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Articolo di Anita Blasberg e Kerstin Kohlenberg, dalla rivista “Die Zeit“, Germania.

Trascrizione a cura di  Daniel Iversen

Da anni la grande industria paga esperti di comunicazione e scienziati per convincere l’opinione pubblica che il riscaldamento climatico non esiste. L’inchiesta della Zeit.

da “Internazionale” numero 978 . 7 dicembre 2012

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Montoloking, Stati Uniti, 31 ottobre 2012. I danni provocati dall’uragano Sandy.
Andrew Quilty (oculi/vu/emblema)

Marc Morano diffonde il dubbio con la tastiera. Seduto sul sedile posteriore di una limousine nera, imbraccia la sua arma più potente: il computer portatile. Fuori dal finestrino scorre un paesaggio autunnale, mentre Morano pubblica sul suo sito un nuovo titolo a caratteri cubitali: “L’ente del governo statunitense per la tutela ambientale accusato di fare esperimenti sugli esseri umani”. È uscito mezz’ora fa dalla sua abitazione, una grande villa in un sobborgo di Washington, per andare negli studi di Fox News. Siamo alla vigilia della conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici a Doha, nel Qatar, dove i ministri dell’ambiente e i capi del governo di tutto il mondo si incontrano per discutere nuove misure contro il riscaldamento globale. Morano non è un climatologo. Non sa calcolare la pressione atmosferica né analizzare i dati sulle temperature. È un addetto alle pubbliche relazioni: la sua specialità consiste nel formulare messaggi comprensibili a tutti. Quando andava ancora a scuola, negli anni ottanta, ha contribuito alla campagna elettorale dei repubblicani. Telefonava a perfetti sconosciuti e gli spiegava perché Ronald Reagan era la scelta migliore. In seguito, dopo la laurea in scienze politiche, ha fatto il rappresentante di una ditta di depurazione delle acque di scarico. Morano è uno in grado di vendere qualsiasi cosa. È stato invitato a una trasmissione di Fox News dedicata ai consumatori, Money with Melissa Francis, per parlare di energie rinnovabili. Morano si siede davanti a uno sfondo nero. La telecamera inquadra il suo volto, che tra poco arriverà in tutte la case degli Stati Uniti. È un uomo robusto sui 45 anni, indossa giacca e cravatta. Il suo sorriso è cordiale, ma non bisogna farsi ingannare: Morano riesce sempre a provocare i suoi avversari. Durante un recente dibattito televisivo ha interrotto così spesso un climatologo, che alla ine lo studioso non ce l’ha fatta più e gli ha dato dello stronzo. In quel momento Morano ha avuto la vittoria in pugno. Questa volta è da solo in studio e si atteggia a esperto del settore: “Lo sfruttamento dell’energia solare è alimentato dalla paura del riscaldamento globale”, dice con espressione preoccupata. “Ma è solo una questione ideologica”. Morano è l’esponente più aggressivo di una truppa di mercenari pagata profumatamente. È protagonista di una lotta per la quale negli Stati Uniti sono nate almeno trenta lobby. Una lotta inanziata con centinaia di milioni di dollari contro la ricerca sul clima. Già anni fa Morano affermava: “I climatologi dovrebbero essere picchiati senza pietà. Meritano di essere tutti flagellati pubblicamente”. Il suo datore di lavoro è il Committee for a constructive tomorrow, un’organizzazione nata per fare da contraltare ad associazioni ambientaliste come Greenpeace. Negli ultimi anni è stata finanziata, tra gli altri, dalla casa automobilistica Chrysler e dai gruppi petroliferi ExxonMobil e Chevron. Quella di Marc Morano è la storia di un progetto di disinformazione ben organizzato. Un esempio da manuale dell’arte della menzogna. La storia è cominciata più di vent’anni fa, quando il mondo ha preso coscienza di una realtà terribile: l’emissione di anidride carbonica riscalda la Terra. Presto è stato chiaro che le possibili contromisure sarebbero costate molti miliardi ai settori industriali. Soldi che le imprese avrebbero potuto risparmiare se fossero riuscite a contrapporre al cambiamento climatico qualcosa di diverso: il dubbio sui risultati della ricerca. Forse i dati sono sbagliati, forse la Terra non si sta afatto riscaldando. E anche se sta succedendo, magari è un fenomeno innocuo, un processo naturale che non ha niente a che fare con le centrali elettriche a carbone. In questi anni persone come Morano hanno cercato di instillare questi dubbi nella testa dei lettori dei giornali, degli spettatori televisivi, dei giornalisti e dei politici.

La mazza da hockey

Screenshot_2013-01-04-13-59-08Per capire il complesso sistema dell’atmosfera terrestre, nel 1988 più di cento capi di governo hanno fondato l’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), un gruppo in cui gli scienziati di tutto il mondo analizzano i risultati degli studi sul clima. I dati sono chiari. L’innalzamento delle temperature aumenta il rischio di tempeste violente, mentre le siccità e le inondazioni diventano più frequenti, i ghiacciai e le calotte polari si sciolgono, il livello del mare sale. “Noi pensavamo di aver finito il nostro lavoro”, dice Michael E. Mann, un ricercatore statunitense dell’Ipcc. “Pensavamo che da quel momento sarebbe stato compito dei politici”. Mann dirige il Centro per le scienze della Terra dell’università della Pennsylvania, l’istituto meteorologico più importante degli Stati Uniti. Il suo ufficio è pieno di oggetti: ci sono pile di riviste scientifiche, e alla parete è appoggiata una vecchia mazza da hockey che gli è stata regalata dalla squadra di un college del Vermont. “È cominciato tutto con la mazza da hockey”, dice.
Nel 1998 Mann era uno scienziato di 33 anni che sognava di dare una spiegazione alle variazioni climatiche. Insieme a due colleghi raccolse i dati sulle temperature di migliaia di anni e analizzò coralli, anelli degli alberi e campioni di ghiaccio polare. Alla fine i risultati furono riuniti in un grafico che lasciò di stucco i tre ricercatori: fino al 1850 la curva della temperatura terrestre era praticamente piatta, ma poi si impennava rapidamente, proprio quando gli esseri umani avevano cominciato a bruciare carbone, petrolio e gas. A Mann la curva sembrava una mazza da hockey. I tre ricercatori pubblicarono il loro studio su Nature, e la “mazza da hockey”, come fu subito chiamato il grafico, li catapultò sulle pagine di Time. Mann, timido e impreparato, finì nelle più importanti trasmissioni televisive d’attualità degli Stati Uniti. La mazza da hockey è la dimostrazione della responsabilità umana nel cambiamento climatico. All’inizio ne erano convinti anche i conservatori. L’influente senatore repubblicano John McCain presentò insieme al democratico Joseph Lieberman una proposta di legge per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica: il Climate stewardship act. La National academy of sciences, l’istituto scientifico più prestigioso degli Stati Uniti, confermò i risultati dello studio di Mann. Ben 928 articoli scientifici sul cambiamento climatico pubblicati tra il 1993 e il 2003 sono arrivati alla conclusione che la Terra si sta riscaldando per colpa degli esseri umani.
Secondo il direttore della rivista Science, è il consenso scientifico più straordinario della storia. “Ma la mazza da hockey”, spiega Mann, “è stata la cosa peggiore che potesse succedere all’industria”. Probabilmente è per questo che nel 2002 un consigliere dell’allora presidente George W. Bush preparò il copione di un’imponente controffensiva. “Forse l’ambiente è il tema su cui i repubblicani (e il presidente Bush in particolare) sono più vulnerabili”, scrisse l’esperto in un rapporto strategico per la Casa Bianca. Secondo lui, bisognava “attaccare frontalmente” gli scienziati per diffondere nell’elettorato dei dubbi sulla loro attendibilità. “È ora di trovare esperti che simpatizzino con le nostre posizioni”. Poco dopo Bush mise insieme un gruppo di consulenti in cui figuravano potenti rappresentanti dell’industria petrolifera. Il Partito repubblicano, inoltre, scelse James Inhofe come presidente della commissione per l’ambiente al senato. Inhofe, un repubblicano dell’Oklahoma che all’epoca aveva 70 anni, definì “burocrazia da Gestapo” l’agenzia governativa per l’ambiente (l’Environmental protection agency, Epa), un’istituzione indipendente che dovrebbe controllare l’applicazione delle leggi di tutela ambientale. Il neopresidente della commissione assunse un nuovo stratega per le pubbliche relazioni: Marc Morano. Inhofe introdusse un’innovazione: le cosiddette scientific integrity hearings, le audizioni per la correttezza scientifica. Il senato si trasformò in un tribunale scientifico. Sul banco degli imputati si ritrovarono ricercatori famosi il cui lavoro era stato confermato centinaia di volte. Per il ruolo della pubblica accusa il senatore chiamò profani come lo scrittore Michael Crichton, che in un romanzo raccontava di climatologi corrotti che mandavano in rovina il pianeta. Poco prima del voto in senato sulla proposta di legge di McCain e Lieberman, Inhofe convocò anche Michael Mann e lo mise a confronto con Willie Soon e David Legates, due ricercatori che si sono fatti pagare profumatamente dalle aziende del settore energetico: ino a oggi Soon ha ricevuto più di un milione di dollari dalla ExxonMobil e da altre ditte. In uno studio controverso, finanziato tra l’altro dall’American petroleum institute, Soon aveva scritto che i dati di Mann sono sbagliati. “Il clima del ventesimo secolo non è né insolito, né estremo”, commentò Soon. Poi Inhofe chiese ai presenti se erano d’accordo sul fatto che l’aumento delle emissioni di anidride carbonica presentava molti vantaggi per la flora e la fauna. “Sono d’accordo”, rispose Soon. “Non vedo molti elementi a favore di questa tesi”, disse Mann. “Tendenzialmente concorderei”, aggiunse Legates. Le riprese televisive di quell’audizione descrivono una realtà semplice: un ricercatore considera il riscaldamento globale un dato di fatto, mentre due suoi colleghi lo mettono in dubbio. Il video, però, non dice che il primo rappresenta il mondo scientifico, mentre gli altri due non sono presi sul serio dai loro colleghi. Alla fine il risultato della votazione in senato sulla legge di McCain e Lieberman, che si svolse il 30 ottobre 2003, fu di 55 voti contrari e 43 a favore. Il Climate stewardship act fu bocciato.

Una scomoda verità

Uummannaq, Groenlandia
Stanley Greene (Noor/Luzphoto)

Nove anni dopo, nell’autunno del 2012, Marc Morano racconta: “Riuscimmo a fermare le leggi sul clima nel giro di tre anni”. Lo dice con l’orgoglio di uno scolaro che parla di un compito in classe andato bene. Morano è seduto a un tavolo del Capital Grill, un ristorante della periferia di Washington che serve ottime bistecche. Un tempo negli armadi a muro chiusi con i lucchetti si conservavano i costosi sigari dei clienti abituali.

“Quando nei ristoranti si poteva ancora fumare”, dice Morano alzando gli occhi al cielo. Non gli piace che la politica interferisca nella sua vita. Non gli piace quando si afferma che il fumo nuoce alla salute, che la foresta pluviale è in pericolo e che la sovrappopolazione è un problema. “È tutta ideologia”, ripete. Morano ama la sua famiglia, i suoi quattro figli e la moglie Jennifer. Gli piacciono la sua villa vittoriana e il suo fuoristrada nero. Gli piace vivere come dice lui. Quando fu assunto da Inhofe come addetto alle pubbliche relazioni, per prima cosa ristrutturò il sito della commissione per l’ambiente, dove raccolse tutti i contributi che negavano il riscaldamento globale. Più un testo se la prendeva con gli studi sul clima, più centrale era il suo posizionamento. Su internet, Morano riusciva a trovare molti articoli del genere. Andava tutto a gonfie vele. Poi, però, nel 2006 l’ex candidato democratico alla presidenza, Al Gore, presentò il documentario Una scomoda verità. Gore mostrava immagini di ghiacciai che si scioglievano, deserti che si espandevano e città allagate. Il suo lavoro era simile a quello di Morano: anche Gore aveva un messaggio e lo formulava in modo che chiunque potesse capirlo. Solo che dietro di lui non c’era l’industria, ma la ricerca scientifica. Il ilm fu proiettato nei cinema e nelle scuole. E all’improvviso si scoprì che l’84 per cento degli statunitensi considerava il cambiamento climatico una minaccia. Morano doveva farsi venire in mente qualcosa. Allora si ricordò della massima del consulente politico Karl Rove, ex vice dello staf di George W. Bush: “Non attaccare i punti deboli del tuo nemico, ma i suoi punti di forza”. E il punto di forza degli scienziati era la loro credibilità.
Il 20 dicembre 2007 le redazioni dei giornali e delle tv di tutti gli Stati Uniti ricevettero un rapporto di 175 pagine – apparentemente serissimo – pubblicato da Morano. Sotto l’intestazione della commissione per l’ambiente, con tanto di stemma del senato, si leggeva il titolo: “Più di quattrocento insigni scienziati mettono in dubbio le cause umane del riscaldamento globale”. Quasi tutte le redazioni abboccarono. Mancava poco a Natale: pochi giornalisti si preoccuparono di verificare i 413 nomi e le relative dichiarazioni. I quotidiani e i telegiornali citarono il rapporto senza sosta: dal New York Times al Boston Herald, dalla Fox News alla Cnn. In realtà 44 di questi presunti scienziati erano solo annunciatori delle previsioni del tempo, 84 avevano lavorato per il settore petrolifero, 49 erano da tempo in pensione e 90 non avevano niente a che fare con gli studi sul clima. Gli altri erano ricercatori che non avevano mai messo in dubbio che il cambiamento climatico fosse provocato dagli esseri umani ma che, come succede spesso nella comunità scientifica, si stavano confrontando criticamente con questioni come l’effettiva velocità dell’innalzamento del livello del mare. I testimoni più importanti di Morano erano due fisici: Fred Singer, che all’epoca aveva 83 anni, e Frederick Seitz, che ne aveva 96 ed è morto quattro anni fa. Negli anni ottanta Singer aveva lavorato per il programma missilistico degli Stati Uniti e Seitz per quello degli armamenti nucleari. I due, convinti anticomunisti al soldo di Ronald Reagan, adesso aiutavano Morano a difendere la libertà dall’ecofascismo. I loro articoli uscivano sul New York Times, sul Wall Street Journal e sul Washington Post. Così, come in passato la mazza da hockey di Mann era inita sulle prime pagine di tutti i giornali, ora i mezzi d’informazione si lanciarono sull’ultima notizia: la situazione non è poi così grave come sembra. In passato Seitz aveva minimizzato i rischi del fumo di sigaretta per conto del produttore di tabacco Reynolds, incassando 65mila dollari all’anno. Singer era stato sul libro paga dei gruppi petroliferi ExxonMobil, Shell e Texaco. Singer e Seitz avevano fondato le organizzazioni Science and environment policy project e Nongovernmental international panel on climate change (Nipcc) con lo scopo dichiarato di gettare discredito sull’Ipcc.
Quelle di Singer e Seitz fanno parte di un insieme di associazioni e istituti finanziati dall’industria che si è sviluppato intorno a Washington: una sorta di villaggio Potëmkin della scienza popolato da esperti pagati che servono gli interessi dei loro committenti. Ci sono lo Heartland institute, l’American enterprise institute, il Marshall institute, il Frontiers of freedom institute e l’Independent institute. Un elenco interminabile di istituzioni che si spacciano per serie e indipendenti e che a loro volta danno vita a entità specializzate sui temi ambientali. Come per esempio il Committee for a constructive tomorrow, il datore di lavoro di Morano. Nel giro di pochi anni queste organizzazioni hanno pubblicato più di cento libri sul cambiamento climatico. Gli autori sono stati invitati a importanti trasmissioni televisive e hanno tenuto conferenze in congressi internazionali sul clima appositamente organizzati. Un meccanismo di menzogne ben oliato e capace di autoalimentarsi. Mentre Mann e gli altri scienziati dell’Ipcc lavorano senza ricevere compensi, in un piano economico per il 2012 trapelato di recente sui mezzi d’informazione lo Heartland institute ha scritto riguardo all’Nipcc: “Sponsorizziamo l’Nipcc per mettere in discussione il rapporto ufficiale dell’Ipcc. Abbiamo pagato 388mila dollari a un’équipe di giornalisti per farli lavorare ad alcune pubblicazioni”. Nel documento si legge inoltre: “Il nostro attuale bilancio ci permette di finanziare persone di grande esperienza capaci di contraddire regolarmente le affermazioni degli allarmisti del riscaldamento climatico. In questo periodo i fondi vanno a Craig Idso (11.600 dollari al mese), Fred Singer (cinquemila dollari al mese) e Robert Carter (1.667 dollari al mese)”. Tra il 1997 e il 2004 l’industria del petrolio e del gas ha investito 420 milioni di dollari per diffondere il dubbio.

Sul banco degli imputati

Screenshot_2013-01-04-13-59-41Alla fine del 2007 l’Ipcc è stato insignito del premio Nobel per la pace. Ma all’epoca negli Stati Uniti non si sentiva parlare da un pezzo di consenso bipartisan o di proposte di legge comuni per la difesa del clima. Anzi, Mann era ancora una volta sul banco degli imputati a Washington. “Questioni aperte sulla mazza da hockey”: era questo il titolo dell’audizione alla quale l’aveva convocato la commissione per l’energia. Mann sapeva bene che non c’era nessuna questione aperta e che i suoi risultati erano indiscutibili, ma era comunque nervoso. Davanti alla Rayburn house, la sede della camera dei rappresentanti, erano parcheggiate le stazioni mobili di tutti i principali canali televisivi. Mentre Mann saliva le scale, i cameraman gli correvano dietro insieme ai giornalisti. Lo scienziato era appena diventato padre e il suo contratto con l’università sarebbe scaduto presto. Per la prima volta in vita sua Mann si era rivolto a un avvocato. A questo punto non si trattava solo di scienza: c’era in gioco la sua stessa esistenza. L’audizione durò tre ore. Uno statistico che fino a quel momento non aveva mai avuto a che fare con gli studi sul clima descrisse Mann come il burattinaio di una cospirazione internazionale, mentre un ex consulente dell’industria sostenne che il ricercatore aveva giocato sporco. Mentre Mann cercava di difendersi, Morano seguiva lo spettacolo dalla sala del pubblico. L’esperto di pubbliche relazioni sapeva che sbarazzandosi di Mann e della sua mazza da hockey sarebbe riuscito a farla finita con l’Ipcc e con tutte le leggi che potevano rendere più costosa la combustione di petrolio, gas e carbone. Quando la sala di Washington si svuotò, Morano andò da Mann e gli porse la mano sorridente. Mann gliela strinse con cortesia, e a ripensarci Morano ride ancora oggi: “Non aveva la minima idea di chi avesse davanti”. Alla fine dell’audizione non venne fuori nessun dato nuovo. Nei giorni seguenti l’American geophysical union, l’American meteorological society e altre trenta associazioni scientifiche si schierarono dalla parte di Mann. Ma il dubbio persisteva.
Quando ripensa all’audizione di Washington nel suo studio dell’università della Pennsylvania, Mann fa un profondo sospiro: “Quelle persone sono ciniche”, dice. “Che Morano non ce l’abbia con me personalmente mi è chiaro. Vuole solo intimidirmi. Vuole intimidire un’intera disciplina”. Mann ha il volto pallido e parla a bassa voce. Tra poco compirà 47 anni, ma ha ancora la timidezza di una persona che si trova più a suo agio in laboratorio che in compagnia di altri. Gli piace esplorare le foreste della Pennsylvania e vivere la pace del college di questa cittadina universitaria, dove abita in una casa di periferia con sua moglie, una biologa. Ed è contento che nella sua casa la corrente elettrica sia prodotta dall’energia eolica. “Ha mai sentito parlare della strategia del Serengeti?”, mi chiede Mann. “I predatori del Serengeti uccidono le loro prede isolando un animale dal resto del branco: quando resta da solo lo aggrediscono”. Nel 2009 la crisi ha colpito anche i mezzi d’informazione. Gli editori e gli studi televisivi hanno ridimensionato le redazioni, e un giornalista statunitense su tre ha perso il posto di lavoro. La Cnn ha smantellato l’intera redazione scientifica e alla fine l’annunciatore delle previsioni del tempo, Chad Meyers, è diventato un esperto di cambiamento climatico. Meyers la pensa così: “È presuntuoso pensare che noi esseri umani possiamo influenzare l’assetto meteorologico fino a questo punto”. Questi tagli, negativi per i lettori, sono stati invece positivi per Morano. Per risparmiare il tempo e le risorse necessarie a indagare sulle questioni climatiche, molte redazioni hanno cominciato a neutralizzare ogni opinione con un’opinione contraria: ogni affermazione di un climatologo è integrata da quella di un negazionista. Nel suo portatile Morano aveva memorizzato migliaia di indirizzi email di giornalisti, suddividendoli in diciannove liste ripartite tra curatori di rubriche, moderatori televisivi, redattori scientifici (“che non sono tanto aperti alle mie tematiche”) e giornali locali (“che accettano sempre tutto volentieri”).

Climategate


Il 17 novembre 2009 Mann stava festeggiando il giorno del ringraziamento insieme alla sua famiglia quando alle 21.57 qualcuno che aveva adottato lo pseudonimo Foia scrisse sul blog Air Vent. Foia riportava l’indirizzo di un server da cui si potevano scaricare mille messaggi privati di posta elettronica dei più importanti climatologi, tra cui quelli di Mann. Cos’era successo? Alcuni ignoti erano riusciti a entrare nel server del dipartimento di studi sul clima della University of East Anglia, nel Regno Unito, e si erano impossessati di email e documenti. Poi li avevano resi accessibili in rete con perfetto tempismo rispetto alla conferenza sul clima delle Nazioni Unite, che doveva aprirsi all’inizio di dicembre a Copenaghen. Morano stava viaggiando sul sedile posteriore di un’auto a noleggio lungo la Paciic coast highway quando gli squillò il cellulare. Era in California per fare campagna contro una nuova legge sull’ambiente. Un conoscente lo aveva chiamato per raccontargli delle email trafugate, sottolineando che contenevano cose pazzesche. Per esempio, il fatto che Mann aveva scritto in un messaggio di essere ricorso a un “trucco” per mascherare la riduzione delle temperature. Un trucco! Bastava questa parola per dimostrare che tutta la questione del cambiamento climatico era solo una colossale messinscena. In poco tempo il presunto scandalo ricevette anche un nome: Climategate. Morano aprì un sito in cui raccoglieva tutte le notizie sulle email dei ricercatori. Intanto descriveva il caso come “il più grande scandalo della scienza moderna”. Morano lavorò febbrilmente per notti intere finché il Climategate non invase l’universo di Google. In due settimane, la storia sul presunto inganno dei climatologi si diffuse su più di 25 milioni di pagine web. Quasi nessun giornalista lesse i testi originali delle email, ma quasi tutti i mezzi d’informazione accolsero con gratitudine l’interpretazione di Morano: “L’ultimo chiodo sulla bara del riscaldamento globale”. Fox News parlava della “Waterloo del riscaldamento globale” e il quotidiano britannico Daily Telegraph avvertì: “Se siete in possesso di azioni di aziende attive nel settore delle energie rinnovabili, vendetele subito”. Perino la prestigiosa rivista The Atlantic scrisse sdegnata: “La puzza della corruzione intellettuale è travolgente”. La conferenza mondiale sul clima di Copenaghen si concluse con un nulla di fatto. Il senato statunitense bocciò la legge per la difesa del clima presentata dal presidente Barack Obama. Ma poche settimane dopo, nella primavera del 2010, negli Stati Uniti e nel Regno Unito due commissioni d’inchiesta parlamentari assolsero gli scienziati da ogni accusa. Le citazioni a loro carico erano state estrapolate dal contesto. Mann aveva usato la parola “trucco” solo per descrivere una soluzione lecita a un problema statistico e nei set di dati non c’erano tracce di manipolazione. Anche questa notizia comparve sui giornali, ma da qualche parte sulle ultime pagine. Oggi, però, neanche uno statunitense su due crede al cambiamento climatico. “È tutta opera di Morano”, spiega Mann nel suo ufficio. Intanto l’addetto alle pubbliche relazioni ha modificato la strategia dei negazionisti. Gli studiosi del clima non sono più solo dalla parte del torto: ormai sono dei criminali che ingannano consapevolmente i cittadini. E gran parte dell’opinione pubblica gli crede. Nell’agosto del 2010 Mann era nel suo ufficio quando ha aperto una lettera e gli è caduta addosso una polverina bianca. La polizia ha fatto evacuare l’edificio sospettando un attacco chimico. L’Fbi ha avviato un’indagine. Alla ine si è scoperto che la polvere era farina, ma Mann ha capito che la sua vita non sarebbe stata mai più come prima. La Commonwealth foundation, una fondazione di Filadelfia che si batte per “il libero mercato”, ha invitato l’università della Pennsylvania a licenziare Michael Mann e ha organizzato manifestazioni nel campus quasi ogni giorno. Intanto un gruppo finanziato dall’industria del carbone ha invitato su Facebook a boicottare le lezioni di Mann, e su YouTube sono usciti video che ridicolizzavano lo scienziato con una caricatura prodotta da uno studio di pubbliche relazioni che lavora per i repubblicani a Washington. Durante le conferenze di Mann, di colpo in sala comparivano persone che sventolavano in aria cappi da impiccagione. Mann ha cambiato numero di telefono. “Ho tenuto nascoste a mia moglie quasi tutte le lettere minatorie che ho ricevuto”, ha detto in seguito il ricercatore. Insieme ad altri studiosi del clima, Mann ha aperto un sito, Realclimate.org, dove gli scienziati hanno cominciato a controbattere a tutte le accuse. Ma restano in minoranza: i ricercatori devono fornire prove per ogni affermazione, mentre i loro avversari possono sostenere quello che vogliono. Gli scienziati seguono il ritmo lento della ricerca accademica, mentre agli altri serve solo una connessione a internet. In questo modo un piccolo gruppo ha messo nell’angolo la comunità scientifica internazionale, schiacciata da un gigante immaginario che ormai trova sostenitori anche nei tribunali. Nel 2010, Ken Cuccinelli, il procuratore generale della Virginia, ha avviato un procedimento giudiziario per chiarire se fosse il caso di ritirare il titolo accademico a Mann. Cuccinelli, un repubblicano, ha chiesto all’università della Virginia, che all’epoca era il datore di lavoro di Mann, di consegnargli tutte le email, i documenti e i dati dello scienziato. Nel marzo del 2012 il tribunale ha pronunciato un verdetto favorevole a Mann. Tre mesi dopo, il 4 giugno, lo scienziato ha partecipato a una trasmissione della Msnbc, Now with Alex Wagner. Appoggiato a un leggio, ha detto con espressione concentrata: “Da anni gruppi agguerriti finanziati dall’industria cercano di screditarmi con un solo obiettivo: impedire che la politica passi all’azione”. Dall’inizio dell’anno Mann frequenta programmi televisivi, tiene conferenze nelle università e concede interviste a radio e giornali. Inoltre ha raccontato la sua storia in un libro, The hockey stick and the climate wars (La mazza da hockey e le guerre del clima). Le radio e i giornali che si interessano a lui non hanno un grande seguito. Mann non fa notizia, ma si esprime con precisione e chiarezza. Ha deciso di esporsi in pubblico per affrontare Morano sul suo stesso campo: la comunicazione. Il ricercatore è sempre timido. Di fronte alle telecamere inarca la schiena irrigidito, ma per lui è finalmente arrivato il momento di difendersi. Di recente ha ricevuto un’altra email anonima: “Lei e i suoi colleghi meritate di essere uccisi, squartati e dati in pasto ai maiali insieme alle vostre dannate famiglie”. Durante le sue apparizioni pubbliche, ormai Mann è scortato dalla polizia. Diversi colleghi hanno trasferito i loro uffici in zone protette dove le porte si possono aprire solo con un codice segreto.

Katherine Lambert 2012 (2)

Sbarco in Europa

Perché fa tutto questo? Mann parla di sua figlia, che ha sette anni: “Questa battaglia è per lei”, risponde. “E per gli altri bambini”. Ma anche gli avversari di Mann pensano ai bambini. Lo Heartland institute ha pagato centomila dollari a un consulente del ministero dell’energia perché elaborasse un programma scolastico alternativo in cui si spiega ai ragazzi che il cambiamento climatico non è stato dimostrato. Di questi tempi Morano si dedica anima e corpo alla lotta contro le energie rinnovabili. “Sul riscaldamento climatico a Washington ce l’abbiamo fatta”, dice. Quella di Doha è la prima conferenza sul clima a cui non si è sentito in dovere di partecipare. Per lui la guerra è vinta. Solo in Europa i negazionisti del cambiamento climatico sono ancora sulla difensiva. Ora Fred Singer vola spesso oltre l’Atlantico, soprattutto in Germania, dove molti credono ancora ai risultati delle ricerche. Singer vuole cambiare la situazione. Nel settembre del 2010 l’esperto è stato ospite del Bundestag su invito dei liberali della Fdp. Marie-Luise Dött, la portavoce per l’ambiente del gruppo parlamentare della Cdu, è rimasta colpita: “Professor Singer, ho trovato le sue argomentazioni molto illuminanti ed esposte in un bello stile americano”, ha detto la deputata. Gli scettici, ha aggiunto Dött, hanno bisogno di “una maggioranza nella società”. Questa frase, ha comunicato in seguito la Cdu, è stata citata in modo scorretto.
A novembre Singer è stato di nuovo in Germania, a Monaco di Baviera, per una conferenza organizzata dall’Istituto europeo per il clima e l’energia (Eike), con il sostegno del Committee for a constructive tomorrow. L’addetto stampa dell’Eike è Horst Lüdecke, un professore emerito di isica di 70 anni che si occupa di clima da quando è andato in pensione. “Ho appreso i fondamenti della materia da autodidatta”, dice orgoglioso. Nel comitato scientifico dell’Eike ci sono un giornalista e un esperto di scienze forestali, mentre il presidente è uno storico e il vicepresidente un ingegnere elettrotecnico che durante le sue conferenze parla volentieri dello scenario tremendo di un’ecodittatura: niente riscaldamento, niente auto, niente fabbriche. “Siamo quasi tutti pensionati”, dice Lüdecke.
L’Eike non ha una sede, solo una casella postale a Jena, mentre il suo sito è il principale punto di riferimento in Germania per i negazionisti del cambiamento climatico: un cielo azzurro coperto da nubi a pecorelle sovrasta un prato rigoglioso, il logo blu e giallo con una corona di stelle ricorda il simbolo dell’Unione europea. L’effetto è invitante, serio, scientifico. Sulla home page si trovano link a siti statunitensi come quello di Morano oppure a Klimaskeptiker. info, il “forum contro le eresie dell’effetto serra e della salvaguardia del clima”. Di recente l’Eike, fondato nel 2007, è stato dichiarato associazione di pubblica utilità e ora può chiedere ufficialmente donazioni. Ma chi finanzia l’Eike? “È un segreto”, risponde Lüdecke. Quanti sono gli iscritti? “Qualunque informazione potrebbe essere usata contro di noi”, dice l’addetto stampa a bassa voce. Ma l’istituto, aggiunge, ha ottimi contatti con i parlamentari di tutti i partiti. Con chi per la precisione? Lüdecke scuote la testa con aria da cospiratore. “La questione è troppo scottante”. Il mondo dei negazionisti tedeschi potrebbe essere liquidato come innocuo se di recente non fosse sceso in campo un peso massimo della politica: Fritz Vahrenholt, un esponente dell’Spd. Ex responsabile per l’ambiente del land di Amburgo, alla fine degli anni novanta Vahrenholt è diventato manager del gruppo petrolifero Shell per poi passare al gruppo energetico Rwe e prima di entrare nel consiglio di vigilanza di una sua controllata, la Rwe Innogy. Nel 2006 la Rwe è stata coinvolta in una causa contro Greenpeace e ha dichiarato che il cambiamento climatico è solo “una percezione soggettiva, un rischio presunto che non è né concreto né attuale”. Un anno prima un consulente statunitense di pubbliche relazioni che lavorava per la Rwe aveva stilato un documento strategico per contrastare la svolta energetica, raccomandando di creare “una coalizione con altre aziende interessate” e di imparare da statunitensi come Marc Morano.
Nel febbraio del 2012 Vahrenholt ha pubblicato il libro Die kalte Sonne (Il Sole freddo), in cui sostiene che la Terra si sta riscaldando molto più lentamente di quanto si pensi. All’uscita del libro la Bild ha pubblicato una lunga serie di articoli sulla “menzogna dell’anidride carbonica”. Vah renholt è stato intervistato dallo Spiegel, sulla Zeit ha avuto anche gli onori della prima pagina. Intanto è comparso alla Zdf e ai microfoni dello Hessischer Rundfunk, del Norddeutscher Rundfunk e del Südwe strundfunk. Vahrenholt è l’esperto presti gioso che gli scettici tedeschi del cambia mento climatico aspettavano.

Screenshot_2013-01-04-14-00-33Una buona notizia

Il 20 settembre 2012, davanti alla Frauen kirche di Dresda, Vahrenholt ha detto allargando le braccia e sorridendo bonario: “Ho una buona notizia per voi. Da quattordici anni le temperature non stanno più aumentando e per di più ora il Sole si sta raffreddando, per cui la temperatura globale si ridurrà ancora”. Poi l’esperto si è ri volto al pubblico: “La famosa mazza da hockey è solo il frutto di misurazioni erra te”. Di fronte a lui erano seduti pensionati in costose giacche da escursionismo che annuivano soddisfatti. “La fine delle certezze” era il titolo della serie di iniziative organizzate dalla cancelleria di stato della Sassonia. Vahrenholt era in buona compagnia: l’ex primo ministro sassone Kurt Bie denkopf, il ministro della difesa Thomas de Maizière, l’esperto di sicurezza dei Verdi Winfried Nachtwei e la scrittrice austriaca Kathrin Röggla. All’inizio dell’incontro Vahrenholt è stato presentato come scienziato esperto di questioni climatiche, impegnato nelle politiche per l’ambiente, manager e autore di libri. Non si è accenna to al fatto che la sua è una posizione isolata, che i giornalisti specializzati hanno stroncato il suo libro, definendolo l’opera populista di un non addetto ai lavori. Alcuni studenti hanno fatto delle domande critiche, ma Vahrenholt aveva uno studio da citare per ogni obiezione e un nu mero pronto per controbattere a ogni tesi. Alla fine sembrava un pubblico di pazzi che aveva davanti uno che ha capito tutto della vita. Il giorno in cui Vahrenholt ha parlato a Dresda erano passati quattordici anni da quando Mann e i suoi due colleghi avevano pubblicato il grafico della mazza da hockey. Nel frattempo le emissioni annuali di anidride carbonica sono aumentate di più del 40 per cento. fp

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A cura di Daniel Iversen e Claudio Galbiati

Non siamo al centro dell’universo, questo dovrebbe esserci chiaro da molto tempo; analogamente non siamo nemmeno al centro della biosfera del nostro pianeta, ma dipendiamo come tutti dalle altre specie, dalle interazioni globali e da parametri delicatissimi. Ad ogni modo, per rinfrescarci la memoria, ecco una breve carrellata di video scelti da noi per ricordarci le proporzioni della nostra “importanza”.

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Traduzione a cura di Daniel Iversen

Un nuovo sondaggio della Walden University mostra che il “pensare globalmente, agire localmente” (“think globally, act locally”) è diventata una mentalità sempre più diffusa, con la maggior parte dei cittadini della Terra (in media il 73%) in sintonia sul fatto che ciò che accade dall’altra parte del mondo può influenzare la propria comunità locale. L’indagine ha anche trovato alti livelli di coinvolgimento nel cambiamento sociale, con tre quarti degli adulti (75 % in media) coinvolti negli ultimi mesi, il che ha incluso per la maggior parte donazioni monetarie, di beni o servizi (in media il 41 %).

Il Social Change Impact Report: l’indagine globale è stata commissionata dalla Università di Walden e condotta online da Harris Interactive nel settembre 2011. Si tratta della continuazione di un’indagine americana realizzata in autunno, e include le prospettive di più di 12.000 persone in Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, Gran Bretagna, India, Giappone, Messico, Spagna e Stati Uniti, descrivendo le loro percezioni sull’importanza di un cambiamento sociale, i principali problemi nel loro paese e il futuro del cambiamento sociale.I cittadini del mondo si stanno azionando.

In media, nel mondo, 8 adulti su 10 (81%) dicono che per loro è importante essere coinvolti personalmente in un cambiamento sociale positivo; gli adulti in Messico (95%), Brasile (93%), Cina (91%) e India (91%) sono più propensi a dire che è molto o abbastanza importante essere coinvolti. Mentre l’importanza e i livelli di impegno variano da paese a paese, quattro adulti su cinque (81 %) si trovano d’accordo nel voler essere coinvolti in un cambiamento sociale positivo in futuro.

Prospettive globali sulle questioni legate ai cambiamenti sociali

L’anno attuale ha portato un aumento di consapevolezza nel cambiamento sociale con le sfide globali, come le incertezze economiche, sommosse politiche, condizioni climatiche mutevoli, povertà, problemi di salute e altri in prima linea nelle preoccupazioni della società. Eppure, nonostante le varie questioni e sfide globali, gli adulti di tutto il pianeta, in media, hanno detto che l’istruzione (37%) è il fattore più importante per affrontare un cambiamento sociale positivo.

I problemi più importanti per quanto riguarda le questioni sul cambiamento sociale variano da paese a paese, e il paese dove i cittadini vivono ha un certo impatto sulle suddette questioni. Secondo l’indagine, l’istruzione è la questione più importante per un cambiamento sociale in Brasile (63%), India (56%) e gli Stati Uniti (40%). I problemi di salute invece vengono considerati più importanti per gli adulti in Francia (46%), Cina (46%), Canada (43%) e Gran Bretagna (36%).

Il futuro è verde

Pensando al futuro invece, la metà o più degli adulti in ciascuno dei paesi (66% in media) dicono che l’ambiente e le varie questioni “verdi” situate in altre parti del mondo avranno un forte impatto sulla vita nel proprio paese nei prossimi anni, in particolare quelli in Messico (83%) e Brasile (77%).

Questo punto di vista è particolarmente forte tra i giovani adulti. In quasi tutti i paesi, i giovani adulti dicono che l’ambiente in altre parti del mondo è la questione principale che con più probabilità rischia di avere un grande impatto sulla vita nel proprio paese (65%, in media), e questo lo si pensa più comunemente in Messico (80% ) e in Francia (79%). L’unica eccezione l’abbiamo negli Stati Uniti, dove il 71 % delle persone pensa che il terrorismo, i conflitti e le guerre che avvengono nelle altre parti del mondo sono i problemi che con maggior probabilità avranno un’impatto nel proprio paese.

A proposito dello studio

Walden University ha commissionato questa indagine per scoprire lo stato attuale dell’impegno riguardo al cambiamento sociale in America e in tutto il mondo. Il Social Change Impact Report: l’indagine globale è una continuazione del Walden’s Social Change Impact Report, progettato per fornire un barometro di chi si occupa di cambiamento sociale, ciò che è importante per loro e come essi lavorano insieme per far progredire i problemi legati ai cambiamenti sociali più importanti ora e in futuro. L’indagine globale include atteggiamenti, i comportamenti e le motivazioni da parte degli americani così come la comunità internazionale.

The Social Change Impact Report: l’indagine globale è stata condotta online da Harris Interactive per conto di Walden University tra settembre 12 e 21, 2011, su un totale di 12.208 adulti in Brasile (1.007 adulti di età 18-59), Canada (1.013 adulti dai 18 e più anziani), Cina (1.011 adulti di età 18-60), Francia (1.010 adulti di età 16 anni), Germania (1.013 adulti di età 16 anni), Gran Bretagna (1.077 adulti di età 16 anni in su), India (1.010 adulti di età 18-64), Giappone (1.017 adulti di età 18-64), Messico (1.010 adulti di età 18-64), Spagna (1.012 adulti di età 16 anni in su) e gli Stati Uniti (2.028 adulti di età 18 anni) via QuickQuery Harris Interactive Omnibus e globale. I dati per ciascun paese sono stati ponderati per la popolazione generale o quella on-line all’interno di ciascun paese. I dati per ogni singolo paese sono rappresentativi del paese stesso. Il “risultato medio” è la media aritmetica in tutti i 11 paesi.

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 Traduzione a cura di Daniel Iversen 

"La Terza Rivoluzione Industriale" di Jeremy Rifkin

"La Terza Rivoluzione Industriale" di Jeremy Rifkin

È già accaduto in precedenza, nel 1848 e nel 1968. I giovani di tutto il mondo occuparono le strade per protestare contro le ingiustizie dei regimi politici autocratici e gli avidi interessi del mercato, e per richiedere il diritto umano primario di partecipare come cittadini eguali negli avvenimenti della società.

Il 15 ottobre (2011) milioni di giovani, con i loro genitori e nonni, affollavano le strade di grandi e piccole città in tutto il pianeta screditando un sistema economico che favorisce il ricco 1% a spese del 99% della popolazione.

I manifestanti sono frustrati dalla mancanza di lavoro e sono arrabbiati con i governi che salvano le banche mondiali e premiano le grandi multinazionali mentre dall’altra tagliano servizi pubblici vitali per le classi medie e povere; sono inoltre preoccupati per il costante incremento dei cambiamenti climatici nel nostro pianeta, causati dalle emissioni di diossido di carbonio da parte delle industrie, un fatto che sta minacciando di mandare in frantumi gli ecosistemi planetari e provocare un’estinzione di massa della vita del pianeta.

Recentemente ho speso il mio tempo con molti organizzatori della giornata del 15 ottobre in Spagna e in Italia. La mia impressione è che le giovani generazioni in questi Paesi, come anche a Wall Street e in tutto il mondo, sono interessate a qualcosa di molto di più che a riforme contro le attuali politiche e pratiche economiche. I ragazzi avvertono che c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nell’attuale sistema politico/economico e stanno cercando una nuova visione economica che generi occupazione, stabilisca governi più responsabili e protegga la biosfera della Terra. Trovare questa nuova visione richiede una comprensione delle forze tecnologiche che stanno producendo delle profonde trasformazioni nella società.

Storicamente le grandi rivoluzioni economiche avvengono quando le nuove tecnologie di comunicazione convergono con i nuovi sistemi energetici.
Le rivoluzioni energetiche rendono possibile un commercio più ampio e integrato. Le rivoluzioni comunicative che le accompagnano gestiscono le nuove complesse attività commerciali rese possibili dai nuovi flussi di energia. Nel 19esimo secolo, la tecnologia per la stampa a basso costo e l’introduzione delle scuole pubbliche ha dato vita a una forza lavoro scolarizzata che aveva le caratteristiche necessarie per gestire l’incremento del flusso delle attività commerciali, a sua volta reso possibile dal carbone e la potenza della tecnologia del vapore, inaugurando così la prima rivoluzione industriale.

Nel 20° secolo, la comunicazione elettrica centralizzata – il telefono, e poi radio e televisione – è diventata il mezzo di comunicazione per gestire una più complessa e diffusa era del petrolio, delle auto e della vita suburbana, e la cultura del  consumo di massa della seconda rivoluzione industriale.

Le vecchia elite energetica

I regimi della comunicazione e dell’energia determinano in gran parte come le società sono organizzate e, in particolare, come sono gestiti e distribuiti i frutti del commercio, come viene esercitato il potere politico e come sono condotte le relazioni sociali.
La prima e la seconda rivoluzione industriale sono state costruite in cima a uno dei regimi energetici piu centralizzati mai concepiti.

I combustibili fossili – carbone, petrolio e gas naturale – sono energie d’elite, questo perché si trovano solo in determinati punti dela Terra.
Per proteggere questi giacimenti si richiedono investimenti significativi in ambito militare, questo per assicurare la loro disponibilità.
Hanno inoltre bisogno di sistemi di controllo e di comando centralizzati, e massicce concentrazioni di capitale per spostarli dal sottosuolo fino agli utenti.
L’abilità di concentrare il capitale – l’essenza del capitalismo moderno – è fondamentale per l’effettiva funzione di tutto il sistema nel suo complesso.
L’infrastruttura energetica centralizzata, a sua volta, stabilisce le condizioni per il resto dell’economia, incoraggiando modelli simili di mercato in ogni settore.

Il business del petrolio è una delle piu grosse industrie al mondo. Costituisce anche la piu costosa impresa per la raccolta, l’elaborazione e la distribuzione di energia mai concepita.
Praticamente tutte le altre cruciali industrie emerse dalla cultura del petrolio si alimentano dal rubinetto dei combustibili fossili – finanza moderna, automobilismo, energia e utility, e telecomunicazioni – erano, in un modo o nell’altro, similmente predisposte alla grandezza per raggiungere le proprie economie di scala. E, come l’industria petrolifera, richiedono ingenti somme di capitali per operare e sono organizzate in modo centralizzato.

Oggigiorno, delle 4 aziende piu grandi al mondo, ben 3 sono compagnie petrolifere – Royal Dutch Shell, Exxon Mobil e BP.
Al di sotto di questi giganti energetici ci sono 500 aziende in tutto il mondo che rappresentano ogni settore e industria – con un fatturato combinato di 22500 miliardi di dollari, equivalente a un terzo del PIL mondiale (62mila miliardi di dollari) – che sono inscindibilmente collegate e dipendenti dai combustibili fossili per la loro stessa sopravvivenza.

Va da sé che i beneficiari dell’era del petrolio, per la maggior parte, sono stati uomini e donne del settore energetico e finanziario e quelli posizionati in maniera strategica in tutta la catena di fornitura dalla prima alla seconda rivoluzione industriale.
Questi personaggi hanno accumulato fortune immense.

Nell’anno 2001, le più grandi aziende americane della CEO, hanno guadagnato in media, 531 volte di più di un lavoratore medio; nel 1980 era solo 43 volte di più. Ancora più sorprendente è che tra il 1980 e il 2005, più del 80% della crescita del reddito degli Stati Uniti è andato nelle tasche dell’1% della popolazione.

Entro il 2007, il più ricco 1% dei percettori americani rappresentavano il 23,5 per cento del reddito lordo delle imposte della nazione, contro il 9 per cento nel 1976. Nel frattempo, nello stesso periodo, il reddito medio delle famiglie americane non anziane è diminuito e la percentuale di persone che vivono in povertà è aumentato.

Forse la descrizione più adatta per descrivere l’organizzazione dall’alto verso basso nella vita economica che ha caratterizzato la Prima e la Seconda Rivoluzione Industriale è quella sentita spesso nella “teoria del trickle-down” – l’idea che quando coloro che sono in cima alla piramide dei benefici basati sui combustibili fossili, avranno accumulato abbastanza ricchezza residua, questa farà la sua strada verso le piccole imprese e ai lavoratori ai livelli più bassi della scala economica, a beneficio dell’economia nel suo complesso . Mentre non si può negare che il tenore di vita di milioni di persone sia migliore alla fine della Seconda rivoluzione industriale rispetto all’inizio della prima rivoluzione industriale, è altrettanto vero che quelli nella parte superiore della piramide ne hanno beneficiato dell’era del carbonio in modo sproporzionato , soprattutto negli Stati Uniti, dove sono state immesse poche restrizioni sul mercato e gli sforzi fatti per assicurare che i frutti del commercio industriale siano ampiamente condivisi sono stati limitati.

Un nuovo paradigma economico

Oggi, Internet e le energie rinnovabili stanno iniziando a emergere per creare una nuova infrastruttura per una Terza Rivoluzione industriale che cambierà il modo in cui il potere sarà distribuito nel 21 secolo. Nell’era che verrà, miliardi di persone produrranno la propria energia-verde nei loro uffici, nelle loro case e nelle fabbriche, condividendola con gli altri in una rete, l’ “Internet dell’energia”, proprio come adesso generiamo e condividiamo informazioni online.

La creazione di un regime di energie rinnovabili, generata dagli edifici, stoccata parzialmente sotto forma di idrogeno, distribuita da una rete Internet-energetica, e collegata a un sistema di trasporto plug-in a zero emissioni, stabilisce una infrastruttura a 5 pilastri che si riproduce in migliaia di aziende e milioni di posti di lavoro sostenibili.

La terza rivoluzione industriale porterà anche un’economia più democratica. Il modo in cui sono distribuite le energie rinnovabili necessita un meccanismo di controllo collaborativo piuttosto che gerarchico. Il nuovo regime energetico laterale stabilisce il modello organizzativo per le innumerevoli attività economiche che si moltiplicano da esso. Una rivoluzione industriale più distribuita e collaborativa, a sua volta, porta invariabilmente ad una condivisione più distribuita della ricchezza generata.

Le nuove industrie della green energy stanno migliorando le prestazioni e riducendo i costi ad un tasso sempre più rapido e solo quando la generazione e la distribuzione di informazioni sarà diventata quasi gratis, lo saranno anche le energie rinnovabili.
E proprio come la generazione e la distribuzione delle informazioni sta diventando quasi gratis, anche le energie rinnovabili lo faranno. Sole, vento, biomasse, geotermica e idroelettrica sono attivabili da tutti e, come l’informazione, non si esauriscono mai. La riduzione dei costi nel mercato musicale ed editoriale unito all’emergere del file sharing degli mp3, degli e-books, dei nuovi blog, sta devastando le industrie tradizionali.
Possiamo aspettarci degli impatti simili quando i costi di transazione all’energie verde permetterà ai produttori, ai rivenditori e ai servizi di produrre e condividere beni e servizi in vasti social network con una minima spesa del capitale finanziario.

Come la generazione Internet sta usando il potere laterale per trasformare lo scenario politico

La democratizzazione dell’economia va di pari passo con la democratizzazione della governance. La generazione internet è guidata da una nuova agenda politica. La loro politica ha poco in comune con la dicotomia destra/sinistra che ha caratterizzato la politica ideologica della Prima e Seconda rivoluzione industriale. I giovani attivisti del movimento del 15 ottobre giudicano il comportamento istituzionale da un nuovo punto di vista. Chiedono se le istituzioni della società – siano esse politiche, economiche, educative o sociali – si comportano in modo centralizzato ed esercitano il potere dall’alto verso il basso in modo chiuso e proprietario, oppure se funzionano in modo distribuito e collaborativo, e sono aperti e trasparenti nei loro rapporti. Il nuovo pensiero politico è un punto di svolta che ha il potenziale per ricostruire il processo politico e rimodellare le istituzioni politiche in ogni paese.

Il potere laterale è una nuova forza nel mondo. Steve Jobs e gli altri innovatori della sua generazione, ci hanno portato dai costosi e centralizzati main-frame computer, posseduti e controllati da una manciata di imprese globali, ai computer desktop e telefoni cellulari a buon mercato, consentendo a miliardi di persone di connettersi l’un  l’altro in peer-to-peer negli spazi sociali di Internet. La democratizzazione delle comunicazioni ha permesso a quasi un terzo della popolazione di condividere musica, conoscenza, notizie e vita sociale in un campo di gioco aperto, segnando uno dei grandi progressi evolutivi nella storia della nostra specie.

Ma per quanto questo risultato sia impressionante, è solo metà della storia. Quando le comunicazioni internet gestiranno l’energia verde, ogni essere umano sulla terra, diventerà la sua fonte di potere, sia letteralmente che metaforicamente. Miliardi di esseri umani condivideranno la loro energia in vasti social network, come adesso condividono informazioni online, creeranno le basi per la democratizzazione dell’economia globale e un nuovo inizio per l’umanità.

La contestazione giovanile, che ha avuto inizio in Medio Oriente, Spagna e Italia e si è diffusa  a Wall Street e poi in tutto il mondo, è un precursore della nuova era. “Potere laterale” è diventato il grido di battaglia di una nuova generazione, determinati a creare una società più giusta, equa e vivibile.

I giovani hanno dimostrato di saper usare il potere laterale via Facebook, Twitter, Google e altri social network per portare milioni di persone in piazza per protestare contro le ingiustizie e gli abusi del sistema economico e politico.

Ora, il problema incombente è se si può sfruttare la stessa potenza laterale per creare un’economia sostenibile, generare milioni di nuovi posti di lavoro, trasformare il processo politico e rimettere a nuovo la terra per le generazioni future.

Fonte: huffingtonpost

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