Traduzione a cura di Denis Gobbi

L’esercito Siriano Libero è letteralmente un esercito di estremisti militanti, molti dei quali non appartenenti ai ranghi militari siriani ma ai Fratelli Musulmani, che fanno entrare ed uscire armi pesanti attraverso i confini turco e libanese grazie ai fondi, all’appoggio e alle dotazioni belliche di Stati Uniti, Israele e Turchia.

Le ultime prove a confermarlo giungono sotto forma di un rapporto datato 15 Novembre 2011, dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici (IISS) in cui Emile Hokayem, che si occupa di sicurezza in Medio Oriente, ammette che l’opposizione siriana è armata e pronta a scatenare nuovi livelli di sangue e violenza. Questo rapporto si pone ins tridente contrasto con la propaganda diffusa quotidianamente dai media corporativi e dai ministri degli esteri occidentali, che ritraggono le violenze come unilaterali e dovute al Presidente siriano Bashar al-Assad che fa sparare su folle di contestatori pacifici, armati solo di cartelloni.

Proprio come in Libia, dove i cosiddetti “contestatori pacifici” si sono poi rivelati orde di mercenari razzisti e genocidi di Al-Quaeda guidati dai rappresentanti delle grandi compagnie petrolifere che combattevano una causa basata sulle menzogne, anche il movimento “pro-democratico” siriano si sta lentamente rivelando l’ennessima risma di estremisti militanti foraggiati a lungo dalle agenzie di intelligence anglo- americane.

Le agitazioni in Siria sono state appoggiate interamente e fin dall’inizio da interessi aziendali-finanziari occidentali e fanno parte di un piano di vecchia data per rovesciare i regimi mediorientali. Il cambio di regime in Siria era stato programmato già dal 1991, e nel 2002 John Bolton, l’allora Sottosegretario di Stato degli Stati Uniti, aveva aggiunto la Siria al coseddetto “Asse del Male” che andava espandendosi. In seguito è emerso che le minacce di Bolton contro la Siria nascondevano in realtà finanziamenti e appoggio ai gruppi di oppositori all’interno della stessa Siria, in un periodo che abbracciava le amministrazioni di George W. Bush e Barack Obama.

In un articolo della CNN del 18 Aprile 2011, il portavoce sostituto del Dipartimento di Stato, Mark Toner, ha dichiarato: “Non stiamo operando per scalzare quel regime [siriano]. Ciò che stiamo cercando di fare in Siria, attraverso il nostro supporto alla società civile, è costruire quel tipo di istituzioni democratiche che, francamente, cerchiamo di promuovere nei paesi di tutto il mondo. L’aspetto diverso in questa situazione, credo, è che il governo siriano percepisce questo tipo di assistenza come una minaccia al controllo che esercita sul popolo siriano.” Le osservazioni di Toner giungevano dopo che il Washington Post aveva pubblicato dei cablogrammi in cui si indicava che gli Stati Uniti finanziavano gruppi di oppositori siriani almeno dal 2005 e continuavano tuttora a farlo.

In un comunicato dell’8 Aprile 2011 dell’AFP, Michael Posner, Assistente Segretario di Stato per la Democrazia, Diritti Umani e Lavoro, ha dichiarato che il governo USA “negli ultimi due anni ha stanziato 50 milioni di dollari per aiutrare gli attivisti a proteggersi dall’arresto e dalle persecuzioni da parte di governi autoritari”. Il comunicato proseguiva spiegando che gli Stati Uniti “hanno organizzato sessioni di addestramento per 5000 attivisti in diverse parti del mondo. Una sessione tenutasi in Medio Oriente circa sei settimane fa ha radunato diversi attivisti da Tunisia, Egitto, Siria e Libano che sono tornati nei propri paesi con l’obbiettivo di addestrare i loro colleghi”.

Posner ha aggiunto: “Sono tornati ed è stato un effetto a catena”. Ovviamente l’effetto a catena di cui parla è la “primavera araba”, e nel caso della Siria l’impeto delle attuali agitazioni minaccia di scardinare la nazione ed invita gli stranieri ad intervenire.

Fonte: di Tony Cartalucci, Land Destroyer Report, 15 Novembre 2011

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