Posts contrassegnato dai tag ‘disoccupazione’

Traduzione a cura di Daniel Iversen, revisione di Davide Gaulli

535519_328273857292548_1779388472_nCome ha sdegnosamente sottolineato John Maynard Keynes: “Siamo stati colpiti da una nuova malattia di cui forse alcuni lettori non conoscono ancora il nome, ma ne sentiranno parlare molto negli anni a venire: la Disoccupazione Tecnologica.”

Ciò significa “disoccupazione determinata dalla nostra scoperta di mezzi di diminuzione dei costi di produzione attraverso la riduzione dell’impiego della manodopera, surclassando il ritmo con cui siamo in grado di trovare nuove occupazioni”. Mentre i politici, gli uomini d’affari e gli imprenditori litigano su quali siano i motivi per la crescita della disoccupazione in tutto il mondo, come per esempio la delocalizzazione delle aziende all’estero oppure la manodopera degli immigrati, la vera causa, che non viene affrontata nel dibattito politico, è la disoccupazione tecnologica. Dal momento che il capitalismo di mercato si basa sulla logica di ridurre le entrate per aumentare i profitti, la tendenza a sostituire il lavoro umano, per quanto sia possibile con l’automazione delle macchine, è una progressione naturale dell’industria.

Anche l’economista Jeremy Rifkin, nel suo libro “La Fine del Lavoro”, sottolinea lo stesso punto.

“Raramente, nelle loro dichiarazioni pubbliche, qualche leader dell’estrema destra affronta il tema del rimpiazzamento tecnologico. La disoccupazione globale ha ora raggiunto il livello più alto dalla grande depressione del 1930. Più di 800 milioni di esseri umani sono al giorno d’oggi disoccupati o sottoccupati. Stiamo entrando in una nuova fase della storia mondiale, quello in cui sempre meno lavoratori saranno necessari per produrre i beni e i servizi per la popolazione globale. In tutto il mondo, dovranno essere creati, nei prossimi anni, più di 2 miliardi di lavori per fornire un reddito a tutti i nuovi lavoratori, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo.”

Nel 1949, per esempio, le macchine effettuavano il 6 % della raccolta di cotone nel Sud degli Stati Uniti. Nel 1972, la percentuale è salita al 100 %. Nel 1860 lavorava nell’agricoltura più del 60 % dei lavoratori, mentre oggi questa percentuale è meno del 3 %. Quando l’automazione interessò il settore manifatturiero degli USA nel 1950, furono persi 1.6 milioni di posti di lavoro da operaio nell’arco di 9 anni. Nel 1950 il 33 % dei lavoratori americani lavorava nel settore manifatturiero, mentre nel 2002 erano solo il 10 %. L’industria siderurgica, dal 1982 al 2002, aumentò la sua produzione da 77 milioni di tonnellate a 120 milioni di tonnellate mentre i lavoratori in quel campo passarono da 289.000 a soli 74.000. Nel 2003 fu fatto uno studio sulle 20 più grandi economie del mondo nell’arco del periodo 1995-2002, scoprendo che sono andati persi 31 milioni di posti di lavoro, mentre in realtà la produzione è aumentata del 30 %.
Questo modello di aumento della produttività e del profitto, associato alla diminuzione del lavoro, è un fenomeno nuovo e potente che è destinato a persistere nel tempo. I posti di lavoro non torneranno.

Visto l’accelerazione della tecnologia informatica, che raddoppia circa ogni 2 anni, piuttosto che aumentare a un ritmo costante, possiamo aspettarci che nei prossimi anni e decenni ci saranno dei progressi ancora più drammatici. Nel futuro l’automazione non sarà più qualcosa che andrà a colpire in particolar modo i lavoratori a basso reddito e poco scolarizzati. Tecnologie come l’Artificial Intelligence (Intelligenza Artificiale), apprendimento automatico, e applicazioni software di automazione permetteranno sempre di più ai computer di eseguire quei lavori che hanno bisogno di un addestramento significativo e lunga formazione. I laureati che scelgono posti di lavoro “Knowledge worker” (lavori basati sulla conoscenza) si troveranno minacciati non solo dai concorrenti off-shore sottopagati, ma anche da algoritmi informatici e macchine in grado di eseguire sofisticate analisi e di assumere decisioni complesse.

Anche se continueranno sempre ad esserci dei lavori non automatizzabili, la realtà è che, per esempio, una percentuale molto grande dei 140 milioni di lavoratori negli USA sono occupati in impieghi che sono fondamentalmente fatti di routine e per loro natura ripetitivi. Un numero enorme di questi lavori saranno dissolti dalla tecnologia nei prossimi decenni, e visto che questa tecnologia sarà disponibile su tutta la linea, non c’è davvero motivo di credere che nuovi settori lavorativi saranno in grado di assorbire un numero elevato dei disoccupati così creato.

Allo stesso tempo, il progresso continuo nell’automazione della produzione e l’introduzione di robot commerciali avanzati continueranno a far diminuire la possibilità di occupazione anche per i lavoratori meno qualificati. Il progresso tecnologico è inarrestabile, e le macchine e i computer finiranno per avvicinarsi al punto di uguagliare o superare le capacità di un lavoratore medio di svolgere attività ripetitive. Il risultato molto probabilmente sarà una disoccupazione strutturale, che in ultima analisi colpirà la forza lavoro a tutti i livelli: dai lavoratori senza diploma a quelli che hanno una laurea.

La maggior parte degli economisti ortodossi respinge uno scenario di questo tipo. Continuano a credere che l’economia ristrutturerà e creerà, nel lungo periodo, un numero adeguato di posti di lavoro. Storicamente, infatti, questo è già avvenuto. Milioni di posti di lavoro sono stati eliminati in agricoltura al momento dell’introduzione delle macchine agricole. Questo ha comportato una migrazione al settore manifatturiero. Allo stesso modo, l’automazione della produzione e la globalizzazione ha determinato la transizione in una economia basata sui servizi, negli Stati Uniti e in altri paesi sviluppati.

E mentre gli economisti si battono per creare modelli per affrontare il problema di una disoccupazione quasi inarrestabile, la maggior parte di essi si rifiuta di prendere in considerazione ciò che è realmente necessario per evitare il totale collasso della società. La soluzione non sta nel tentativo di riparare i danni che sono emersi, ma nel superare il sistema nella sua interezza, dal momento che il sistema di scambio monetario, insieme al capitalismo stesso, è ora completamente obsoleto, in balìa della creatività tecnologica. Se le persone non hanno un lavoro non possono sostenere l’economia con l’acquisto di prodotti. Questa realtà è la prova finale che il nostro attuale sistema è completamente fuori dal tempo in cui viviamo, e se non vogliamo correre il rischio di tumulti nelle strade e di raggiungere un livello di povertà mai visto prima, dobbiamo rivedere le nostre nozioni tradizionaliste su come, fin dalle fondamenta, funziona la nostra società.

Fonte: Peter Joseph

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

Annunci

 Traduzione a cura di Daniel Iversen 

Erik Brynjolfsson, a sinistra, e Andrew McAfee, autori di "Race Against the Machine", sostengono nel loro e-book che progressi tecnologici stanno superando il lavoratore umano.

La carenza di lavoro negli Stati Uniti è in gran parte giustificata da un’economia vacillante dove, però, l’avanzamento tecnologico ha inciso fortemente sulla situazione, più di quanto non venga generalmente inteso, questo in accordo con due ricercatori della Massachuseetts Institues of Techology.

L’automazione di un numero sempre maggiore di lavori eseguiti dagli esseri umani è il tema principale di “Race Against the Machine”, un e-book che verrà pubblicato lunedi. (ndr: 24 ottobre 2011)

“Molti lavoratori, per farla breve, stanno perdendo la gara contro le macchine” scrivono gli autori.

Erik Brynjolfsson, economista e direttore della M.I.T. Center for Digital Business, e Andrew P. McAfee, direttore associato e ricercatore principale nel centro, sono due dei piu grandi esperti nel settore della tecnologia e della produttività.

L'e-book "Race Against the Machine"

L'e-book "Race Against the Machine"

Il tono allarmistico nel loro libro è un punto di partenza inusuale per i due, la cui precedente ricerca si era concentrata principalmente sui benefici della tecnologia avanzata.

Infatti, come afferma McAfee, inizialmente avevano l’intenzione di scrivere un libro intitolato “L’ultima frontiera digitale”, riguardo “l’avvento della cornucopia (N.d.r: vaso dell’abbondanza) nell’innovazione”. Ora, visto che negli ultimi due anni il quadro occupazionale non è stato affatto roseo, i due ricercatori hanno cambiato direzione nell’esaminare la responsabilità della tecnologia nel recente dilagare della disoccupazione

I due autori non sono gli unici che di recente si sono focalizzati sulla ricaduta lavorativa a causa della tecnologia.
Nel corrente numero di McKinsey Quarterly, il professore W. Brian Arthur, del Santa Fe Institute, avverte che la tecnologia sta rapidamente prendendo piede anche nei lavori di servizio, seguendo l’onda di automazione presente nelle fabbriche e nelle fattorie.

“Questo ultimo deposito di impieghi si sta restringendo, e in futuro, sempre meno di noi avrà un impiego da “colletto-bianco” nel mondo degli affari, e questo è un problema” scrive Mr. Arthur.

Gli autori del M.I.T. sostengono che molti economisti non stanno tenendo in considerazione l’impennata dell’automazione.
Dello stesso avviso sono Robert. J. Gordon di Northwestern e Tyler Cowen della George Mason University  i quali sostengono che il miglioramento della produttività per mezzo dell’innovazione tecnologica è fiorita dal 1995 al 2004, ma poi si è spenta a partire da quell’anno. Mr. Cowen sottolinea questo punto nell’e-book “The great Stagnation” (La Grande Stagnazione) pubblicato quest’anno.

La tecnologia ha da sempre dislocato alcuni lavori ed impieghi. Nel corso degli anni molti esperti hanno avvertito che le macchine stavano prendendo il sopravvento.
Nel 1930 l’economista John Maynard Keynes avvertì dell’avvento di una nuova “malattia” che chiamò “disoccupazione tecnologica”, ossia l’incapacità dell’economia di creare nuovi posti di lavoro piu velocemente di quelli persi a causa dell’automazione.

Mr. Brynjolfsson e Mr. McAfee però ricordano che il ritmo dell’automazione è cresciuto negli ultimi anni grazie a una combinazione di nuove tecnologie come la robotica, macchine a controllo numerico, e controllo computerizzato dei magazzini, riconoscimento vocale e commercio on-line.

Computers sempre piu veloci ed economici uniti a software a mano a mano piu intelligenti e intuitivi, stanno dando alle macchine capacità che un tempo erano considerati peculiarità degli esseri umani, come la comprensione del parlato, la traduzione da una lingua all’altra e riconoscimento di modelli.
In questo modo l’automazione sta rapidamento passando dalle fabbriche e dalle fattorie , ai call centers, al marketing e alle vendite, ossia a gran parte del settore dei servizi, quello che fornisce piu lavoro nell’economia.

Gli autori scrivono che durante l’ultima recessione, per esempio, ha perso il lavoro, nel settore vendite, una persona su 12.
In piu, il rallentamento economico ha indotto molte aziende a sostituire le persone con la tecnologia, dove fosse possibile.
Dalla fine delle recessione nel giugno 2009 (ndr secondo il New York Times), fanno notare che la spesa aziendale in attrezzature e software,  è aumentata del 26%, mentre i libri paga sono rimasti invariati.

Le aziende stanno andando bene e per quelle dentro il  “Standard & Poor’s 500-stock index” si prospettano quest’anno profitti record, un totale di 927 miliardi di dollari, come stima la FactSet Research.
E gli autori sottolineano che il profitto aziendale come quota dell’economia è ai massimid egli ultimi 50 anni.

La crescita della produttività dell’ultimo decennio, che sta a più del 2.5 % è piu alta rispetto a quella degli anni 70, degli anni 80 e persino di quella degli inizi degli anni 90; mentre l’economia, nonostante questo, non guadagna nuovi posti di lavoro, è la prima volta che ciò accade da piu di un decennio dalla grande depressione.

Le competenze delle macchine non potranno che migliorare, scrivono gli autori. Nel 2004, due economisti, Frank Levy e Richard J. Murnane, pubblicarono “The New Division of Labor,”, che analizzò le capacità dei computer e dei lavoratori umani. La guida di camion, o la capacità di interagire con oggetti in movimento erano due esempi classici di lavori non gestibili da un computer.

Questo però succedeva prima che Google, lo scorso autunno, annunciava che le sue auto a guida automatica hanno percorso migliaia di chilometri sulle strade americane  con l’assistenza umana necessaria solo in una singola occasione. Le Google-car, dice il signor Brynjolfsson, non sono altro che un segno dei tempi che cambiano.

Un’altro esempio si può trovare nel computer giocatore di “Jeopardy” dell’IBM, Watson, che nel mese di febbraio ha battuto una coppia di campioni umani del famoso quiz americano (ndr Il gioco, ricordiamo, consiste nell’arrivare a una domanda partendo dalla risposta), oppure nel nuovo software di Apple, l’assistente personale Siri, che risponde a comandi vocali.

“Queste tecnologie ora possono fare cose che solo pochi anni fa si pensava fossero fuori dalla portata dei computer”, ha detto Brynjolfsson.

Eppure i computer, tendono ad essere ristretti e con una mente fredda e matematica, bravi nei compiti assegnati, ma hanno problemi quando la soluzione richiede intuizione e creatività, caratteristiche esclusivamente umane. Un partnership, asseriscono, è il percorso da seguire per creare lavoro nel futuro.

“Nel campo medico, legge, finanza, commercio al dettaglio, manifattura come anche nella ricerca scientifica” scrivono “la chiave per vincere la gara non è di competere contro le macchine ma di competere con le macchine”

fonte: NYTIMES

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.