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Traduzione a cura di Denis Gobbi

Firenze, Italia. – Rifiutandosi di fare da ago della bilancia, rinunciando a 42 milioni di euro in rimborsi elettorali e chiamando l’arresto di Berlusconi, il Movimento 5 Stelle italiano (M5S) ha continuato a dominare la scena mediatica fin dalle elezioni politiche dove ha drammaticamente conquistato il terzo posto.

Ora, mentre i tre maggiori partiti tentano di formare un governo dopo delle elezioni che non hanno portato a nessun polo maggioritario, il M5S, guidato dal comico Beppe Grillo, sta portando alla ribalta nel dibattito politico principale un nuovo concetto economico: la decrescita.

“Vogliamo un governo che abbia come priorità l’acqua pubblica, la decrescita e una mobilità intelligente”

afferma Vito Crimi, leader del M5S al Senato Italiano in un’intervista al Corriere della Sera, accennando alle prossime battaglie del movimento.

Decrescita VS Crescita

Decrescita VS Crescita

I sostenitori del movimento della Decrescita considerano il corrente pensiero economico come poggiante su di un paradigma che recita: il benessere di una nazione di una nazione può essere misurato solamente in termini di crescita economica. Le teorie della Decrescita, spesso descritte come anti-consumiste e anti-capitaliste affermano che la diminuzione della produzione e conseguentemente del consumo permettono lo sviluppo di una società più sana.

Maurizio Pallante, fondatore e presidente del Movimento della Decrescita Felice in Italia dichiara:

“La decrescita consiste in una selettiva diminuzione della produzione inutile, limitando lo spreco nel processo di produzione: noi puntiamo alla sovranità alimentare e all’indipendenza energetica. Solo attraverso la migliore qualità della vita, un fattore che va ben oltre il PIL, si può quantificare il benessere di una nazione.”

Il movimento, attingendo alle idee portate avanti dal francese Serge Latouche, dichiara che applicando queste metodologie potremmo alleviare, se non curare, la malattia che affligge l’Italia: la disoccupazione. Secondo l’Istat (Istituto Nazionale Italiano di Statistica) circa 3 milioni di persone ad oggi risultano disoccupate – un incremento di 550’000 persone dalla fine del 2011 – su un totale di 60 milioni di abitanti.

Pallante asserisce:

“Se fossi Ministro dell’Economia, orienterei tutti i prestiti e le sovvenzioni nella riduzione degli sprechi dal punto di vista della produzione di energia nell’edilizia e nell’agricoltura, sostenendo progetti che generano circoli virtuosi per l’economia locale, investendo nella ricerca favorendo innovazioni tecnologiche che riducano il consumo di energia e risorse, spostando così l’occupazione verso questi settori.”

Alcuni associano il movimento della Decrescita allo sviluppo sostenibile, ma i sostenitori di queste due correnti di pensiero non sempre si vedono di buon’occhio l’uno con l’altro.

Giovanni Andrea Cornia, professore di Sviluppo Economico all’Università di Firenze critica:

“Piuttosto che di decrescita parlerei di un modello di sviluppo sostenibile che consenta una crescita sostenibile economicamente, ambientalmente e socialmente parlando.”

Il professor Cornia è uno dei 20 membri della Commissione per le Politiche dello Sviluppo alle Nazioni Unite, che tenta di stabilire un modello di sviluppo economico desiderabile e flessibile. Cornia sostiene che i problemi devono essere considerati globalmente nel loro insieme e non solo a livello locale a causa della globalizzazione internazionale economica e finanziaria:

“Io critico Latouche quando afferma che noi, i paesi ricchi, dovremmo decrescere per fare spazio ai paesi più poveri. Io credo al nostro intreccio con questi stati meno sviluppati: importiamo materiali grezzi da loro, quindi se riduciamo il consumo dei nostri beni è necessario implementare politiche che incrementino i prezzi di quello che ci esportano, altrimenti andremo incontro ad altri problemi ancora.”

Globalizzazione

Globalizzazione

Cornia prosegue:

“Io credo che il sistema economico sia artificialmente deformato a causa dei bisogni indotti dalla macchina pubblicitaria, ma dobbiamo tenere in considerazione le ricadute occupazionali delle nostre politiche. Se smettiamo di produrre beni di cui possiamo fare a meno, una larga fetta di persone rimarrà a casa. Chi emana leggi in proposito deve tenere conto di questi fattori . È necessario intervenire per migliorare la redistribuzione della ricchezza, la regolamentazione del settore finanziario e la tutela dell’ambiente.”

Fonte: theepochtimes

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Dalla rivista “Le Scienze

Luca Gammaitoni, direttore del NiPS Lab di Perugia, progetta microdispositivi rivoluzionari che funzioneranno raccogliendo l’energia dall’ambiente

di Silvia Bencivelli

 

Laboratori del NiPs

Una nuova termodinamica per una nuova rivoluzione industriale. L’obiettivo delle ricerche del NiPS Laboratory dell’Università di Perugia è ambizioso. Come sono ambiziose le parole del suo direttore Luca Gammaitoni, che parla di fusione tra la fisica classica, quella dei Boltzmann e dei Kelvin, e l’ingegneria elettronica, quella di computer e telefonini. Perché la nuova termodinamica, spiega Gammaitoni, ci permetterà di costruire nuovi strumenti che oggi non immaginiamo nemmeno, come successo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento quando sono state introdotte le macchine termiche che hanno cambiato la nostra vita. La differenza con la vecchia termodinamica è che la nuova dovrà spiegare che cosa succede a scale nanoscopiche, dove le leggi che abbiamo studiato a scuola non valgono più. Cioè dovrà occuparsi di microenergie.

Il vostro laboratorio propone di rivedere la termodinamica classica in scala molto piccola, perché?

La termodinamica classica funziona finché hai oggetti che contengono almeno una mole di atomi, cioè 10^23, quindi tanti. 0 almeno: tanti rispetto a quelli dei mattoni con cui oggi costruiamo i computer, che sono piccolissimi, di poche decine di nanometri. Se vogliamo aumentarne l’efficienza dobbiamo prima di tutto capire quali leggi governino l’energia a quelle scale. E poi trovare il modo di evitarne la dissipazione sotto forma di calore, che è il fenomeno per cui il computer si scalda quando è acceso.

L’idea è che queste ricerche di base siano il punto dì partenza per la creazione di nuovi tipi di transistor che permettano sì il risparmio energetico (e non si tratta di una cosa di poco conto se si considera che oggi usiamo il 2-3 per cento di tutta l’energia del pianeta per far andare computer e telefonini, e nel 2020 si arriverà al 5 per cento), ma soprattutto permettano di costruire oggetti nuovi, come biosensori, microrobot e altri dispositivi che non hanno bisogno di batterie per funzionare ma che funzionano raccogliendo l’energia dell’ambiente in cui si trovano. Per questo parliamo di una nuova rivoluzione industriale. Del resto, anche quando fu inventato il transistor, negli anni quaranta, nessuno poteva immaginare che nel giro di pochi anni sarebbe esplosa l’industria dei semiconduttori e sarebbero state prodotte radioline portatili.

 Perché parliamo proprio di computer e macchine per la gestione e lo scambio di informazioni?

Perché cominciamo da lì. Dalle macchine di oggi, che elaborano l’informazione. La nostra proposta è considerare anche l’informazione come input per una macchina termica. Mi spiego: la ricaduta principale della termodinamica classica è stata nel capire come convenire il calore in lavoro per far andare le macchine. Per la prima volta nella nostra storia l’energia diventava importante. Tutte le nostre macchine derivano da quella rivoluzione. Oggi noi proponiamo di guardare a un computer come a una speciale macchina termica che trasforma sia l’informazione che l’energia: noi le forniamo energia elettrica, cioè energia in una forma ordinata, e lei restituisce calore, cioè energia disordinata. Con l’informazione succede il contrario: noi inseriamo nel computer dati disordinati, cioè tanta informazione, e ne escono dati ordinati, cioè poca informazione.

Energia e informazione sono connesse, e la dissipazione deila prima in calore, come hanno insegnato Rolf Landauer e Charles Bennet negli anni sessanta, è il prezzo per aver riordinato, quindi ridotto, la seconda.

Il problema attuale è come migliorare l’efficienza di questa speciale macchina termica, e per riuscire occorre una nuova visione dei processi di trasformazione dell’energia alle nanoscale, cioè una nuova termodinamica. E ci vuole in fretta, perché nel giro di una decina d’anni esauriremo il modo di produrre computer sempre più veloci, come dice la legge di Moore per cui le prestazioni dei nostri processori raddoppiano ogni 18 mesi.

Finora la tecnologia dominante ha funzionato, ma stiamo raggiungendo i limiti. Quindi il futuro della cosiddetta information and communication technology è concretamente legato alla scoperta di sistemi che da un lato evitino di dissipare energia e dall’altro la trasformino in maniera efficiente per fornirla a dispositivi piccolissimi. In teoria, l’obiettivo è progettare microcomputer che non consumino niente.

E in pratica a che punto siamo?

Oggi nel nostro laboratorio stiamo seguendo proprio quei due indirizzi. Da un lato progettiamo, costruiamo e testiamo microgeneratori di energia, come oscillatori piezoelettrici, membrane nanoscopiche e così via. Per capirsi: sono oggetti che producono energia in un certo senso riciclando quella ambientale. Sono molto sensibili alle vibrazioni, per cui appoggiati su una superficie qualsiasi raccolgono l’energia dovuta ai micromovimenti o al rumore (che è energia meccanica) e la accumulano e la convertono in energia elettrica spendibile per alimentare piccoli dispositivi elettronici. Microgeneratori di questo tipo ci consentiranno di rinunciare alle batterie, che sono ingombranti, costose, scomode, inquinanti.

Dall’altro lato stiamo studiando nuovi tipi di dispositivi con cui sostituire i transistor nella costruzione dei nostri computer, che permettano di non dissipare energia, o di dissiparne meno.

Da dove vengono i fondi per queste ricerche?

Il grosso dei nostri finanziamenti viene dall’estero. Innanzitutto dall’Europa, nell’ambito di tre progetti che coinvolgono una ventina di laboratori, di cui noi, qui a Perugia, siamo i coordinatori. Attualmente in questo settore, che è in piena espansione, noi siamo leader: stiamo assumendo nuovi ricercatori e progettiamo di costituire un centro di ricerca internazionale su queste tematiche, qui all’Università di Perugia. Poi ci sono un finanziamento statunitense dell’Office of Naval Research e alcuni fondi italiani: un progetto PR1N, un finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e il supporto dell’Istituto nazionale di fisica nucleare.

Va detto che negli Stati Uniti c’è un investimento molto forte sia pubblico sia privato in questo settore, soprattutto su quello che per noi è il secondo braccio della ricerca: l’invenzione di nuovi dispositivi con cui sostituire i vecchi transistor. 11 motivo è semplice da capire: si tratta dell’industria dei semiconduttori, che è fondamentale per l’economia statunitense.

Fonte: Le Scienze e Politecnico di Torino

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Traduzione di Daniel Iversen, revisione di Claudio Galbiati

Le “TZM Interviews” sono una nuova forma di dialogo che porta persone proattive, visionarie e stimolanti all’interno del discorso su come il metodo scientifico mirato alle problematiche sociali si applichi alla sostenibilità globale e su come effettivamente cambiare il mondo. Questo mese abbiamo come ospite Federico Pistono, ex coordinatore della sezione italiana del Movimento Zeitgeist, autore, blogger, attivista e altro..

TZM: Ieri stavo proprio pensando alla disoccupazione tecnologica. Cinque anni fa, quando il TZM ha iniziato la propria attività, era molto difficile riscontrare un qualsiasi riferimento a questo problema nel mondo reale; molti potevano dire di non averne mai sentito parlare e in effetti sarebbe potuta sembrare un’idea senza senso. Oggi però abbiamo delle menti brillanti che discutono di questo argomento. Recentemente hai condiviso un video dove Peter Diamandis fa un commento su questo tema. Anche Wired ha scritto un LUNGO articolo subito dopo che hai pubblicato “Robots will Steal Your Job, But That’s OK”. Io penso di poter dire che le cose siano cambiate e che abbiamo introdotto con successo il concetto di disoccupazione tecnologica dentro allo zeitgeist. Forse non siamo ancora a quel punto per quanto riguarda l’obsolescenza programmata o l’economia di stato stazionario, tuttavia penso che questa sia comunque una grande pietra miliare, forse la più importante dopo Occupy Wall Street. Che cose ne pensi? Stiamo mirando al mainstream oppure ci dovremmo preoccupare di organizzare quelli che già sono a favore del Modello di Economia Basato sulle Risorse?
FP: Penso che abbiamo fatto un lavoro incredibile nel diffondere idee non convenzionali come la disoccupazione tecnologica. Solo qualche anno fa ci consideravano dei pazzi a parlare di queste cose, ora, invece, è sotto i riflettori, e presto tutti quanti si prenderanno il merito di aver pensato a ciò con largo anticipo. Questo è un bene: le idee si spargono, la società si evolve. E’ un processo, molto ben definito e con passi molto chiari e ben identificabili da fare nel mezzo; ci vuole solo del tempo, ma alla fine è inevitabile. E’ una inevitabile conseguenza dell’essere curiosi per il fatto che abbiamo sviluppato l’abilità di manipolare strumenti, trascendendo i nostri limiti biologici, e che abbiamo sviluppato un linguaggio con il quale possiamo diffondere idee alla velocità della luce.

Penso sia solo l’inizio di una espansione esponenziale dello sviluppo umano. Come illustra Steven Pinker nella sua monumentale opera “The Better Angels of Our Nature: Why Violence Has Decline“, la violenza, la povertà, le morti e le torture sono in costante calo dall’inizio della storia umana, e il 2012 è stato l’anno più pacifico di tutti.

La tortura e l’esecuzione pubblica una volta erano strumenti di potere e di intrattenimento popolare, ora esistono solo in segreto e si nascondono dietro eufemismi politici. Le punizioni capitali e corporali sono state eliminate nella gran parte del mondo, e la schiavitù è stata abolita. Il tasso di omicidi stanno calando dappertutto (in particolare tra gli aristocratici inglesi 1330-1829). I tassi di omicidio erano più alte per percentuale di popolazione tra le società apparentemente pacifiche e cooperative di cacciatori-raccoglitori, come per esempio la comunità degli Inuit nell’ Artico, i Kung del Kalahari o i Semai della Malesia, rispetto agli Stati Uniti dal grilletto-facile nei loro decenni più violenti. La lista continua: lo stupro, l’infanticidio, l’aggressività, i linciaggi, la pulizia etnica, la vendetta, la psicopatologia, il genocidio, il sadismo, la crudeltà verso gli animali, le ideologie omicide, quasi tutto ciò che è male è in declino, come percentuale, nella popolazione. Pinker sostiene che il declino della violenza può essere lo sviluppo più significativo e nello stesso tempo il meno apprezzato nella storia della nostra specie.”

Perché allora abbiamo questa percezione distorta del mondo come un posto orribile in cui vivere, dove la violenza e la povertà stanno crescendo, e dove le cose in generale stanno andando veramente male? Peter Diamandis ne fa un buon punto nel suo libro “Abundance: The Future is Better Than You Think“, dove spiega che i media ci nutrono preferibilmente di storie negative visto che è ciò a cui i nostri cervelli prestano attenzione. C’è una buona ragione per fare ciò: ogni secondo di ogni giorno i nostri sensi ci portano troppi dati per essere processati dai nostri cervelli. E visto che (nella maggior parte dei casi) niente è più importante del sopravvivere, la prima tappa per tutti questi dati è un antico frammento del lobo temporale chiamato amigdala. L’amigdala è il nostro primo rilevatore rapido d’allarme, il nostro rilevatore di pericolo. Ordina e scandaglia, passa al setaccio tutte le informazioni, controllando se c’è qualcosa nell’ ambiente che potrebbe farci del male. Quindi, date dozzine di notizie, daremo la priorità a quelle che sembrano negative. E quel vecchio detto giornalistico “Se c’è del sangue, vende”, è molto vero. Quindi, dati tutti i dispositivi digitali che ci portano tutte queste notizie negative sette giorni su sette, 24 ore al giorno, non c’è da meravigliarsi se siamo pessimisti. Non c’è da stupirsi insomma se le persone pensano che il mondo stia diventando un posto peggiore.

Ci sono anche, ovviamente, le più grandi minacce che abbiamo mai dovuto affrontare come specie – degradazione ambientale, cambiamento climatico dilagante e una possibile perdita completa di libertà per via di questa forbice a doppio tagliato chiamata “Internet”. Julian Assange ha scritto un articolo interessante chiamato “The internet is a threat to human civilization” (Internet è una minaccia per la civiltà umana) , un estratto del suo libro “Cypherpunks: Freedom and the Future of the Internet” – dove dice che “dal momento che gli stati si fondono con Internet e il futuro della nostra civiltà diventa il futuro di internet, abbiamo da ridefinire i nostri rapporti di forza. Se non lo facciamo, la globalità di Internet unirà l’umanità globale in una rete gigante di sorveglianza di massa e controllo”

Queste minacce sono reali e non sono da prendere alla leggera. Infatti penso che il nostro atteggiamento verso questi problemi e il livello di coinvolgimento che decidiamo di prendere su questi temi, definiscano come sarà il futuro prossimo.

Per questa ragione ho deciso di scrivere un nuovo libro (è quasi finito). Si tratta di un racconto fantascientifico intitolato “A tale of two futures” (Storia di due futuri), e racconta di un giorno normale, nella vita quotidiana, in due futuri diversi: uno in cui le cose sono andate terribilmente male e l’altro dove tutto è andato magnificamente bene. E’ un modo di rispondere alle domande che mi ha fatto la maggior parte delle persone che hanno visto il mio TEDxTalk o che hanno letto il mio libro “Robots Will Steal Your Job, But That’s OK“, ossia: come sarà il futuro che descrivi? E la risposta è: dipende. Il futuro, o sarà bello oltre ogni immaginazione, oppure sarà terrificante, molto peggio di ciò a cui la filmografia fantascientifica ci ha preparati. La differenza tra i due futuri sta nelle scelte che facciamo. Molti pensano che il mondo sia troppo grande, troppo immenso per far si che un individuo possa avere un impatto, perché qualsiasi cosa noi facciamo è soltanto una goccia nell’oceano. Ma cos’è un oceano, se non una moltitudine di gocce ?

Andare avanti con inerzia – mantenendo le cose come sono – non ci porterà niente di buono. Infatti penso che le cose potranno andare molto male se non agiamo e non decidiamo di prendere il controllo sulle nostre vite, e non facciamo in modo di mantenere la libertà per la quale i nostri antenati in passato hanno combattuto con tanta veemenza e passione. Penso che sia nostra responsabilità morale, verso di loro, verso i nostri bambini e verso noi stessi.

TZM: Negli ultimi anni di lavoro abbiamo visto numerosi progetti che hanno cercato di “cambiare le cose”, il che è molto difficile da fare, e forse questo è proprio il motivo per cui non prestiamo attenzione a queste iniziative: per un lungo periodo di tempo rimangono solo progetti. Ho visto approcci diversi di qualche attivista di successo che invece di cercare di cambiare le cose, cerca, come te, di cambiare le idee e questo per me ha un senso, visto che le idee sono informazioni e sono potenti come il DNA lo è in ogni cosa vivente sulla Terra (forse anche fuori dal nostro pianeta), e penso che questo dovrebbe essere accompagnato da un pò di fiducia nel modo e come la società si organizza quando raggiunge un certo livello culturale. Questo è ciò che potremmo chiamare Evoluzione Sociale. Come può una singola persona accelerarla? Dovremmo fidarci di come le persone si organizzano autonomamente o dovremmo cercare di organizzare le loro attività in un itinerario specifico, che potremmo chiamare “piano per la transizione” ?

FP: E’ una questione molto complessa e penso che nessuno sappia qual è la vera risposta. Forse non c’è nessuna cosa che singolarmente è la migliore da fare, dovremmo invece guardare all’ evidenza e fidarci del metodo scientifico, anche – o dovrei dire, in particolare – per questo. Proviamo cose diverse, vediamo che cosa funziona e che cosa no, e in che condizioni. Prendiamo note, documentiamoci, raccogliamo dati, dobbiamo essere il più completi possibile ed essere preparati a dimostrare di aver preso una direzione sbagliata e cambiare in qualsiasi momento. Penso che sia la forza della scienza rispetto alla filosofia o alla politica: non è basata su ideologie, non ha, o non dovrebbe avere, pregiudizi, ma si concentra invece sull’ evidenza.

Penso che emergerà qualche livello di auto-organizzazione, come inevitabile conseguenza dell’efficienza dei sistemi auto-stabilizzanti, su idee condivise e cooperazioni. E’ anche vero che molte persone – in particolare modo quelli che non sono ben istruiti – preferiscono che gli venga detto che cosa fare, invece di scoprire che cos’è meglio da soli. E’ più facile, e necessita di meno sforzo cognitivo, anche perché in questo modo si delega la propria responsabilità d’azione alla persona che ti ha dato l’ordine, piuttosto che riconoscere te stesso come parte attiva.

Probabilmente abbiamo bisogno di entrambe, a diversi gradi.

Mi è piaciuta molto la serie “The Foundation” di Isaac Asimov, ha avuto un grande impatto sul modo in cui vedo la società e le fasi di evoluzione sociale che l’umanità attraversa. Ogni stadio dell’evoluzione umana è stato caratterizzato da una tecnologia. Siamo partiti con la religione – una delle forme di tecnologia più antiche – siamo poi passati al commercio. Ora ci stiamo muovendo verso l’open source, la collaborazione, e la mente di gruppo. Siamo solo all’inizio di questa transizione, ma sta avvenendo a una velocità esponenzialmente più rapida delle altre. Nessuno sa quanto ci vorrà, e nessuno riuscirà ad immaginare che cosa verrà dopo.

E’ eccitante

TZM: Stavo proprio leggendo “Future Perfect” di Steven Johnson, dove l’autore fornisce diversi esempi su come la società e le reti peer stanno pian piano trasformando alcune strutture in processi trasparenti, e crowd-sourced. Stiamo rendendo la nostra società open source?

FP:  La risposta in una sola parola: “SI” . La risposta in due parole: “CAZZO SI !” . Nel mio libro ho scritto:

L’Open Source non è solo software. E’ filosofia. E’ l’ idea che la condivisione sia meglio della segretezza, è la prova che la cooperazione sia più efficace della concorrenza spietata; e che, rendendo pubblici e liberi i progetti, si accelera lo sviluppo della scienza, della cultura, le arti, e tutto ciò che è positivo. E’ forse l’esempio più eclatante di tutte le conquiste umane, la luce nel tunnel delle nostre cupe idiosincrasie, un trionfo di trascendenza dalla nostra condizione primitiva. E’ ciò che mi da la speranza per il futuro dell’umanità, la ragione per cui penso che possiamo eludere il percorso di auto-distruzione, e di andare avanti come specie.

Negli ultimi 30 anni la filosofia Open Source ha pervaso ogni aspetto delle nostre vite, e tutto ciò che ha toccato è diventato migliore. Si tratta di una forza inconcepibile, che ispira milioni di persone a creare un cambiamento positivo nel mondo. Quello che è iniziato come un “semplice software” si è spostato virtualmente in ogni campo della scienza, delle arti, e anche nella cultura in generale.
Abbiamo open-hardware (es, Arduino, una piattaforma microcontroller per hobbisti, artisti e progettisti), bibite open (Open Cola e Open Beer!), libri open, film open, robotica open, design open, giornalismo open e addirittura esperimenti di governo open.

Il pioniere dell’Open Source e padre di Linux, Linus Torvalds, ha detto:

“Il futuro è rendere tutto Open Source.”

Il mio consiglio è di supportare più che potete i grandi progetti Open Source che sono fondamentali per lo sviluppo dell’umanità, come Wikipedia, Creative Commons, la Electronic Frontier Foundation, come anche molti piccoli progetti di vostro interesse.
Qualunque cosa doniate funzionerà, 50, 20 o anche 1 euro possono fare la differenza. Non aiuterà soltanto il creatore e la comunità in generale, ma anche voi stessi direttamente. Se potete ridurre la vostra dipendenza dal denaro utilizzando qualcosa che è stato creato attraverso un progetto Open Source, che tu hai aiutato co-finanziando, vi trovate ad un ottimo punto. Una volta che qualcosa diventa Open Source è disponibile per tutto il genere umano, per sempre. E’ una situazione di sola vincita.

Insieme possiamo iniziare la transizione verso una società di apertura che beneficia tutti, invece di approdare in una di segretezza che serve solo i più potenti. L’autore Clay Shirky ha sottolineato che Wikipedia rappresenta 100 milioni di ore di accumulo di pensiero umano. Con 100 milioni di ore di pensiero e di collaborazione siamo riusciti a creare l’enciclopedia più grande di tutti i tempi, “un mondo in cui a ogni persona sul pianeta è dato libero accesso alla somma di tutta la conoscenza umana. Questo è quello che stiamo facendo”. Confrontatelo con il guardare la televisione. Vengono guardate, ogni anno, duecento miliardi di ore di televisione solamente negli Stati Uniti. Mettiamola in altre parole, abbiamo 2000 progetti Wikipedia per ogni anno speso a guardare la televisione, e 100 milioni di ore (1 progetto wikipedia) ogni fine settimana, basta guardare gli annunci.

Pensate solo a cosa potremmo realizzare se fossimo capaci di catturare anche solo una piccola frazione di quel tempo e usarlo per qualcosa di utile. Le possibilità sono infinite, insieme possiamo creare un mondo veramente meraviglioso.

E, infatti, è già iniziato.

E’ necessario adottare l’idea dei peer network – che hanno funzionato così bene con il software, l’hardware e con i lavori artistici – anche nella sfera della politica, dell’educazione, e per la gestione della società in generale. Penso sia il passo naturale della nostra evoluzione culturale.

Non so esattamente cosa farò prossimamente, sono però sicuro che ha a che fare con una massiccia collaborazione online, con l’apprendimento, e con qualunque cosa possa dare una forma migliore al futuro.

Sono eccitato nel vedere cosa avverrà, e voglio giocare un ruolo nella sua realizzazione. Ahimè, non sono altro che una goccia nell’oceano.

La vera domanda è: cosa farai tu ?

TZM: Parlando di che cosa siamo in grado di fare sia da individui che come società globale, io vorrei che parlassi dell’arte e della scienza, e, visto che entrambi sono stati fattori di cambiamento, sono veramente due cose diverse e separate l’una dall’altra? Riesci a vedere qualche strana connessione tra arte e scienza?

FP:  Dal mio punto di vista, Arte e Scienza sono davvero interdipendenti, in un loop di feedback senza fine. La scienza in qualche modo è l’arte di creare un senso al mondo e creare cose che servono (o che sono semplicemente fighe). L’arte è l’espressione della trascendenza, e ha profondamente influenzato la scienza fin dall’inizio dei tempi. I primi disegni nelle caverne erano i primi nostri tentativi di raccontare storie. Erano utili ed erano una scienza – sia pure primitiva – visto che mostravano agli altri come andava a finire una tattica di caccia e le persone potevano capire la logica che c’era dietro, replicarla e adattarla. Erano però anche arte, uno dei nostri primi tentativi. Vedi, fin dall’inizio delle nostre origini (le prime di queste pitture risalgono a circa 40.000 anni fa nella grotta di El Castillo in Cantabria, Spagna) abbiamo avuto questa inseparabile dualità. L’arte e la scienza si sono sviluppate insieme e hanno, da allora, un’incredibile influenza l’una sull’altra.

Jules Verne è stato pioniere della fantascienza in Europa, scrivendo nel 1863 il suo racconto “Paris in the Twentieth Century” (Parigi nel XX Secolo) con i grattacieli di vetro, treni ad alta velocità, automobili alimentate a gas, computer e rete mondiale di comunicazione.
Ai tempi, ciò di cui parlava Verne era impensabile, ma eccoci qui, con tutto questo e molto di più. Anche se, a ben vedere, Verne non è venuto fuori dal nulla con queste idee. Anche esse sono state influenzate da quello che la scienza di quel tempo ha creato. Quello che fece Verne era di trascendere questa condizione nella sua mente, metterla in un’opera d’arte, che a sua volta ha ispirato fisici, ingegneri, architetti e informatici per creare il mondo in cui viviamo oggi.

Se dovessi cercare un’immagine per questo, direi che la scienza e l’arte sono come due persone che si tengono per mano, tirandosi l’un l’altro in grandi oscillazioni, in una sorta di danza infinita dell’evoluzione umana.

TZM: Hey, a proposito! Ora sembra che queste due persone stiano andando più veloci che mai, dato l’impatto di Internet, oggi è più facile per tutti imparare qualcosa sulle scienze e anche sviluppare l’arte. Abbiamo anche, come hai detto, molto più tempo libero e le persone possono integrare entrambi in un modo migliore. Che impatto avrà questo sul mondo?

FP: Qui si parla della crescita esponenziale della tecnologia. Siamo in grado di sfruttare tale insondabile espansione per portarci avanti di intere generazioni, cosa che non avremmo potuto fare con un’evoluzione lineare del pensiero. Stiamo democratizzando l’informazione e accedendo ad essa sempre più velocemente, e sempre a una maggiore velocità. E, in fin dei conti, tutto è informazione. E lo dico piuttosto letteralmente.

La tastiera sulla quale sto scrivendo ora è in definitiva “informazioni”. E così è il laptop, il tavolo, e lo stesso per tutto il resto, inclusi tu e io. L’informazione è il concetto più basilare della fisica, e tutto quello che esiste nell’universo è, nella sua vera essenza, informazione. Infatti, il Principio Olografico ci dice che l’intero universo può essere visto come informazioni a due dimensioni “disegnata” sull’orizzonte cosmologico, e, secondo la fisica digitale, l’universo alla base è descrivibile da informazioni ed è quindi computerizzabile. Quindi alla fine l’universo può essere visto come l’output di un programma informatico, un vasto dispositivo di calcolo, o matematicamente isomorfo a tale modello. Mentre alcune di queste teorie sono ancora speculative, dovrebbe essere notato che l’informazione (classica, quantistica o entrambe) è alla base stessa di ogni sistema con cui abbiamo a che fare.

Alla fine, il cibo che mangiamo, i vestiti che indossiamo, i corsi che studiamo, le case in cui viviamo e anche le medicine che prendiamo o i processi che rendono i nostri corpi immuni ai virus, ai patogeni e alle malattie; diventeranno sostanzialmente liberi, accessibili da tutti, dappertutto. E questo è possibile grazie alla convergenza di tre condizioni: le tecnologie, la visione e la passione che le persone mettono creando queste tecnologie e seguendo la visione.

Penso che sia un passo inevitabile della nostra evoluzione come specie. La domanda è: quanto ci vorrà, quante persone soffriranno e moriranno nel frattempo e che cosa possiamo fare per accelerare questo processo minimizzando la sofferenza e massimizzando la grandiosità che creiamo collettivamente?

E’ molto difficile da dire, ma io ho detto la mia nei libri che ho scritto, i quali, ancora una volta, sono una combinazione di arte e scienza. Infatti “Robots will steal your job, but that’s OK” è un libro molto tecnico, un lavoro di non fiction. Ha acceso l’interesse e l’attenzione di centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo e come conseguenza mi sono state fatte molte domande. Ho scoperto però che il modo migliore per rispondere a tutte queste domande era di scrivere un libro di arte, una storia fantascientifica; visto che a volte, più di un preciso set di informazioni, abbiamo bisogno di essere ispirati, di sognare di essere in uno scenario plausibile, per guardare oltre e far si che questo futuro accada.

sito italiano Movimento Zeitgeist

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FONTE: TZMInterviews

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Articolo a cura di Denis Gobbi

In un epoca in cui tutto nella nostra società sembra vacillare, obsoleta ed inadatta alle nuove sfide che le nuove tecnologie e i mutamenti ambientali ci pongono, multipli movimenti scuotono le città con manifestazioni chiedendo cambiamento nelle istituzioni, con maggiore giustizia ed ugualità sociale, attenzione all’ambiente e quindi ecosostenibilità.

Molti chiedono e mostrano (a ragione) rabbia, pochi però propongono soluzioni e nuovi modelli. In questo blog tendiamo a parlare soprattutto delle proposte costruttive e delle buone notizie che ci danno speranza in un mondo migliore, contrariamente a quello che i media tradizionali fanno trasparire di solito ovvero il peggio che accade nel mondo, disinformazione e manipolazione dell’opinione pubblica tramite la tecnica del terrore, in modo da rafforzare la fiducia nei vecchi modelli che vacillano sempre di più al cospetto delle nuove idee e dei movimenti rivoluzionari. Purtroppo le cattive notizie tendono sempre nella nostra cultura ad avere maggiore risalto rispetto a quelle buone, a torto. Questi movimenti, crescendo sempre più, infettano positivamente con i loro progetti sempre più cittadini non solo a livello nazionale ma anche mondiale.

Uno scopo unico li accomuna, anche se spesso seguono strategie diverse ma che nel complesso sembrano risultare sinergiche ed efficaci. Il Movimento 5 Stelle ad esempio tenta di entrare direttamente nel sistema marcio e cambiarlo dall’interno, altri invece operano dietro le quinte, offrendo sempre nuovo spunto ai movimenti più “concreti ed operativi” in fatto di nuove tecnologie, politiche ed iniziative da mettere in pratica: è il caso di movimenti come il Movimento Zeitgeist, Open Source Ecology, il Venus Project e molti altri. Non mancheremo in un futuro prossimo di allestire una pagina apposita per presentare ai nostri lettori tutti questi movimenti, cercando di offrirvi una visione di insieme del panorama attivistico italiano.

Il Movimento Zeitgeist è un movimento internazionale, che ha un ricco ed attivo chapter italiano, vi rimando al loro sito internet per saperne di più in merito, non volendo risultare ripetitivo nel presentare il soggetto di questo nuovo post di “Lo Spirito del Tempo” già così ben esposto da loro stessi. Non faccio mistero di essere un attivista fin dagli esordi, e lo stesso nome nonchè vari temi di questo blog risultano intimamente legati a questo movimento: non per niente infatti il nostro nome (del blog ndr) significa proprio la parola tedesca “Zeitgeist” che usa il movimento per identificarsi, stando ad evidenziare il problema della disparità tra livello culturale e tecnologico che ad oggi risulta essere la maggiore minaccia per la sopravvivenza del genere umano nel prossimo futuro.

A parte ciò, avviso tutti che per chi volesse entrare direttamente in contatto con gli attivisti, il miglior modo per iniziare e partecipare è fare conoscenza partecipando agli incontri TeamSpeak che regolarmente si svolgono, tutto nel movimento è estremamente trasparente e a prova di “debunker”, ne sono io stesso testimone. Qui –> LINK le istruzioni aggiornate per accedere al server usando l’apposito programma, disponibile per tutte le piattaforme Windows, MAC OS e Linux.

Sii tu stesso il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo
Mahatma Gandhi

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 Traduzione a cura di Daniel Iversen 

"La Terza Rivoluzione Industriale" di Jeremy Rifkin

"La Terza Rivoluzione Industriale" di Jeremy Rifkin

È già accaduto in precedenza, nel 1848 e nel 1968. I giovani di tutto il mondo occuparono le strade per protestare contro le ingiustizie dei regimi politici autocratici e gli avidi interessi del mercato, e per richiedere il diritto umano primario di partecipare come cittadini eguali negli avvenimenti della società.

Il 15 ottobre (2011) milioni di giovani, con i loro genitori e nonni, affollavano le strade di grandi e piccole città in tutto il pianeta screditando un sistema economico che favorisce il ricco 1% a spese del 99% della popolazione.

I manifestanti sono frustrati dalla mancanza di lavoro e sono arrabbiati con i governi che salvano le banche mondiali e premiano le grandi multinazionali mentre dall’altra tagliano servizi pubblici vitali per le classi medie e povere; sono inoltre preoccupati per il costante incremento dei cambiamenti climatici nel nostro pianeta, causati dalle emissioni di diossido di carbonio da parte delle industrie, un fatto che sta minacciando di mandare in frantumi gli ecosistemi planetari e provocare un’estinzione di massa della vita del pianeta.

Recentemente ho speso il mio tempo con molti organizzatori della giornata del 15 ottobre in Spagna e in Italia. La mia impressione è che le giovani generazioni in questi Paesi, come anche a Wall Street e in tutto il mondo, sono interessate a qualcosa di molto di più che a riforme contro le attuali politiche e pratiche economiche. I ragazzi avvertono che c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nell’attuale sistema politico/economico e stanno cercando una nuova visione economica che generi occupazione, stabilisca governi più responsabili e protegga la biosfera della Terra. Trovare questa nuova visione richiede una comprensione delle forze tecnologiche che stanno producendo delle profonde trasformazioni nella società.

Storicamente le grandi rivoluzioni economiche avvengono quando le nuove tecnologie di comunicazione convergono con i nuovi sistemi energetici.
Le rivoluzioni energetiche rendono possibile un commercio più ampio e integrato. Le rivoluzioni comunicative che le accompagnano gestiscono le nuove complesse attività commerciali rese possibili dai nuovi flussi di energia. Nel 19esimo secolo, la tecnologia per la stampa a basso costo e l’introduzione delle scuole pubbliche ha dato vita a una forza lavoro scolarizzata che aveva le caratteristiche necessarie per gestire l’incremento del flusso delle attività commerciali, a sua volta reso possibile dal carbone e la potenza della tecnologia del vapore, inaugurando così la prima rivoluzione industriale.

Nel 20° secolo, la comunicazione elettrica centralizzata – il telefono, e poi radio e televisione – è diventata il mezzo di comunicazione per gestire una più complessa e diffusa era del petrolio, delle auto e della vita suburbana, e la cultura del  consumo di massa della seconda rivoluzione industriale.

Le vecchia elite energetica

I regimi della comunicazione e dell’energia determinano in gran parte come le società sono organizzate e, in particolare, come sono gestiti e distribuiti i frutti del commercio, come viene esercitato il potere politico e come sono condotte le relazioni sociali.
La prima e la seconda rivoluzione industriale sono state costruite in cima a uno dei regimi energetici piu centralizzati mai concepiti.

I combustibili fossili – carbone, petrolio e gas naturale – sono energie d’elite, questo perché si trovano solo in determinati punti dela Terra.
Per proteggere questi giacimenti si richiedono investimenti significativi in ambito militare, questo per assicurare la loro disponibilità.
Hanno inoltre bisogno di sistemi di controllo e di comando centralizzati, e massicce concentrazioni di capitale per spostarli dal sottosuolo fino agli utenti.
L’abilità di concentrare il capitale – l’essenza del capitalismo moderno – è fondamentale per l’effettiva funzione di tutto il sistema nel suo complesso.
L’infrastruttura energetica centralizzata, a sua volta, stabilisce le condizioni per il resto dell’economia, incoraggiando modelli simili di mercato in ogni settore.

Il business del petrolio è una delle piu grosse industrie al mondo. Costituisce anche la piu costosa impresa per la raccolta, l’elaborazione e la distribuzione di energia mai concepita.
Praticamente tutte le altre cruciali industrie emerse dalla cultura del petrolio si alimentano dal rubinetto dei combustibili fossili – finanza moderna, automobilismo, energia e utility, e telecomunicazioni – erano, in un modo o nell’altro, similmente predisposte alla grandezza per raggiungere le proprie economie di scala. E, come l’industria petrolifera, richiedono ingenti somme di capitali per operare e sono organizzate in modo centralizzato.

Oggigiorno, delle 4 aziende piu grandi al mondo, ben 3 sono compagnie petrolifere – Royal Dutch Shell, Exxon Mobil e BP.
Al di sotto di questi giganti energetici ci sono 500 aziende in tutto il mondo che rappresentano ogni settore e industria – con un fatturato combinato di 22500 miliardi di dollari, equivalente a un terzo del PIL mondiale (62mila miliardi di dollari) – che sono inscindibilmente collegate e dipendenti dai combustibili fossili per la loro stessa sopravvivenza.

Va da sé che i beneficiari dell’era del petrolio, per la maggior parte, sono stati uomini e donne del settore energetico e finanziario e quelli posizionati in maniera strategica in tutta la catena di fornitura dalla prima alla seconda rivoluzione industriale.
Questi personaggi hanno accumulato fortune immense.

Nell’anno 2001, le più grandi aziende americane della CEO, hanno guadagnato in media, 531 volte di più di un lavoratore medio; nel 1980 era solo 43 volte di più. Ancora più sorprendente è che tra il 1980 e il 2005, più del 80% della crescita del reddito degli Stati Uniti è andato nelle tasche dell’1% della popolazione.

Entro il 2007, il più ricco 1% dei percettori americani rappresentavano il 23,5 per cento del reddito lordo delle imposte della nazione, contro il 9 per cento nel 1976. Nel frattempo, nello stesso periodo, il reddito medio delle famiglie americane non anziane è diminuito e la percentuale di persone che vivono in povertà è aumentato.

Forse la descrizione più adatta per descrivere l’organizzazione dall’alto verso basso nella vita economica che ha caratterizzato la Prima e la Seconda Rivoluzione Industriale è quella sentita spesso nella “teoria del trickle-down” – l’idea che quando coloro che sono in cima alla piramide dei benefici basati sui combustibili fossili, avranno accumulato abbastanza ricchezza residua, questa farà la sua strada verso le piccole imprese e ai lavoratori ai livelli più bassi della scala economica, a beneficio dell’economia nel suo complesso . Mentre non si può negare che il tenore di vita di milioni di persone sia migliore alla fine della Seconda rivoluzione industriale rispetto all’inizio della prima rivoluzione industriale, è altrettanto vero che quelli nella parte superiore della piramide ne hanno beneficiato dell’era del carbonio in modo sproporzionato , soprattutto negli Stati Uniti, dove sono state immesse poche restrizioni sul mercato e gli sforzi fatti per assicurare che i frutti del commercio industriale siano ampiamente condivisi sono stati limitati.

Un nuovo paradigma economico

Oggi, Internet e le energie rinnovabili stanno iniziando a emergere per creare una nuova infrastruttura per una Terza Rivoluzione industriale che cambierà il modo in cui il potere sarà distribuito nel 21 secolo. Nell’era che verrà, miliardi di persone produrranno la propria energia-verde nei loro uffici, nelle loro case e nelle fabbriche, condividendola con gli altri in una rete, l’ “Internet dell’energia”, proprio come adesso generiamo e condividiamo informazioni online.

La creazione di un regime di energie rinnovabili, generata dagli edifici, stoccata parzialmente sotto forma di idrogeno, distribuita da una rete Internet-energetica, e collegata a un sistema di trasporto plug-in a zero emissioni, stabilisce una infrastruttura a 5 pilastri che si riproduce in migliaia di aziende e milioni di posti di lavoro sostenibili.

La terza rivoluzione industriale porterà anche un’economia più democratica. Il modo in cui sono distribuite le energie rinnovabili necessita un meccanismo di controllo collaborativo piuttosto che gerarchico. Il nuovo regime energetico laterale stabilisce il modello organizzativo per le innumerevoli attività economiche che si moltiplicano da esso. Una rivoluzione industriale più distribuita e collaborativa, a sua volta, porta invariabilmente ad una condivisione più distribuita della ricchezza generata.

Le nuove industrie della green energy stanno migliorando le prestazioni e riducendo i costi ad un tasso sempre più rapido e solo quando la generazione e la distribuzione di informazioni sarà diventata quasi gratis, lo saranno anche le energie rinnovabili.
E proprio come la generazione e la distribuzione delle informazioni sta diventando quasi gratis, anche le energie rinnovabili lo faranno. Sole, vento, biomasse, geotermica e idroelettrica sono attivabili da tutti e, come l’informazione, non si esauriscono mai. La riduzione dei costi nel mercato musicale ed editoriale unito all’emergere del file sharing degli mp3, degli e-books, dei nuovi blog, sta devastando le industrie tradizionali.
Possiamo aspettarci degli impatti simili quando i costi di transazione all’energie verde permetterà ai produttori, ai rivenditori e ai servizi di produrre e condividere beni e servizi in vasti social network con una minima spesa del capitale finanziario.

Come la generazione Internet sta usando il potere laterale per trasformare lo scenario politico

La democratizzazione dell’economia va di pari passo con la democratizzazione della governance. La generazione internet è guidata da una nuova agenda politica. La loro politica ha poco in comune con la dicotomia destra/sinistra che ha caratterizzato la politica ideologica della Prima e Seconda rivoluzione industriale. I giovani attivisti del movimento del 15 ottobre giudicano il comportamento istituzionale da un nuovo punto di vista. Chiedono se le istituzioni della società – siano esse politiche, economiche, educative o sociali – si comportano in modo centralizzato ed esercitano il potere dall’alto verso il basso in modo chiuso e proprietario, oppure se funzionano in modo distribuito e collaborativo, e sono aperti e trasparenti nei loro rapporti. Il nuovo pensiero politico è un punto di svolta che ha il potenziale per ricostruire il processo politico e rimodellare le istituzioni politiche in ogni paese.

Il potere laterale è una nuova forza nel mondo. Steve Jobs e gli altri innovatori della sua generazione, ci hanno portato dai costosi e centralizzati main-frame computer, posseduti e controllati da una manciata di imprese globali, ai computer desktop e telefoni cellulari a buon mercato, consentendo a miliardi di persone di connettersi l’un  l’altro in peer-to-peer negli spazi sociali di Internet. La democratizzazione delle comunicazioni ha permesso a quasi un terzo della popolazione di condividere musica, conoscenza, notizie e vita sociale in un campo di gioco aperto, segnando uno dei grandi progressi evolutivi nella storia della nostra specie.

Ma per quanto questo risultato sia impressionante, è solo metà della storia. Quando le comunicazioni internet gestiranno l’energia verde, ogni essere umano sulla terra, diventerà la sua fonte di potere, sia letteralmente che metaforicamente. Miliardi di esseri umani condivideranno la loro energia in vasti social network, come adesso condividono informazioni online, creeranno le basi per la democratizzazione dell’economia globale e un nuovo inizio per l’umanità.

La contestazione giovanile, che ha avuto inizio in Medio Oriente, Spagna e Italia e si è diffusa  a Wall Street e poi in tutto il mondo, è un precursore della nuova era. “Potere laterale” è diventato il grido di battaglia di una nuova generazione, determinati a creare una società più giusta, equa e vivibile.

I giovani hanno dimostrato di saper usare il potere laterale via Facebook, Twitter, Google e altri social network per portare milioni di persone in piazza per protestare contro le ingiustizie e gli abusi del sistema economico e politico.

Ora, il problema incombente è se si può sfruttare la stessa potenza laterale per creare un’economia sostenibile, generare milioni di nuovi posti di lavoro, trasformare il processo politico e rimettere a nuovo la terra per le generazioni future.

Fonte: huffingtonpost

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