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Traduzione a cura di Daniel Iversen

 

Lo scultore e modellista francese, Gael Langevin, ha un progetto che sarebbe felice di condividere con altri aventi lo stesso entusiasmo nell’incanalare la propria immaginazione nella stampa 3D. Dall’anno scorso è stato impegnato alla scrupolosa progettazione tecnica e al design di un robot umanoide chiamato InMoov, che è stato ideato per essere stampato in 3D e fatto animare seguendo le istruzioni dello stesso produttore.

Nel suo blog ha fatto sapere al mondo che avrebbe dovuto riprogettarlo e stamparlo ancora un paio di volte prima di ottenere InMoov proprio come lo voleva. “Il mio secondo progetto era troppo grande per entrare in una intervallo di grandezza umano”.

Attualmente è riuscito a creare un robot umanoide con una testa, un torso e mani mobili, che può rispondere a comandi vocali. Non è per niente carino, affettuoso o abbracciabile. Fisicamente, per qualcuno, può virare attraverso un “Uncanny Valley“. Ciò nonostante il suo obiettivo non è quello di renderlo carino, ma piuttosto di mostrare quello che possono fare la stampa 3D e dei materiali già pronti e aiutare altri a fare lo stesso.

Ha iniziato creando la mano destra, progettato in Blender e stampato con una 3D Touch. Dopo diverse ripetizioni è stata aggiunta una spalla, una testa, un cervello e i comandi vocali. Ha condiviso i dettagli su Thingiverse, un sito dove uno può condividere progetti digitali, e proprio come Langevin, al team del sito piace dare supporto ad altri nel costruire oggetti.

“Le parti del corpo possono venire stampanti, ma si devono aggiungere le componenti meccaniche ed elettroniche come cavi, SERVOS e Arduino per far si che l’aggeggio funzioni” dice.

La lista dei componenti elettronici include Arduino uno x2; MG995 / HK2598 Servo x12; Servo Hitec HS805BB  x8; -0.8mm filo di nylon (bava da pesca); bulloni vari; 3 kg di filamento naturale in ABS (in vari colori) e batterie e caricatore da 6V 44A.

Alcuni suoi punti di riferimento per gli appassionati, per esempio, sono i suoi suggerimenti su come sostituire i filetti delle viti stampate con attuatori lineari, per ottenere miglior forza e precisione. “Per questo progetto cerco tuttavia di gestire il mio portafoglio” dice “e so che molti di voi siete nella mia stessa situazione. Quindi, se avete un grosso portafoglio, queste parti le potrete sostituire con facilità. Ho fatto gli spazi e ho aggiunto dei fori di fissaggio per renderlo adattabile.

Ha aggiunto che “lavorare per Factices Ateliers come scultore e modellista nel mondo reale, è il mio contribuito per il mondo 3D Open Source”

 

Fonti: PhysOrg , InMoov , ThingiVerse , Canale YouTube

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Traduzione a cura di Daniel Iversen

L’architetto olandese Janjaap Ruijssenaars dall’Universe Architecture ad Amsterdam ha progettato un edificio di un unico pezzo che verrà costruito con una stampante 3D e spera che il “Landscape House”, come l’ha chiamato, potrà essere stampato entro l’anno 2014.

Una superficie ripiegata in un band möbius senza fine. I pavimenti si trasformano in soffitti, all’interno e all’esterno. La produzione sarà affidata a innovative tecniche di stampa 3D. Architettura di continuità con una serie infinita di applicabilità.

Ruijssenaars collabora allo sviluppo di questo progetto con il matematico e l’artista Rinus Roelofs, usando la tecnologia della stampa 3D. L’idea è quella di stampare l’edificio in pezzi e poi metterli insieme per formarne uno unico. Ci vorrà un anno e mezzo per completare il progetto.

(Images: Universe Architecture)

Ruijssenaars prevede di stampare ogni pezzo delle dimensioni di 6 x 9 metri usando una enorme stampante 3D chiamata D-Shape. Progettata dall’inventore italiano Enrico Dini, la D-Shape è potenzialmente in grado di stampare un edificio a due piani usando sottili strati di sabbia e un legante inorganico per la costruzione. Il risultato sarà abbastanza resistente ?

Ruijssenaars dice che Dini ha consigliato di stampare solo la forma, dopodichè i “contorni” dell’edificio verrano riempiti con del calcestruzzo rinforzato per ottenere la resistenza desiderata.

Insieme ad un azienda olandese, Ruijssenaars sta lavorando con Dini per realizzare questa idea.
“Sarà il primo edificio stampato 3D al mondo. Spero che possa venire aperto al pubblico una volta finito” dice Ruijssenaars.

La casa panoramica è stata sviluppata per aderire ad Europan, un concorso europeo per giovani progettisti dello spazio che viene organizzato ogni due anni in quindici paesi. Nel loro insieme, in media, questi paesi creano 50 siti reali disponibili per giovani progettisti per lo sviluppo di un piano.

La casa panoramica sarà un panorama nel paesaggio. “Era una casa in Irlanda”, dice Janjaap Ruijssenaars. “La posizione sulla costa è così bella che vogliamo che il progetto rifletta la natura. I paesaggi sono senza fine e la nostra domanda era se eravamo capaci di progettare qualcosa senza inizio né fine”. L’architetto ha avuto fama mondiale con il suo design di un letto fluttuante, che è stato letto la “Miglior invenzione del 2006″ dal Time Magazine.

 

Fonte: Robotswillstealyourjob

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Traduzione a cura di Denis Gobbi

Punto di vista di Leo Gesvantner: ricercatore.

I miei interessi attuali ruotano principalmente attorno all’attivismo sociale. I miei articoli e conferenze sono stati temporaneamente messi in disparte, a causa del mio lavoro che coinvolge il Progetto Shedfarm, un progetto comunitario di agricoltura che ho sviluppato negli ultimi mesi. Come attivista, la mia attenzione tende a coinvolgere la scienza, la tecnologia, le arti e le capacità dell’umanità ed usarle per il bene di tutti. I miei articoli, conferenze e progetti personali riflettono fortemente tutto ciò.

Il picco del petrolio è la maggiore (e giustificatamente) preoccupazione a cui mi è capitato di pensare più e più volte negli ultimi tempi. Per quelli non familiari a questo tema, il picco del petrolio è quel punto dove la produzione di petrolio raggiunge un “picco” e comincia poi costantemente a declinare, portando alla fine ad uno scenario dove l’energia richiesta per estrarne di nuovo è maggiore di quella effettivamente contenuta nella quantità che ne viene estratta — giunti a questo punto, semplicemente il continuare a produrre petrolio accellera l’esaurimento delle riserve d’energia ancora più velocemente.  Fortunatamente, solamente grazie alle capacità scientifiche ed ingegneristiche degli esseri umani, questo scenario non si manifesterà mai.

Peak Oil

Peak Oil

Gli Stati Uniti sono, di gran lunga, i più grandi consumatori di petrolio —  consumiamo tanto petrolio quanto tutte e 5 le nazioni insieme che ci seguono nella classifica ed il 40% in più dell’intera Unione Europea. La maggior parte del petrolio (come tutti gli altri combustibili fossili) vengono impiegati nei trasporti, nella produzione di energia, nell’industria petrolchimica — altri maggiori consumatori di petrolio sono l’industria manifatturiera, quella metalmeccanica pesante e gli impianti di  riscaldamento per edifici residenziali e commerciali, comunque questi ultimi sono facilmente rimpiazzati da sistemi che funzionano direttamente ad elettricità (1) (2) (3). Così è mia opinione dire che il maggiore impiego di combustibili fossili sia dato dai trasporti (e attualmente ci sono troppe auto, camion, moto, treni, aerei, navi, ecc da sostituire facilmente o rapidamente con veicoli elettrici, così com’è anche per quanto riguarda gli usi produttivi e di riscaldamento) che dal riscaldamento dell’acqua per produrre vapore e la lavorazione di vari idrocarburi diversi per produrre vari materiali plastici, gomma sintetica, coloranti, vernici etc…

Generare elettricità è ormai obsoleto e non necessario da anni. La maggiore e abbondante sorgente di energia pultita e rinnovabile è quella solare, geotermica e eolica, con rispettivamente ~ 35.000 , ~ 1400 e ~ 15 volte la quantità di energia elettrica consumata a livello mondiale nel 2008. Un sistema globale, decentralizzato, di reti intelligenti di energia – incluse anche fonti come l’idroelettrico e la fusione, quando diventerà disponibile – e contemporaneamente lo sviluppo di migliori ed efficienti sistemi elettrici a basso consumo energetico si tradurranno in una società che produce molta più energia elettrica di quella che potrebbe effettivamente utilizzare, il cui problema principale sarà solamente capire come immagazzinarne gli eccessi.

Skytran

I trasporti sono un problema facilmente risolvibile, anche se richiedono una massiccia ristrutturazione delle infrastrutture di trasporto urbane ed extraurbane ed una significativa riduzione della domanda per quanto riguarda il trasporto privato. Fortunatamente, i sistemi più promettenti come l’ET3 e lo Skytran (4)(5)(6), sono entrambi totalmente automatizzati, a propulsione elettrica, super efficienti, veloci e meno dispendiosi da installare e da mantenere rispetto agli attuali sistemi di trasporto di massa, incluse le autostrade, e portano con se il potenziale necessario a permettere ad ogni individuo di viaggiare in qualsiasi posto della terra che ha accesso a questi sistemi con costi inesistenti o comunque molto contenuti per ogni passeggero, riducendo drasticamente il bisogno — e quindi la domanda — di sistemi di trasporto privati inefficienti e inquinanti.

L’ultimo aspetto di cui occuparci è l’industria petrolchimica —  e fortunatamente abbiamo risolto anche questo problema. Gli idrocarburi –  molecole basate totalmente o prevalentemente da atomi di idrogeno e di carbonio – sono fondamentali per la produzione dei materiali più diffusi attualmente utilizzati come plastica, gomma, vernici, adesivi, asfalto, ecc…. Finchè non scopriremo o svilupperemo nuovi materiali in sostituzione di quelli attualmente in uso, sarà di cruciale importanza per la produzione di questi materiali (7)(8)(9)(10)(11). Gli idrocarburi sono tradizionalmente prodotti da processi di raffinazione in appositi impianti ad alta intensità energetica. Tuttavia, un nuovo metodo sviluppato dall’ “Huber Biofuel Research Group” nel dicembre del 2010 potrebbe permettere la produzione di ogni prodotto sintetico da idrocarburi attualmente utilizzato nell’industria petrolchimica “senza modifiche da apportare alle infrastrutture esistenti” (12)(13). (NDR E’ solo uno dei possibili sistemi, un altro potrebbe essere rappresentato dallo sviluppo dell’industria della canapa, ad esempio.)

Sebbene la maggior parte degli interessati alla questione della prospettiva del picco del petrolio sostengano che il picco globale è già stato superato o si sta rapidamente avvicinando –(14) (15) (16) (17), le tecnologie esistenti attualmente, se utilizzate correttamente e al loro pieno potenziale , potrebbero eliminare completamente qualsiasi minaccia globale all’umanità causata dal picco del petrolio.

Fonti: Zeitnews.org

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Fonte: La Repubblica, di Maurizio Ricci

Computer che guidano le automobili. Automi che assemblano gli iPad. Spot pubblicitari con donne create in Rete che sostituiscono le modelle in carne e ossa. È la fabbrica del futuro e rischia disminuire il ruolo dell´uomo nel mondo del lavoro. Le imprese non assumono più: preferiscono utilizzare le macchine.

“Una deriva pericolosa” scrivono gli autori di un fortunato e-book È in atto un processo che favorirà i detentori di capitale ai danni dei salariati.

L´informatica ha già eliminato commessi, fattorini centralinisti e contabili. Si calcola che 50 milioni di posti negli Usa potranno essere sostituiti dalla tecnologiaLa conseguenza è che si produrranno beni in modo più efficiente. Ma senza consumatori

Stampanti a tre dimensioni, in grado di fabbricare oggetti su misura. Nanomateriali. Macchine che si aggiustano da sole. Migliaia di robot sulle catene di assemblaggio degli iPad. Tutto gestito da software sempre più sofisticati. La fabbrica del futuro è alle porte. Gli esperti dicono che è la terza rivoluzione industriale, paragonabile per importanza alla macchina a vapore, poi l´elettricità, infine la meccanizzazione dell´agricoltura. Dal fondo della crisi economica in cui ci troviamo, queste notizie epocali non sono quelle di cui sentiamo il bisogno.
Tuttavia, di fronte all´alba di un´era nuova, può starci un brivido di eccitazione. Accompagnato, però, da una domanda inquietante: quando verrà il nuovo giorno, noi, esattamente, che lavoro faremo?

«Una spettacolare prova del centravanti Lorenzo Dalpià ha portato la Moglianese ad una rotonda vittoria per 3 a 0 sulla Santantonio, in una partita cruciale per la promozione. Dalpià ha segnato due gol, uno con un potente sinistro, l´altro di testa nel primo tempo, mettendo a segno anche un rigore nella ripresa. La difesa della Moglianese ha barcollato a lungo sotto gli attacchi della Santantonio, ma il portiere Renzoni, in almeno cinque occasioni, ha impedito agli avversari di andare a segno. Al resto ha pensato Dalpià, regalando alla Moglianese una vittoria che mancava da tre domeniche». La prosa non è cristallina, ma raramente lo è, nelle pagine interne dei giornali sportivi. Il punto è che, a scriverlo, non è stato un annoiato, vecchio cronista e neanche un ragazzino alle prime armi. Il testo (o, meglio, il suo originale, riferito ad una intraducibile partita di baseball fra università) è stato redatto da un computer, sulla sola base delle statistiche della partita.

Se, come è probabile, il futuro professionale di alcune migliaia di giornalisti interessa poco, si può andare, invece, sul sito online di H&M, una catena svedese di grandi magazzini. La ragazza che appare in foto ha spalle ben modellate, un sorriso intrigante, ventre piatto, cosce ben tornite e, nell´insieme, fa fare bella figura al bikini che reclamizza. Sarebbe bello sapere come si chiama e qual è il suo numero di telefono. Be´, è inutile chiederselo. La ragazza, non solo non rischia l´anoressia, ma non ha neanche un nome o un telefono. È una modella virtuale, disegnata al computer. Però, con una buona laurea, tanti saluti al computer, no? In realtà, dipende. Nel 1978, per una causa antitrust, uno studio legale americano esaminò 6 milioni di documenti, al costo di 2,2 milioni di dollari, come corrispettivo del lavoro di decine di avvocati.
Nel 2010, in una causa analoga, la Blackstone Discovery ha esaminato 1,5 milioni di documenti, per un costo di 100 mila dollari. Via computer, naturalmente, e tanti saluti agli avvocati.

Prima i robot hanno sostituito gli operai alle catene di montaggio, poi l´informatica ha eliminato commessi, fattorini, centraliniste, contabili. Adesso, la rivoluzione del computer sta risalendo, sempre più velocemente, la scala delle competenze. Brian Arthur, un guru della tecnologia, definisce la rete di rapporti fra macchine che sperimentiamo sempre di più ogni giorno – dal check-in in aeroporto al bancomat – la “seconda economia” e prevede che, prima di vent´anni, avrà dimensioni paragonabili all´economia reale. In realtà, dicono Eric Brynjolfsson e Anfrew McAfee, due ricercatori del Mit di Boston, rischia di mangiarsela. Nei primi dieci anni di questo secolo, l´economia americana non ha aggiunto neanche un posto di lavoro in più al numero totale già esistente: era successo solo dopo il 1929. La crisi del 2008, spiegano in un e-book, Race Against The Machine, ci aiuta a capire perché. La ripresa dell´occupazione dopo la recessione non è mai stata, nella storia recente americana, così lenta. Contemporaneamente, già nel 2010, gli investimenti delle aziende in macchinari erano tornati quasi ai livelli pre-crisi, la ripresa più rapida in una generazione. Le imprese, negli ultimi mesi, hanno smesso di licenziare, ma assumono poco. Prendono macchine, non persone.

Dietro l´incancrenirsi della disoccupazione, in altre parole, secondo Brynjolfsson e McAfee, c´è, accanto alla componente ciclica della recessione, un elemento strutturale: troppa tecnologia, troppo in fretta. Le capacità e le potenzialità dell´informatica stanno crescendo, sotto i nostri occhi, a velocità supersonica e non smettono di accelerare, fino a superare, nel giro di mesi, barriere che sembravano, ancora cinque-sei anni fa, insormontabili. Nel 2004, nel deserto del Mojave, in California, fu organizzata una corsa per macchine senza guidatore. Obiettivo, percorrere 150 miglia attraverso un deserto desolato. La macchina vincitrice non arrivò a otto miglia e ci mise anche svariate ore. Solo sei anni dopo, nel 2010, Google poteva annunciare di aver fatto partire una pattuglia di Toyota Prius, che avevano percorso 1000 miglia, su strade normali, senza alcun intervento da parte del guidatore. Un´impresa resa possibile dall´analisi della montagna di dati di Google StreetView e di Google Maps e dal riscontro degli input da video e radar, tutto processato da un apposito software all´interno della vettura. Le macchine di Google, sottolineano i due ricercatori del Mit, dimostravano che il computer poteva superare la barriera del “riconoscimento degli schemi”, ovvero era capace di reagire ad una situazione esterna in costante mutamento, come il traffico, e priva di regole prefissate.

Anche un´altra barriera, quella della “comunicazione complessa” è stata superata. Geofluent è un software, realizzato in collaborazione con l´Ibm, che consente ai clienti, in una chat di supporto per prodotti dell´elettronica, di interagire con l’operatore, ognuno nella propria lingua. «Come faccio a far partire la stampante?» chiede, in cinese, il cliente cinese. «Così» gli risponde, in inglese, l´operatore dalla sua stanza di Boston. Geofluent traduce avanti e indietro.
Quando l´avranno collegata anche al riconoscimento vocale potremo salutare perfino l´ultima ridotta dei disoccupati disperati: il call center. Sul suo blog, Econfuture, Martin Ford, un imprenditore di Silicon Valley, calcola che almeno 50 milioni di posti di lavoro, circa il 40 per cento del totale dell´impiego Usa, possano essere sostituiti, in un modo o nell´altro, dall´informatica. Brynjolfsson e McAfee ritengono che, in gran parte, questo avverrà nei prossimi dieci anni.
Non è la prima volta che l´umanità affronta sconvolgimenti simili. La prima rivoluzione industriale gettò per la strada una massa di lavoratori tessili, sostituiti dalle macchine. Un secolo dopo, l´arrivo dei trattori fece la stessa cosa per milioni di braccianti e contadini. In tutt´e due i casi, l´aumento di produttività dovuto alla meccanizzazione rilanciò l´economia e i disoccupati trovarono nuovo lavoro altrove.

Ma adesso? I luddisti – bande di lavoratori che sfasciavano le macchine che stavano togliendo loro il salario – sono da sempre oggetto di scherno, da parte  degli economisti. Ora, però, anche un giornale ultraliberale come l´Economist, ha dei dubbi. «I luddisti avevano torto perché le macchine erano strumenti che aumentavano la produttività egran parte dei lavoratori poteva passare a gestire proprio quelle macchine. Ma che succede se le macchine stesse diventano i lavoratori? A questo punto, l´errore luddita sembra molto meno errato».

Il boom dell´informatizzazione favorirà i settori industriali direttamente coinvolti (un elemento di qualche interesse per l´Italia, che ha una buona industria di robotica). Ma la massa dei lavoratori normali, che non né la vocazione, né la possibilità, di trasformarsi in ingegnere informatico? Brynjolfsson e McAfee sottolineano che l´aumento di produttività della terza rivoluzione industriale aumenterà i beni prodotti e il benessere complessivo della società. Ma nessuna legge economica, osservano, prevede che questi benefici siano equamente ripartiti. Il processo in corso favorirà sproporzionatamente i detentori di capitale (cioè delle macchine) ai danni della (ex) forza lavoro, cioè i salariati, innescando un drammatico aggravamento delle diseguaglianze, che, probabilmente, è già in corso.
Con un paradosso, indica Ford. La produttività aumenta vertiginosamente, ma i consumi molto più lentamente. Anzi, si ridurranno, se i salariati si ritroveranno senza salario. Chi consumerà tutti questi beni, prodotti in misura sempre maggiore e in modo sempre più efficiente? La terza rivoluzione industriale, secondo gli autori di Race Against The Machine, sta arrivando troppo in fretta, perché la società abbia il tempo di adeguarsi e riorganizzarsi. I braccianti, cacciati nel primo ‘900, dai trattori, andarono a lavorare nelle fabbriche. Ma le fabbriche della terza rivoluzione industriale sono occupate da robot e computer e lo sono, anche, gran parte degli uffici. L´ex contabile, la mancata modella, il giornalista o l´avvocato silurato non possono andare tutti, in massa, a programmare Google Maps o a disegnare nuovi chip. «Sarebbe – dice Ford - come pensare che tutti i braccianti potessero essere riassunti a guidare trattori. Non funziona»

Fonte: La Repubblica

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Traduzione a cura di Vincenzo BarbatoDaniel Iversen e Juan Matus

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The Lights in the Tunnel (le luci in fondo al tunnel) di Martin Ford esplora le implicazioni della crescente automazione nel mondo del lavoro.
Il libro inizia con un preambolo sull’economia mondiale e di come essa cambierà all’aumentare dell’automazione, che a sua volta eliminerà il lavoro umano.
Con una logica efficace e alcune indiscutibili evidenze, nel libro vengono fatte notare alcune credenze comuni.
Questo non è qualcosa che possiamo permetterci di ignorare.
Anche senza gli attuali rapidi progressi nella tecnologia o nel campo dell’intelligenza artificiale, l’automazione sta per avere effetti significativi sulla società, e accadrà prima di quanto pensiate.

La realtà dell’automatione

Qui non si tratta di fantascienza. Racconti bizzarri su androidi intelligenti che realizzano ogni nostro desiderio sono le ultime delle nostre preoccupazioni.
L’automazione è fatta per sostituire i lavoratori in molte aree con minimi progressi tecnologici.
Gran parte di queste sostituzioni sono semplicemente una questione di pianificazione.
Col profitto come incentivo è solo una questione di tempo.
Magari potreste anche essere rassicurati dalla convinzione che “i robot non riescono a fare tutto“, oppure che fino al giorno in cui non prenderanno tutto il lavoro, o forse proprio il vostro, non dovete preoccuparvene.
Sbagliato.
L’intero sistema consumistico dipende dalla maggioranza che ha un posto di lavoro. Vi è infatti un punto di svolta, un punto in cui non ci saranno abbastanza persone con un reddito per sostenere il nostro attuale sistema.

Il punto di svolta

In assenza di acquirenti, non ci possono essere venditori. La mancanza di fiducia dei consumatori si tradurrà in minor domanda e le imprese saranno meno propense ad assumere altro personale. L’economia si imbarcherà in una spirale di disoccupazione.
Questo, ovviamente, non è solo un problema per il lavoratore medio, ma anche per l’élite ricca, che non avrà più un mercato da portare avanti per fare la sua fortuna.
Non solo avere un minor numero di lavoratori è un danno per l’economia, ma con un calo massiccio delle entrate fiscali sul reddito, anche i servizi pubblici sono destinati ad essere duramente colpiti dallo tsunami della disoccupazione.
Nessuno sarà al sicuro. Nemmeno i lavori sottopagati in paesi come India e Cina potranno sostenere il livello di crescita una volta che l’automazione sarà una parte considerevole, sia perchè, in primo luogo, fanno affidamento sulla prosperità dell’Occidente, ma anche perché il loro lavoro sarà soggetto all’automazione, sia a casa loro che nei paesi sviluppati.
Poi c’è l’idea sbagliata della “fallacia luddista“, la convinzione che l’economia creerà nuovi posti di lavoro e l’avanzare della tecnologia continuerà a creare nuove industrie per i lavoratori sfollati.
Martin Ford argomenta in ultima analisi, che l’incremento dell’automazione invaderà molte di quelle industrie che tradizionalmente sono affollate di manodopera. Egli sostiene, inoltre, che eventuali nuove industrie create con i suddetti progressi, probabilmente non avranno molto lavoro umano, si concentreranno maggiormente sul capitale e attrezzature costose: prendete come esempio il personale estremamente ridotto di Google rispetto al suo reddito.
Pertanto, il nostro destino è segnato: l’idea che ogni persona debba “guadagnarsi da vivere con il sudore sulla fronte” è del tutto obsoleta e, ironia della sorte, è il capitalismo che ci ha portato a questa transizione.

$chiavitù

C’era un punto interessante nel libro: il concetto di “lavoro libero”.
La tratta degli schiavi in America è andata avanti per oltre 200 anni. Ha reso gli schiavisti ricchissimi, aldilà delle loro aspettative, mentre i bianchi poveri, incapaci di competere contro il “lavoro libero”, vivevano in condizioni di estrema povertà. Ma come ha fatto questo sistema a perpetuare per 200 anni con tale povertà? Bene, le colonie di schiavi si basavano sulle esportazioni. C’era un flusso costante di nuovi capitali dall’estero.
Un sistema che dipende dalle risorse esterne può solo aumentare la prosperità finché queste saranno abbondanti. Oggi noi viviamo nell’illusione di una negoziazione separata tra paesi, ma in sostanza, il mercato è tutto il mondo, quindi in realtà non c’è nessuno a cui esportare. In questo caso, lo “sviluppo” può provenire solo dall’interno del sistema, con un maggiore uso delle risorse limitate della Terra, ivi compreso il lavoro.
Oggi, gli schiavi siamo noi. Anche se veniamo pagati, i nostri soldi sono un semplice mezzo per guidare il sistema del consumo. Questo è ciò che permette ai produttori di crescere e all’inzio suonava come una cosa buona. In sostanza, le multinazionali ci danno valore.
Il problema diventa evidente quando ci rendiamo conto che il sistema dipende da noi più di quanto noi dipendiamo dal sistema.
Il lavoro delle classi lavoratrici alimentano questo apparato. E’ per questo, in effetti, che siamo costretti a lavorare.
Abbiamo bisogno di consumare per vivere, ma per consumare dobbiamo lavorare. Questo sistema, in cui i produttori sono anche i consumatori, per funzionare si basa su se stesso per funzionare. La produzione guida il consumo e viceversa. Rompete questo ciclo e il sistema diverrà inefficiente

Un mondo senza lavoro

L’automatizione separerà la produzione dal consumo. I beni potranno ancora essere prodotti, senza tuttavia che ci sia un modo per permetterceli, dato che non avremo posti di lavoro.
Come possiamo avere produzione se non c’è nessuno che consuma?
Mentre Martin Ford fa un grande lavoro nell’individuare i problemi dell’automazione per l’economia attuale, la maggior parte delle sue soluzioni sono fondamentalmente errate. Un suo suggerimento è un sistema di governo welfare alla “Robin Hood”, che tassa i produttori per consentire alle persone di continuare a consumare. Ford afferma che anche il libertario più incallito dovrà concordare con questo, in quanto senza questa riforma, non ci sarà mercato al quale ogni azienda potrà vendere i suoi beni.
Egli spiega, inoltre, che in questo sistema ci sarebbero ancora incentivi per le persone a far del bene per la società e il capitalismo continuerebbe a premiare coloro che diventano i migliori produttori.
Tuttavia, appare subito chiaro che nelle soluzioni suggerite dall’autore molti dei problemi del capitalismo (crescita inarrestabile, comportamento in sé aberrante, ricchezza distruttiva, ecc) non vengono ancora affrontati.
Inoltre, la sua argomentazione si basa sulle ipotesi che il consumo sia necessario per la crescita e che questa sia necessaria al progresso. Questa è una visione molto ristretta. Credere che il consumo sia un fattore necessario al progresso è un presupposto sterile, e come sappiamo tutti, la crescita per il bene della crescita è un’ideologia cancerogena.
Indipendentemente dai suggerimenti di Martin Ford, non possiamo ignorare la più urgente implicazione della separazione del lavoro dal ciclo “produzione/consumo”, ovvero l’eliminazione del presupposto che tutti debbano lavorare .
Si tratta di un concetto profondo che avrà implicazioni significative sulla società. Senza un lavoro, come si fa a sopravvivere? Se non tutti lavoreranno, perché dovrebbe farlo una fetta della società? Non sarebbe giusto se qualcuno avesse un impiego salariato e altri no.
Che cosa facciamo quando la mancanza di lavoro si combina con la tecnologia e rimuove il nostro obbligo a lavorare?
Ad esempio quando i nostri servizi essenziali saranno alimentati gratuitamente da fonti di energia rinnovabili, quando ci saranno aziende agricole ed edìli completamente automatizzate e altro ancora, dove quindi le masse si renderanno improvvisamente conto che l’impiego non sarà più obbligatorio, vedremo un vicino e istantaneo collasso dell’economia basata sul lavoro.
Questi imminenti punti critici ci costringeranno a ripensare al ruolo degli esseri umani nell’economia. Questa è forse la questione più urgente nella nostra transizione verso un nuovo tipo di economia.
Fortunatamente, il mondo sta cambiando. Sta cambiando velocemente. Stiamo vedendo sempre più possibilità, innovatori, idee emergenti. Internet sta completamente aprendo nuovi scenari sui paradigmi economici. I movimenti si stanno formandoaffinché non partecipino più al sistema economico attuale. La tecnologia permette agli utenti di manipolare il sistema per i propri fini. Alcuni hanno suggerito l’eliminazione del denaro.
Lo spostamento verso un nuovo sistema, uno in cui produttori e consumatori non sono la stessa cosa e in cui i lavori non sono più obbligatori, è già in corso.
Cosi come la nostra sopravvivenza dipende dalla nostra occupazione lavorativa, è fondamentale che questo passaggio avvenga dal basso.

Link a supporto dell’articolo.
http://goo.gl/Hc6uJ
http://goo.gl/tYWRK
http://goo.gl/CTRzh
http://goo.gl/GXjbl
http://goo.gl/zxFbz
http://goo.gl/w1dz3
http://goo.gl/h0UN9
http://goo.gl/OaD8b
http://goo.gl/cKtjM
http://goo.gl/69P7R
http://goo.gl/6YJYe
http://goo.gl/gXbYa
http://goo.gl/yvcuJ
http://goo.gl/b8EnA
http://goo.gl/yorsZ
http://goo.gl/DfpqQ
http://goo.gl/USR2u
http://goo.gl/61nDk
http://goo.gl/ooGbg

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