State cercando un modo per migliorare la vostra felicità, l’autostima e le vostre relazioni interpersonali? Posate subito quel libro di auto-aiuto e tentate di lavorare sul vostro desiderio d’aiutare chi è in condizione di bisogno!
Bonnie M. Le – Università di Toronto, Canada
Una nuova ricerca proveniente dall’Università di Toronto Missisauga (UTM) mostra che le persone inclini ad aiutare il prossimo sperimentano emozioni positive e benefici sociali che migliorano la loro vita di tutti i giorni.
“Quando si parla di dare aiuto, spesso ci si concentra sulla condizione disinteressata del donatore” parla Bonnie Le, studente PhD del Dipartimento di Psicologia “ma durante il nostro studio noi eravamo curiosi di scoprire se essere una persona generosa e disponibile verso gli altri potesse essere realmente ripagante verso se stessi”.
Le ed il suo team hanno tracciato 232 persone durante durante i loro studi nel corso di un mese. I partecipanti sono stati prima intervistati per determinare la loro “predisposizione” all’aiuto verso il prossimo. Si è scoperto che la media del punteggio in una scala da 1 a 7 è stato di 5, questo ha indicato il fatto che generalmente le persone sono inclini ad aiutare gli altri.
I partecipanti hanno poi completato 3 questionari online a settimana, richiedenti per esempio se avessero provato sensazioni positive quel giorno, se avessero provato amore e soddisfazione nelle relazioni intime con il partner, nelle relazioni con la famiglia, con gli amici e se provassero amore per l’umanità intera nel suo complesso.
“Le persone orientate all’aiuto del prossimo generalmente non si aspettano nulla in cambio, ma i nostri studi suggeriscono che sperimentino comunque diversi benefici indiretti” spiega Le.
Lo studio si trova concorde a precedenti ricerche simili dimostranti che aiutare il prossimo fà sentire bene il donatore. Generalmente chi ha maggiormente queste tendenze vive una vita con una più alta autostima e relazioni di qualità più alta.
Malgrado molte persone siano orientate all’aiutare il prossimo, Le fà notare che l’aiuto non viene offerto come uno scambio diretto. Al contrario il dare e il ricevere aiuto viene regolato dal chi è in uno stato di bisogno.
“Queste persone non hanno una forma mentis – io ti supporto finchè non passerai questo ostacolo/momento così tu mi dovrai qualcosa dopo -” dice Le, “essi sperano di ricevere aiuto anche loro quando ne avranno bisogno, nel frattempo evitano di tenere conto di cosa è dovuto e cosa è stato dato nel corso delle relazioni”.
Le afferma che essere una persona generosa non è necessariamente un sacrificio per la vita personale di un individuo, questi vengono ricompensati con maggiore felicità e legami relazionali più solidi, tutto questo tampona lo stress derivante da queste tendenze.
“Se occorre dare un grosso aiuto a qualcuno, ciò può risultare particolarmente pesante per chi si offre di farlo” spiega Le, “ricompense come emozioni positive, il sentirsi soddisfatti e amati nelle relazioni aiutano a mantenere e aumentare il proprio senso di benessere durante queste attività. Può addirittura spingere non solo ad aiutare chi ci stà vicino, ma anche dei perfetti sconosciuti.
Dimenticatevi i prati. Il nuovo parco della città sarà pieno di piante commestibili, e tutto, dalle pere alle erbe, sarà prelevabile gratuitamente.
La visione di Seattle di un’oasi alimentare urbana sta andando avanti. Un appezzamento di sette acri di terreno nella città di Beacon Hill a sarà piantato con centinaia di diversi tipi commestibili: noci e castagni, cespugli di mirtilli e lamponi, alberi da frutta, tra cui mele e pere; piante esotiche come ananas, agrumi yuzu, guava, cachi, honeyberry e mirtilli rossi, erbe aromatiche, e altro ancora. Tutto sarà a disposizione di chiunque voglia piluccare aggirandosi nella prima foresta alimentare della città.
“Questo è totalmente innovativo, e non è mai stato fatto prima d’ora in un parco pubblico,” racconta a TakePart Margarett Harrison, architetto-capo paesaggista per il progetto Foresta Alimentare Beacon. La Harrison sta lavorando ora sulla costruzione e sui disegni di permessi e si aspetta di iniziare i lavori questa estate.
Il concetto di foresta alimentare spinge certamente più in là i limiti di agricoltura urbana e si fonda sul concetto di permacultura, il ché significa che sarà perenne e autosufficiente, come una foresta è in natura. Non solo, questa foresta è il primo progetto di permacultura di Seattle su larga scala, ma si crede anche sia il primo del suo genere nella nazione.
“Il concetto significa che consideriamo il suolo, le piante da compagnia, insetti, tutto sarà reciprocamente vantaggioso l’uno per l’altro”, dice la Harrison.
Che il piano sia venuto del tutto alla luce è notevole di per sé. Quello che era iniziato come un progetto di gruppo per un corso di disegno di permacultura è finito come un esempio da manuale di sensibilizzazione della comunità andato bene.
“Gli Amici della Foresta Alimentare hanno intrapreso eroici sforzi di sensibilizzazione per assicurare il sostegno del quartiere. Il team ha inviato oltre 6.000 cartoline in cinque lingue diverse, ha organizzato presentazioni in occasione di eventi e fiere, e pubblicato volantini”, scrive Robert Mellinger per Crosscut.
I suggerimenti del vicinato sono stati così apprezzati dagli organizzatori, hanno anche usato traduttori per aiutare i residenti cinesi ad avere voce in capitolo nella pianificazione.
Quindi, chi potrà raccogliere tutta questa abbondante frutta matura quando sarà il momento?
“Chiunque e tutti”, dice la Harrison. “C’è stata grande discussione su questo. Persone preoccupate, ‘E se qualcuno arriva e si prende tutti i mirtilli?’ Il ché potrebbe benissimo accadere, ma forse qualcuno ha veramente bisogno di quei mirtilli. Noi la vediamo così — se non ci saranno più mirtilli alla fine della stagione, allora significa che abbiamo avuto successo.”
Punto di vista di Lykke E. Andersen, direttrice del Centro per la Modellazione e Analisi Economica e Ambientale (Center for Environmental and Economic Modeling and Analysis – CEEMA) dell’Istituto per gli Studi Avanzati per lo Sviluppo (Advanced Development Studies – INESAD) a La Paz, Bolivia.
Durante gran parte della storia dell’umanità, mediamente il reddito ovunque nel mondo si attestava intorno a 1/2$ al giorno, la crescita era solo marginalmente sopra lo zero, qualcosa come lo 0,033% all’anno fino al 1868,e probabilmente esso fu ancora più basso durante il precedente millennio. Nel secolo che va dal 1868 al 1968 tuttavia, sperimentò una crescita pro-capite 40 volte più rapida salita improvvisamente fino all’1,43% annuo. All’epoca della mia nascita, il reddito pro-capite aveva raggiunto i 10$ al giorno. Durante la mia vita, questo tasso di crescita crebbe ancora fino ad arrivare all’1,96%, portando all’odierno reddito medio pro-capite nel mondo maggiore ai 20$/giorno. I tassi di crescita si sono mantenuti in costante aumento raggiungendo la media del 2,94% durante la prima decade di questo secolo. Questi tassi di crescita non hanno precedenti nella storia della nostra specie.
La grossa domanda è: continuerà questa crescita ad aumentare a questi tassi così alti e forse addirittura in aumento? O lo scatto di crescita sperimentato nel corso degli ultimi 150 anni è solo un’anomalia destinata a fermarsi?
Questa è una domanda incredibilmente importante. Un ipotetico mondo dove la crescita continuerà attorno al 3% annuo per il prossimo paio di secoli apparirà del tutto differente da un mondo dove i tassi di crescita rimarranno stagnanti. In uno scenario di crescita continua arriveremmo ad ottenere un reddito medio di 5000$ al giorno nell’anno 2200 (una ricchezza inimmaginabile) mentre in uno scenario di crescita stagnante arriveremmo intorno ai 40$ al giorno (come l’attuale Portogallo). L’impatto ambientale sarebbe anch’esso molto differente a seconda della strada che imboccheremo.
In un recente documento dell’EMBER, Robert Gordon della “Northwestern University”, illustra come la crescita della produttività , perlomeno negli Stati Uniti, potrebbe decelerare durante il prossimo secolo raggiungendo livelli del tutto trascurabili. Egli fa notare come la crescita sia guidata dalla scoperta e dal susseguente sfruttamento di nuove tecnologie (come l’elettricità, il motore a combustione interna, l’acqua corrente, le reti fognarie e le telecomunicazioni) ma che gli effetti sulla crescita di queste siano limitati e ormai esauriti per la maggior parte. Per esempio egli fa notare che la velocità di viaggio è aumentata a partire da quella dei cavalli fino ad arrivare alla velocità dei jet, ma che non è migliorata ulteriormente negli ultimi 50 anni con la stessa repentinità. Anche se l’ultima rivoluzione informatica ci ha portato una grande varietà di affascinanti dispositivi di intrattenimento e di comunicazione, le ricadute sulla produttività sono state limitate.
Ammetto che gli Stati Uniti appaiono in questo momento leggermente in decadenza, ma il resto del mondo in generale possiede ancora un grande potenziale di crescita, ci sono molte innovazioni rivoluzionarie che porteranno ulteriori spinte a questo processo (nel bene e nel male).
Le innovazioni che occorreranno nei prossimi due secoli sono ovviamente impossibili da predire, ma in questo articolo intendo presentare alcune argomentazioni a favore della continua, se non incrementata, innovazione.
Per cominciare, con la rivoluzione portata dalle telecomunicazioni non tenuta granché in considerazione dal Prof. Gordon, abbiamo praticamente creato uno strumento capace di integrare e rilasciare il potenziale intellettuale di alcuni miliardi di persone che prima erano impossibilitate nel contribuire allo sviluppo sia a livello locale che globale. Una delle numerose manifestazioni di questa democratizzazione della conoscenza viene rappresentata dai “TED Talks” ovvero conferenze che hanno come obbiettivo l’incontro tra le menti e le idee più stupefacenti e innovative del pensiero globale. Altre iniziative aventi obbiettivi simili e/o compementari sono Wikipedia, Khan Academy e Coursera, dove ognuno può imparare praticamente di tutto in maniera gratuita. Questa massiccia contaminazione incrociata di idee tra discipline e aree geografiche differenti è destinata a stimolare l’innovazione.
Seconda cosa, la nostra recente acquisizione della capacità di leggere, capire e modificare i geni ci pone ai margini di un’imminente rivoluzione genomica. Anche se esistono sicuramente alcuni problemi etici e pratici da risolvere, avremo presto l’abilità tecnica necessaria a realizzare cure personalizzate per qualsiasi malattia, in grado di triplicare nuovamente la nostra aspettativa di vita ancora una volta. Saremo presto in grado di creare cibi gustosi e nutrienti che non richiedano l’uso di pesticidi e siano in grado di tollerare una larga varietà di condizioni climatiche. Saremo presto in grado di utilizzare colonie di batteri per produrre carburante a partire dal consumo di CO2 (anidride carbonica) e energia solare. Questa rivoluzione porrà una soluzione a due dei nostri più grandi problemi odierni.
Sono convinta che abbiamo ancora un enorme potenziale di crescita, ma penso anche alla necessità di ridefinire il concetto di crescita, non comprendente solamente il mero PIL, ma anche una misura del “vero progresso” che include l’impatto ambientale, l’accumulo del capitale umano, la felicità e molti altri aspetti che al momento vengono lasciati fuori da questa definizione. Forse, la più grande rivoluzione sarà data dal come utilizzeremo questa crescita della produttività che stiamo per sperimentare. Se saremo abbastanza saggi, non la useremo solamente per produrre e consumare ancora più beni creando montagne di rifiuti. Quando diventeremo così produttivi da poter facilmente guadagnare 5000$ al giorno, non ci sarà più bisogno di lavorare 40/50 ore alla settimana. Forse potremo permetterci di lavorare solamente poche ore la mattina e prenderci il resto della giornata per studiare, giocare con gli amici, esplorare mondi virtuali, praticare sport, essere creativi, essere volontari per una buona causa, praticare giardinaggio o fare qualsiasi cosa ci piaccia fare veramente.
Dategli sufficiente tempo, e non vi sarà nulla di altrettanto potente come l’ingegno umano e il potere degli interessi composti.
«La crescita per la crescita è l’ideologia delle cellule del cancro».
Edward Abbey (1927-1989)
File Utili: Foglio Excel utilizzato per i calcoli.
Le “TZM Interviews” sono una nuova forma di dialogo che porta persone proattive, visionarie e stimolanti all’interno del discorso su come il metodo scientifico mirato alle problematiche sociali si applichi alla sostenibilità globale e su come effettivamente cambiare il mondo. Questo mese abbiamo come ospite Federico Pistono, ex coordinatore della sezione italiana del Movimento Zeitgeist, autore, blogger, attivista e altro..
TZM: Ieri stavo proprio pensando alla disoccupazione tecnologica. Cinque anni fa, quando il TZM ha iniziato la propria attività, era molto difficile riscontrare un qualsiasi riferimento a questo problema nel mondo reale; molti potevano dire di non averne mai sentito parlare e in effetti sarebbe potuta sembrare un’idea senza senso. Oggi però abbiamo delle menti brillanti che discutono di questo argomento. Recentemente hai condiviso un video dove Peter Diamandis fa un commento su questo tema. Anche Wired ha scritto un LUNGO articolo subito dopo che hai pubblicato “Robots will Steal Your Job, But That’s OK”. Io penso di poter dire che le cose siano cambiate e che abbiamo introdotto con successo il concetto di disoccupazione tecnologica dentro allo zeitgeist. Forse non siamo ancora a quel punto per quanto riguarda l’obsolescenza programmata o l’economia di stato stazionario, tuttavia penso che questa sia comunque una grande pietra miliare, forse la più importante dopo Occupy Wall Street. Che cose ne pensi? Stiamo mirando al mainstream oppure ci dovremmo preoccupare di organizzare quelli che già sono a favore del Modello di Economia Basato sulle Risorse? FP: Penso che abbiamo fatto un lavoro incredibile nel diffondere idee non convenzionali come la disoccupazione tecnologica. Solo qualche anno fa ci consideravano dei pazzi a parlare di queste cose, ora, invece, è sotto i riflettori, e presto tutti quanti si prenderanno il merito di aver pensato a ciò con largo anticipo. Questo è un bene: le idee si spargono, la società si evolve. E’ un processo, molto ben definito e con passi molto chiari e ben identificabili da fare nel mezzo; ci vuole solo del tempo, ma alla fine è inevitabile. E’ una inevitabile conseguenza dell’essere curiosi per il fatto che abbiamo sviluppato l’abilità di manipolare strumenti, trascendendo i nostri limiti biologici, e che abbiamo sviluppato un linguaggio con il quale possiamo diffondere idee alla velocità della luce.
Penso sia solo l’inizio di una espansione esponenziale dello sviluppo umano. Come illustra Steven Pinker nella sua monumentale opera “The Better Angels of Our Nature: Why Violence Has Decline“, la violenza, la povertà, le morti e le torture sono in costante calo dall’inizio della storia umana, e il 2012 è stato l’anno più pacifico di tutti.
La tortura e l’esecuzione pubblica una volta erano strumenti di potere e di intrattenimento popolare, ora esistono solo in segreto e si nascondono dietro eufemismi politici. Le punizioni capitali e corporali sono state eliminate nella gran parte del mondo, e la schiavitù è stata abolita. Il tasso di omicidi stanno calando dappertutto (in particolare tra gli aristocratici inglesi 1330-1829). I tassi di omicidio erano più alte per percentuale di popolazione tra le società apparentemente pacifiche e cooperative di cacciatori-raccoglitori, come per esempio la comunità degli Inuit nell’ Artico, i Kung del Kalahari o i Semai della Malesia, rispetto agli Stati Uniti dal grilletto-facile nei loro decenni più violenti. La lista continua: lo stupro, l’infanticidio, l’aggressività, i linciaggi, la pulizia etnica, la vendetta, la psicopatologia, il genocidio, il sadismo, la crudeltà verso gli animali, le ideologie omicide, quasi tutto ciò che è male è in declino, come percentuale, nella popolazione. Pinker sostiene che il declino della violenza può essere lo sviluppo più significativo e nello stesso tempo il meno apprezzato nella storia della nostra specie.”
Perché allora abbiamo questa percezione distorta del mondo come un posto orribile in cui vivere, dove la violenza e la povertà stanno crescendo, e dove le cose in generale stanno andando veramente male? Peter Diamandis ne fa un buon punto nel suo libro “Abundance: The Future is Better Than You Think“, dove spiega che i media ci nutrono preferibilmente di storie negative visto che è ciò a cui i nostri cervelli prestano attenzione. C’è una buona ragione per fare ciò: ogni secondo di ogni giorno i nostri sensi ci portano troppi dati per essere processati dai nostri cervelli. E visto che (nella maggior parte dei casi) niente è più importante del sopravvivere, la prima tappa per tutti questi dati è un antico frammento del lobo temporale chiamato amigdala. L’amigdala è il nostro primo rilevatore rapido d’allarme, il nostro rilevatore di pericolo. Ordina e scandaglia, passa al setaccio tutte le informazioni, controllando se c’è qualcosa nell’ ambiente che potrebbe farci del male. Quindi, date dozzine di notizie, daremo la priorità a quelle che sembrano negative. E quel vecchio detto giornalistico “Se c’è del sangue, vende”, è molto vero. Quindi, dati tutti i dispositivi digitali che ci portano tutte queste notizie negative sette giorni su sette, 24 ore al giorno, non c’è da meravigliarsi se siamo pessimisti. Non c’è da stupirsi insomma se le persone pensano che il mondo stia diventando un posto peggiore.
Ci sono anche, ovviamente, le più grandi minacce che abbiamo mai dovuto affrontare come specie – degradazione ambientale, cambiamento climatico dilagante e una possibile perdita completa di libertà per via di questa forbice a doppio tagliato chiamata “Internet”. Julian Assange ha scritto un articolo interessante chiamato “The internet is a threat to human civilization” (Internet è una minaccia per la civiltà umana) , un estratto del suo libro “Cypherpunks: Freedom and the Future of the Internet” – dove dice che “dal momento che gli stati si fondono con Internet e il futuro della nostra civiltà diventa il futuro di internet, abbiamo da ridefinire i nostri rapporti di forza. Se non lo facciamo, la globalità di Internet unirà l’umanità globale in una rete gigante di sorveglianza di massa e controllo”
Queste minacce sono reali e non sono da prendere alla leggera. Infatti penso che il nostro atteggiamento verso questi problemi e il livello di coinvolgimento che decidiamo di prendere su questi temi, definiscano come sarà il futuro prossimo.
Per questa ragione ho deciso di scrivere un nuovo libro (è quasi finito). Si tratta di un racconto fantascientifico intitolato “A tale of two futures” (Storia di due futuri), e racconta di un giorno normale, nella vita quotidiana, in due futuri diversi: uno in cui le cose sono andate terribilmente male e l’altro dove tutto è andato magnificamente bene. E’ un modo di rispondere alle domande che mi ha fatto la maggior parte delle persone che hanno visto il mio TEDxTalk o che hanno letto il mio libro “Robots Will Steal Your Job, But That’s OK“, ossia: come sarà il futuro che descrivi? E la risposta è: dipende. Il futuro, o sarà bello oltre ogni immaginazione, oppure sarà terrificante, molto peggio di ciò a cui la filmografia fantascientifica ci ha preparati. La differenza tra i due futuri sta nelle scelte che facciamo. Molti pensano che il mondo sia troppo grande, troppo immenso per far si che un individuo possa avere un impatto, perché qualsiasi cosa noi facciamo è soltanto una goccia nell’oceano. Ma cos’è un oceano, se non una moltitudine di gocce ?
Andare avanti con inerzia – mantenendo le cose come sono – non ci porterà niente di buono. Infatti penso che le cose potranno andare molto male se non agiamo e non decidiamo di prendere il controllo sulle nostre vite, e non facciamo in modo di mantenere la libertà per la quale i nostri antenati in passato hanno combattuto con tanta veemenza e passione. Penso che sia nostra responsabilità morale, verso di loro, verso i nostri bambini e verso noi stessi.
TZM: Negli ultimi anni di lavoro abbiamo visto numerosi progetti che hanno cercato di “cambiare le cose”, il che è molto difficile da fare, e forse questo è proprio il motivo per cui non prestiamo attenzione a queste iniziative: per un lungo periodo di tempo rimangono solo progetti. Ho visto approcci diversi di qualche attivista di successo che invece di cercare di cambiare le cose, cerca, come te, di cambiare le idee e questo per me ha un senso, visto che le idee sono informazioni e sono potenti come il DNA lo è in ogni cosa vivente sulla Terra (forse anche fuori dal nostro pianeta), e penso che questo dovrebbe essere accompagnato da un pò di fiducia nel modo e come la società si organizza quando raggiunge un certo livello culturale. Questo è ciò che potremmo chiamare Evoluzione Sociale. Come può una singola persona accelerarla? Dovremmo fidarci di come le persone si organizzano autonomamente o dovremmo cercare di organizzare le loro attività in un itinerario specifico, che potremmo chiamare “piano per la transizione” ?
FP: E’ una questione molto complessa e penso che nessuno sappia qual è la vera risposta. Forse non c’è nessuna cosa che singolarmente è la migliore da fare, dovremmo invece guardare all’ evidenza e fidarci del metodo scientifico, anche – o dovrei dire, in particolare – per questo. Proviamo cose diverse, vediamo che cosa funziona e che cosa no, e in che condizioni. Prendiamo note, documentiamoci, raccogliamo dati, dobbiamo essere il più completi possibile ed essere preparati a dimostrare di aver preso una direzione sbagliata e cambiare in qualsiasi momento. Penso che sia la forza della scienza rispetto alla filosofia o alla politica: non è basata su ideologie, non ha, o non dovrebbe avere, pregiudizi, ma si concentra invece sull’ evidenza.
Penso che emergerà qualche livello di auto-organizzazione, come inevitabile conseguenza dell’efficienza dei sistemi auto-stabilizzanti, su idee condivise e cooperazioni. E’ anche vero che molte persone – in particolare modo quelli che non sono ben istruiti – preferiscono che gli venga detto che cosa fare, invece di scoprire che cos’è meglio da soli. E’ più facile, e necessita di meno sforzo cognitivo, anche perché in questo modo si delega la propria responsabilità d’azione alla persona che ti ha dato l’ordine, piuttosto che riconoscere te stesso come parte attiva.
Probabilmente abbiamo bisogno di entrambe, a diversi gradi.
Mi è piaciuta molto la serie “The Foundation” di Isaac Asimov, ha avuto un grande impatto sul modo in cui vedo la società e le fasi di evoluzione sociale che l’umanità attraversa. Ogni stadio dell’evoluzione umana è stato caratterizzato da una tecnologia. Siamo partiti con la religione – una delle forme di tecnologia più antiche – siamo poi passati al commercio. Ora ci stiamo muovendo verso l’open source, la collaborazione, e la mente di gruppo. Siamo solo all’inizio di questa transizione, ma sta avvenendo a una velocità esponenzialmente più rapida delle altre. Nessuno sa quanto ci vorrà, e nessuno riuscirà ad immaginare che cosa verrà dopo.
E’ eccitante
TZM: Stavo proprio leggendo “Future Perfect” di Steven Johnson, dove l’autore fornisce diversi esempi su come la società e le reti peer stanno pian piano trasformando alcune strutture in processi trasparenti, e crowd-sourced. Stiamo rendendo la nostra società open source?
FP: La risposta in una sola parola: “SI” . La risposta in due parole: “CAZZO SI !” . Nel mio libro ho scritto:
L’Open Source non è solo software. E’ filosofia. E’ l’ idea che la condivisione sia meglio della segretezza, è la prova che la cooperazione sia più efficace della concorrenza spietata; e che, rendendo pubblici e liberi i progetti, si accelera lo sviluppo della scienza, della cultura, le arti, e tutto ciò che è positivo. E’ forse l’esempio più eclatante di tutte le conquiste umane, la luce nel tunnel delle nostre cupe idiosincrasie, un trionfo di trascendenza dalla nostra condizione primitiva. E’ ciò che mi da la speranza per il futuro dell’umanità, la ragione per cui penso che possiamo eludere il percorso di auto-distruzione, e di andare avanti come specie.
Negli ultimi 30 anni la filosofia Open Source ha pervaso ogni aspetto delle nostre vite, e tutto ciò che ha toccato è diventato migliore. Si tratta di una forza inconcepibile, che ispira milioni di persone a creare un cambiamento positivo nel mondo. Quello che è iniziato come un “semplice software” si è spostato virtualmente in ogni campo della scienza, delle arti, e anche nella cultura in generale.
Abbiamo open-hardware (es, Arduino, una piattaforma microcontroller per hobbisti, artisti e progettisti), bibite open (Open Cola e Open Beer!), libri open, film open, robotica open, design open, giornalismo open e addirittura esperimenti di governo open.
Il pioniere dell’Open Source e padre di Linux, Linus Torvalds, ha detto:
“Il futuro è rendere tutto Open Source.”
Il mio consiglio è di supportare più che potete i grandi progetti Open Source che sono fondamentali per lo sviluppo dell’umanità, come Wikipedia, Creative Commons, la Electronic Frontier Foundation, come anche molti piccoli progetti di vostro interesse.
Qualunque cosa doniate funzionerà, 50, 20 o anche 1 euro possono fare la differenza. Non aiuterà soltanto il creatore e la comunità in generale, ma anche voi stessi direttamente. Se potete ridurre la vostra dipendenza dal denaro utilizzando qualcosa che è stato creato attraverso un progetto Open Source, che tu hai aiutato co-finanziando, vi trovate ad un ottimo punto. Una volta che qualcosa diventa Open Source è disponibile per tutto il genere umano, per sempre. E’ una situazione di sola vincita.
Insieme possiamo iniziare la transizione verso una società di apertura che beneficia tutti, invece di approdare in una di segretezza che serve solo i più potenti. L’autore Clay Shirky ha sottolineato che Wikipedia rappresenta 100 milioni di ore di accumulo di pensiero umano. Con 100 milioni di ore di pensiero e di collaborazione siamo riusciti a creare l’enciclopedia più grande di tutti i tempi, “un mondo in cui a ogni persona sul pianeta è dato libero accesso alla somma di tutta la conoscenza umana. Questo è quello che stiamo facendo”. Confrontatelo con il guardare la televisione. Vengono guardate, ogni anno, duecento miliardi di ore di televisione solamente negli Stati Uniti. Mettiamola in altre parole, abbiamo 2000 progetti Wikipedia per ogni anno speso a guardare la televisione, e 100 milioni di ore (1 progetto wikipedia) ogni fine settimana, basta guardare gli annunci.
Pensate solo a cosa potremmo realizzare se fossimo capaci di catturare anche solo una piccola frazione di quel tempo e usarlo per qualcosa di utile. Le possibilità sono infinite, insieme possiamo creare un mondo veramente meraviglioso.
E, infatti, è già iniziato.
E’ necessario adottare l’idea dei peer network – che hanno funzionato così bene con il software, l’hardware e con i lavori artistici – anche nella sfera della politica, dell’educazione, e per la gestione della società in generale. Penso sia il passo naturale della nostra evoluzione culturale.
Non so esattamente cosa farò prossimamente, sono però sicuro che ha a che fare con una massiccia collaborazione online, con l’apprendimento, e con qualunque cosa possa dare una forma migliore al futuro.
Sono eccitato nel vedere cosa avverrà, e voglio giocare un ruolo nella sua realizzazione. Ahimè, non sono altro che una goccia nell’oceano.
La vera domanda è: cosa farai tu ?
TZM: Parlando di che cosa siamo in grado di fare sia da individui che come società globale, io vorrei che parlassi dell’arte e della scienza, e, visto che entrambi sono stati fattori di cambiamento, sono veramente due cose diverse e separate l’una dall’altra? Riesci a vedere qualche strana connessione tra arte e scienza?
FP: Dal mio punto di vista, Arte e Scienza sono davvero interdipendenti, in un loop di feedback senza fine. La scienza in qualche modo è l’arte di creare un senso al mondo e creare cose che servono (o che sono semplicemente fighe). L’arte è l’espressione della trascendenza, e ha profondamente influenzato la scienza fin dall’inizio dei tempi. I primi disegni nelle caverne erano i primi nostri tentativi di raccontare storie. Erano utili ed erano una scienza – sia pure primitiva – visto che mostravano agli altri come andava a finire una tattica di caccia e le persone potevano capire la logica che c’era dietro, replicarla e adattarla. Erano però anche arte, uno dei nostri primi tentativi. Vedi, fin dall’inizio delle nostre origini (le prime di queste pitture risalgono a circa 40.000 anni fa nella grotta di El Castillo in Cantabria, Spagna) abbiamo avuto questa inseparabile dualità. L’arte e la scienza si sono sviluppate insieme e hanno, da allora, un’incredibile influenza l’una sull’altra.
Jules Verne è stato pioniere della fantascienza in Europa, scrivendo nel 1863 il suo racconto “Paris in the Twentieth Century” (Parigi nel XX Secolo) con i grattacieli di vetro, treni ad alta velocità, automobili alimentate a gas, computer e rete mondiale di comunicazione.
Ai tempi, ciò di cui parlava Verne era impensabile, ma eccoci qui, con tutto questo e molto di più. Anche se, a ben vedere, Verne non è venuto fuori dal nulla con queste idee. Anche esse sono state influenzate da quello che la scienza di quel tempo ha creato. Quello che fece Verne era di trascendere questa condizione nella sua mente, metterla in un’opera d’arte, che a sua volta ha ispirato fisici, ingegneri, architetti e informatici per creare il mondo in cui viviamo oggi.
Se dovessi cercare un’immagine per questo, direi che la scienza e l’arte sono come due persone che si tengono per mano, tirandosi l’un l’altro in grandi oscillazioni, in una sorta di danza infinita dell’evoluzione umana.
TZM: Hey, a proposito! Ora sembra che queste due persone stiano andando più veloci che mai, dato l’impatto di Internet, oggi è più facile per tutti imparare qualcosa sulle scienze e anche sviluppare l’arte. Abbiamo anche, come hai detto, molto più tempo libero e le persone possono integrare entrambi in un modo migliore. Che impatto avrà questo sul mondo?
FP: Qui si parla della crescita esponenziale della tecnologia. Siamo in grado di sfruttare tale insondabile espansione per portarci avanti di intere generazioni, cosa che non avremmo potuto fare con un’evoluzione lineare del pensiero. Stiamo democratizzando l’informazione e accedendo ad essa sempre più velocemente, e sempre a una maggiore velocità. E, in fin dei conti, tutto è informazione. E lo dico piuttosto letteralmente.
La tastiera sulla quale sto scrivendo ora è in definitiva “informazioni”. E così è il laptop, il tavolo, e lo stesso per tutto il resto, inclusi tu e io. L’informazione è il concetto più basilare della fisica, e tutto quello che esiste nell’universo è, nella sua vera essenza, informazione. Infatti, il Principio Olografico ci dice che l’intero universo può essere visto come informazioni a due dimensioni “disegnata” sull’orizzonte cosmologico, e, secondo la fisica digitale, l’universo alla base è descrivibile da informazioni ed è quindi computerizzabile. Quindi alla fine l’universo può essere visto come l’output di un programma informatico, un vasto dispositivo di calcolo, o matematicamente isomorfo a tale modello. Mentre alcune di queste teorie sono ancora speculative, dovrebbe essere notato che l’informazione (classica, quantistica o entrambe) è alla base stessa di ogni sistema con cui abbiamo a che fare.
Alla fine, il cibo che mangiamo, i vestiti che indossiamo, i corsi che studiamo, le case in cui viviamo e anche le medicine che prendiamo o i processi che rendono i nostri corpi immuni ai virus, ai patogeni e alle malattie; diventeranno sostanzialmente liberi, accessibili da tutti, dappertutto. E questo è possibile grazie alla convergenza di tre condizioni: le tecnologie, la visione e la passione che le persone mettono creando queste tecnologie e seguendo la visione.
Penso che sia un passo inevitabile della nostra evoluzione come specie. La domanda è: quanto ci vorrà, quante persone soffriranno e moriranno nel frattempo e che cosa possiamo fare per accelerare questo processo minimizzando la sofferenza e massimizzando la grandiosità che creiamo collettivamente?
E’ molto difficile da dire, ma io ho detto la mia nei libri che ho scritto, i quali, ancora una volta, sono una combinazione di arte e scienza. Infatti “Robots will steal your job, but that’s OK” è un libro molto tecnico, un lavoro di non fiction. Ha acceso l’interesse e l’attenzione di centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo e come conseguenza mi sono state fatte molte domande. Ho scoperto però che il modo migliore per rispondere a tutte queste domande era di scrivere un libro di arte, una storia fantascientifica; visto che a volte, più di un preciso set di informazioni, abbiamo bisogno di essere ispirati, di sognare di essere in uno scenario plausibile, per guardare oltre e far si che questo futuro accada.
Un nuovo studio pubblicato lo scorso mese sul giornale “Nature” dimostra che gli umani sono per natura generosi, cooperativi e pacifici. Questo studio si aggiunge alle innumerevoli prove contro l’idea errata che la popolazione ha rispetto al fatto che la corruzione sia un tratto della natura umana.
Attraverso dei giochi economici, gli scienziati hanno osservato in dieci esperimenti, che nelle decisioni più istintive e veloci da prendere, risulta una maggiore cooperazione e generosità; mentre nelle più lente, si segnala una diminuzione nella cooperazione e nella generosità. La conclusione è che la reazione spontanea è di essere gentili, generosi e cooperativi, e solo dopo un esame più approfondito gli esseri umani diventano avidi o violenti. Dallo studio:
“Per spiegare questi risultati, sosteniamo che la cooperazione abbia un carattere intuitivo perché è sviluppata nella vita quotidiana, in cui generalmente risulta essere vantaggiosa. Abbiamo dunque convalidato le previsioni generate da questo meccanismo proposto. I nostri risultati dimostrano un’evidenza convergente: l’intuizione sostiene la cooperazione nei dilemmi sociali, la riflessione invece può minare a questi impulsi di cooperazione. “
Di questi tempi ogni studio scientifico dovrebbe essere sempre preso con molta cautela, perché siamo indubbiamente in un’epoca in cui la scienza ha uno stile sovietico, dove gli enti statali e aziendali si servono della comunità scientifica per proiettare una particolare visione del mondo nella coscienza comune. Questo è il motivo per il quale è importante sempre cercare le fonti di finanziamento e informarsi sui diversi modi di fare ricerca. Tuttavia, questo studio particolare è solo una delle numerose proposte avanzate dalla comunità scientifica negli ultimi decenni, che afferma con sicurezza che la corruzione non ha niente a che vedere con la natura umana, come invece sostiene la concezione popolare.
La prima volta che è stato portato questo problema alla comunità scientifica è stato nel 1986, quando gli scienziati di tutto il mondo si sono riuniti per discutere le prove psicologiche e biologiche, dimostrando che la natura umana non è una scusa per un comportamento violento. I risultati rilasciati in seguito sono conosciuti come “La Dichiarazione di Siviglia“.
Questa Dichiarazione si fonda su 5 proposizioni:
1. “E’ scientificamente scorretto dire che abbiamo ereditato la tendenza a scatenare guerre dai nostri antenati animali.”
2. “E’ scientificamente scorretto dire che la guerra o qualsiasi altro comportamento violento è geneticamente programmato nella natura umana.”
3. “E’ scientificamente scorretto dire che nel corso dell’evoluzione umana vi è stata una selezione del comportamento aggressivo più che per altri tipi di comportamento.”
4. “E’ scientificamente scorretto dire che gli esseri umani hanno un ‘cervello violento’.”
5. “E’ scientificamente scorretto dire che la guerra è causata dall’’istinto’ o da qualsiasi motivazione simile.”
Dalla Dichiarazione di Siviglia ci sono stati molti altri studi che hanno riconfermato le proposte avanzate. Proprio lo scorso febbraio un nuovo studio, condotto da un biologo di nome Frans de Waal, ha dimostrato che gli animali sono per naturainclini alla cooperazione, quando si trovano nelle giuste circostanze.
Come ho discusso nell’articolo “Human Nature a Self Fulfilling Prophecy”, le azioni che la gente compie oggi, e le azioni che sono state effettuate nel corso della storia, sono il risultato di fattori ambientali, così come i traumi psicologici e la manipolazione non possono essere associati alla “natura umana”. Associare la violenza che vediamo intorno a noi alla natura umana, equivale a non ammettere che c’è un problema, impedendo così che ogni progresso sia effettuato verso la pace. Se si pensa che gli esseri umani sono creature pericolose e violente, allora alcuni di noi si sentiranno in dovere di giustificare il comportamento malevolo considerando come causa la natura umana, invece di condannare tale comportamento, come dovremmo.
Se attualmente condannassimo questo comportamento invece di trovare giustificazioni vuote, si ridurrebbe senza dubbio drasticamente il livello di violenza su questo pianeta. Individualmente, e come specie, potremmo andare tanto lontano quanto ci porterà la nostra immaginazione. Siamo capaci di fare tutto ciò che immaginiamo, e se tutto ciò che immaginiamo è violenza, sottomissione e dominio, allora questo è tutto ciò che riusciremo ad ottenere.