Dei ricercatori di Singapore hanno sviluppato un nuovo nanomateriale che funziona come il miglior coltellino svizzero del mondo. Il materiale, chiamato Biossido di Titanio Multi-Uso (TiO2) è in grado di produrre energia, generare idrogeno e pure acqua pulita. Ma non è tutto: questo materiale prodigioso può essere impiegato anche nella costruzione di celle solari flessibili ed è in grado di duplicare l’aspettativa di vita delle batterie a ioni di litio. Dotato di proprietà antibatteriche, può essere impiegato anche in nuove bende tecnologiche in ambito sanitario.
Il nuovo materiale messo appunto dall’Università della Tecnologia di Nanyang è stato prodotto trasformando del biossido di titanio in nano-fibre poi fatte disporre al fine di creare delle membrane filtranti flessibili. Il materiale speciale che sta al centro di tutto è il biossido di titanio, economico e abbondante in natura ha la proprietà di accelerare le reazioni chimiche e legarsi facilmente con l’acqua.
Per merito di quest’ultima capacità, questo materiale ha le potenzialità per poter realizzare osmosi inverse di elevata portata e desalinizzare l’acqua. Ma questa è solo una sue notevoli caratteristiche. In aggiunta alla produzione di acqua pulita, secondo le dichiarazioni dei ricercatori questo materiale può anche produrre idrogeno se esposto alla luce solare nonché essere utilizzato nella produzione di celle solari flessibili e poco costose al fine di produrre elettricità.
Filtro flessibile di nano-fibre di biossido di titanio
“Non esiste alcuna bacchetta magica per risolvere due delle più grandi sfide del mondo: energie rinnovabili a buon mercato e un abbondante approvvigionamento di acqua pulita, la nostra singola membrana multi-uso però ci va vicino, con le sue nanoparticelle di biossido di titanio è un catalizzatore chiave nella scoperta di soluzioni adatte”
“Con il nostro nanomateriale unico, speriamo di poter dare una mano nella conversione dei rifiuti di oggi nelle risorse di un domani, come acqua pulita ed energia.”
Punto di vista di Lykke E. Andersen, direttrice del Centro per la Modellazione e Analisi Economica e Ambientale (Center for Environmental and Economic Modeling and Analysis – CEEMA) dell’Istituto per gli Studi Avanzati per lo Sviluppo (Advanced Development Studies – INESAD) a La Paz, Bolivia.
Durante gran parte della storia dell’umanità, mediamente il reddito ovunque nel mondo si attestava intorno a 1/2$ al giorno, la crescita era solo marginalmente sopra lo zero, qualcosa come lo 0,033% all’anno fino al 1868,e probabilmente esso fu ancora più basso durante il precedente millennio. Nel secolo che va dal 1868 al 1968 tuttavia, sperimentò una crescita pro-capite 40 volte più rapida salita improvvisamente fino all’1,43% annuo. All’epoca della mia nascita, il reddito pro-capite aveva raggiunto i 10$ al giorno. Durante la mia vita, questo tasso di crescita crebbe ancora fino ad arrivare all’1,96%, portando all’odierno reddito medio pro-capite nel mondo maggiore ai 20$/giorno. I tassi di crescita si sono mantenuti in costante aumento raggiungendo la media del 2,94% durante la prima decade di questo secolo. Questi tassi di crescita non hanno precedenti nella storia della nostra specie.
La grossa domanda è: continuerà questa crescita ad aumentare a questi tassi così alti e forse addirittura in aumento? O lo scatto di crescita sperimentato nel corso degli ultimi 150 anni è solo un’anomalia destinata a fermarsi?
Questa è una domanda incredibilmente importante. Un ipotetico mondo dove la crescita continuerà attorno al 3% annuo per il prossimo paio di secoli apparirà del tutto differente da un mondo dove i tassi di crescita rimarranno stagnanti. In uno scenario di crescita continua arriveremmo ad ottenere un reddito medio di 5000$ al giorno nell’anno 2200 (una ricchezza inimmaginabile) mentre in uno scenario di crescita stagnante arriveremmo intorno ai 40$ al giorno (come l’attuale Portogallo). L’impatto ambientale sarebbe anch’esso molto differente a seconda della strada che imboccheremo.
In un recente documento dell’EMBER, Robert Gordon della “Northwestern University”, illustra come la crescita della produttività , perlomeno negli Stati Uniti, potrebbe decelerare durante il prossimo secolo raggiungendo livelli del tutto trascurabili. Egli fa notare come la crescita sia guidata dalla scoperta e dal susseguente sfruttamento di nuove tecnologie (come l’elettricità, il motore a combustione interna, l’acqua corrente, le reti fognarie e le telecomunicazioni) ma che gli effetti sulla crescita di queste siano limitati e ormai esauriti per la maggior parte. Per esempio egli fa notare che la velocità di viaggio è aumentata a partire da quella dei cavalli fino ad arrivare alla velocità dei jet, ma che non è migliorata ulteriormente negli ultimi 50 anni con la stessa repentinità. Anche se l’ultima rivoluzione informatica ci ha portato una grande varietà di affascinanti dispositivi di intrattenimento e di comunicazione, le ricadute sulla produttività sono state limitate.
Ammetto che gli Stati Uniti appaiono in questo momento leggermente in decadenza, ma il resto del mondo in generale possiede ancora un grande potenziale di crescita, ci sono molte innovazioni rivoluzionarie che porteranno ulteriori spinte a questo processo (nel bene e nel male).
Le innovazioni che occorreranno nei prossimi due secoli sono ovviamente impossibili da predire, ma in questo articolo intendo presentare alcune argomentazioni a favore della continua, se non incrementata, innovazione.
Per cominciare, con la rivoluzione portata dalle telecomunicazioni non tenuta granché in considerazione dal Prof. Gordon, abbiamo praticamente creato uno strumento capace di integrare e rilasciare il potenziale intellettuale di alcuni miliardi di persone che prima erano impossibilitate nel contribuire allo sviluppo sia a livello locale che globale. Una delle numerose manifestazioni di questa democratizzazione della conoscenza viene rappresentata dai “TED Talks” ovvero conferenze che hanno come obbiettivo l’incontro tra le menti e le idee più stupefacenti e innovative del pensiero globale. Altre iniziative aventi obbiettivi simili e/o compementari sono Wikipedia, Khan Academy e Coursera, dove ognuno può imparare praticamente di tutto in maniera gratuita. Questa massiccia contaminazione incrociata di idee tra discipline e aree geografiche differenti è destinata a stimolare l’innovazione.
Seconda cosa, la nostra recente acquisizione della capacità di leggere, capire e modificare i geni ci pone ai margini di un’imminente rivoluzione genomica. Anche se esistono sicuramente alcuni problemi etici e pratici da risolvere, avremo presto l’abilità tecnica necessaria a realizzare cure personalizzate per qualsiasi malattia, in grado di triplicare nuovamente la nostra aspettativa di vita ancora una volta. Saremo presto in grado di creare cibi gustosi e nutrienti che non richiedano l’uso di pesticidi e siano in grado di tollerare una larga varietà di condizioni climatiche. Saremo presto in grado di utilizzare colonie di batteri per produrre carburante a partire dal consumo di CO2 (anidride carbonica) e energia solare. Questa rivoluzione porrà una soluzione a due dei nostri più grandi problemi odierni.
Sono convinta che abbiamo ancora un enorme potenziale di crescita, ma penso anche alla necessità di ridefinire il concetto di crescita, non comprendente solamente il mero PIL, ma anche una misura del “vero progresso” che include l’impatto ambientale, l’accumulo del capitale umano, la felicità e molti altri aspetti che al momento vengono lasciati fuori da questa definizione. Forse, la più grande rivoluzione sarà data dal come utilizzeremo questa crescita della produttività che stiamo per sperimentare. Se saremo abbastanza saggi, non la useremo solamente per produrre e consumare ancora più beni creando montagne di rifiuti. Quando diventeremo così produttivi da poter facilmente guadagnare 5000$ al giorno, non ci sarà più bisogno di lavorare 40/50 ore alla settimana. Forse potremo permetterci di lavorare solamente poche ore la mattina e prenderci il resto della giornata per studiare, giocare con gli amici, esplorare mondi virtuali, praticare sport, essere creativi, essere volontari per una buona causa, praticare giardinaggio o fare qualsiasi cosa ci piaccia fare veramente.
Dategli sufficiente tempo, e non vi sarà nulla di altrettanto potente come l’ingegno umano e il potere degli interessi composti.
«La crescita per la crescita è l’ideologia delle cellule del cancro».
Edward Abbey (1927-1989)
File Utili: Foglio Excel utilizzato per i calcoli.
Crisi economica, riscaldamento globale, scarsità di combustibili fossili: la nostra civiltà si sta avvicinando alla fine di un ciclo.La stessa specie umana è minacciata. Jeremy Rifkin, economista americano e consulente della Commissione europea ha appena pubblicato il libro “La terza rivoluzione industriale”. Secondo l’economista solo con la diffusione di energia rinnovabile e con il potere laterale possiamo superare la crisi e garantire un futuro felice per i nostri figli.
Euronews:Buongiorno professor Rifkin. Lei ha affermato che non è per nulla sicuro che la specie umana riesca a sopravvivere. Si parla molto di crisi economica, ma secondo lei, siamo davvero in pericolo d’ estinzione? Non è una visione troppo pessimista?
J. Rifkin: Il 99,5 % di tutte le specie che hanno vissuto su questo pianeta si sono estinte. Sarebbe in qualche modo arrogante pensare che vivremo perpetuamente. E penso che questo sia un momento di crisi.
Ora stiamo pagando il conto per 200 anni di rivoluzione industriale basata sui combustibili fossili, abbiamo disperso troppo biossido di carbonio, metano ed azoto nell’atmosfera. Non possiamo pensare di sfruttare per molto il calore del sole. Stiamo assistendo ad un fondamentale cambiamento delle materie chimiche presenti sulla Terra. Questo non capita spesso.
Come del resto dice mia moglie: “La nostra specie non si sta appropriando di tutto con avidità?
Siamo entrati in una specie di crisi. Saremo in grado di cambiare strada? Penseremo al cambiamento climatico? Possiamo creare un’economia più sostenibile? Siamo in una corsa contro il tempo. Saremo in grado di trasformarci in meno di 25 anni? Si tratta di una bella serie di “se”.
Euronews:Lei ha tirato quindi la conclusione che dobbiamo andare verso questa terza rivoluzione industriale, che secondo lei deve basarsi su cinque idee fondamentali, cinque pilastri, come li ha definiti. Quali sono?
J.Rifkin: L’Unione europea si è impegnata a realizzare una rivoluzione industriale fondata su 5 pilastri. Ho avuto il privilegio di redigere il piano che è stato approvato dal Parlamento europeo e ora in via di applicazione.
Primo pilastro: l’UE si è impegnata a coprire il 20% del fabbisogno energetico con le rinnovabili entro il 2020. É una misura che deve essere introdotta da ciascun paese membro.
Secondo pilastro: come facciamo ad immagazzinare le energie che riusciamo a raccogliere? Nei nostri edifici. Nell’Unione Europea esistono 191 milioni di stabili! Case, uffici, fabbriche. L’obiettivo è infatti trasformare ogni singolo edificio esistente nell’Unione europea – ce ne sono milioni – in una singola micro-centrale di energia rinnovabile.Si potrà mettere dei pannelli solari sul tetto, ottenere energia eolica grazie al vento sui muri, il calore geotermico dello stabile potrà essere convertito in energia, cosí come i rifiuti domestici.Il secondo pilastro rilancia l’economia con milioni di posti di lavoro e migliaia di piccole e medie imprese. Serviranno per trasformare nei prossimi 40 anni gli edifici sul territorio europeo in centrali elettriche autonome.
Terzo pilastro: dobbiamo immagazzinare l’energia. Pensando che per esempio il sole non splende sempre e il vento spira di notte, mentre noi abbiamo bisogno di energia elettrica durante il giorno. Quindi dobbiamo usare tutti i tipi di tecnologie possibili per immagazzinare queste energie. Se il sole batte sul tetto, si crea un pó di energia elettrica. Se non se ne ha bisogno si puó mettere quella in eccesso, nell’acqua. Ne risulterà dell’indrogeno da custodire in un contenitore.
Euronews:Queste tecnologie esistono già?
J.Rifkin: Si, sono tecnologie che esistono già, devono semplicemente essere coordinate.
Il quarto pilastro è rivolto alla rivoluzione di internet da interagire con quella energetica, per creare un sistema di coordinamento tra le infrastrutture.
Quando milioni e milioni di edifici in Europa raccoglieranno la propria energia ecologica in modo autonomo, si potrà immagazzinare l’idrogeno come facciamo con i supporti in digitale.
Se poi parte di questa elettricità non viene utilizzata, il software può essere programmato di modo da mettere in vendita questo eccesso attraverso internet. Una rete che colleghi ad esempio dal mare d’Irlanda fino ai confini con l’Europa orientale.
Proprio come noi creiamo i nostri profili in internet, possiamo condividere in rete via digitale le nostre riserve di energia.
L’ultimo pilastro, il quinto riguarda il trasporto.
Quest’anno sono stati messi sul mercato i veicoli elettrici, nel 2015 ci saranno le auto a celle a combustibile. Si potrà collegare il proprio mezzo a qualsiasi edificio e caricarlo con elettricità o ad idrogeno.
Ognuno di questi elementi da soli non valgono nulla, sono inutili. Ma quando si mettono i cinque pilastri insieme, in ogni città, quartiere o zona rurale, creano un’infrastruttura. Questo insieme di elementi rappresenta una rivoluzione economica. Rappresenta il potere nelle mani del popolo. É questo il potere laterale.
Euronews:Ma gli interessi di molte persone e aziende cozzano contro la vostra teoria della terza rivoluzione industriale. Avete già subito delle pressioni dal mondo imprenditoriale o dalle lobby per quello che riguarda la vostra visione?
J.Rifkin: Mi permetta di contestualizzare. Come sa in passato le case discografiche non avevano previsto la condivisione dei file musicali. Quando milioni di persone in tutto il mondo, hanno cominciato ad utilizzare il software per condividere la musica, le case discografiche hanno pensato che fosse uno scherzo, poi si sono infuriate e poi hanno fallito.
Quindi credo che la risposta alla sua domanda è … Non sono troppo preoccupato per le imprese del settore energetico. Abbiamo molta piú energia rinnovabile della piccola quantità di combustibile fossile o uranio che c‘è sottoterra. Alcune aziende energetiche effettueranno la transizione e stanno cercando le fonti rinnovabili. Molte non lo faranno
e la loro energia sarà più costosa e più inquinante. A quel punto si estingueranno. Non abbiamo bisogno di loro. Quello che invece vedremo in questa terza rivoluzione industriale sarà il “rinascimento” delle piccole e medie imprese, dei produttori e delle cooperative di consumatori. Le grandi aziende che sopravviveranno, trasformeranno il proprio ruolo e saranno in grado di realizzare un ruolo di collegamento.
Euronews:Ha appena parlato delle piccole e medie imprese. Potrebbero forse avere un ruolo nei paesi emergenti come Cina o in Africa, nella possibile terza rivoluzione industriale?
J. Rifkin: I paesi in via di sviluppo si stanno muovendo in questo settore molto velocemente. Cavalcano le novità rapidamente.
L’Organizzazione per lo sviluppo dell’Onu ha adottato la terza rivoluzione industriale come
il punto centrale per lo sviluppo economico dei paesi emergenti.
In molte parti del mondo, non c‘è elettricità. 300 milioni di persone in India non hanno mai avuto energia elettrica. Milioni di persone in Africa non hanno l’ elettricità. Ora possono cavalcare la transizione.
Non hanno infrastrutture. Possono svilupparle ora, prima di tutto nei paesi dove non ve ne sono come in Africa o in alcune regioni in India.
Euronews: Come vorrebbe che si evolvessero le cose nei prossimi 20 anni? E soprattutto come secondo lei in realtà si svilupperanno?
J. Rifkin: La mia speranza è che avvenga un cambiamento nelle nostre coscienze.
Abbiamo sviluppato una coscienza mitologica, religiosa ed anche ideologica. Ora stiamo iniziando a vedere le prime fasi di una coscienza biosferica. So che la terza rivoluzione industriale ha senso, è interessante, è pratica, è realizzabile, non è un… sogno intergalattico.
Ora dobbiamo fare in modo che ogni comunità
porti allo stesso tavolo governo, apparato economico e società civile per mettere in carreggiata la terza rivoluzione industriale.
Per condurci verso un mondo sostenibile che arriva dopo l’era del carbonio, in modo molto rapido. Non esiste nessun piano B.
Traduzione a cura di Daniel Iversen, revisione di Vincenzo Barbato e Andrea Taeggi
Il “London Times” ha annunciato che membri della commissione esecutiva e alti funzionari del partito stanno leggendo e discutendo attivamente il libro di Jeremy Rifkin “La Terza Rivoluzione Industriale” (best-seller del New York Times), il tutto alla vigilia del congresso nazionale del Partito Comunista che è tenuto l’8 novembre 2012 e che inaugurerà la nuova leadership in Cina.
Secondo il “The Times of London”, la leadership cinese sta adottando le idee di Rifkin sul collegamento Internet e le energie rinnovabili, per preparare la Cina a uno spettacolare cambio di rotta verso una economia sostenibile che passerebbe alla storia come la Terza Rivoluzione Industriale nel 21esimo secolo. La “Terza Rivoluzione Industriale” è stato il best-seller numero uno sull’economia in Cina per più di quattro mesi.
Il signor Rifkin è il principale ideatore della Terza Rivoluzione Industriale a lungo termine dell’Unione Europea , modello economico atto a re-industrializzare l’Europa, affrontare il cambiamento climatico, e creare un mercato unico a basse emissioni di carbonio, integrato in tutti i 27 stati membri – si veda il link alla pagina della Commissione Europea e il keynote del sig. Rifkin indirizzata alla “European Commission’s Mission Growth Conference” del 29 maggio 2012.
Jeremy Rifkin è anche consulente per un certo numero di capi di Stato, tra cui la tedesca Angela Merkel. La visione di Rifkin sulla Terza Rivoluzione industriale e il suo piano di sviluppo economico è stato recentemente preso dalla UNIDO (United Nations Industrial Development Organization) come modello di transizione per le nazioni emergenti verso una società post-carbone.
Mentre gli Stati Uniti si stanno dibattendo, senza un piano completo a lungo termine per far ricrescere l’economia e affrontare l’urgente problema del cambiamento climatico, l’Unione Europea e la Cina stanno iniziando a gettare le basi per la transizione verso il nuovo paradigma economico della Terza Rivoluzione Industriale
Le “TZM Interviews” sono una nuova forma di dialogo che porta persone proattive, visionarie e stimolanti all’interno del discorso su come il metodo scientifico mirato alle problematiche sociali si applichi alla sostenibilità globale e su come effettivamente cambiare il mondo. Questo mese abbiamo come ospite Federico Pistono, ex coordinatore della sezione italiana del Movimento Zeitgeist, autore, blogger, attivista e altro..
TZM: Ieri stavo proprio pensando alla disoccupazione tecnologica. Cinque anni fa, quando il TZM ha iniziato la propria attività, era molto difficile riscontrare un qualsiasi riferimento a questo problema nel mondo reale; molti potevano dire di non averne mai sentito parlare e in effetti sarebbe potuta sembrare un’idea senza senso. Oggi però abbiamo delle menti brillanti che discutono di questo argomento. Recentemente hai condiviso un video dove Peter Diamandis fa un commento su questo tema. Anche Wired ha scritto un LUNGO articolo subito dopo che hai pubblicato “Robots will Steal Your Job, But That’s OK”. Io penso di poter dire che le cose siano cambiate e che abbiamo introdotto con successo il concetto di disoccupazione tecnologica dentro allo zeitgeist. Forse non siamo ancora a quel punto per quanto riguarda l’obsolescenza programmata o l’economia di stato stazionario, tuttavia penso che questa sia comunque una grande pietra miliare, forse la più importante dopo Occupy Wall Street. Che cose ne pensi? Stiamo mirando al mainstream oppure ci dovremmo preoccupare di organizzare quelli che già sono a favore del Modello di Economia Basato sulle Risorse? FP: Penso che abbiamo fatto un lavoro incredibile nel diffondere idee non convenzionali come la disoccupazione tecnologica. Solo qualche anno fa ci consideravano dei pazzi a parlare di queste cose, ora, invece, è sotto i riflettori, e presto tutti quanti si prenderanno il merito di aver pensato a ciò con largo anticipo. Questo è un bene: le idee si spargono, la società si evolve. E’ un processo, molto ben definito e con passi molto chiari e ben identificabili da fare nel mezzo; ci vuole solo del tempo, ma alla fine è inevitabile. E’ una inevitabile conseguenza dell’essere curiosi per il fatto che abbiamo sviluppato l’abilità di manipolare strumenti, trascendendo i nostri limiti biologici, e che abbiamo sviluppato un linguaggio con il quale possiamo diffondere idee alla velocità della luce.
Penso sia solo l’inizio di una espansione esponenziale dello sviluppo umano. Come illustra Steven Pinker nella sua monumentale opera “The Better Angels of Our Nature: Why Violence Has Decline“, la violenza, la povertà, le morti e le torture sono in costante calo dall’inizio della storia umana, e il 2012 è stato l’anno più pacifico di tutti.
La tortura e l’esecuzione pubblica una volta erano strumenti di potere e di intrattenimento popolare, ora esistono solo in segreto e si nascondono dietro eufemismi politici. Le punizioni capitali e corporali sono state eliminate nella gran parte del mondo, e la schiavitù è stata abolita. Il tasso di omicidi stanno calando dappertutto (in particolare tra gli aristocratici inglesi 1330-1829). I tassi di omicidio erano più alte per percentuale di popolazione tra le società apparentemente pacifiche e cooperative di cacciatori-raccoglitori, come per esempio la comunità degli Inuit nell’ Artico, i Kung del Kalahari o i Semai della Malesia, rispetto agli Stati Uniti dal grilletto-facile nei loro decenni più violenti. La lista continua: lo stupro, l’infanticidio, l’aggressività, i linciaggi, la pulizia etnica, la vendetta, la psicopatologia, il genocidio, il sadismo, la crudeltà verso gli animali, le ideologie omicide, quasi tutto ciò che è male è in declino, come percentuale, nella popolazione. Pinker sostiene che il declino della violenza può essere lo sviluppo più significativo e nello stesso tempo il meno apprezzato nella storia della nostra specie.”
Perché allora abbiamo questa percezione distorta del mondo come un posto orribile in cui vivere, dove la violenza e la povertà stanno crescendo, e dove le cose in generale stanno andando veramente male? Peter Diamandis ne fa un buon punto nel suo libro “Abundance: The Future is Better Than You Think“, dove spiega che i media ci nutrono preferibilmente di storie negative visto che è ciò a cui i nostri cervelli prestano attenzione. C’è una buona ragione per fare ciò: ogni secondo di ogni giorno i nostri sensi ci portano troppi dati per essere processati dai nostri cervelli. E visto che (nella maggior parte dei casi) niente è più importante del sopravvivere, la prima tappa per tutti questi dati è un antico frammento del lobo temporale chiamato amigdala. L’amigdala è il nostro primo rilevatore rapido d’allarme, il nostro rilevatore di pericolo. Ordina e scandaglia, passa al setaccio tutte le informazioni, controllando se c’è qualcosa nell’ ambiente che potrebbe farci del male. Quindi, date dozzine di notizie, daremo la priorità a quelle che sembrano negative. E quel vecchio detto giornalistico “Se c’è del sangue, vende”, è molto vero. Quindi, dati tutti i dispositivi digitali che ci portano tutte queste notizie negative sette giorni su sette, 24 ore al giorno, non c’è da meravigliarsi se siamo pessimisti. Non c’è da stupirsi insomma se le persone pensano che il mondo stia diventando un posto peggiore.
Ci sono anche, ovviamente, le più grandi minacce che abbiamo mai dovuto affrontare come specie – degradazione ambientale, cambiamento climatico dilagante e una possibile perdita completa di libertà per via di questa forbice a doppio tagliato chiamata “Internet”. Julian Assange ha scritto un articolo interessante chiamato “The internet is a threat to human civilization” (Internet è una minaccia per la civiltà umana) , un estratto del suo libro “Cypherpunks: Freedom and the Future of the Internet” – dove dice che “dal momento che gli stati si fondono con Internet e il futuro della nostra civiltà diventa il futuro di internet, abbiamo da ridefinire i nostri rapporti di forza. Se non lo facciamo, la globalità di Internet unirà l’umanità globale in una rete gigante di sorveglianza di massa e controllo”
Queste minacce sono reali e non sono da prendere alla leggera. Infatti penso che il nostro atteggiamento verso questi problemi e il livello di coinvolgimento che decidiamo di prendere su questi temi, definiscano come sarà il futuro prossimo.
Per questa ragione ho deciso di scrivere un nuovo libro (è quasi finito). Si tratta di un racconto fantascientifico intitolato “A tale of two futures” (Storia di due futuri), e racconta di un giorno normale, nella vita quotidiana, in due futuri diversi: uno in cui le cose sono andate terribilmente male e l’altro dove tutto è andato magnificamente bene. E’ un modo di rispondere alle domande che mi ha fatto la maggior parte delle persone che hanno visto il mio TEDxTalk o che hanno letto il mio libro “Robots Will Steal Your Job, But That’s OK“, ossia: come sarà il futuro che descrivi? E la risposta è: dipende. Il futuro, o sarà bello oltre ogni immaginazione, oppure sarà terrificante, molto peggio di ciò a cui la filmografia fantascientifica ci ha preparati. La differenza tra i due futuri sta nelle scelte che facciamo. Molti pensano che il mondo sia troppo grande, troppo immenso per far si che un individuo possa avere un impatto, perché qualsiasi cosa noi facciamo è soltanto una goccia nell’oceano. Ma cos’è un oceano, se non una moltitudine di gocce ?
Andare avanti con inerzia – mantenendo le cose come sono – non ci porterà niente di buono. Infatti penso che le cose potranno andare molto male se non agiamo e non decidiamo di prendere il controllo sulle nostre vite, e non facciamo in modo di mantenere la libertà per la quale i nostri antenati in passato hanno combattuto con tanta veemenza e passione. Penso che sia nostra responsabilità morale, verso di loro, verso i nostri bambini e verso noi stessi.
TZM: Negli ultimi anni di lavoro abbiamo visto numerosi progetti che hanno cercato di “cambiare le cose”, il che è molto difficile da fare, e forse questo è proprio il motivo per cui non prestiamo attenzione a queste iniziative: per un lungo periodo di tempo rimangono solo progetti. Ho visto approcci diversi di qualche attivista di successo che invece di cercare di cambiare le cose, cerca, come te, di cambiare le idee e questo per me ha un senso, visto che le idee sono informazioni e sono potenti come il DNA lo è in ogni cosa vivente sulla Terra (forse anche fuori dal nostro pianeta), e penso che questo dovrebbe essere accompagnato da un pò di fiducia nel modo e come la società si organizza quando raggiunge un certo livello culturale. Questo è ciò che potremmo chiamare Evoluzione Sociale. Come può una singola persona accelerarla? Dovremmo fidarci di come le persone si organizzano autonomamente o dovremmo cercare di organizzare le loro attività in un itinerario specifico, che potremmo chiamare “piano per la transizione” ?
FP: E’ una questione molto complessa e penso che nessuno sappia qual è la vera risposta. Forse non c’è nessuna cosa che singolarmente è la migliore da fare, dovremmo invece guardare all’ evidenza e fidarci del metodo scientifico, anche – o dovrei dire, in particolare – per questo. Proviamo cose diverse, vediamo che cosa funziona e che cosa no, e in che condizioni. Prendiamo note, documentiamoci, raccogliamo dati, dobbiamo essere il più completi possibile ed essere preparati a dimostrare di aver preso una direzione sbagliata e cambiare in qualsiasi momento. Penso che sia la forza della scienza rispetto alla filosofia o alla politica: non è basata su ideologie, non ha, o non dovrebbe avere, pregiudizi, ma si concentra invece sull’ evidenza.
Penso che emergerà qualche livello di auto-organizzazione, come inevitabile conseguenza dell’efficienza dei sistemi auto-stabilizzanti, su idee condivise e cooperazioni. E’ anche vero che molte persone – in particolare modo quelli che non sono ben istruiti – preferiscono che gli venga detto che cosa fare, invece di scoprire che cos’è meglio da soli. E’ più facile, e necessita di meno sforzo cognitivo, anche perché in questo modo si delega la propria responsabilità d’azione alla persona che ti ha dato l’ordine, piuttosto che riconoscere te stesso come parte attiva.
Probabilmente abbiamo bisogno di entrambe, a diversi gradi.
Mi è piaciuta molto la serie “The Foundation” di Isaac Asimov, ha avuto un grande impatto sul modo in cui vedo la società e le fasi di evoluzione sociale che l’umanità attraversa. Ogni stadio dell’evoluzione umana è stato caratterizzato da una tecnologia. Siamo partiti con la religione – una delle forme di tecnologia più antiche – siamo poi passati al commercio. Ora ci stiamo muovendo verso l’open source, la collaborazione, e la mente di gruppo. Siamo solo all’inizio di questa transizione, ma sta avvenendo a una velocità esponenzialmente più rapida delle altre. Nessuno sa quanto ci vorrà, e nessuno riuscirà ad immaginare che cosa verrà dopo.
E’ eccitante
TZM: Stavo proprio leggendo “Future Perfect” di Steven Johnson, dove l’autore fornisce diversi esempi su come la società e le reti peer stanno pian piano trasformando alcune strutture in processi trasparenti, e crowd-sourced. Stiamo rendendo la nostra società open source?
FP: La risposta in una sola parola: “SI” . La risposta in due parole: “CAZZO SI !” . Nel mio libro ho scritto:
L’Open Source non è solo software. E’ filosofia. E’ l’ idea che la condivisione sia meglio della segretezza, è la prova che la cooperazione sia più efficace della concorrenza spietata; e che, rendendo pubblici e liberi i progetti, si accelera lo sviluppo della scienza, della cultura, le arti, e tutto ciò che è positivo. E’ forse l’esempio più eclatante di tutte le conquiste umane, la luce nel tunnel delle nostre cupe idiosincrasie, un trionfo di trascendenza dalla nostra condizione primitiva. E’ ciò che mi da la speranza per il futuro dell’umanità, la ragione per cui penso che possiamo eludere il percorso di auto-distruzione, e di andare avanti come specie.
Negli ultimi 30 anni la filosofia Open Source ha pervaso ogni aspetto delle nostre vite, e tutto ciò che ha toccato è diventato migliore. Si tratta di una forza inconcepibile, che ispira milioni di persone a creare un cambiamento positivo nel mondo. Quello che è iniziato come un “semplice software” si è spostato virtualmente in ogni campo della scienza, delle arti, e anche nella cultura in generale.
Abbiamo open-hardware (es, Arduino, una piattaforma microcontroller per hobbisti, artisti e progettisti), bibite open (Open Cola e Open Beer!), libri open, film open, robotica open, design open, giornalismo open e addirittura esperimenti di governo open.
Il pioniere dell’Open Source e padre di Linux, Linus Torvalds, ha detto:
“Il futuro è rendere tutto Open Source.”
Il mio consiglio è di supportare più che potete i grandi progetti Open Source che sono fondamentali per lo sviluppo dell’umanità, come Wikipedia, Creative Commons, la Electronic Frontier Foundation, come anche molti piccoli progetti di vostro interesse.
Qualunque cosa doniate funzionerà, 50, 20 o anche 1 euro possono fare la differenza. Non aiuterà soltanto il creatore e la comunità in generale, ma anche voi stessi direttamente. Se potete ridurre la vostra dipendenza dal denaro utilizzando qualcosa che è stato creato attraverso un progetto Open Source, che tu hai aiutato co-finanziando, vi trovate ad un ottimo punto. Una volta che qualcosa diventa Open Source è disponibile per tutto il genere umano, per sempre. E’ una situazione di sola vincita.
Insieme possiamo iniziare la transizione verso una società di apertura che beneficia tutti, invece di approdare in una di segretezza che serve solo i più potenti. L’autore Clay Shirky ha sottolineato che Wikipedia rappresenta 100 milioni di ore di accumulo di pensiero umano. Con 100 milioni di ore di pensiero e di collaborazione siamo riusciti a creare l’enciclopedia più grande di tutti i tempi, “un mondo in cui a ogni persona sul pianeta è dato libero accesso alla somma di tutta la conoscenza umana. Questo è quello che stiamo facendo”. Confrontatelo con il guardare la televisione. Vengono guardate, ogni anno, duecento miliardi di ore di televisione solamente negli Stati Uniti. Mettiamola in altre parole, abbiamo 2000 progetti Wikipedia per ogni anno speso a guardare la televisione, e 100 milioni di ore (1 progetto wikipedia) ogni fine settimana, basta guardare gli annunci.
Pensate solo a cosa potremmo realizzare se fossimo capaci di catturare anche solo una piccola frazione di quel tempo e usarlo per qualcosa di utile. Le possibilità sono infinite, insieme possiamo creare un mondo veramente meraviglioso.
E, infatti, è già iniziato.
E’ necessario adottare l’idea dei peer network – che hanno funzionato così bene con il software, l’hardware e con i lavori artistici – anche nella sfera della politica, dell’educazione, e per la gestione della società in generale. Penso sia il passo naturale della nostra evoluzione culturale.
Non so esattamente cosa farò prossimamente, sono però sicuro che ha a che fare con una massiccia collaborazione online, con l’apprendimento, e con qualunque cosa possa dare una forma migliore al futuro.
Sono eccitato nel vedere cosa avverrà, e voglio giocare un ruolo nella sua realizzazione. Ahimè, non sono altro che una goccia nell’oceano.
La vera domanda è: cosa farai tu ?
TZM: Parlando di che cosa siamo in grado di fare sia da individui che come società globale, io vorrei che parlassi dell’arte e della scienza, e, visto che entrambi sono stati fattori di cambiamento, sono veramente due cose diverse e separate l’una dall’altra? Riesci a vedere qualche strana connessione tra arte e scienza?
FP: Dal mio punto di vista, Arte e Scienza sono davvero interdipendenti, in un loop di feedback senza fine. La scienza in qualche modo è l’arte di creare un senso al mondo e creare cose che servono (o che sono semplicemente fighe). L’arte è l’espressione della trascendenza, e ha profondamente influenzato la scienza fin dall’inizio dei tempi. I primi disegni nelle caverne erano i primi nostri tentativi di raccontare storie. Erano utili ed erano una scienza – sia pure primitiva – visto che mostravano agli altri come andava a finire una tattica di caccia e le persone potevano capire la logica che c’era dietro, replicarla e adattarla. Erano però anche arte, uno dei nostri primi tentativi. Vedi, fin dall’inizio delle nostre origini (le prime di queste pitture risalgono a circa 40.000 anni fa nella grotta di El Castillo in Cantabria, Spagna) abbiamo avuto questa inseparabile dualità. L’arte e la scienza si sono sviluppate insieme e hanno, da allora, un’incredibile influenza l’una sull’altra.
Jules Verne è stato pioniere della fantascienza in Europa, scrivendo nel 1863 il suo racconto “Paris in the Twentieth Century” (Parigi nel XX Secolo) con i grattacieli di vetro, treni ad alta velocità, automobili alimentate a gas, computer e rete mondiale di comunicazione.
Ai tempi, ciò di cui parlava Verne era impensabile, ma eccoci qui, con tutto questo e molto di più. Anche se, a ben vedere, Verne non è venuto fuori dal nulla con queste idee. Anche esse sono state influenzate da quello che la scienza di quel tempo ha creato. Quello che fece Verne era di trascendere questa condizione nella sua mente, metterla in un’opera d’arte, che a sua volta ha ispirato fisici, ingegneri, architetti e informatici per creare il mondo in cui viviamo oggi.
Se dovessi cercare un’immagine per questo, direi che la scienza e l’arte sono come due persone che si tengono per mano, tirandosi l’un l’altro in grandi oscillazioni, in una sorta di danza infinita dell’evoluzione umana.
TZM: Hey, a proposito! Ora sembra che queste due persone stiano andando più veloci che mai, dato l’impatto di Internet, oggi è più facile per tutti imparare qualcosa sulle scienze e anche sviluppare l’arte. Abbiamo anche, come hai detto, molto più tempo libero e le persone possono integrare entrambi in un modo migliore. Che impatto avrà questo sul mondo?
FP: Qui si parla della crescita esponenziale della tecnologia. Siamo in grado di sfruttare tale insondabile espansione per portarci avanti di intere generazioni, cosa che non avremmo potuto fare con un’evoluzione lineare del pensiero. Stiamo democratizzando l’informazione e accedendo ad essa sempre più velocemente, e sempre a una maggiore velocità. E, in fin dei conti, tutto è informazione. E lo dico piuttosto letteralmente.
La tastiera sulla quale sto scrivendo ora è in definitiva “informazioni”. E così è il laptop, il tavolo, e lo stesso per tutto il resto, inclusi tu e io. L’informazione è il concetto più basilare della fisica, e tutto quello che esiste nell’universo è, nella sua vera essenza, informazione. Infatti, il Principio Olografico ci dice che l’intero universo può essere visto come informazioni a due dimensioni “disegnata” sull’orizzonte cosmologico, e, secondo la fisica digitale, l’universo alla base è descrivibile da informazioni ed è quindi computerizzabile. Quindi alla fine l’universo può essere visto come l’output di un programma informatico, un vasto dispositivo di calcolo, o matematicamente isomorfo a tale modello. Mentre alcune di queste teorie sono ancora speculative, dovrebbe essere notato che l’informazione (classica, quantistica o entrambe) è alla base stessa di ogni sistema con cui abbiamo a che fare.
Alla fine, il cibo che mangiamo, i vestiti che indossiamo, i corsi che studiamo, le case in cui viviamo e anche le medicine che prendiamo o i processi che rendono i nostri corpi immuni ai virus, ai patogeni e alle malattie; diventeranno sostanzialmente liberi, accessibili da tutti, dappertutto. E questo è possibile grazie alla convergenza di tre condizioni: le tecnologie, la visione e la passione che le persone mettono creando queste tecnologie e seguendo la visione.
Penso che sia un passo inevitabile della nostra evoluzione come specie. La domanda è: quanto ci vorrà, quante persone soffriranno e moriranno nel frattempo e che cosa possiamo fare per accelerare questo processo minimizzando la sofferenza e massimizzando la grandiosità che creiamo collettivamente?
E’ molto difficile da dire, ma io ho detto la mia nei libri che ho scritto, i quali, ancora una volta, sono una combinazione di arte e scienza. Infatti “Robots will steal your job, but that’s OK” è un libro molto tecnico, un lavoro di non fiction. Ha acceso l’interesse e l’attenzione di centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo e come conseguenza mi sono state fatte molte domande. Ho scoperto però che il modo migliore per rispondere a tutte queste domande era di scrivere un libro di arte, una storia fantascientifica; visto che a volte, più di un preciso set di informazioni, abbiamo bisogno di essere ispirati, di sognare di essere in uno scenario plausibile, per guardare oltre e far si che questo futuro accada.