la disuguaglianza e l’equità, ma gli efetti corrosivi dei mercati. Assegnare un prezzo alle cose che contano nella vita può corromperle, perché i mercati non si limitano a distribuire beni, ma esprimono e promuovono determinati atteggiamenti nei confronti dei beni che vengono scambiati. Pagare i bambini affinché leggano i libri può spingerli a leggere di più, ma può anche insegnargli a considerare la lettura come un lavoro e non come una fonte di soddisfazione interiore. Assumere mercenari stranieri per combattere le nostre guerre può risparmiare la vita ai nostri cittadini, ma può anche corrompere il significato di cittadinanza.

Spesso gli economisti presumono che i mercati siano inerti, cioè che non abbiano ripercussioni sui beni che scambiano. Ma questo non è vero. I mercati lasciano il segno. Talvolta i valori di mercato escludono altri valori di cui varrebbe la pena tener conto. Quando decidiamo che certe cose potrebbero essere comprate o vendute, decidiamo – almeno implicitamente – che sia appropriato trattarle come merci, come strumenti di profitto e di consumo. Ma non sempre questo ci permette di dare valutazioni corrette. L’esempio più ovvio è l’essere umano. La schiavitù è orribile perché tratta gli esseri umani come una merce da comprare e vendere all’asta. Questo trattamento non considera gli esseri umani come persone che meritano dignità e rispetto, ma come mezzi di guadagno e oggetti da usare. Questo vale anche in altri casi.

Non permettiamo che i bambini siano comprati o venduti, indipendentemente da quanto possa essere difficile il processo di adozione o da quanto siano disposti a fare gli aspiranti genitori. Anche ammesso che i potenziali acquirenti dovessero trattare responsabilmente il figlio, la nostra preoccupazione è che un mercato dei bambini esprimerebbe e promuoverebbe il modo sbagliato di valutarli. Giustamente i bambini non sono considerati beni di consumo, ma vite che meritano amore e cure. Consideriamo, inoltre, i diritti e i doveri dei cittadini. Se siamo chiamati a fare il giurato in un processo, non possiamo pagare qualcuno perché prenda il nostro posto. Così come non è permesso ai cittadini di vendere il loro voto, anche se ci sono altri pronti a comprarlo. Perché no? Perché crediamo che i doveri civici non siano una proprietà privata, ma una responsabilità pubblica. Esternalizzarli significa degradarli, valutarli nel modo sbagliato.

Questi esempi evidenziano un aspetto più generale: alcune delle cose che contano nella vita sono degradate se vengono trasformate in merce. Allora, per stabilire qual è il posto del mercato e a che distanza andrebbe tenuto, dobbiamo decidere in che modo valutare beni come la salute, l’istruzione, la sfera familiare, la natura, l’arte, i doveri civici. Sono questioni morali e politiche, non solo economiche. Per risolverle, dobbiamo discutere, caso per caso, il significato morale di queste cose e il modo corretto di valutarle.

È una discussione che non abbiamo affrontato all’epoca del trionfalismo dei mercati e come conseguenza, senza rendercene conto e senza mai decidere di farlo, siamo passati dall’avere un’economia di mercato a essere una società di mercato. La diferenza è questa: un’economia di mercato è uno strumento – prezioso ed efficace – per organizzare l’attività produttiva, una società di mercato è un modo di vivere in cui i valori di mercato penetrano in ogni aspetto dell’attività umana. Un luogo dove le relazioni sociali sono trasformate a immagine del mercato

Il grande dibattito assente nella politica di oggi è quello sul ruolo e sulla portata dei mercati. Vogliamo un’economia di mercato o una società di mercato? Quale ruolo dovrebbero svolgere i mercati nella vita pubblica e nelle relazioni personali? Come possiamo decidere quali beni devono essere comprati e venduti e quali governati da valori non di mercato? Dov’è che la signoria dei soldi non dovrebbe esistere? Anche se foste d’accordo sul fatto che occorre affrontare grandi questioni relative alla moralità dei mercati, potreste dubitare che il nostro dibattito pubblico sia all’altezza del compito. È una preoccupazione legittima.

In un’epoca in cui il dibattito politico consiste soprattutto in confronti televisivi dai toni accesi, in un livore fazioso negli interventi alla radio e in battaglie al congresso alimentate dalle ideologie, è dificile immaginare un dibattito pubblico caratterizzato da un ragionamento su questioni morali difficili come il modo giusto di valutare la procreazione, l’infanzia, l’istruzione, la salute, l’ambiente, la cittadinanza e altri beni

Eppure, credo che una simile discussione sia possibile, ma solo se siamo disposti a estendere i termini del nostro dibattito pubblico e a confrontarci più esplicitamente con le diverse idee di benessere.

Nella speranza di evitare faziosità, spesso pretendiamo che i cittadini si lascino alle spalle le loro convinzioni morali e spirituali quando entrano nell’arena pubblica.

Ma la riluttanza ad ammettere in politica discussioni sull’idea di benessere ha avuto una conseguenza imprevista: ha contribuito a spianare la strada al trionfalismo dei mercati e alla perdurante tenuta della logica di mercato. A suo modo, la logica di mercato svuota anche di argomentazione morale la vita pubblica. Parte del fascino dei mercati si spiega con il fatto che non giudicano le preferenze che soddisfano. Non chiedono se alcuni modi di valutare le cose siano più nobili o più validi di altri. Se qualcuno è disposto a pagare per il sesso o per un rene e un adulto consenziente è disposto a vendere, l’unica domanda che l’economista si pone è: “A quale prezzo?”.

I mercati non rimproverano, non discriminano tra preferenze lodevoli e preferenze spregevoli. Ognuna delle parti di un affare decide autonomamente quale valore attribuire ai beni al centro dello scambio. Questo atteggiamento nei confronti dei valori sta al cuore della logica di mercato e spiega gran parte del suo fascino. Ma la nostra riluttanza a impegnarci nell’argomentazione morale e spirituale, insieme con la nostra adesione ai mercati, ha avuto un prezzo elevato: ha svuotato di energia morale e civile il dibattito pubblico e ha dato un contributo alle politiche manageriali e tecnocratiche che affliggono oggi molte società. Un dibattito sui limiti morali dei mercati potrebbe consentirci, come società, di decidere dove i mercati sono utili al bene comune e dove non devono stare.

Per analizzare a fondo il posto che spetta ai mercati, è necessario ragionare insieme, pubblicamente, sul modo giusto di valutare i beni sociali a cui diamo un prezzo. Sarebbe folle pretendere che un dibattito pubblico moralmente più solido, anche se al suo meglio, possa condurre a un accordo su ogni questione. Produrrebbe però una vita pubblica più sana. E ci renderebbe più consapevoli del prezzo che paghiamo vivendo in una società in cui ogni cosa è in vendita.

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A cura di Tiziana Ronchietto

L’uomo è un massimizzatore di ideali, non di profitto!

Al contrario di quello che comunemente si pensa, il denaro non crea un valido meccanismo motivazionale.
Una ricerca di anni svela la sorprendente verità su cosa realmente ci motiva e smentisce clamorosamente il luogo comune che vede l’uomo facilmente manipolabile, prevedibile e portato a produrre risultati direttamente proporzionali al compenso.

E’ stato fatto un eloquente esperimento su un gruppo di studenti del MIT: venivano proposte delle prove di vario genere e il loro superamento era incentivato da tre livelli di compenso in denaro (basso, medio, alto) proporzionato alle prestazioni; praticamente veniva messo in atto il paradigma socio-economico che ci domina e che sembra essere l’unico possibile per far funzionare la società.

Ebbene, solo i compiti meccanici, ossia quelli elementari e lineari, hanno risposto positivamente allo stimolo “denaro”, ma per tutte le attività che comportavano il funzionamento delle capacità cognitive, ovvero un coinvolgimento personale concettuale e creativo, il meccanismo ricompensa/prestazione falliva miseramente e addirittura si invertiva (più alta era la ricompensa minori erano i risultati).

La prova venne ripetuta a Madurai, una cittadina rurale dell’India, un contesto sociale completamente diverso dal precedente.
Risultato: chi aveva avuto l’offerta del compenso medio non aveva fatto meglio di chi si era visto proporre il compenso più basso, ma, la cosa strabiliante fu che chi aveva avuto l’offerta del premio più alto aveva prodotto i peggiori risultati di tutti.
Il test è stato ripetuto molte volte (sempre con identici risultati) ed ha quindi valenza scientifica.

Tutto questo sembra bizzarro? La situazione della nostra società, guidata dalla legge economica dell’incentivo monetario, non riconferma forse perfettamente il risultato del test?

Si scopre ufficialmente che i migliori risultati, nonchè la maggiore soddisfazione personale (qualcuno la chiama anche felicità…) sono raggiunti grazie a tre fattori:
Autonomia (decidere da soli), Padronanza (la spinta a migliorarsi), Scopo (dare il proprio contributo a qualcosa che abbia un significato profondo).
Sono le finalità elevate a rendere talentuose e felici le persone e a far fiorire e prosperare le organizzazioni (se volete ancora chiamarle “aziende”).

Bisogna assolutamente acquisire e diffondere la consapevolezza che abbiamo un istinto profondo volto ad imparare, migliorarci e perfezionarci se solo si smette di essere manipolati col denaro e se si viene trattati come persone… È SCIENZA!

ORIGINALE, IN INGLESE

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DOPPIATO IN ITALIANO (AMATORIALE)

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Traduzione a cura di Daniel Iversen e Claudio Galbiati

Credit David Neff

Una tecnologia davvero radicale sembra destinata a trasformare i consumatori in creatori, tagliando sprechi, imballaggi e chilometri.

Ci sono tecnologie innovative, altre che invece sono veramente avveneristiche, una delle quali forse  tanto quanto il Personal Computer.

Pensate alla stampante MakerBot. La tecnologia di cui si parla è la stampa 3D, proprio quello che starete immaginando. Pensate alla vostra normale stampante mettere uno strato di materiale sopra l’altro, seguendo un rigoroso modello, creandovi degli oggetti completi come per esempio trappole per topi, tendine per la doccia, e qualunque altra cosa voi stessi volete aggiungere alla lista.

È un’idea che ha solleticato la fantasia degli scienziati fino dal 1986, quando Charles Hull brevettò il primo apparato per la ‘stereolitografia’ (così la chiamò). Oggi si potrebbe tranquillamente dire che una volta detto, lo hanno anche stampato

Il M.I.T. ha progettato una stampante di pasti pronti per una gastronomia anti spreco, che vi fornisce ogni volta un perfetto bilancio tra gusto, struttura ed estetica.
Il Forgacslab, dell’Università del Missouri, ha stampato strati di cellule umane, uno sull’altro, creando la prima vena artificiale; la compagnia tedesca EOS infine, ha stampato la cassa di un violino che sembra ( e, cosa più importante, suona ) come se fosse di legno stagionato.

Oggi la stampa 3D è pronta per trasferire il processo produttivo dalle fabbriche direttamente nel vostro salotto; i prezzi di queste “divinità domestiche” saranno presto abbordabili: il Thing-O-Matic, dell’americana MakerBot, sarà in vendita a 1299 dollari. Potrà stampare qualsiasi cosa, da un set di scacchi, al modellino di una cattedrale gotica con tutti i dettagli del suo intricato interno. Il Thing-O-Matic usa come materiale grezzo dei sottili fili di plastica, compreso l’acido polilattico, un polimero biodegradabile derivato dal mais. Il materiale viene scaldato e poi deposto in file ordinate, seguendo le istruzioni date dal modello tramite cavo USB o scheda di memoria. Quasi ogni prodotto può essere oggi scannerizzato e trasformato così in un modello usando il software gratuito ed opensource di Mehslab.

Le implicazioni ambientali sono considerevoli: l’economia consumistica dei nostri giorni si fonda sulla produzione in larga scala a distanza; in termini di energia e consumo di risorse, l’efficienza di questo tipo di commercio raramente giustifica lo spreco che essa genera. Inoltre c’è da considerare il carburante richiesto per spedire il prodotto in utto il mondo e l’imballaggio per assicurarsi che esso arrivi sullo scaffale tutto intero, e poi il marketing necessario a persuadere il consumatore che, sì, in effetti ha proprio bisogno di una bella grattugia nuova o, anche peggio, un set con due grattugie.

Secondo l’amministratore delegato e co-fondatore Bre Pettis, Makerbot ha una missione “profondamente sovversiva”: democratizzare la produzione dei beni.

“È un concetto profondo che ha al centro la visione corroborante delle persone come creatori, non consumatori. Non dovremo più metterci in coda per comprare cose al centro commerciale, piuttosto la gente si chiederà “Quello me lo posso stampare?”.

E prossimamente? Le ricerche stanno allargando la stampa domestica alla fabbricazione di edifici; il California Center for Rapid Automated Fabrication Technologies spera di stampare una casa personalizzata in meno di un giorno.

Carl Frankel

fonte: Forumfromthefuture

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Contro la caccia al profitto (da “Internazionale” n 918)

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Raj Patel, The Nation, Stati Uniti
(Ray Patel è un economista e giornalista britannico. Ha scritto I padroni del cibo, Feltrinelli 2011)

Per avere un sistema alimentare democratico bisogna riscrivere le regole del sistema finanziario

Mentre si diffonde sempre di piu il piacere delle verdure di stagione a chilometri zero e aumentano i giovani che amano sprocarsi le mani con la terra, sembra crudele richiamare l’attenzione sui problemi del sistema alimentare.

Ma bisogna temperare l’ottimismo della volontà con il pessimismo della ragione. Nonostante le conquiste del movimento per il cibo degli ultimi dieci anni, è difficile allontanare la sensazione che il pessimismo sia piu forte.

Per ogni orto biologico alla Casa Bianca c’è un responsabile dell’ufficio del rappresentante per il commercio staaatunitense che viene dall’industria dei pesticidi. Sasha e Malia Obama mangeranno anche alimenti sani, ma il sud del mondo è ancora fermo ai prodotti chimici. Anche se i raccolti sono abbondanti, milioni di persone soffrono ancora la fame. La causa non è la crescita demografica: si produce cibo a sufficienza per tutti.
Ma l’economia della produzione agricola tende a dimenticare le esigenze dell’alimentazione.
Innanzitutto aumenta la percentuale di colture destinate non all’alimentazione umana o animale, ma alla produziuone di biocarburanti per far circolare le automobili.
Piu di un decimo della produzione mondilae di cereali secondari (diversi dal grano e dal riso) è usata per produrre combustibili, e secondo le stime dell’Ocse, entro i prosismi 10 anni un terzo delle coltivazioni di canna da zucchero sarà trasformato in biocarburanti invece che in dolcificanti.
Ma c’è solo una cosa peggiore del bruciare il cibo: specularci sopra.
Come fa notare l’economista Jayati Ghosh, una delle conseguenze del Commodity futures modernization act (Cfma), una legge statunitense del 2000 che deregolamenta i prodotti finanziari, è che alla fine del 2007 gli acambi di future sulle materie prime hanno raggiunto i novemila miliardi di dollari.
C’è un vivo dibattito tra gli economisti sulla possibilità che questo possa aver provocato un aumento dei prezzi o fluttuazioni troppo ampie.
Ma una cosa su cui tutti sono d’accordo è che, se i prodotti agricoli sono sempre di piu oggetto di strumenti finanziari senza regole, i prezzi alimentari saranno sempre piu legati agli umori delle borse.
A questo punto il contenuto (quando c’è) delle ciotole dei piu poveri dipenderà non tanto dalla reale disponibilità di cibo, ma dal prezzo del petrolio.

LA BUONA NOTIZIA

Il movimento per il cibo lotta contro i cambiamenti climatici, le speculazioni sui terreni e i biocarburanti. Nonostante la crisi che stiamo vivendo, i capitalisti sembrano sempre piu sfrenati nella loro ricerca del profitto e hanno trovato nuovi modi per speculare sul nostro pane quotidiano.
Per avere un sistema alimentare autenticamente democratico bisogna riscrivere le regole del sistema finanziario.
E per fare questo è necessario identificare e affrontare il capitalismo come il vero nemico della sovranità alimentare.
Naturalmente una posizione ragionevole serve a poco se le idee non si trasformano in realtà.
Servono soluzioni concrete per coltivare, mangiare e condividere il cibo in modo da migliorare la vita delle persone. E forse il principale motivo di ottimismo è che, da Detroit al Malawi, un numero crescente di movimenti sta sperimentando nuovi modo per raggiungere questo obiettivo.

Traduzione di Enrico Del Sero.

Internazionale, numero 918, 7 ottobre 2011