Posts contrassegnato dai tag ‘empatia’

Traduzione di Denis Gobbi

State cercando un modo per migliorare la vostra felicità, l’autostima e le vostre relazioni interpersonali? Posate subito quel libro di auto-aiuto e tentate di lavorare sul vostro desiderio d’aiutare chi è in condizione di bisogno!

Bonnie M. Le - Università di Toronto, Canada

Bonnie M. Le – Università di Toronto, Canada

Una nuova ricerca proveniente dall’Università di Toronto Missisauga (UTM) mostra che le persone inclini ad aiutare il prossimo sperimentano emozioni positive e benefici sociali che migliorano la loro vita di tutti i giorni.

“Quando si parla di dare aiuto, spesso ci si concentra sulla condizione disinteressata del donatore” parla Bonnie Le, studente PhD del Dipartimento di Psicologia “ma durante il nostro studio noi eravamo curiosi di scoprire se essere una persona generosa e disponibile verso gli altri potesse essere realmente ripagante verso se stessi”.

Le ed il suo team hanno tracciato 232 persone durante durante i loro studi nel corso di un mese. I partecipanti sono stati prima intervistati per determinare la loro “predisposizione” all’aiuto verso il prossimo. Si è scoperto che la media del punteggio in una scala da 1 a 7 è stato di 5, questo ha indicato il fatto che generalmente le persone sono inclini ad aiutare gli altri.

I partecipanti hanno poi completato 3 questionari online a settimana, richiedenti per esempio se avessero provato sensazioni positive quel giorno, se avessero provato amore e soddisfazione nelle relazioni intime con il partner, nelle relazioni con la famiglia, con gli amici e se provassero amore per l’umanità intera nel suo complesso.

“Le persone orientate all’aiuto del prossimo generalmente non si aspettano nulla in cambio, ma i nostri studi suggeriscono che sperimentino comunque diversi benefici indiretti” spiega Le.

Lo studio si trova concorde a precedenti ricerche simili dimostranti che aiutare il prossimo fà sentire bene il donatore. Generalmente chi ha maggiormente queste tendenze vive una vita con una più alta autostima e relazioni di qualità più alta.

Malgrado molte persone siano orientate all’aiutare il prossimo, Le fà notare che l’aiuto non viene offerto come uno scambio diretto. Al contrario il dare e il ricevere aiuto viene regolato dal chi è in uno stato di bisogno.

“Queste persone non hanno una forma mentis – io ti supporto finchè non passerai questo ostacolo/momento così tu mi dovrai qualcosa dopo -” dice Le, “essi sperano di ricevere aiuto anche loro quando ne avranno bisogno, nel frattempo evitano di tenere conto di cosa è dovuto e cosa è stato dato nel corso delle relazioni”.

Le afferma che essere una persona generosa non è necessariamente un sacrificio per la vita personale di un individuo, questi vengono ricompensati con maggiore felicità e legami relazionali più solidi, tutto questo tampona lo stress derivante da queste tendenze.

“Se occorre dare un grosso aiuto a qualcuno, ciò può risultare particolarmente pesante per chi si offre di farlo” spiega Le, “ricompense come emozioni positive, il sentirsi soddisfatti e amati nelle relazioni  aiutano a mantenere e aumentare il proprio senso di benessere durante queste attività. Può addirittura spingere non solo ad aiutare chi ci stà vicino, ma anche dei perfetti sconosciuti.

Credit: Reddy Aprianto, Flickr

Credit: Reddy Aprianto, Flickr

Fonti: Zeitnews

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

Traduzione di Denis Gobbi

Scansioni fMRI (scansioni funzionali a risonanza magnetica) del cervello mostrano le stesse reazioni quando un robot viene minacciato allo stesso modo degli esseri umani

Immagine: Linda Bucklin / Shutterstock

Immagine: Linda Bucklin / Shutterstock

Washington, DC (18 Aprile 2013) – Partendo dal T-101 fino a Data di Star Trek ci si è cominciati a porre l’immaginario dilemma di come e se fosse possibile entrare in empatia con i robot. Questi ultimi stanno infatti realmente irrompendo nelle nostre vite. Giocattoli come i Furbies o i robot che puliscono casa e tagliano l’erba del giardino sono solo l’inizio, ma sul piano umano cosa proviamo per questi oggetti non-senzienti? In un recente studio i ricercatori dell’Università di Duisburg Esse hanno scoperto che gli esseri umani hanno reazioni cerebrali simili quando gli vengono mostrate immagini di violenza o affetto verso esseri umani e robot.

Astrid Rosenthal-von der Pütten, Nicole Krämer e Matthias Brand presenteranno le loro scoperte alla 63° conferenza annuale dell’Associazione Internazionale della Comunicazione a Londra. Rosenthal-von der Pütten, Krämer e Brand hanno condotto due studi. Nel primo 40 volontari hanno guardato video di un piccolo robot-dinosauro trattato affettuasamente o violentemente e misurato il loro livello di tensione psico-fisiologica oltre a porre domande sul loro stato emozionale direttamente dopo la visione. I partecipanti hanno rivelato di sentirsi peggio dopo il video dove il robot veniva abusato, mostrando anche un maggior livello di eccitazione psico-fisiologica.

Il secondo studio è stato condotto invece in collaborazione con l’Istituto di Risonanza Magnetica Erwin L. Hahn di Essen tramite scansioni funzionali a risonanza magnetica (fMRI) per investigare sulle diversità correlazionali tra i rapporti tra esseri umani e quelli umano-robot. Ai 14 partecipanti è stato presentato un video con un essere umano, un robot e un’oggetto inanimato ancora una volta trattati a volte con affetto altre volte invece in maniera violenta. Le interazioni affettuose verso l’essere umano e il robot hanno prodotto modelli di reazioni neuronali simili nelle strutture limbiche, indicanti reazioni emozionali simili. Quando invece sono state comparate le reazioni in merito alle immagini riguardanti comportamenti abusanti nei confronti dei soggetti, le differenze nell’attività neuronale hanno suggerito come i partecipanti provassero un impatto empatico negativo più forte nei confronti dell’essere umano trattato violentemente.

La grande utilità di queste ricerche in ambito di rapporti tra esseri umani e robot sta soprattutto nell’aiuto che daranno allo sviluppo di modelli emozionali da implementare nei sistemi robotici. Questi studi porteranno a test aventi maggiore credibilità e naturalezza, capacità di influenzare positivamente i partecipanti e di divertirli durante le interazioni con i robot. C’è ancora poca conoscenza infatti di come gli esseri umani percepiscano le “emozioni” robotiche e di come reagiscano di conseguenza. Le persone hanno spesso problemi nell’esprimere il loro stato emozionale verbalmente o trovano strano il dover spiegare quello che provano nel relazionarsi con un robot. Lo studio di Rosenthal-von der Pütten e Krämer utilizza sistemi di misurazione più oggettivi riguardo gli stati emozionali come l’eccitazione fisiologica e l’attività cerebrale, processi strettamente legati al processo emozionale.

Rosenthal-von der Pütten afferma:

Uno degli obiettivi della ricerca robotica consiste nello sviluppare compagni artificiali che stabiliscano relazioni durature con la controparte umana, in questo modo possono risultare strumenti utili e benevoli. Potrebbero assistere persone anziane nelle faccende giornaliere e permettergli di vivere più a lungo autonomamente nelle loro case, aiutare le persone disabili nel loro ambiente o ancora mantenere i pazienti impegnati durante il processo di riabilitazione.

e ancora

Uno dei problemi più comuni riguarda il fatto che una tecnologia può essere eccitante inizialmente, ma questo effetto svanisce specialmente quando la si comincia ad applicare a compiti noiosi e ripetitivi come la riabilitazione. Lo sviluppo e l’implementazione di abilità prima ritenute esclusivamente umane nei robot come la teoria della mente, l’emozione e l’empatia vengono considerati come aventi il potenziale per risolvere questo dilemma.

Ricordiamo che Astrid Rosenthal-von der Pütten e Nicole Krämer presenteranno “Inchiesta sull’empatia tra esseri umani e robot utilizzando misure psicofisiologiche e fMRI” alla 63° conferenza annuale dell’Associazione Internazionale della Comunicazione a Londra, Inghilterra, dal 17 al 21 Giugno.

Fonti: Eurekalert, ICA

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

Trascrizione a cura di Daniel Iversen

Capire come il cervello intuisce quello che pensano gli altri serve a Rebecca Saxe per progettare possibili soluzioni a conflitti politici e sociali che sembrano senza speranza

Intervista di Gareth Cook

dalla rivista “Le Scienze“, edizione italiana di “Scientific American

Schermata 02-2456331 alle 18.36.14Vi siete mai fermati a considerare quanto siete bravi a leggere la mente altrui? Se all’improvviso qualcuno nel vostro campo visivo ha un pensiero felice o un attacco di rabbia, non c’è bisogno che qualcuno ve lo dica. Sono cose che sappiamo semplicemente perché le sentiamo. Naturalmente, alla base di questa abilità non c’è nessuna facoltà parapsicologica, ma la lettura di piccoli indizi: una certa piega delle labbra per la gioia, la mascella serrata di chi prova dispetto. Pensate a come un mimo, senza neanche una parola, può evocare un’intera storia, con svariati personaggi, ciascuno con le sue intenzioni, credenze e desideri, grazie alla nostra notevole capacità di immaginare la vita mentale degli altri. 

Schermata 02-2456331 alle 18.36.52

Rebecca Saxe, 33 anni, del Massachusetts Institute of Technology, lavora in un campo di ricerca che mira a capire meglio questa capacità, nota come «teoria della mente». È riuscita stabilire che questa capacità del pensiero è centrata in una regione del cervello, la giunzione temporo-parietale destra. La scoperta ha sorpreso gli esperti di neuroscienze, perché la teoria della mente è una capacità astratta e complicata, del tipo che si sarebbe detto dovesse coinvolgere ampie porzioni della corteccia. E invece, secondo Saxe, proprio questa piccola sezione del cervello, giusto dietro l’orecchio destro, è alla base di buona parte di quello che associamo con l’essere un essere umano: conversazione, amicizia, amore, empatia, moralità. E arte: la teoria della mente è il motivo per cui gli esseri umani scrivono romanzi, e li leggono. Il curriculum di Saxe sottolinea le sue credenziali nelle neuroscienze, ma la si potrebbe classificare altrettanto bene tra i filosofi. Cresciuta nell’Ontario, in Canada, è poi andata a studiare all’Università di Oxford, ancora incerta sulla strada da seguire. Fra gli strumenti di cui si serve oggi ci sono computer e dispositivi di scansione cerebrale, ma le domande sono quelle di sempre. Che collegamento c’è tra la nostra capacità di dedurre quello che pensano gli altri e quei 1300 grammi di materia che chiamiamo il nostro cervello? Qual è il rapporto tra idee ed esperienza?

Il laboratorio di Saxe ha iniziato ricerche di vasta portata su linguaggio, ragionamento morale, autismo, ragionamento causale e sviluppo del cervello. Ma la sua particolare passione è la risoluzione dei conflitti. Insieme al collega Emile Bruneau, la scienziata spera di scoprire perché la nostra teoria della mente è inadeguata quando pensiamo a un nemico, e come la comprensione di questa insufficienza potrebbe servire a guarire le ferite di una società divisa. Le nostre capacità di lettura della mente altrui sono già buone, dice Saxe, ma se potessimo migliorarle anche il mondo sarebbe migliore. Di seguito, alcuni brani della nostra conversazione.

Come è accaduto che la sua passione per la scienza l’ha condotta a studiare il cervello?

Da sempre, per quanto posso ricordare, sono affascinata dall’idea che le cose che per noi contano di più siano fatte a partire da semplici e minuscole parti comprensibili. Da ragazzina mi interessava il modo in cui atomi e molecole costituiscono tutto quello che abbiamo intorno, e quindi volevo studiare chimica. Poi ho iniziato a interessarmi alle parti, chimiche e cellulari,  di cui è fatto il nostro corpo, e volevo fare la biologa.Arrivata ai 16 o 17 anni, la cosa che più mi entusiasmava era il cervello. Da una cellula che manda segnali elettrici a un’altra cellula si può costruire la nostra mente, i nostri pensieri, le nostre esperienze coscienti. A volte si dice che i due problemi fondamentali della scienza sono l’origine dell’universo e la struttura della mente. Di tutti e due ci si può innamorare, e per gli stessi motivi.

Come ha scelto il suo attuale campo di studi nelle neuroscienze?

Uso le neuroscienze per studiare negli esseri umani quello che non si può studiare negli altri animali, cose come linguaggio e moralità. Le parti del nostro cervello che comprendiamo meglio sono quelle che abbiamo in comune con gli animali, e sono principalmente quelle legate ai segnali in entrata e in uscita. Per esempio, come facciamo a dividere e ricomporre una scena in parti chiare e scure, o in tavoli e divani? Il nostro sistema visivo ha molto in comune con quello di gatti e scimmie, e sul modo in cui funziona abbiamo elaborato teorie accettabili. Lo stesso vale per il controllo dei movimenti, che le neuroscienze studiano dalla fine del XIX secolo. Tutto questo è incredibilmente importante, e a volte trovo allettante il fatto di lavorare in qualche area delle neuroscienze che sia già ricca di conoscenze. C’è qualcosa di molto soddisfacente nel conoscere bene un sistema e aumentare queste conoscenze in un programma di ricerca. Ma a sedurmi è stata l’altra strada, quella che porta agli aspetti della mente e del cervello di cui sappiamo meno.

È questo che l’ha spinta a cercare di capire la cosiddetta «teoria della mente»?

Sì, è un problema profondo e fondamentale, e del tutto aperto. Ma l’altra cosa che mi attira della teoria della mente è il fatto che ha tante possibili applicazioni. Ci sono applicazioni cliniche per persone con disturbi della cognizione sociale come autismo e ansia sociale. Molti fra i disturbi dello sviluppo del sistema nervoso che conosciamo di meno hanno aspetti sociali. Per gestire bene la nostra società c’è bisogno di capire in che modo funziona la mente. Dobbiamo capire noi stessi e gli altri, e come pensiamo agli altri. Dobbiamo coordinare le varie società in modo che possano funzionare insieme. E non riusciremo mai a farlo bene se sbagliamo sistematicamente a capire ciò che hanno in mente gli altri. Per esempio, nel mondo si dedicano grandi sforzi alla risoluzione dei conflitti. Ma sono in larga misura basati su teorie della mente puramente intuitive, nozioni di senso comune su come funzionano gli altri, su che cosa può spingerli a cambiare idee e comportamenti, su che cosa provoca conflitti e che cosa li può amplificare.Queste teorie della mente intuitive sono piuttosto buone, come abbastanza buona è la nostra fisica intuitiva, quella che ci consente di colpire al volo una palla da baseball. Ma per alcune applicazioni «piuttosto buona» non basta. Se uno cercasse di andare sulla Luna con la fisica intuitiva, mancherebbe il bersaglio. Nella risoluzione dei conflitti, a volte ho la sensazione che stiamo cercando di andare sulla Luna, e sbagliamo mira.

 Come ha cominciato a lavorare sulla risoluzione dei conflitti?

Quando ho cominciato ad allestire il mio laboratorio, ho ricevuto una e-mail da  Emile Bruneau, dottorando dell’Università del Michigan. Mi diceva che la sua passione era capire in che modo le persone cambiano opinione sugli altri, e in che modo si risolvono i conflitti. Diceva: «Credo che sia un problema profondo, che ha disperatamente bisogno di essere affrontato in termini scientifici, e credo che le neuroscienze possano essere di aiuto. Gli ho risposto dicendo: «Tu sei matto. Quel che proponi probabilmente non è possibile». Dopo aver parlato con lui, però, sono arrivata alla conclusione che era davvero un problema molto importante, e che Bruneau era una persona spinta da una visione del problema. Onestamente, sono cinque anni che stiamo in questo campo e continuo a non sapere quanto, in fin dei conti, si riveleranno utili le neuroscienze. Ma Emile pensa a questi problemi 24 ore su 24, quando è sveglio e quando dorme, che stia lavorando oppure no. Questa è la cosa che lui vuole fare nel mondo, e questo è il genere di persona con la quale si vorrebbe lavorare.

Che cosa possono dare le neuroscienze alla risoluzione dei conflitti?

Pensiamo per esempio al pregiudizio. Ci sono molti motivi per cui le persone ti dicono di non avere pregiudizi. Non vogliono essere prevenuti; e sanno bene che la risposta giusta è dire di non avere pregiudizi. Spesso le persone non sono neppure consapevoli dei propri pregiudizi. Quindi c’è  un problema: come si fa a misurare e modificare una cosa di cui le persone non sono neppure del tutto consapevoli, che non vogliono ammettere e che sono motivate a tenere nascosta? Sarebbe molto meglio se si potesse trovare un modo di misurare cose come i pregiudizi in modo diretto, ed è qui che entrano in gioco le neuroscienze. Se potessimo capire il meccanismo che c’è dietro nel cervello, potremmo misurare i pregiudizi, invece di chiedere alle persone di dirci se ne hanno. Quindi, se potessimo misurare i pregiudizi avremmo un metodo più accurato per mettere alla prova i diversi approcci alla risoluzione dei conflitti. Potremmo semplicemente verificare il livello dei pregiudizi delle persone prima e dopo diversi tipi di intervento, e vedere quale di essi è il migliore. Questi obiettivi sono assai lontani. Ma penso che quello che avviene nei conflitti sia un complesso e insidioso insieme di pregiudizi nel modo in cui una parte considera le emozioni e le motivazioni dell’altra. Ognuna delle due parti pensa che l’altra sia spinta dall’ideologia, non da qualche ragione, o che capisca soltanto il linguaggio della violenza. Questi elementi di teoria della mente sono essenziali, ma relativamente trascurati.

Può spiegare il suo studio su quello che chiama <<dare la propria posizione>>?

Il nostro obiettivo era applicare un approccio scientifico allo studio del dialogo: quello che succede quando due persone delle due parti in conflitto hanno la possibilità di parlare delle proprie delle due parti in conflitto hanno la possibilità di parlare delle proprie vedute e delle proprie esperienze. Molti programmi di risoluzione dei conflitti ontano sul dialogo, ma ci sono pochi studi scientifici che ci dicono se funziona o meno.

La nostra idea è che nel dialogo ci sono due aspetti. In uno si ascolta il punto di vista dell’altro, si riceve la posizione altrui. Nell’altro si è la persona che viene realmente ascoltata: noi diciamo che si dà la propria posizione. In numerosi conflitti, inoltre, uno dei due gruppi è più forte dell’altro. Noi ipotizziamo che gli effetti del dialogo possano non essere simmetrici.

Abbiamo studiato due coppie di parti in conflitto – palestinesi e israeliani, e immigranti messicani e bianchi dell’Arizona – e nell’atteggiamento delle persone del gruppo relativamente meno forte si vedevano positivi miglioramenti solo quando si trovavano nel ruolo di chi dà il suo punto di vista, quando erano loro a spiegare la propria posizione. Per queste persone non c’era nulla di buono nel dovere ascoltare il punto di vista di una persona relativamente dominante. Per il gruppo dominante, invece, i massimi benefici del dialogo venivano dal ricevere il punto di vista dell’altro, dall’ascoltare l’altra parte.

Non vogliamo suggerire che i programmi di dialogo debbano essere completamente asimmetrici, una parte che parla e l’altra che ascolta e basta. Ma è importante capire che parlare e ascoltare possono dare risultati diversi per i diversi gruppi. Ho sentito, per esempio, di uno studio non pubblicato di Philip Hammack, dell’Università della California a Santa Cruz, che riguarda quello che accade nelle conversazioni tra arabi e israeliani. Hammack e colleghi hanno notato che gli israeliani parlano molto di più degli arabi. Se quando parlano gli arabi c’è un beneficio per tutti, come minimo si dovrebbero adottare meccanismi con cui cercare di aumentare la probabilità che lo facciano.

E’ possibile che questa stessa idea valga anche per le reazioni personali ?

Sì, nel senso che nella misura in cui uno nel rapporto è in posizione di forza dovrebbe sforzarsi di mettersi in ascolto, per ottenere nuove informazioni e sentire qual è il punto di vista dell’altro. Per una persona in svantaggio, l’esperienza di essere ascoltata può servire a smontare barriere e sbloccare situazioni negative.

Ci sono altri aspetti di questo lavoro che potrebbero valere a un livello più personale?

Un’altra cosa su cui stiamo lavorando è il modo in cui le persone ragionano sulle argomentazioni con cui non sono d’accordo. L’obiettivo dei programmi di risoluzione dei conflitti non è necessariamente cambiare ciò che pensano le persone. Vogliamo solo che vedano la potenziale validità dell’altra parte.

Vorremmo capire meglio tutto questo: la differenza fra non essere d’accordo su qualcosa per una reazione immediata che dice che è assurda e non esserlo ma capendo da dove arriva.

Certo che oggi questa sembra una questione dall’ordine del giorno, negli Stati Uniti …

Sì, ce ne stiamo occupando adesso. Gli Stati U niti sono arrivati a un punto di particolare faziosità nella loro storia. Ci interessa il modo in cui le persone ragionano sulle argomentazioni – o sulle persone – della parte opposta alla propria riguardo a grandi questioni come l’ambiente e il matrimonio fra omosessuali.

Non stiamo cercando di capire perché le persone siano a favore o contro il matrimonio fra omosessuali. Vogliamo vedere se riusciamo a far loro cambiare idea sul perché qualcun altro possa pensarla diversamente. Tante persone sembrano dire che il solo motivo per cui gli altri possono avere un’opinione diversa dalla loro è che sono immorali, o pazzi. E’ questa sensazione per cui devi essere pazzo se non sei d’accordo con me che potrebbe valere la pena di cambiare, o almeno provarci.

 Teorici della mente

Intervista di Gareth Cook (Le Scienze , 534 febbraio 2013)

 Gareth Cook, premiato con il premio Pulitzer e titolare di una rubrica sul <<Boston Globe>>, dirige la sezione Mind Matters di <<Scientific American>>.

Per approfondire.

Looking for Empathy in a Conflict-Ridden World.

Bjoran K, 18 maggio 201. http://blogs.scientificamerican.com/guest-blog/2011/05/18/looking-for-empathy-in-a-conflict-ridden-world

Live Webcast: Xenophobia – Why Do We Fear Others? Redazione di «Scientific American» (a cura), 31 marzo 2012. www.scientificamerican.com/article.cfm?id=live-webcast-xenophobia

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

Traduzione a cura di Claudio Galbiati e Daniel Iversen

Stan Kuczaj e Lauren Highfill, mentre facevano snorkeling tra alcuni delfini “steno”( Steno bredanensis) al largo delle coste dell’ Hounduras, notarono un gioco affascinante che gli animali facevano tra loro.
Due adulti e un giovane si passavano avanti e indietro un sacchetto di plastica, come per giocare a prenderlo, scrivono i due ricercatori nel numero di ottobre della rivista di ricerca Behavioral and Brain Science.
Quando gli adulti passavano il sacchetto al più giovane, lo facevano con maggior cura rispetto a quando se lo passavano fra loro, rilasciandolo proprio davanti alla bocca del piccolo, in modo che fosse più facile per lui prenderlo.

Dopo anni passati a studiare delfini che giocano, Kuczaj e i suoi colleghi hanno raggiunto alcune conclusioni sorprendenti: i giochi dei delfini mostrano una marcata cooperazione e creatività. I delfini sembrano rendere deliberatamente difficili i loro giochi, cercando di imparare da essi. Alcuni passatempi potrebbero avere un ruolo chiave nello sviluppo culturale e nell’evoluzione, sia tra i delfini che in altre specie, inclusi gli umani.

I giochi “ potrebbero aiutare i giovani animali ad apprendere qual’è il loro posto nelle dinamiche sociali del gruppo” scrive Kuczaj, psicologo dell’ University of South Mississippi a Hattiesburg, con i suoi colleghi in un articolo apparso sul Journal of Comparative Psychology.

“Le innovazioni prodotte durante le interazioni dei giovani animali potrebbero essere importanti fonti per l’evoluzione di tradizioni animali, come per gli adattamenti che potrebbero portare ad individui e specie di maggior successo” essi aggiungono.
I ricercatori basano le loro scoperte su cinque anni di ricerche su un gruppo di 16 delfini  “bottlenose” (Tursiope – Tursiops truncatus ) in cattività e su altri studi occasionali su delfini selvatici.

La teoria dell’evoluzione dice che le specie cambiano gradualmente per via di quelle rare mutazioni che sono utili per un animale al fine di diffondersi tra la popolazione, eventualmente dando origine a nuove specie.
La selezione naturale, il processo in cui solo gli organismi meglio adattati all’ambiente sopravvivono, diffonde questi geni assicurando che gli individui che li posseggono vivano più a lungo, riproducendosi maggiormente.
Molti ricercatori suggeriscono che, in linea con questa teoria, gli animali ereditano una predisposizione al gioco poichè “aiuta gli animali ad acquisire consapevolezza delle proprietà degli oggetti, perfeziona le abilità motorie ed aiuta a riconoscere e manipolare le caratteristiche del (loro) ambiente.” scrive Kuczaj.

Un segno dell’importanza del gioco, aggiungono i ricercatori, è che molti animali giocano a rischio di perdere la vita o gli arti, inclusi i delfini. La ricerca suggerisce inoltre che i giovani delfini rendono i loro giochi il più difficile possibile, per aumentare l’esperienza di apprendimento.

I delfini in cattività “hanno prodotto 317 tipi diversi di comportamenti di gioco, nei cinque anni durante i quali sono stati osservati.” scrivono.
“Una giovane femmina è diventata esperta nel fare bolle mentre nuotava sottosopra sul fondo della vasca e poi inseguiva e mordeva ogni bolla prima che toccasse la superficie” continuano i ricercatori. “Poi essa ha cominciato a rilasciare bolle nuotando sempre più vicino alla superficie, fin quando era troppo vicina per poter prendere ogni singola bolla”.

“Durante tutto questo il numero di bolle rilasciate variava, il risultato finale è che il delfino aveva imparato a produrre un diverso numero di bolle a seconda della profondità, e l’obiettivo apparente era di riuscire a prendere l’ultima bolla prima che toccasse la superficie dell’ acqua”.
“Questa femmina inoltre modificava il suo stile natatorio mentre rilasciava le bolle, una variazione che comprendeva un pinnata veloce. Questo le rese più difficile prendere tutte le bolle che rilasciava, ma insistette con questo comportamento finchè non fu in grado di prenderle quasi tutte.

Curiosamente il delfino non rilasciava mai meno di tre bolle, un numero che riusciva sempre a prendere dopo la pinnata rapida.”
Il delfino avrebbe pututo rendere il suo gioco interessante soffiando più bolle di quante ne potesse facilmente raggiungere e mordere, dicono i ricercatori.

“Queste osservazioni sono solidali con il fatto che il gioco facilita lo sviluppo e il mantenimento di una flessibilità nell’abilità di risolvere i problemi. Se questo è vero, il gioco potrebbe essersi evoluto per aumentare l’abilità di adattamento a nuove situazioni.”

Sebbene delfini di ogni età partecipino ai giochi, la maggior parte dei giochi di nuova invenzione viene dai più giovani, scrive il gruppo, fornendo la prova di un contributo dei giochi alla cultura dei delfini.
Il fatto che gli animali non-umani possano avere una cultura ha acquisito rispèttabilità scientifica solo negli ultimi dieci anni.
Questo profondo cambiamento nell’ atteggiamento è conseguente alla scoperta che gli scimpanzé e altri primati sviluppano  tradizioni locali, quali strategie specifiche nell’ utilizzo di strumenti, e le trasmettono alla loro prole. Queste “tradizioni” sono state trovate anche tra i delfini.

Ora, dice Kuczaj, ciò che è solitamente considerato mero gioco fra bambini potrebbe essere considerato come parte integrante, o come il motore, di una cultura.
“L’abilità di inventare nuovi comportamenti di gioco e l’abilità di imparare dai comportamenti degli altri potrebbe essere relazionata con la creazione e il mantenimento delle tradizioni animali”, scrivono i ricercatori “e, infine, con la sopravvivienza delle specie.”


Fonte:  Word Science

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.