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Traduzione a cura di  Daniel Iversen

Quarant’anni dopo la sua iniziale pubblicazione, uno studio chiamato “The limits to Growth” (I limiti della crescita) si sta dimostrando tristemente premonitore. Commissionato da un think thank internazionale chiamato “Club di Roma”, questo report del 1972 disse che se la civiltà avesse continuato il suo cammino verso l’aumento dei consumi, l’economia globale sarebbe collassata entro il 2030. Ne sarebbero seguite perdite della popolazione e tutto il sistema crollerebbe.

Lo studio è stato –  e rimane – niente se non una controversia tra economisti che dubitano delle sue previsioni e screditando l’idea di imporre dei limiti alla crescita economica.
Il ricercatore australiano Graham Turner  negli ultimi anni ha esaminato i presupposti dello studio in modo dettagliato e apparentemente, i risultati della sua ricerca, sono in linea con le predizioni del rapporto, secondo il Smithsonian Magazine. “Il mondo è sulla buona strada verso il disastro” dice la rivista.

Lo studio, inizialmente completato al MIT, si basava su alcuni modelli informatici di trend economici, e stimò che, se le cose non fossero cambiate molto e gli esseri umani avessero continuato a consumare risorse naturali a ritmo elevato, si sarebbe arrivati al punto della fine del mondo.  Il petrolio avrebbe raggiunto il picco (alcuni dicono che sia già avvenuto) prima di scendere in picchiata dall’altra parte della curva a campana, eppure la domanda di cibo e servizi avrebbe solo continuato a crescere.

Turner dice che i dati del mondo reale dal 1970 al 2000 che sono stati tracciati dalle previsioni draconiane dello studio: “Sta suonando un campanello d’allarme molto chiaro. Non siamo sulla traiettoria della sostenibilità” spiega a Smithsonian.
E’ impossibile rimediare a tutto questo? No, secondo entrambi gli studi, il primo e quello di Turner.

Se i governi adottassero tecnologie e  politiche più rigorose, ciò potrebbe essere d’aiuto per ridurre il nostro impatto ambientale, la crescita economica non deve essere per forza una “nana bianca” del mercato, che marcia verso una implosione inevitabile. Il modo in cui farlo però è un altro paio di maniche.

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FONTE: POPSCI

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Traduzione a cura di Maurizio Bisogni e Daniel Iversen

To test their algorithm, the researchers designed and built a system of 'smart pebbles' — cubes about 10 millimeters to an edge, with processors and magnets built in.  Photo: M. Scott Brauer

Per testare il loro algoritmo, i ricercatori hanno progettato e costruito un sistema di "sassolini intelligenti" — cubetti di circa 10millimetri di lato, con all'interno processori e magneti.
Photo: M. Scott Brauer

Nuovi algoritmi potrebbero consentire a cumuli di ‘sabbia intelligente’ la possibilità di assumere qualsiasi forma, permettendo la formazione spontanea di nuovi strumenti o la duplicazione dei parti meccaniche rotte.

Immaginate di avere una grande scatola con della sabbia in cui seppellire un modellino di un poggiapiedi. Pochi secondi dopo, ci mettete dentro le mani e tirate fuori un poggiapiedi a grandezza naturale: la sabbia si è assemblata in una replica in scala del modello.

Può sembrare una scena tratta da un romanzo di Harry Potter, ma è la visione che anima un progetto di ricerca presso il Distributed Robotics Laboratory (DRL) al MIT Computer Science e Artificial Intelligence Laboratory. In occasione della Conferenza internazionale IEEE  sulla Robotica e Automazione che si terrà a Maggio – la maggiore conferenza del settore a livello mondiale – i ricercatori del DRL presenteranno un documento che descrive gli algoritmi che rendono questa sabbia intelligente una cosa possibile. Descriveranno anche gli esperimenti in cui hanno provato gli algoritmi su particelle un po’ più grandi della “sabbia intelligente.” – cubetti di circa 10 millimetri di lato, con microprocessori interni rudimentali e  magneti particolari sulle loro quattro facce.

A differenza di molti altri approcci ai robot riconfigurabili, la sabbia intelligente utilizza un metodo sottrattivo, che ricorda la scultura in pietra, piuttosto che un metodo additivo, simile all’assemblamento dei blocchi di Lego. Un mucchio di sabbia intelligente sarebbe come il blocco grezzo di pietra con il quale inizia uno scultore. I singoli granelli si passano simultanemaente dei messaggi, e si attaccano selettivamente l’uno all’altro per formare un oggetto tridimensionale, mentre i granelli non necessari per costruire l’oggetto semplicemente cadono. Quando l’oggetto non servirà più, potrà essere rimesso nel mucchio dove i granelli che lo costituiscono potranno separarsi l’uno dall’altro, diventando quindi liberi di partecipare alla formazione di un nuovo oggetto.

Intelligenza distribuita

Algoritmicamente, la sfida principale nello sviluppo di sabbia intelligente è che i singoli granelli avrebbero risorse computazionali limitate. “Come si fa a sviluppare algoritmi efficienti che non distruggano le informazioni a livello di comunicazione e al livello di storage?”, si chiede Daniela Rus, una professoressa di informatica e ingegneria del MIT e co-autrice del nuovo studio insieme al suo allievo Kyle Gilpin. Se ogni granello potesse semplicemente memorizzare una mappa digitale di un oggetto da assemblare, allora potrebbero utilizzare un algoritmo in un modo molto semplice. Ma vorremmo risolvere il problema anche senza tale requisito, in quanto una possibilità del genere è semplicemente irrealistica quando si parla di moduli in questa scala.” Inoltre Rus dice che da una azione all’altra, i granelli nel mucchio saranno rimescolati in maniera completamente diversa. “Per questo motivo non vogliamo controllare in anticipo se i nostri blocchi assemblati potranno raggiungere la forma assegnata.” dice Rus.

Per attaccarsi gli uni agli altri, per comunicare e condividere energia, i cubi usano dei "magneti elettropermanenti", un materiale dove il magnetismo può essere acceso o spento con scosse di energia. Ogni cubo ha magneti - riconoscibili dai filetti rossicci che gli sono avvolti intorno - su quattro delle loro sei facce.
Photo: M. Scott Brauer

Trasmettere le informazioni al cumulo di sabbia con un semplice modello fisico per generare una forma – come per esempio un piccolo sgabello – aiuta a spiegare entrambi questi problemi. Per avere un idea di come l’algoritmo dei ricercatori lavora, è probabilmente più semplice considerare il caso bidimensionale. Immaginate ogni granello di sabbia come quadrato in una griglia bidimensionale. Ora immaginate che alcuni dei quadrati – per esempio, che formano uno sgabello, siano mancanti. È lì che il modello fisico è incorporato.

Secondo Gilpin,co-autore dello studio, i grani prima passano i messaggi tra di loro per determinare quali sono i vicini mancanti. (Nel modello a grigia, ogni quadrato dovrebbe avere otto vicini.) Grani con i vicini mancanti sono solo in uno dei due seguenti posti: il perimetro del cumulo o il perimetro della forma incorporata.

Una volta che i grani che circondano la forma incorporata si identificano, semplicemente passando i messaggi ad altri granelli ed a una distanza fissa, e a loro volta si identificano per definire il perimetro del duplicato. Se il duplicato dovesse essere 10 volte più grande dell’originale, ogni quadrato che circonda la forma incorporata verra mappata a 10 quadrati dal duplicato del perimetro. Una volta che il perimetro del duplicato è stabilito, i granelli di fuori di esso si disconnetteranno dai loro vicini.

Prototipazione rapida

Lo stesso algoritmo può essere variato per produrre molteplici copie di dimensioni analoghe di una forma campione, o per produrre un unica grande copia di un oggetto più voluminoso. “Consideriamo il caso del raggio della ruota di una vecchia auto che è stata deformato”, Gilpin dice. “Si potrebbe raddrizzarlo e metterlo nel vostro sistema per ottenerne uno nuovo.”

I cubettini o “ciottoli-intelligenti” che Gilpin e Rus hanno costruito per testare il loro algoritmo, ricreano in maniera semplificata la versione bidimensionale di questo sistema. Quattro facce di ogni cubo sono costellate dei cosiddetti magneti elettro-permanenti, materiali che possono essere magnetizzati o smagnetizzazione con un singolo impulso elettrico. A differenza di magneti permanenti, essi possono essere attivati e disattivati, e a differenza degli elettromagneti, non richiedono una corrente costante per mantenere la loro magnetizzazione. I “ciottoli intelligenti” usano i magneti non solo per connettersi gli uni agli altri, ma anche per comunicare e condividere enegia. Ogni ciottolo ha anche un piccolo microprocessore, in grado di memorizzare solo 32 KB di codice di programmi e ha solo due kilobyte di memoria di lavoro.

I ciottoli sono magnetizzati su solo quattro delle facce perché, con l’aggiunta del microprocessore e circuiti per regolare la potenza, non c’era posto per altri due magneti.” Inoltre Gilpin e Rus hanno eseguito simulazioni al computer e hanno mostrato che il loro algoritmo funzionerebbe anche tridimensionalmente, trattando ogni strato dei blocchi proprio come il reticolo bidimensionale a piu’ livelli. I cubetti scartati dalla forma finale sarebbero in grado di scollegare i cubi sopra e sotto come pure quelli che li affiancano.

La vera “sabbia intelligente”, naturalmente, richiederebbe granelli molto più piccoli di 10 millimetri cubi. Ma secondo Robert Wood, professore associato di ingegneria elettronica all’Università di Harvard, questo non è un ostacolo insormontabile. “Prendiamo in considerazione le funzionalità principali dei loro ciottoli”, dice Wood, che dirige il laboratorio di Microrobotica ad Harvard. “Questi hanno la capacità di attaccarsi con i loro vicini, hanno la capacità di parlare con i loro vicini, hanno la capacità di fare qualche calcolo. Queste sono tutte cose certamente fattibili in blocchetti più piccoli. “

“Ci vorrà parecchia miro-ingegneria per fare questo, naturalmente,” avverte Wood. “E’ una idea ben posta, ma molto difficile a causa delle sfide ingegneristiche da affrontare per il futuro.”

Fonte: MIT

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Traduzione a cura di Daniel Iversen e Claudio Galbiati

Credit David Neff

Una tecnologia davvero radicale sembra destinata a trasformare i consumatori in creatori, tagliando sprechi, imballaggi e chilometri.

Ci sono tecnologie innovative, altre che invece sono veramente avveneristiche, una delle quali forse  tanto quanto il Personal Computer.

Pensate alla stampante MakerBot. La tecnologia di cui si parla è la stampa 3D, proprio quello che starete immaginando. Pensate alla vostra normale stampante mettere uno strato di materiale sopra l’altro, seguendo un rigoroso modello, creandovi degli oggetti completi come per esempio trappole per topi, tendine per la doccia, e qualunque altra cosa voi stessi volete aggiungere alla lista.

È un’idea che ha solleticato la fantasia degli scienziati fino dal 1986, quando Charles Hull brevettò il primo apparato per la ‘stereolitografia’ (così la chiamò). Oggi si potrebbe tranquillamente dire che una volta detto, lo hanno anche stampato

Il M.I.T. ha progettato una stampante di pasti pronti per una gastronomia anti spreco, che vi fornisce ogni volta un perfetto bilancio tra gusto, struttura ed estetica.
Il Forgacslab, dell’Università del Missouri, ha stampato strati di cellule umane, uno sull’altro, creando la prima vena artificiale; la compagnia tedesca EOS infine, ha stampato la cassa di un violino che sembra ( e, cosa più importante, suona ) come se fosse di legno stagionato.

Oggi la stampa 3D è pronta per trasferire il processo produttivo dalle fabbriche direttamente nel vostro salotto; i prezzi di queste “divinità domestiche” saranno presto abbordabili: il Thing-O-Matic, dell’americana MakerBot, sarà in vendita a 1299 dollari. Potrà stampare qualsiasi cosa, da un set di scacchi, al modellino di una cattedrale gotica con tutti i dettagli del suo intricato interno. Il Thing-O-Matic usa come materiale grezzo dei sottili fili di plastica, compreso l’acido polilattico, un polimero biodegradabile derivato dal mais. Il materiale viene scaldato e poi deposto in file ordinate, seguendo le istruzioni date dal modello tramite cavo USB o scheda di memoria. Quasi ogni prodotto può essere oggi scannerizzato e trasformato così in un modello usando il software gratuito ed opensource di Mehslab.

Le implicazioni ambientali sono considerevoli: l’economia consumistica dei nostri giorni si fonda sulla produzione in larga scala a distanza; in termini di energia e consumo di risorse, l’efficienza di questo tipo di commercio raramente giustifica lo spreco che essa genera. Inoltre c’è da considerare il carburante richiesto per spedire il prodotto in utto il mondo e l’imballaggio per assicurarsi che esso arrivi sullo scaffale tutto intero, e poi il marketing necessario a persuadere il consumatore che, sì, in effetti ha proprio bisogno di una bella grattugia nuova o, anche peggio, un set con due grattugie.

Secondo l’amministratore delegato e co-fondatore Bre Pettis, Makerbot ha una missione “profondamente sovversiva”: democratizzare la produzione dei beni.

“È un concetto profondo che ha al centro la visione corroborante delle persone come creatori, non consumatori. Non dovremo più metterci in coda per comprare cose al centro commerciale, piuttosto la gente si chiederà “Quello me lo posso stampare?”.

E prossimamente? Le ricerche stanno allargando la stampa domestica alla fabbricazione di edifici; il California Center for Rapid Automated Fabrication Technologies spera di stampare una casa personalizzata in meno di un giorno.

Carl Frankel

fonte: Forumfromthefuture

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Traduzione a cura di Daniel Iversen

E se si potesse generare dell’energia solare a casa propria solamente mescolando un pò di erba appena tagliata con delle comuni sostanze chimiche?
Questo è esattamente il caso della scoperta di un ricercatore della MIT, Andreas Mershin.
Lo scienziato spiega che creare pannelli solari potrebbe essere talmente semplice che basterebbe mescolare qualsiasi materiale verde organico (erba tagliata, rifiuti vegetali) con una confezione di sostanze chimiche personalizzate per poi spalmare la mistura su di un tetto.
Una volta che l’efficienza di tale sistema sarà migliorata, questo tipo di tecnologia solare potrebbe rendere disponibile energia a basso costo nelle zone rurali e nei paesi in via di sviluppo dove le persone non hanno accesso all’energia a dei prezzi abbordabili.

Continuate a leggere per poi vedere il video dei risultati di Mershin.

Qui a Inhabitat abbiamo seguito alcuni dispositivi bio-fotovoltaici (in grado cioè di generare energia dalla fotosintesi), e anche se le possibilità in questo campo sono infinite, la maggiorparte di esse sono molto costose e hanno ancora una lunga strada per ragguingere il mercato. In un studio pubblicato su Scientific Reports, Mershin e i suoi colleghi ricercatori hanno creato un processo per “dirottare” le molecole PS-I, responsabili della fotosintesi. Come Mershin spiega nel video, al fine di ottenere che queste molecole lavorassero per loro, hanno dovuto estrarre la proteina che è al centro della fotosintesi e stabilizzarla in modo da farla continuare a vivere e funzionare in un pannello solare.

Mershin ed il suo team hanno sviluppato una intricata struttura nanometrica di diossido di titanio sostenuta da nano-fili, che trasporta un flusso di corrente. Il sistema è in grado di convertire solo 0.1 per cento dell’energia solare in elettricità, ossia quattro volte i precedenti sistemi biofotovoltaici; tale percentuale dovrà però essere ulteriormente migliorata prima di rendere utile tale tecnologia. La svolta, in accordo con lo studio, promette di portare un’energia solare poco costosa ed ecocompatibile , e Mershin spera che nel corso di qualche anno qualcuno, nei paesi in via di sviluppo, sarà in grado di prendere un pò di erba tagliata, mescolarla con alcuni componenti chimici, e pittuarli su di un tetto per ottenere energia.

Fonte: Zeitnews.org

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 Traduzione a cura di Daniel Iversen 

Erik Brynjolfsson, a sinistra, e Andrew McAfee, autori di "Race Against the Machine", sostengono nel loro e-book che progressi tecnologici stanno superando il lavoratore umano.

La carenza di lavoro negli Stati Uniti è in gran parte giustificata da un’economia vacillante dove, però, l’avanzamento tecnologico ha inciso fortemente sulla situazione, più di quanto non venga generalmente inteso, questo in accordo con due ricercatori della Massachuseetts Institues of Techology.

L’automazione di un numero sempre maggiore di lavori eseguiti dagli esseri umani è il tema principale di “Race Against the Machine”, un e-book che verrà pubblicato lunedi. (ndr: 24 ottobre 2011)

“Molti lavoratori, per farla breve, stanno perdendo la gara contro le macchine” scrivono gli autori.

Erik Brynjolfsson, economista e direttore della M.I.T. Center for Digital Business, e Andrew P. McAfee, direttore associato e ricercatore principale nel centro, sono due dei piu grandi esperti nel settore della tecnologia e della produttività.

L'e-book "Race Against the Machine"

L'e-book "Race Against the Machine"

Il tono allarmistico nel loro libro è un punto di partenza inusuale per i due, la cui precedente ricerca si era concentrata principalmente sui benefici della tecnologia avanzata.

Infatti, come afferma McAfee, inizialmente avevano l’intenzione di scrivere un libro intitolato “L’ultima frontiera digitale”, riguardo “l’avvento della cornucopia (N.d.r: vaso dell’abbondanza) nell’innovazione”. Ora, visto che negli ultimi due anni il quadro occupazionale non è stato affatto roseo, i due ricercatori hanno cambiato direzione nell’esaminare la responsabilità della tecnologia nel recente dilagare della disoccupazione

I due autori non sono gli unici che di recente si sono focalizzati sulla ricaduta lavorativa a causa della tecnologia.
Nel corrente numero di McKinsey Quarterly, il professore W. Brian Arthur, del Santa Fe Institute, avverte che la tecnologia sta rapidamente prendendo piede anche nei lavori di servizio, seguendo l’onda di automazione presente nelle fabbriche e nelle fattorie.

“Questo ultimo deposito di impieghi si sta restringendo, e in futuro, sempre meno di noi avrà un impiego da “colletto-bianco” nel mondo degli affari, e questo è un problema” scrive Mr. Arthur.

Gli autori del M.I.T. sostengono che molti economisti non stanno tenendo in considerazione l’impennata dell’automazione.
Dello stesso avviso sono Robert. J. Gordon di Northwestern e Tyler Cowen della George Mason University  i quali sostengono che il miglioramento della produttività per mezzo dell’innovazione tecnologica è fiorita dal 1995 al 2004, ma poi si è spenta a partire da quell’anno. Mr. Cowen sottolinea questo punto nell’e-book “The great Stagnation” (La Grande Stagnazione) pubblicato quest’anno.

La tecnologia ha da sempre dislocato alcuni lavori ed impieghi. Nel corso degli anni molti esperti hanno avvertito che le macchine stavano prendendo il sopravvento.
Nel 1930 l’economista John Maynard Keynes avvertì dell’avvento di una nuova “malattia” che chiamò “disoccupazione tecnologica”, ossia l’incapacità dell’economia di creare nuovi posti di lavoro piu velocemente di quelli persi a causa dell’automazione.

Mr. Brynjolfsson e Mr. McAfee però ricordano che il ritmo dell’automazione è cresciuto negli ultimi anni grazie a una combinazione di nuove tecnologie come la robotica, macchine a controllo numerico, e controllo computerizzato dei magazzini, riconoscimento vocale e commercio on-line.

Computers sempre piu veloci ed economici uniti a software a mano a mano piu intelligenti e intuitivi, stanno dando alle macchine capacità che un tempo erano considerati peculiarità degli esseri umani, come la comprensione del parlato, la traduzione da una lingua all’altra e riconoscimento di modelli.
In questo modo l’automazione sta rapidamento passando dalle fabbriche e dalle fattorie , ai call centers, al marketing e alle vendite, ossia a gran parte del settore dei servizi, quello che fornisce piu lavoro nell’economia.

Gli autori scrivono che durante l’ultima recessione, per esempio, ha perso il lavoro, nel settore vendite, una persona su 12.
In piu, il rallentamento economico ha indotto molte aziende a sostituire le persone con la tecnologia, dove fosse possibile.
Dalla fine delle recessione nel giugno 2009 (ndr secondo il New York Times), fanno notare che la spesa aziendale in attrezzature e software,  è aumentata del 26%, mentre i libri paga sono rimasti invariati.

Le aziende stanno andando bene e per quelle dentro il  ”Standard & Poor’s 500-stock index” si prospettano quest’anno profitti record, un totale di 927 miliardi di dollari, come stima la FactSet Research.
E gli autori sottolineano che il profitto aziendale come quota dell’economia è ai massimid egli ultimi 50 anni.

La crescita della produttività dell’ultimo decennio, che sta a più del 2.5 % è piu alta rispetto a quella degli anni 70, degli anni 80 e persino di quella degli inizi degli anni 90; mentre l’economia, nonostante questo, non guadagna nuovi posti di lavoro, è la prima volta che ciò accade da piu di un decennio dalla grande depressione.

Le competenze delle macchine non potranno che migliorare, scrivono gli autori. Nel 2004, due economisti, Frank Levy e Richard J. Murnane, pubblicarono “The New Division of Labor,”, che analizzò le capacità dei computer e dei lavoratori umani. La guida di camion, o la capacità di interagire con oggetti in movimento erano due esempi classici di lavori non gestibili da un computer.

Questo però succedeva prima che Google, lo scorso autunno, annunciava che le sue auto a guida automatica hanno percorso migliaia di chilometri sulle strade americane  con l’assistenza umana necessaria solo in una singola occasione. Le Google-car, dice il signor Brynjolfsson, non sono altro che un segno dei tempi che cambiano.

Un’altro esempio si può trovare nel computer giocatore di “Jeopardy” dell’IBM, Watson, che nel mese di febbraio ha battuto una coppia di campioni umani del famoso quiz americano (ndr Il gioco, ricordiamo, consiste nell’arrivare a una domanda partendo dalla risposta), oppure nel nuovo software di Apple, l’assistente personale Siri, che risponde a comandi vocali.

“Queste tecnologie ora possono fare cose che solo pochi anni fa si pensava fossero fuori dalla portata dei computer”, ha detto Brynjolfsson.

Eppure i computer, tendono ad essere ristretti e con una mente fredda e matematica, bravi nei compiti assegnati, ma hanno problemi quando la soluzione richiede intuizione e creatività, caratteristiche esclusivamente umane. Un partnership, asseriscono, è il percorso da seguire per creare lavoro nel futuro.

“Nel campo medico, legge, finanza, commercio al dettaglio, manifattura come anche nella ricerca scientifica” scrivono “la chiave per vincere la gara non è di competere contro le macchine ma di competere con le macchine”

fonte: NYTIMES

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