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Traduzione a cura di  Peter Ray

La migliore vicenda nello sviluppo

19 MAGGIO 2012 | dall’edizione di stampa

Dice Gabriel Demombynes, della Banca Mondiale Nairobi ufficio: “E’ una storia di grande successo che è stata riconosciuta solo a malapena”. Michael Clemens del Centro per lo sviluppo globale lo chiama semplicemente: “la più grande vicenda nella storia dello sviluppo”. Si tratta del forte calo della mortalità infantile oggi in fase di accelerazione in tutta l’Africa. Secondo il Sig. Demombynes e Karina Trommlerova, anch’essi della Banca Mondiale, 16 dei 20 paesi africani, su cui sono state svolte indagini dettagliate delle condizioni di vita dal 2005, hanno riportato riduzioni nei loro tassi di mortalità infantile (questo tasso è il numero di decessi di bambini sotto i cinque anni per 1.000 nati vivi). Dodici hanno manifestato riduzioni di oltre il 4,4% in un anno, che è il tasso di declino necessario per conseguire l’obiettivo di sviluppo del millennio (MDG) che consiste nel tagliare di due terzi il tasso di mortalità infantile, tra il 1990 e il 2015 (vedi tabella). Tre Paesi, Senegal, Ruanda e Kenya, lo hanno visto scendere di oltre l’8% in un anno, quasi il doppio del tasso di MDG sufficiente per dimezzare la mortalità infantile in circa un decennio. Questi tre paesi hanno ora lo stesso livello di mortalità infantile dell’ India, una delle economie di maggior successo nel mondo negli ultimi dieci anni.

Il declino della mortalità infantile africana sta accelerando. Nella maggior parte dei paesi ora cala circa due volte più velocemente rispetto ai primi anni del 2000 e del 1990. Ancora più sorprendente, la caduta media è più veloce di quanto lo fosse in Cina nei primi anni del 1980, quando la mortalità infantile in calo si aggirava al 3% annuo, certamente da una base inferiore.

L’unica caduta recente paragonabile a questa in Africa, che risulta la più grande, è avvenuta in Vietnam tra il 1985-90 e il 1990-95, quando la mortalità infantile è diminuita del 37%, e comunque risulta più lento di quella del Senegal e Ruanda. In Ruanda il tasso di mortalità infantile si è più che dimezzato tra il 2005-06 e 2010-11. Il Senegal ha tagliato il suo tasso da 121 a 72 in cinque anni (2005-10). In India c’è voluto un quarto di secolo prima che si verificasse tale riduzione. I tassi superiori del declino della mortalità infantile africano sono i più veloci visti nel mondo da almeno 30 anni.

La cosa che colpisce è come si siano sparse tali cadute. Avvengono nei paesi grandi e piccoli, musulmani e cristiani, e in ogni angolo del continente. I tre più grandi successi in Oriente, Africa occidentale e centrale. Le storie di successo provengono dai due paesi più popolosi dell’Africa, Nigeria ed Etiopia, e da piccoli Stati come il Benin (popolazione: 9m).

Ci si potrebbe aspettare che nei paesi che hanno ridotto il tasso delle nascite si sia ridotta contestualmente anche la mortalità infantile. Questo perché tali paesi si sono spinti più avanti nella transizione demografica, dallo status di povertà ad alta fertilità, allo status di ricchezza a bassa fertilità. Ma si scopre che è vero solo in parte. In Senegal, Etiopia e Ghana si è ridotta notevolmente la fertilità e la mortalità infantile. Ma anche il Kenya e L’Uganda hanno ridotto di molto la mortalità infantile, nonostante il declino della loro fertilità si sia bloccato solo di recente. Quindi il calo non può essere dovuto solo alla riduzione del tasso di natalità. La Liberia, dove la fertilità rimane alta, non ha ottenuto buoni risultati in termini di mortalità infantile, ma lo stesso vale per la Namibia e il Lesotho in cui la fertilità è molto più bassa. Il legame tra mortalità e un più ampio cambiamento demografico sembra debole.

Ciò che fa la differenza più grande, sostiene il Sig. Demombynes, è una combinazione di ampia crescita economica e specifiche politiche di sanità pubblica, in particolare l’aumento dell’uso di zanzariere trattate con insetticidi (ITN) che scoraggiano le zanzare della malaria.

Etiopia, Ghana, Ruanda e Uganda sono stati di recente, le principali stelle economiche africane con una media di crescita annua del PIL del 6,5% nel 2005-10. All’altra estremità della scala, lo Zimbabwe, ha visto la caduta del PIL e l’aumento della mortalità. Questo sembra intuitivamente corretto. Un aumento del reddito nazionale dovrebbe ridurre la mortalità non solo perché è di solito associata con una minore povertà e una migliore nutrizione, ma anche perché la crescita può essere un mezzo per procurare altre cose positive: politiche economiche più sensibili, più democratiche, governi responsabili e un impegno maggiore per il miglioramento degli standard di vita della popolazione.

Ma la crescita non offre alcuna garanzia. L’Alta mortalità in Liberia, effettivamente, ha visto un aumento del Pil impressionante, mentre il Senegal, il cui record di riduzione della mortalità infantile non è secondo a nessuno, ha avuto un tasso di crescita piuttosto anemica da recenti standard africani (3,8% annuo, la metà di quella del Ruanda). Ciò che il Sig. Demombynes definisce “il miracolo di una bassa mortalità” ha avuto luogo in diverse circostanze, e suggerisce che ci può essere una sola causa. Per cercare altre spiegazioni, quindi, ha studiato in Kenya maggiori dettagli.

E buon viaggio

Il Kenya è un caso di test. Ha tagliato il tasso di mortalità infantile (bambini morti al di sotto dei dodici mesi di età) più di qualsiasi altro paese. Ha avuto una sana crescita economica (4,8% un anno 2005-10) e una democrazia funzionante, nonostante l’ orrenda violenza post-elettorale nel 2008. Ma il Sig. Demombynes ha notato qualcosa di diverso: ha aumentato l’uso di zanzariere trattate in tutte le famiglie dal 8% nel 2003 al 60% nel 2008. Usando dati sulla variazione geografica della malaria, ha calcolato che la metà del calo complessivo della mortalità infantile del Kenya può essere spiegato con l’aumento enorme dell’uso di zanzariere nelle zone dove la malaria è endemica.

Le zanzariere sono spesso prese come esempi classici dei benefici degli aiuti, poiché in passato sono state sperimentate da associazioni caritative straniere. Coerentemente con la visione che l’aiuto è di vitale importanza, Jeffrey Sachs, economista americano, ha recentemente affermato che un forte calo della mortalità infantile nel suo progetto Millennium Villages (un gruppo di villaggi africani che il suo Earth Institute della Columbia University, New York, sta aiutando) è il risultato di forti aumenti degli aiuti agli abitanti dei villaggi. In realtà, sostiene il sig Demombynes, il declino della mortalità in questi paesi non era migliore che nei paesi nel loro complesso.

La morale ampia della storia è diversa: gli aiuti non sembra essere stato il fattore decisivo nella riduzione della mortalità infantile. Nessun singolo lo è stato. Ma migliori politiche, migliore governo, nuove tecnologie e altri benefici stanno iniziando a dare i suoi frutti. “Questa sarà una buona notizia sorprendente per chi pensa ancora che l’Africa è impantanata nella morte e povertà senza fine”, dice il Sig.Clemens. ” L’Africa sta sfuggendo via velocemente.”

Correzione: La versione originale di questo articolo di Michael Clemens è identificato come proveniente dalla Kennedy School of Government di Harvard. Egli è in realtà un anziano membro del Centre for Global Development. Questo è stato corretto il 17 maggio 2012.

FONTE: Economist

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Traduzione a cura di  Daniel Iversen

Quarant’anni dopo la sua iniziale pubblicazione, uno studio chiamato “The limits to Growth” (I limiti della crescita) si sta dimostrando tristemente premonitore. Commissionato da un think thank internazionale chiamato “Club di Roma”, questo report del 1972 disse che se la civiltà avesse continuato il suo cammino verso l’aumento dei consumi, l’economia globale sarebbe collassata entro il 2030. Ne sarebbero seguite perdite della popolazione e tutto il sistema crollerebbe.

Lo studio è stato –  e rimane – niente se non una controversia tra economisti che dubitano delle sue previsioni e screditando l’idea di imporre dei limiti alla crescita economica.
Il ricercatore australiano Graham Turner  negli ultimi anni ha esaminato i presupposti dello studio in modo dettagliato e apparentemente, i risultati della sua ricerca, sono in linea con le predizioni del rapporto, secondo il Smithsonian Magazine. “Il mondo è sulla buona strada verso il disastro” dice la rivista.

Lo studio, inizialmente completato al MIT, si basava su alcuni modelli informatici di trend economici, e stimò che, se le cose non fossero cambiate molto e gli esseri umani avessero continuato a consumare risorse naturali a ritmo elevato, si sarebbe arrivati al punto della fine del mondo.  Il petrolio avrebbe raggiunto il picco (alcuni dicono che sia già avvenuto) prima di scendere in picchiata dall’altra parte della curva a campana, eppure la domanda di cibo e servizi avrebbe solo continuato a crescere.

Turner dice che i dati del mondo reale dal 1970 al 2000 che sono stati tracciati dalle previsioni draconiane dello studio: “Sta suonando un campanello d’allarme molto chiaro. Non siamo sulla traiettoria della sostenibilità” spiega a Smithsonian.
E’ impossibile rimediare a tutto questo? No, secondo entrambi gli studi, il primo e quello di Turner.

Se i governi adottassero tecnologie e  politiche più rigorose, ciò potrebbe essere d’aiuto per ridurre il nostro impatto ambientale, la crescita economica non deve essere per forza una “nana bianca” del mercato, che marcia verso una implosione inevitabile. Il modo in cui farlo però è un altro paio di maniche.

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FONTE: POPSCI

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Traduzione a cura di Denis Gobbi

Un anno all’Università di Princeton: 37.000 dollari americani. Un anno nella prigione di stato del New Jersey: 44.000 dollari. Prigione e college “sono le strade più lontane che una persona possa prendere nella vita”, commenta il ricercatore infografico presso la pubblica amministrazione Joseph Staten.

Mentre l’università è un’esperienza positiva che aumenta il potenziale di guadagno durante l’arco di vita, la prigione è quasi un vicolo cieco, ed è per questo che Staten è rimasto sorpreso dall’enorme quota di fondi governativi destinata alle carceri.

Il confronto tra la spesa per l’istruzione superiore e la spesa per le carceri evidenziato nella tabella sottostante non è perfetto dato che le università hanno propri mezzi per finanziarsi; le carceri possono contare solo sul governo. Quindi, ha un certo senso il fatto che una quantità sproporzionata di denaro arrivi alle seconde. Inoltre, prendete nota, il confronto tra gli afro-americani nei college e gli afro-americani in carcere non è completamente corretto dato che l’università implica una fascia di età tra i 18 e i 22 anni mentre i carcerati possono essere di qualunque età.

Nonostante queste carenze, questo grafico rende chiaro l’ampio divario presente negli Stati Uniti: essi hanno il più alto tasso di incarcerati rispetto alla popolazione, ma è solamente sesta nel mondo quando si parla di tasso di laureati. La spesa del governo, ovviamente, rispecchia questi risultati.

Fonte: theatlantic.com

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