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Traduzione a cura di Denis Gobbi

Emma LaVelle era una bambina che desiderava molto giocare con gli altri bambini, ma una malattia congenita gli negava l’uso degli arti superiori. Ora, grazie all’aiuto della stampa 3d, Emma può sollevare giocattoli e disegnare con i suoi amici. L’azienda Stratasys, pioniera nell’uso della stampa 3d secondo il metodo FDM (Fused Deposition Modeling), ha lavorato assieme al dottore di Emma all’Alfred I. duPont Hospital for Children per creare un esoscheletro robotico di plastica personale in grado di far superare ad Emma il suo problema.

Ad Emma è stata diagnosticata l’Artrogriposi, una condizione che limita l’uso delle braccia a causa di muscoli sottosviluppati. Ma questo non ha fermato Emma, che ama chiamare il suo esoscheletro come le sue “braccia magiche”.

Usando la tecnologia di stampa 3d, questo supporto potrà essere aggiornato man mano che Emma crescerà in modo facile ed economico, allo stesso modo si potranno sostituire velocemente le parti che possono andare danneggiate. Emma sta al momento usando il suo secondo esoscheletro, e la sua prima frase completa quando gli venne rimossa temporaneamente per delle modifiche fù “la rivoglio”, un momento che sottolinea quanto la vita di Emma sia cambiata grazie alla tecnologia. Stratasys ha inizialmente cominciato a sviluppare questa tecnica di stampa 3d nel 1988 ed è rimasta all’avanguardia nella stampa 3d fin da quel tempo.

Lo sviluppo della stampa 3d ha aiutato a risolvere numerosi problemi stampando una moltitudine di oggetti, accorciando il tempo di produzione, eliminando difetti e permettendo lo sviluppo di cose che non si sarebbero potute mai immaginare prima d’ora. Per questo, Stratasys stà aggiornando la sua pagina Facebook durante Agosto per dimostrare a tutti cosa la tecnologia di stampa 3d può fare per il mondo.

 

Fonti: Stratasys, Inhabitat, Venture

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Traduzione a cura di Daniel Iversen e Maurizio Bisogni

E’ in corso di sviluppo un piccolo robot che funziona come una creatura vivente e che un giorno potrebbe essere tranquillamente utilizzato per individuare malattie all’interno del corpo umano.

Chiamato “Cyberplasm” , sarà un unione di microelettronica avanzata con alcune delle più recenti ricerche in bio-mimicry (tecnologia ispirata dalla natura). L’obiettivo fissato per questo nuovo tipo di robot è di dotarlo di un sistema nervoso elettronico, insieme a sensori con caratteristiche di occhi e naso così come muscoli artificiali che utilizzano il glucosio come fonte di energia per fornire propulsione.L’intenzione è di ingegnerizzare e integrare componenti robotizzati che agiscano in base alla luce e ai processi chimici nello stesso modo dei sistemi biologici, con un approccio quindi completamente innovativo nel mondo della robotica.

Il “Cyberplasm” è stato sviluppato nel corso degli ultimi 5 anni da parte di una collaborazione internazionale finanziata dal EPSRC (Engineering and Physical Sciences Research Council) nel Regno Unito e dal National Science Foundation (NSF) negli Stati Uniti.
La parte del lavoro inglese si sta svolgendo alla Newcastle University. Il progetto è nato da uno spunto (sessione di raccolta idee) preso da una ricerca di biologia sintetica finanziata in maniera congiunta dalle due organizzazioni.

Il robot sarà progettato sulla base delle funzioni chiave della lampreda marina, un pesce anguilliforme che si trova principalmente nell’Oceano Atlantico. Si ritiene che con questo tipo di approccio il micro-robot sarà molto più sensibile e risponderà più facilmente nell’ambiente in cui verrà immesso. Futuri utilizzi potrebbero includere la capacità di nuotare nel corpo umano per rilevare una serie di malattie.

La lampreda di mare ha un sistema nervoso molto primitivo e che quindi è molto più facile da imitare rispetto a quelli più sofisticati. Questo, insieme al fatto che si tratta di una abile nuotatrice, fa della lampreda il miglior candidato per il progetto “Cyberplasm”.

Una volta sviluppato, il prototipo del Cyberplasm sarà lungo meno di 1 cm, mentre versioni più aggiornate potrebbero essere lunghe meno di 1 mm, o magari realizzati in nanoscala.

“Niente batte la naturale abilità di vedere e annusare l’ambiente di una creatura vivente, che poi raccoglie i dati sulle variazioni dello stesso” spiega il bioingegnere Dr Daniel Frankel della Newcastle University, a capo del team inglese.

Attualmente si stanno sviluppando i sensori del Cyberplasm che serviranno a captare gli stimoli esterni per convertirli in impulsi elettrici che verranno poi mandati a un “cervello” elettronico equipaggiato con sofisticati microchips. Questo “cervello” manderà poi messaggi elettronici a muscoli artificiali  regolandone la contrazione e il rilassamento, dando quindi al robot la possibilità di muoversi nell’ambiente con un moto ondulatorio.

In modo simile, i dati della composizione chimica dell’ambiente circostante possono essere raccolti ed immagazzinati per un successivo recupero da parte degli operatori.

Il Cyberplasm rappresenta un primo passo sulla strada di importanti sviluppi scientifici nel campo delle protesi dove tessuti muscolari potrebbero essere ingegnerizzati per contrarsi ed estendersi in risposta a stimoli di onde luminose o segnali elettronici.

“Stiamo attualmente sviluppando e testando i singoli componenti del Cyberplasm”, dice Daniel Frankel. “Speriamo di arrivare alla fase di montaggio entro un paio di anni. Crediamo che il Cyberplasm potrà cominciare ad essere utilizzato entro cinque anni”.

Fonte: Science Daily

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