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Traduzione di Denis Gobbi

Scansioni fMRI (scansioni funzionali a risonanza magnetica) del cervello mostrano le stesse reazioni quando un robot viene minacciato allo stesso modo degli esseri umani

Immagine: Linda Bucklin / Shutterstock

Immagine: Linda Bucklin / Shutterstock

Washington, DC (18 Aprile 2013) – Partendo dal T-101 fino a Data di Star Trek ci si è cominciati a porre l’immaginario dilemma di come e se fosse possibile entrare in empatia con i robot. Questi ultimi stanno infatti realmente irrompendo nelle nostre vite. Giocattoli come i Furbies o i robot che puliscono casa e tagliano l’erba del giardino sono solo l’inizio, ma sul piano umano cosa proviamo per questi oggetti non-senzienti? In un recente studio i ricercatori dell’Università di Duisburg Esse hanno scoperto che gli esseri umani hanno reazioni cerebrali simili quando gli vengono mostrate immagini di violenza o affetto verso esseri umani e robot.

Astrid Rosenthal-von der Pütten, Nicole Krämer e Matthias Brand presenteranno le loro scoperte alla 63° conferenza annuale dell’Associazione Internazionale della Comunicazione a Londra. Rosenthal-von der Pütten, Krämer e Brand hanno condotto due studi. Nel primo 40 volontari hanno guardato video di un piccolo robot-dinosauro trattato affettuasamente o violentemente e misurato il loro livello di tensione psico-fisiologica oltre a porre domande sul loro stato emozionale direttamente dopo la visione. I partecipanti hanno rivelato di sentirsi peggio dopo il video dove il robot veniva abusato, mostrando anche un maggior livello di eccitazione psico-fisiologica.

Il secondo studio è stato condotto invece in collaborazione con l’Istituto di Risonanza Magnetica Erwin L. Hahn di Essen tramite scansioni funzionali a risonanza magnetica (fMRI) per investigare sulle diversità correlazionali tra i rapporti tra esseri umani e quelli umano-robot. Ai 14 partecipanti è stato presentato un video con un essere umano, un robot e un’oggetto inanimato ancora una volta trattati a volte con affetto altre volte invece in maniera violenta. Le interazioni affettuose verso l’essere umano e il robot hanno prodotto modelli di reazioni neuronali simili nelle strutture limbiche, indicanti reazioni emozionali simili. Quando invece sono state comparate le reazioni in merito alle immagini riguardanti comportamenti abusanti nei confronti dei soggetti, le differenze nell’attività neuronale hanno suggerito come i partecipanti provassero un impatto empatico negativo più forte nei confronti dell’essere umano trattato violentemente.

La grande utilità di queste ricerche in ambito di rapporti tra esseri umani e robot sta soprattutto nell’aiuto che daranno allo sviluppo di modelli emozionali da implementare nei sistemi robotici. Questi studi porteranno a test aventi maggiore credibilità e naturalezza, capacità di influenzare positivamente i partecipanti e di divertirli durante le interazioni con i robot. C’è ancora poca conoscenza infatti di come gli esseri umani percepiscano le “emozioni” robotiche e di come reagiscano di conseguenza. Le persone hanno spesso problemi nell’esprimere il loro stato emozionale verbalmente o trovano strano il dover spiegare quello che provano nel relazionarsi con un robot. Lo studio di Rosenthal-von der Pütten e Krämer utilizza sistemi di misurazione più oggettivi riguardo gli stati emozionali come l’eccitazione fisiologica e l’attività cerebrale, processi strettamente legati al processo emozionale.

Rosenthal-von der Pütten afferma:

Uno degli obiettivi della ricerca robotica consiste nello sviluppare compagni artificiali che stabiliscano relazioni durature con la controparte umana, in questo modo possono risultare strumenti utili e benevoli. Potrebbero assistere persone anziane nelle faccende giornaliere e permettergli di vivere più a lungo autonomamente nelle loro case, aiutare le persone disabili nel loro ambiente o ancora mantenere i pazienti impegnati durante il processo di riabilitazione.

e ancora

Uno dei problemi più comuni riguarda il fatto che una tecnologia può essere eccitante inizialmente, ma questo effetto svanisce specialmente quando la si comincia ad applicare a compiti noiosi e ripetitivi come la riabilitazione. Lo sviluppo e l’implementazione di abilità prima ritenute esclusivamente umane nei robot come la teoria della mente, l’emozione e l’empatia vengono considerati come aventi il potenziale per risolvere questo dilemma.

Ricordiamo che Astrid Rosenthal-von der Pütten e Nicole Krämer presenteranno “Inchiesta sull’empatia tra esseri umani e robot utilizzando misure psicofisiologiche e fMRI” alla 63° conferenza annuale dell’Associazione Internazionale della Comunicazione a Londra, Inghilterra, dal 17 al 21 Giugno.

Fonti: Eurekalert, ICA

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Articolo di ripreso da “Internazionale“, l’originale su Der Spiegel

A tavola con l’assassino

Grassi, sale e zucchero. Sono i tre ingredienti base che l’industria alimentare usa nelle merende e in altri prodotti di largo consumo, che creano dipendenza e danneggiano la salute. Un libro appena uscito negli Stati Uniti denuncia le responsabilità delle grandi multinazionali

hamburgerIl sacchetto si apre con un fruscìo. L’aroma di carne afumicata sale nel naso. Ed eccole, le allettanti patatine: sottilissime, vaporose, spolverizzate di rosso. Appena la prima tocca la lingua, in bocca si difonde un piacevole gusto salato, che però svanisce rapidamente. Cric, croc. Si scioglie in bocca, e in un attimo è già finita. Resta solo un leggero retrogusto. E la voglia di mangiarne ancora. La mano corre di nuovo al sacchetto.Milioni e milioni di persone ogni giorno cedono alla tentazione degli snack a base di patate. Ma nessuna ha idea di quanti studi si nascondano dietro a questa semplice esperienza, a cui spesso non riesce a resistere neanche chi sa benissimo che le patatine fritte sono uno dei cibi ipercalorici più malsani. I tedeschi ne consumano quasi 400 milioni di confezioni all’anno.Perché perdiamo tanto facilmente il senso della misura quando ci mettono sotto il naso un sacchetto di patatine fritte? Non può dipendere dalle patate: finora nessuno ha mai sentito parlare di orge a base di patate sbucciate. E poi le patatine fritte confezionate hanno poco a che fare con le patate vere. Nel processo di produzione, quasi nulla è lasciato al caso: sono un prodotto artificiale raffinato che grazie a una serie di trucchi induce le persone a mangiarne il più possibile e il più spesso possibile.

Prendiamo per esempio il concetto scientifico di “punto di rottura”. Le industrie alimentari hanno scoperto che la maggioranza dei consumatori preferisce una patatina che si spezza sotto una pressione di 276 millibar. È così che il croc dà il massimo del gusto e fa venir voglia di mangiare subito un’altra patatina. Anche il fatto che il boccone si disfi all’istante, dissolvendosi sotto i denti, è frutto di un calcolo. Tutti infatti tendiamo a credere che un cibo che si scioglie rapidamente sulla lingua contenga poche calorie. E così sgranocchiamo una patatina dopo l’altra fino a vuotare il sacchetto.

Poi ci sono le sostanze che servono da esca per il cervello. Per esempio un’abbondante dose di sale sulla superficie di certi alimenti attiva il meccanismo neuronale della ricompensa. “Bliss point” ovvero di beatitudine è il nome che le aziende danno alla dose di sale che procura il massimo “sballo”. L’amido, un tipo di zucchero che fa aumentare e poi rapidamente scendere la glicemia, aumenta l’appetito. Infine c’è il grasso, di cui le patatine sono imbevute: è quello che procura la piacevole sensazione vellutata in bocca.

Non si può rimproverare l’industria alimentare se cerca di rendere appetitosi i suoi prodotti o di incoraggiarne il consumo: è la legge del mercato. Ma c’è da chiedersi se questa politica non vada limitata in qualche modo. Che dire dei produttori che mettono a rischio intenzionalmente, o addirittura dolosamente, la salute dei consumatori, lanciando sul mercato prodotti che creano dipendenza? Che fare quando gli scienziati arrivano alla conclusione che il consumo di massa di alimenti industriali a basso prezzo ha provocato la più grande crisi sanitaria del nostro tempo?

Gli scandali alimentari che recentemente hanno scosso la Germania – la presenza di carne di cavallo in certe marche di lasagne, l’imbroglio delle uova “biologiche”, l’aggiunta di enzimi ricavati dall’Aspergillus, un fungo tossico, ai mangimi per l’allevamento – pongono al centro dell’attenzione un’industria potente e globalizzata. La carne avariata nel kebab, il finto prosciutto sulla pizza, le sostanze chimiche cancerogene nelle patatine fritte: quando si scoprono queste cose, l’opinione pubblica protesta. Ma nel giro di qualche giorno l’agitazione si placa. E la grande abbufata continua.

Ora però sembra che la situazione stia cambiando. Sta nascendo un movimento internazionale, a cui partecipano medici, nutrizionisti, psicologi e associazioni per la tutela dei consumatori, che vuole mettere al centro dell’attenzione un tema molto più importante.

Secondo gli esperti di salute, il vero problema non sono né le sofisticazioni alimentari né le singole sostanze nocive, ma il generale aumento di peso delle persone. Gli scienziati lo dicono chiaramente: le patatine piene di grasso, le bevande gassate zuccherate e i prodotti alimentari troppo raiffnati non sono diversi da altri due veleni altrettanto piacevoli e onnipresenti, il tabacco e l’alcol.

Nel suo nuovo libro “Salt sugar fat: how the food giants hooked us”, appena uscito negli Stati Uniti, il premio Pulitzer Michael Moss descrive tutti i trucchi con cui le industrie alimentari spingono le persone a mangiare sempre di più, fino ad ammalarsi. I giganti dell’alimentazione, spiega Moss, conoscevano gli effetti devastanti dei loro prodotti sulla salute dei consumatori, e se ne sono infischiati. Moss ha ricostruito un incontro che si svolse l’8 aprile 1999 nel quartier generale della Pillsbury, a Minneapolis. C’erano i capi dei più grandi gruppi del settore: Nestlé, Kraft, Coca-Cola, Mars, Nabisco, Pillsbury, General Mills e Procter & Gamble. L’argomento all’ordine del giorno era l’allarmante aumento dell’obesità nei bambini. Michael Mudd, uno dei vice-presidenti della Kraft, andò subito al sodo: “Non ci sono risposte semplici alla domanda su cosa debbano fare i responsabili della salute pubblica per arginare il problema, né su cosa debba fare l’industria alimentare se altri la accuseranno”. Solo una cosa è certa, concluse, “non possiamo non fare niente”. Alla fine del suo intervento Mudd propose di limitare l’impiego di sostanze dannose per la salute e ripensare le strategie di marketing delle aziende alimentari. Ma il suo appello incontrò un netto rifiuto, e la riunione si concluse con un nulla di fatto.

Irresistibili

A 14 anni di distanza, nel febbraio del 2012, la rivista scientifica The Lancet ha pubblicato uno studio condotto da un’équipe internazionale di epidemiologi. I risultati sono agghiaccianti: gli impegni presi dall’industria alimentare, le tante buone intenzioni, non sono serviti a nulla. Come spiega Rob Moodie dell’università di Melbourne, che ha guidato la ricerca, sperare che le aziende fabbricassero prodotti più sani e si occupassero del benessere e dell’indice di massa corporea dei consumatori è stato come “chiedere a dei ladri d’appartamento di montare la serratura”. Finora la potente lobby del settore alimentare è riuscita a soffocare sul nascere i tentativi dei politici europei e statunitensi di proteggere i cittadini dall’invasione di calorie promossa dall’industria alimentare con l’aiuto di leggi o regolamenti. Associazioni per la difesa dei consumatori, aziende sanitarie e pediatri hanno preteso invano che i cibi dannosi per la salute fossero almeno contrassegnati in modo chiaro.

Intanto la situazione peggiora: nel 2010 quasi 35 milioni di persone nel mondo sono morte di malattie non trasmissibili come il cancro, l’infarto e il diabete. Nello stesso anno il 65 per cento dei decessi era riconducibile almeno in parte ad abitudini di vita malsane: fumo, alcol, scarso esercizio fisico, ma anche assunzione di bombe caloriche ad alto tenore di grassi.

Il problema è particolarmente grave negli Stati Uniti: un adulto su tre è obeso, un bambino su cinque è troppo grasso. Gli americani malati di diabete di tipo 2 sono 26 milioni. Anche in Germania la situazione è preoccupante: un adulto su cinque e un bambino su dieci sono obesi e secondo il Robert Koch-Institut, un istituto di ricerca biomedica tedesco, il 67 per cento degli uomini e il 53 per cento delle donne sono sovrappeso.

Come siamo arrivati a questo punto?

Che ruolo ha avuto l’industria alimentare? E soprattutto, come possiamo evitare la catastrofe? Lo abbiamo chiesto a David Kessler, il giurista e medico di Harvard che negli anni novanta, quando dirigeva la FDA (Food and Drug Administration), l’ente statunitense per la tutela della saluta pubblica, ha condotto una dura battaglia contro le lobby del tabacco e ha contribuito a negoziare un accordo miliardario tra i produttori di sigarette e 46 stati americani. Il suo ultimo libro, “Overeating, è un atto di accusa contro l’industria alimentare.

Oggi Kessler ha 61 anni e insegna pediatria all’università della California a San Francisco. Ci accoglie nella sua graziosa villa, in una delle tipiche stradine ripide del centro di San Francisco, e viene subito al dunque. Prende un pezzo di carta e con la biro abbozza un grafico del tema centrale del suo studio, la bulimia. Prende diversi anni e confronta il peso corporeo e l’età delle persone: nei più giovani la curva si inarca verso l’alto, proprio come una pancia. “Oggi i ventenni pesano almeno otto chili in più rispetto a quarant’anni fa”, spiega. “Ho cercato di capire perché, e come mai molti trovano così difficile resistere a questo desiderio incontenibile di cibo”.

Per cominciare, Kessler ha studiato la dieta dell’americano medio. Si è intrufolato di notte nei ristoranti per frugare nella spazzatura e ha studiato le etichette dei cartoni vuoti. Così ha capito cosa viene veramente servito ai tavoli. Si può riassumere in tre parole: sale, zucchero, grasso. Le stesse tre parole che ha scelto Michael Moss per il titolo del suo libro. Lo ha scritto dopo quasi quattro anni di ricerche, centinaia di colloqui con dirigenti e dipendenti di grandi industrie alimentari, chimici, nutrizionisti, studiosi del comportamento, esperti di marketing e lobbisti. Con il loro aiuto ha ricostruito in che modo, nei laboratori delle industrie, in pochi decenni siano stati creati, a partire da cibi veri, dei prodotti artificiali pieni di zucchero, sale e grasso. “In realtà volevo scrivere un libro sullo zucchero, perché lo consideravo l’elemento più dannoso della nostra alimentazione”, spiega. “Ma nel corso delle ricerche ho capito che anche il grasso stimola le persone a mangiare sempre di più, e che forse il sale è perfino più importante per l’industria alimentare”.

Ma questo basta per spiegare l’epidemia di obesità? In fondo, nella loro forma pura, né lo zucchero né il sale né il grasso hanno mai mandato in estasi nessuno. Eppure sembra che la voglia di dolce sia innata: i neonati reagiscono con piacere quando gli si mette in bocca qualche goccia di una soluzione zuccherata. Il fenomeno ha una spiegazione perfettamente logica dal punto di vista della biologia evolutiva: in natura il sapore dolce contraddistingue soprattutto gli alimenti ricchi di calorie. E per i nostri antenati era consigliabile mangiare tutta la frutta dolce che trovavano: era un piacere raro.

Nell’epoca dell’abbondanza però le cose sono diverse. Esperimenti condotti sui topi hanno dimostrato che lo zucchero produce nel cervello lo stesso schema di attività delle droghe che danno dipendenza. Il suo potenziale di assuefazione non è paragonabile a quello dell’eroina o della cocaina, ma è sufficiente a far sì che la maggior parte delle persone ceda alle molteplici e onnipresenti tentazioni del gusto dolce.

Gli statunitensi consumano ogni anno 58 chili di zucchero a testa, i tedeschi circa 36, il doppio rispetto alla quantità consigliata dalla Società tedesca per la nutrizione. L’83 per cento dello zucchero si nasconde nei cibi precotti. I produttori lo usano non solo perché stimola l’appetito, ma anche perché, se aggiunto a certe sostanze aromatizzanti, può sostituire ingredienti più costosi, come la frutta e la verdura.

Ma torniamo ai neonati. Difficilmente la somministrazione di una soluzione salina suscita in loro reazioni entusiastiche, perché il desiderio di sale si sviluppa con il passare del tempo. Resta il fatto che il cloruro di sodio è essenziale per la vita: nervi, reni, ossa, ogni cellula del nostro corpo ne ha bisogno. Il sale che gli esseri umani perdono con il sudore e con le altre escrezioni (da uno a tre grammi al giorno) deve essere reintegrato attraverso gli alimenti.

Molto tempo prima che i supermercati si riempissero di patatine grasse e cibi pronti ultrasalati, il sale era raro e prezioso: nel medioevo le città anseatiche costruirono il loro benessere sull’“oro bianco”. Il sale serviva da moneta (da cui “salario”) e fu una delle prime sostanze usate per conservare gli alimenti. L’evoluzione ha iscritto questa predilezione per il sale nei nostri circuiti cerebrali più primitivi. I nostri antenati, vivendo in un clima caldo, perdevano ogni giorno molto sale attraverso il sudore, e non sempre riuscivano a reintegrarlo. Ma l’assunzione di sale stimola la distribuzione della dopamina nel diencefalo, un effetto che spingeva gli uomini delle caverne a ricostituire le loro riserve di sale. In altri termini, il nostro corpo dispone di un sistema di ricompensa che garantisce la nostra voglia di sale, a volte anche in quantità eccessive. Oggi, infatti, quasi tutti assumiamo più sale del necessario, e solo il 10 per cento circa del sale che assumiamo proviene dalla saliera: il resto si annida nel pane e nei cracker, nelle patatine e nei pasti pronti da scaldare al microonde. Insomma, nei prodotti di un’industria che ha capito da tempo come trarre il massimo del profitto da antichissimi istinti umani.

Poi c’è il grasso, la terza esca usata dall’industria alimentare. Il grasso in primo luogo fa da veicolo ai sapori, perché molte sostanze aromatiche sono solubili nei grassi. Se uno schizzo di panna liquida migliora il gusto di un sugo per la pasta, è per motivi puramente biochimici. Ma il grasso determina anche la consistenza degli alimenti, la sensazione che ci danno in bocca. Le persone a cui piace versarsi in bocca una bustina di zucchero sono pochissime, ma nella giusta combinazione con il grasso, lo zucchero può diventare irresistibile: pensate al gelato o alla cioccolata.

In conclusione, zucchero, sale e grasso dispiegano al massimo la loro forza d’attrazione quando sono abilmente mescolati tra loro in combinazioni, quantità e forme diverse. Un esperimento condotto dallo scienziato Barry Lewin presso la “New Jersey medical school” mostra il potere di queste sostanze. Lewin ha lavorato su un gruppo di topi di laboratorio che normalmente smettono di mangiare quando sono sazi. Quando però, al posto del solito mangime in pellet, gli ha somministrato un composto cremoso di zucchero e grasso, tutte le dighe sono crollate: “Non la finivano più di rimpinzarsi”, racconta Lewin.

Il commento di David Kessler è disincantato: “I cibi industriali sono composti da tanti di quegli strati di grasso, zucchero e sale, che sotto è difficile trovarci ancora del cibo vero”. Secondo lui, più questi cibi sono disgustosi e più è difficile resistergli. Kessler sa di cosa parla: l’esperimento lo ha fatto su se stesso. Ha comprato dei biscotti al cioccolato (cioè un concentrato di zucchero e grasso più una presa di sale) e li ha posati sul tavolo da pranzo davanti a sé. La tentazione di prenderne uno, racconta, era enorme. Ha resistito per ore, poi ha lasciato la confezione sul tavolo ed è andato in un caffè vicino a casa sua. A quel punto, di fronte ai dolci in vetrina, la sua determinazione è crollata e ha divorato un brownie.

Kessler si consola con una spiegazione scientifica. Nel cervello abbiamo dei circuiti – lui li definisce “circuiti della motivazione abituale” – che si formano quando siamo bambini e sono attivati da specifiche condizioni che si verificano nell’ambiente. Alcuni cibi sono in grado di condizionare il nostro cervello come quello di un tossicodipendente. Si tratta di cibi particolarmente desiderabili che stimolano la produzione di dopamina. Al punto che dopo un po’ basta vederli perché i circuiti si attivino. L’unica via d’uscita da questa trappola alimentare, secondo Kessler, è evitare per quanto possibile l’attivazione di questi circuiti. Lui stesso, quando va all’aeroporto di San Francisco, si tiene alla larga dalla tavola calda per non vedere la vetrina dei ravioli fritti. Sa che se ci si avvicina è perduto: “Un boccone di quella roba equivale a un istante di beatitudine”, spiega. “Dimentichi ogni stress e non t’importa più nulla. Un attimo dopo sei lì che ti chiedi: perché l’ho fatto?”.

Ma è proprio questa la reazione che l’industria del cibo cerca. Nel suo libro Michael Moss racconta quanto spendono le industrie per ottimizzare i loro prodotti. Prendono dei consumatori e li tengono per ore nei loro laboratori ad assaggiare, gustare, sorseggiare, annusare e palpare. Ogni loro sensazione viene accuratamente registrata e inserita in un computer. Poi, con l’aiuto di una procedura statistica detta analisi congiunta, ottengono la combinazione ottimale tra esaltatori del gusto, confezionamento e colore del prodotto.

Ma gli strateghi dell’industria sanno anche che non devono fidarsi delle prime reazioni delle loro cavie. Non sempre, infatti, quello che gli piace istintivamente è anche quello che alla fine mangeranno. La regola generale è un’altra: un prodotto che si vende in grande quantità non può essere troppo buono. Gli esperti chiamano questa legge apparentemente paradossale “sazietà sensorio-specifica”. Significa che, quando viene inondato da stimoli gustativi troppo marcati, il cervello umano reagisce attenuando il desiderio di ripetere l’assunzione del cibo che li provoca. Il miglior modo di “ingannare” questa reazione, quindi, è proporre sapori familiari e non troppo intensi.

Kessler non ha dubbi sul fatto che i fabbricanti usino questi meccanismi in modo consapevole: “Il business plan delle moderne industrie alimentari consiste nel produrre miscele di grasso, zucchero e sale, renderle disponibili 24 ore al giorno a ogni angolo di strada, e farlo sapere a tutti con una campagna promozionale basata sulle emozioni”.

Kessler ha vinto una battaglia molto dura contro l’industria del tabacco. E pensa che quella contro le multinazionali dell’alimentazione sia ugualmente dura, anche se in modo diverso: “Il fumo si poteva proibire”, osserva. “Abbiamo demonizzato il tabacco, ma non si può demonizzare il cibo”. Kessler spera invece di suscitare nell’opinione pubblica un grande dibattito sull’alimentazione. “La prima domanda da farsi dev’essere: quello che mangiamo è davvero ancora cibo? La seconda è: quali sono i cibi che desideriamo davvero mangiare?”. In altre parole, qualcosa cambierà solo quando i consumatori impareranno a guardare le cose da mangiare sotto un’altra luce. È stato così anche per le sigarette: “Prima vedevamo la sigaretta come un’amica, qualcosa di desiderabile, sexy e fascinoso. Ora la vediamo come un prodotto mortale, schifoso, che dà dipendenza”.

Questione di vita o di morte

Secondo Robert Lustig, un collega di Kessler che insegna pediatria clinica all’Università della California e a quella San Francisco, suscitare un dibattito non basta. Nel 2009 Lustig, che oggi ha 56 anni, è diventato famoso grazie a una conferenza tenuta alla sua università e intitolata “Zucchero: l’amara verità”. Il video della conferenza è stato visto su YouTube più di tre milioni di volte. Lustig si presenta al nostro incontro con una camicia turchese brillante. Mi ha dato appuntamento alla mensa dell’”Hastings College of Law University”: la frequenta da quando ha chiesto un anno sabbatico per prendere un master in giurisprudenza. La specializzazione gli serve per prepararsi alla battaglia contro l’industria alimentare. “Il punto è: ci sono vie legali per mettere i bastoni tra le ruote all’industria alimentare? La risposta è: assolutamente sì”.

Nella sua tesi, Lustig cercherà di proporre un parallelo con la campagna contro le sigarette degli anni sessanta. Secondo lui la battaglia contro l’industria alimentare dovrebbe seguire esattamente il “copione tabacco”: in entrambi i casi, infatti, si tratta di una questione di vita o di morte. “Il problema non è che le aziende alimentari mettono sul mercato prodotti irresistibili”, osserva. “Il problema è che questi prodotti sono tossici e la gente ne muore”.

Mentre parla, Lustig si arrabbia. Oggi è particolarmente nervoso, perché tra ventiquattr’ore presenterà insieme ad alcuni colleghi uno studio che stabilisce un rapporto epidemiologico tra il consumo di zuccheri e il diabete. Gli studiosi hanno confrontato la quantità di zuccheri presente negli alimenti con l’incidenza del diabete in 175 paesi negli ultimi dieci anni. Risultato: più zuccheri nei cibi hanno determinato ovunque tassi di diabete più elevati. La sorpresa è che il numero delle persone obese non c’entra proprio niente. Negli Stati Uniti i disturbi del metabolismo riguardano più o meno lo stesso numero di normopeso e di obesi. “Lo zucchero è veleno”, è la sua conclusione: “A prescindere dalla quantità di calorie”.

Lustig è un esperto di disturbi ormonali e obesità nei bambini. È molto preoccupato per il numero crescente dei cosiddetti “grassi di 6 mesi”, cioè i bambini che sono sovrappeso già al momento di venire al mondo o quasi. “In molti paesi, il peso dei bambini alla nascita è signiicativamente più alto rispetto a venticinque anni fa”, spiega. All’origine del problema, secondo lui, c’è l’alimentazione sbagliata delle madri. Ma non sono loro a dover finire sul banco degli imputati: “I consumatori non hanno scelta”, spiega. Sugli scaffali dei supermercati statunitensi ci sono 60mila prodotti alimentari diversi. Nell’80 per cento dei casi contengono zuccheri aggiunti. I cibi non alterati sono rari, e più costosi: “Molte persone semplicemente non possono più permettersi il cibo vero”.

Poi c’è l’imbroglio dei nomi degli ingredienti. Negli Stati Uniti ci sono 56 modi diversi per indicare la presenza di zucchero negli alimenti. “Molti sono incomprensibili, e alcuni addirittura illegali”, dice Lustig. Cosa sarà mai, per esempio, lo “zucchero di canna evaporato”? Il produttore dello yogurt Chobani è al centro di una serie di cause collettive in California e nello stato di New York perché stampa sui prodotti diciture come queste, che le autorità sanitarie definiscono “false e fuorvianti”. Nei procedimenti giudiziari, Lustig è intervenuto in qualità di perito. “I fabbricanti hanno carta bianca”, afferma sempre più arrabbiato. “Possono mettere nei loro prodotti tutto lo zucchero che vogliono”. Per cambiare serve la pressione forte e compatta dell’opinione pubblica: “Anche l’industria del tabacco ha reagito solo quando non ha più potuto evitarlo”.

Il kebab di Ahmed

doner_kebabAhmed è alto un metro e 70, pesa cento chili e si cura con otto farmaci diversi. Vive a Berlino. Alla mano destra porta un guanto protettivo perché le dita gli formicolano di continuo: come molti pazienti affetti da diabete di tipo 2, l’aumento della glicemia gli ha danneggiato le terminazioni nervose. Lo incontro nei locali del servizio di consulenza nutrizionale offerto dal reparto di endocrinologia, diabete e medicina del ricambio della clinica medica dell’ospedale della Charité. Nell’ingresso, per i clienti “di peso” è a disposizione una poltrona avvitata al pavimento con una seduta di 83 centimetri. Gli incontri che si svolgono qui servono a insegnare agli obesi a mangiare in modo sano. Secondo Rotraud Zehbe, una snella signora di 60 anni che fa la consulente nutrizionale, i professori sanno poco o nulla di questo argomento. Zehbe tiene sul tavolo un assortimento di finti panini, melanzane, pomodori, carote e salsicce. I suoi pazienti hanno una caratteristica in comune: siccome non sanno cucinare, si nutrono quasi esclusivamente di cibi pronti o nei fast food.

Ahmed giocherella con una bustina di dolcificante e guarda Zehbe pieno d’aspettativa. “Quando assumiamo più energia di quella che ci serve”, comincia lei, “aumentiamo di peso. Quindi per perdere peso dobbiamo eliminare qualcosa”. Il paziente annuisce. Molte persone non bevono abbastanza: per il buon funzionamento del metabolismo un adulto sano dovrebbe assumere ogni giorno, per ogni chilo di peso corporeo, 35 millilitri di liquidi privi di zucchero: acqua o tè, ma niente alcol né succhi di frutta o latte. Ahmed ogni giorno si scola un litro di latte ed è convinto che contenga soprattutto acqua. “Già”, ribatte Zehbe. “E al lattosio non ci pensa?”.

E qui comincia a parlare di grassi: a una donna ne bastano circa 60 grammi al giorno, a un uomo 80. L’olio d’oliva e di colza è buono, i grassi animali no. Gli insaccati sono da evitare: troppo grassi. “Buttiamoli nella spazzatura”, esorta Zehbe. Quando comunica ad Ahmed che dovrà lasciar perdere anche la carne grondante di grasso del kebab, lui la guarda avvilito. La carne va bene, purché sia magra, gli spiega Zehbe. La sua regola generale è che ogni giorno si possono consumare dagli 80 ai 100 grammi di proteine. L’azoto delle proteine viene eliminato con le urine sotto forma di urea, che aiuta il metabolismo a bruciare più energia.

Per finire, Zehbe affronta le sostanze più problematiche: i carboidrati. Sono generatori di energia che si annidano in molti alimenti. Troppi carboidrati fanno male, perché il fegato li trasforma in grasso, quello che poi si accumula sulla pancia. Quindi Ahmed dovrà rinunciare al muesli, ai dolci e alla Nutella.

Ora Zehbe passa a spiegare, servendosi dei suoi finti alimenti, cosa si può mangiare ogni giorno per assumere la giusta quantità di carboidrati: un panino spalmato di miele, una mela, due patate, una grossa fetta di pane, un cestino di fragole e, “per il piacere”, un minuscolo pezzetto di cioccolato. Ahmed non sembra convinto. Come per consolarlo, la nutrizionista raccomanda al suo corpulento paziente di mangiare verdure, sia cotte al vapore sia crude. Serve a combattere la fame, spiega, così come il formaggio quark magro. Mescolato con un po’ d’acqua e messo in vasetti di vetro, può essere una merenda da portare con sé al lavoro.

Certo, Ahmed sarebbe meno avvilito se fare la spesa fosse un’impresa semplice. Se i prodotti nei supermercati non avessero etichette così difficili. Lo sanno tutti che il riso integrale accompagnato da verdure fresche cotte al vapore è sano: ma se uno non ha tempo per cucinare? Quali sono i cibi pronti che contengono solo zucchero, sale e grasso, e quali si possono definire il male minore? Per esempio, se uno vuole a tutti i costi fare una colazione a base di cereali, quali scegliere? Esiste uno yogurt alla frutta che non sia troppo dolce né troppo grasso?

Nel 2006 la Food Standards Agency britannica ha proposto, su incarico del parlamento, di contrassegnare le confezioni degli alimenti con dei piccoli semafori per far capire quanto grasso, zucchero e sale contenessero 100 grammi di prodotto: rosso per una percentuale nociva, giallo per una media, verde nessun pericolo.

Dopo alcune esperienze positive nel Regno Unito, anche gli scienziati tedeschi hanno proposto, nel novembre del 2005, un sistema segnaletico simile, e hanno invitato la lobby dell’industria alimentare a partecipare al progetto. Associazioni professionali come quella dei medici pediatri, organizzazioni di consumatori e i Verdi si sono schierati a favore dei semafori, e così anche il 69 per cento dei cittadini interpellati in un sondaggio. Ma Ilse Aigner, la ministra dell’alimentazione, dell’agricoltura e della protezione dei consumatori, si è detta contraria, così il problema è stato sottoposto all’Unione europea. A quel punto associazioni e imprese hanno cominciato a bombardare gli europarlamentari di telefonate, email e documenti. I lobbisti hanno sostenuto che i valori limite usati per classificare gli alimenti erano arbitrari. E alla fine sono riusciti a far respingere la proposta dei semafori. Oggi in Germania la percentuale di grasso, zucchero e sale presente negli alimenti è indicata esclusivamente da numeri.

I marchi della salute

L’esempio della Finlandia mostra che un sistema di segnalazione può non solo modificare i comportamenti delle persone, ma forse salvargli perino la vita. Alla fine degli anni settanta le autorità sanitarie finlandesi registrarono un numero allarmante di infarti. Da alcuni studi emerse che l’alimentazione ricca di sale era un fattore di rischio determinante. Oggi sugli alimenti poveri di sale spicca un cuoricino rosso con la scritta parempi valinta, “scelta migliore”, mentre gli alimenti ad alto tenore di cloruro di sodio sono contrassegnati dall’avvertenza voimakassuolainen (“molto salato”). L’introduzione di queste etichette ha avuto un successo sbalorditivo: oggi i finlandesi consumano un terzo di sale in meno rispetto a trent’anni fa e la mortalità per infarto e ictus è diminuita di circa l’80 per cento.

Invece in Germania le proposte di introdurre scritte chiare, i divieti di fare pubblicità ai cibi malsani, di tassarli o di stabilire dei valori limite per gli ingredienti nocivi si schiantano contro un muro. La lobby del settore è troppo potente: la produzione e la vendita di alimenti danno lavoro a circa due milioni di persone, e il giro d’affari raggiunge i 170 miliardi di euro. Ma i consumatori, turbati dagli scandali e dai loro problemi di peso, sono diventati più attenti. L’immagine dell’industria alimentare non è mai stata tanto negativa, e l’esigenza di chiarezza è sempre più forte.

Stephan Becker-Sonnenschein è da qualche settimana il principale lobbista del settore in Germania. Nei suoi uffici ancora spogli in Friedrichstraße, a Berlino, si occupa di rimettere in sesto la reputazione dell’industria alimentare. Becker-Sonnenschein è il direttore dell’associazione Die Lebensmittelwirtschaft (L’economia alimentare), di cui fanno parte sette delle più potenti industrie del settore. Per questo esperto di pubbliche relazioni di 56 anni la sua nuova creatura è “una grande sfida”. Becker-Sonnenschein è abituato alle missioni difficili: è stato responsabile dell’immagine della Philip Morris (tabacco) e della Rwe (centrali a carbone). E ha letto sul New York Times un estratto del libro di Michael Moss. “Molto di quello che scrive si riferisce agli anni ottanta e novanta”, spiega. Da allora, secondo lui, sono cambiate molte cose.

Mi racconta che nel periodo in cui lavorava per la Kraft Foods Deutschland l’azienda aveva modificato la composizione di 1.500 prodotti. La Coca-Cola rivendica di aver ridotto il potere calorico della sua popolarissima bibita del 9 per cento dal 2000. E anche la Nestlé avrebbe imboccato la strada per diventare un’azienda salutista. Il gruppo svizzero infatti ha avviato una collaborazione con l’università di Losanna per creare prodotti salutari, per esempio yogurt contenente sostanze utili a combattere i sintomi dell’Alzheimer. La Danone, principale concorrente della Nestlé, ha allo studio un prodotto simile. Tutti progetti di cui si parla troppo poco, secondo Becker-Sonnenschein. In realtà, gruppi come Nestlé e Coca-Cola fanno di tutto per influenzare l’opinione pubblica. Secondo alcune stime la Nestlé spende circa tre miliardi di dollari all’anno per la pubblicità.

Quando però si tratta di responsabilità, i manager si tirano indietro. A volte si presentano con calcoli dei valori nutritivi talmente astrusi da far credere che anche i cereali da colazione con più zuccheri aggiunti siano salutari. Altre volte si giustificano dicendo che fanno di tutto per mantenere in forma i consumatori. La Coca-Cola, per esempio, ha lanciato la sua Mission Olympic per trovare la città “più attiva” della Germania. Il portavoce del gruppo ci indirizza da un certo Thomas Bach.

Bach è presidente dell’Unione tedesca sport olimpici. Dunque è una specie di alto dirigente dello sport tedesco, e anche una sorta di ambasciatore della Coca-Cola. “Il nostro obiettivo”, mi spiega, “è promuovere l’attività sportiva, in collaborazione con i nostri partner Coca-Cola Deutschland e Samsung. Questo significa incoraggiare la cittadinanza ad abbracciare uno stile di vita attivo”.

Ma al tempo stesso l’industria alimentare punta sui giovani, con una strategia che ricorda quella dell’industria del tabacco. Dai documenti interni che le multinazionali delle sigarette resero pubblici nel 1998, si è appreso che le lobby del tabacco avevano congegnato una campagna pubblicitaria per diffondere il fumo tra i giovani. Anche l’industria alimentare investe molti soldi per attirare bambini e ragazzi. L’associazione di consumatori tedeschi Foodwatch ha individuato 1.514 prodotti che nei supermercati sono presentati in modo da attirare i bambini. Circa il 73 per cento è costituito da merendine piene di zuccheri o grassi: “I piccoli vengono drogati per far girare la macchina dei consumi”, afferma il vicedirettore di Foodwatch Matthias Wolfschmidt.

Dal punto di vista delle imprese è perfettamente logico. Le ricerche nutrizionali mostrano che le abitudini alimentari si possono consolidare: una volta che si è scoperto il sapore di una caramella o di un cracker al formaggio, gli si resta fedeli.

Lezione di omelette

Alla Gorch-Fock, una scuola di Blankenese, alla periferia di Amburgo, è l’ora di educazione civica, eppure si sente il rumore di una centrifuga per verdure. In cucina una macchina per fabbricare popcorn sputa fuori le sue palline bianche. La maestra Angela Wöbke-Hasenkamp ha il compito di insegnare a quattordici alunni di quarta che il gelato alla crema è fatto solo di zucchero e latte e che la passata di mela fatta in casa è buona anche senza zucchero. “Molti di questi bambini non hanno mai fatto neanche un uovo sbattuto”, dice. “Oggi nelle famiglie non si cucina più”.

“Pasta e pizza”, risponde una biondina con gli stivaletti argentati a chi le domanda quali siano i suoi cibi preferiti. È figlia unica, è molto fiera del suo nuovo iPad mini e scarica da iTunes le canzoni di Pink e di Psy. A casa sua si cucina poco o niente: la sua esperienza culinaria più importante, racconta, è stato “mettere il formaggio su una pizza”.

Tutt’altro che facile, dunque, il compito di Wöbke-Hasenkamp. Oggi la classe imparerà a fare i popcorn e i muffin alla banana: bisogna pur scendere a qualche compromesso. “Voglio far capire ai bambini che non va bene buttar via la roba da mangiare. Per esempio, che le banane, anche un po’ scurite, vanno bene per dolcificare i muffin”.

Se in un quartiere benestante come Blankenese è difficile far capire ai bambini cosa significa mangiare sano, figuriamoci quanto dovrà faticare l’assistente sociale scolastica Jeanette Premper, che lavora alla Hegelsbergschule di Kassel, nel nord della Germania. Prima che li portasse in gita in un’azienda agricola, la maggioranza dei bambini non aveva mai visto una gallina né una mucca. Oggi a lezione si fa l’omelette con feta, pomodori e spinaci. In uno dei quattro box della cucina didattica, Emir, Büsra, Max e Kathrin mescolano le uova con il latte. Un po’ di erbe aromatiche, un cucchiaio d’olio nella padella, e ci siamo. O no? Quella che ribolle sul fornello somiglia più a una minestrina all’uovo: i cuochi hanno sbagliato a misurare la quantità di latte. E alla fine della lezione, più che di erbe aromatiche, la cucina odora d’uovo bruciato.

“I bambini devono imparare che nessun piatto riesce perfetto al primo tentativo”, spiega Premper. La settimana scorsa, però, gli spaghetti al pomodoro sono venuti subito bene, e il prossimo piatto in menù è la zuppa di patate. Nel frattempo la maggior parte degli alunni del corso di cucina ha preso confidenza con i fornelli e prova a cucinare anche a casa: “Ho fatto la pastasciutta tutto da solo!”, dice Emir, 11 anni. Ma quando gli chiedo quali altri piatti conosce, risponde tutto fiero: “I Chicken McNuggets!”.

FONTE: Internazionale numero 993 – 29 marzo 2013

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Traduzione a cura di Denis Gobbi

Darren Sun, capo ricercatore

Darren Sun, capo ricercatore

Dei ricercatori di Singapore hanno sviluppato un nuovo nanomateriale che funziona come il miglior coltellino svizzero del mondo. Il materiale, chiamato Biossido di Titanio Multi-Uso (TiO2) è in grado di produrre energia, generare idrogeno e pure acqua pulita. Ma non è tutto: questo materiale prodigioso può essere impiegato anche nella costruzione di celle solari flessibili ed è in grado di duplicare l’aspettativa di vita delle batterie a ioni di litio. Dotato di proprietà antibatteriche, può essere impiegato anche in nuove bende tecnologiche in ambito sanitario.

Il nuovo materiale messo appunto dall’Università della Tecnologia di Nanyang è stato prodotto trasformando del biossido di titanio in nano-fibre poi fatte disporre al fine di creare delle membrane filtranti flessibili. Il materiale speciale che sta al centro di tutto è il biossido di titanio, economico e abbondante in natura ha la proprietà di accelerare le reazioni chimiche e legarsi facilmente con l’acqua.

Per merito di quest’ultima capacità, questo materiale ha le potenzialità per poter realizzare osmosi inverse di elevata portata e desalinizzare l’acqua. Ma questa è solo una sue notevoli caratteristiche. In aggiunta alla produzione di acqua pulita,  secondo le dichiarazioni dei ricercatori questo materiale può anche produrre idrogeno se esposto alla luce solare nonché essere utilizzato nella produzione di celle solari flessibili e poco costose al fine di produrre elettricità.

Filtro flessibile di nanoparticelle di biossido di titanio

Filtro flessibile di nano-fibre di biossido di titanio

“Non esiste alcuna bacchetta magica per risolvere due delle più grandi sfide del mondo: energie rinnovabili a buon mercato e un abbondante approvvigionamento di acqua pulita, la nostra singola membrana multi-uso però ci va vicino, con le sue nanoparticelle di biossido di titanio è un catalizzatore chiave nella scoperta di soluzioni adatte”

ha affermato il capo ricercatore Darren Sun.

“Con il nostro nanomateriale unico, speriamo di poter dare una mano nella conversione dei rifiuti di oggi nelle risorse di un domani, come acqua pulita ed energia.”

Fonte: Inhabitat

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Trascrizione a cura di  Daniel Iversen

Articolo di Charles H. Greene, pubblicato da “Le scienze” (num 534 febbraio 2013)

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La perdita di ghiaccio marino artico favorisce l’arrivo di un clima invernale estremo negli Stati Uniti e in Europa. Ecco come

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Gli ultimi tre inverni sono stati fuori dal normale in alcune parti del Nord America e dell’Europa. Durante gli inverni 2009-2011, la costa orientale degli Stati Uniti e l’Europa nord-occidentale sono state colpite da ondate straordinarie di neve e freddo, tra cui, per esempio, la tempesta del febbraio 2010 (ribattezzata snowmageddon, apocalisse di neve) a Washington, D.C., che ha interrotto le attività del governo per quasi una settimana. Più tardi, a ottobre dello stesso anno, il NOAA Climate Prediction Center (CPC) degli Stati Uniti, basandosi sul fatto che le correnti di La Niña avrebbero portato temperature oceaniche più fresche del solito nel Pacifico orientale, previde un inverno 2010-2011 mite per la costa orientale.

Tuttavia, a dispetto degli effetti di moderazione di La Niña, nel gennaio 2011 New York e Philadelphia sono state colpite da nevicate record e da temperature molto basse, cogliendo di sorpresa il CPC e i meteorologi.
Ma l’inverno 2011-2012 ha portato con sé altre sorprese. Gli Stati Uniti occidentali hanno conosciuto uno degli inverni più miti nella storia, mentre altre zone del Nord America e dell’Europa sono state meno fortunate. In Alaska la temperatura media di gennaio in tutto lo Stato è stata di 10 gradi inferiore alla media mensile del lungo periodo. Nel sud-est dell’Alaska una singola tempesta ha sepolto intere città sotto una coltre di neve arrivata fino a un massimo di due metri. Contemporaneamente, un’ondata di freddo glaciale è scesa sull’Europa centrale e orientale portando temperature fino a –30 grtadi Celsius e cumuli di neve arrivati fino all’altezza dei tetti. Ai primi di febbraio, quando il freddo gelido finalmente se ne andò, più di 550 persone avevano perso la vita.
Come si spiegano queste ondate di maltempo durante un decennio – tra il 2002 e il 2012 – che è stato il più caldo registrato negli ultimi 160 anni, vale a dire da quanto le temperature globali vengono monitorate con strumenti adeguati? Gli scienziati sembrano aver trovato la risposta in un luogo e un tempo molto insoliti: le recenti perdite record di ghiaccio marino in estate nel Mar Glaciale Artico.

Perdite record di ghiaccio

L’Artico è cambiato molto da quando viaggiai per la prima volta sopra il Circolo Polare, nell’aprile del 1989. Il cambiamento più evidente è la ridotta estensione del ghiaccio marino durante il periodo estivo. Ogni inverno il Mar Glaciale Artico congela quasi completamente. Il ghiaccio marino invernale è composto da una spessa coltre di ghiacci a più strati che si è accumulata nel corso degli anni e da uno strato molto più sottile composto dal ghiaccio annuale che si è formato in alcune parti dell’oceano che erano acqua l’estate precedente. Ogni anno, in settembre, lo scioglimento estivo riduce la distesa di ghiaccio marino al suo minimo annuale.
Nel 1989 l’estensione del ghiaccio marino invernale era leggermente superiore ai 14 milioni di chilometri quadrati, 7 milioni dei quali erano costituiti dagli spessi strati di ghiaccio che persistono
anche durante l’estate. Ma oggi la situazione è molto diversa. Benché l’estensione del ghiaccio marino invernale nel 2012 sia stata prossima a quella del 1989, solo una metà di essa – un po’ meno di 3,5 milioni di chilometri quadrati – è sopravvissuta fino allo scorso settembre, facendo registrare un minimo estivo da record.
La perdita di ghiaccio marino artico durante l’estate non è stata né graduale né lineare. Dal 1979, quando sono iniziate le misurazioni del ghiaccio da satellite, fino al 2000, le perdite di estensione del ghiaccio marino non erano state particolarmente evidenti.
Dal 2000 al 2006 il ritmo del declino è aumentato, ma è stato solo nel 2007 che un significativo cambiamento si è imposto all’attenzione di tutto il mondo. Quell’anno, infatti, l’estensione minima del ghiaccio marino in estate è calata del 26 per cento, passando da circa 5,8 milioni di chilometri quadrati nel settembre 2006 a circa 4,3 milioni nel settembre 2007. Questa riduzione senza precedenti del ghiaccio multistrato ha costretto gli scienziati a rivedere le previsioni su quando il Mar Glaciale Artico sperimenterà per la prima volta un’estate senza ghiacci. In base ai dati raccolti prima del 2007, il quarto rapporto di valutazione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) aveva previsto che la prima estate senza ghiaccio sarebbe avvenuta entro la fine del XXI secolo.
La maggior parte degli studi ora prevede che potrebbe verificarsi molti decenni prima: tra il 2020 e il 2040. I cambiamenti nel ghiaccio marino fanno parte dell’amplificazione del riscaldamento globale che ha colpito l’Artico negli ultimi decenni. Mentre il resto del pianeta ha conosciuto un modesto aumento delle temperature di circa 0,8 gradi dall’inizio del XX secolo, le temperature medie dell’Articosi sono innalzate più del doppio di quella cifra nell’arco degli ultimi cinquant’anni. Il rapido riscaldamento ha alterato l’andamento meteorologico della regione, sciogliendo vaste aree di permafrost. Questi cambiamenti dell’ambiente fisico hanno distrutto habitat di importanza vitale per la fauna e la flora selvatiche della regione, minacciando la sopravvivenza a lungo termine di molte specie. Analogamente, le popolazioni indgene dell’Artico, ben note per i loro adattamenti culturali al freddo e al ghiaccio della regione, stanno assistendo a un significativo sconvolgimento del loro modo di vivere e a una minaccia crescente per le loro tradizioni.
Benché questi cambiamenti possano sembrare remoti alla maggior parte di noi che viviamo al di sotto delle regioni polari, il resto dell’emisfero settentrionale non è immune agli effetti dell’amplificazione artica e della perdita di ghiaccio marino. Gli andamenti meteorologici delle medie latitudini sono influenzati dal clima artico, il che porta a un interrogativo cruciale: c’è il riscaldamento locale dietro le ondate di inverni rigidi registrate in questi ultimi anni o questi violenti fenomeni rientrano nello schema delle naturali oscillazioni climatiche del pianeta?

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Pressione in atmosfera

La natura faceva senz’altro sentire i suoi effetti negli anni sessanta, quando da piccolo, nei pressi di Washington, D.C., mi facevo strada a fatica nella neve per andare a scuola con i miei amici durante un decennio di inverni straordinariamente rigidi. Gli scienziati ora sanno che l’origine di questi inverni freddi e nevosi era dovuta a due oscillazioni climatiche naturali che allora non avevano un nome, ma che oggi sono conosciute come Oscillazione artica (AO, Arctic Oscillation) e Oscillazione nord-atlantica (NAO, North Atlantic Oscillation). Queste due oscillazioni climatiche hanno origine dalle interazioni tra l’atmosfera e l’oceano e mostrano i loro effetti più evidenti durante l’inverno (si veda il box). La potenza di ogni oscillazione è caratterizzata con un indice che quantifica le anomalie – le deviazioni dalla media sul lungo termine – nella distribuzione della pressione atmosferica durante l’inverno su una determinata regione. Nel caso dell’indice AO, si tratta di una regione molto ampia, che comprende la maggior parte dell’emisfero settentrionale, dal Polo Nord fino al confine con i tropici, a 20 gradi di latitudine nord (circa la latitudine di Cuba). L’indice AO può essere positivo o negativo. I valori positivi corrispondono a pressioni inferiori alla media nell’Artico e superiori alla media nelle regioni subtropicali. Durante le fasi positive dell’indice AO, pressioni anormalmente basse nella zona artica portano a un rafforzamento del vortice polare, una circolazione persistente di venti nell’alta atmosfera che soffiano da ovest a est intorno l’Artico. Un vortice polare rafforzato tende a bloccare le masse artiche di aria fredda a nord del Circolo Polare. Al contrario, durante le fasi negative dell’indice AO le pressioni anormalmente basse nell’Artico indeboliscono il vortice polare che quindi ha più difficoltà a imprigionare le masse d’aria fredde, che di conseguenza possono invadere le medie latitudini a sud portando ondate di freddo e forti nevicate. La costa orientale degli Stati Uniti e il Nord Europa sono particolarmente vulnerabili a questi eventi durante i periodi di oscillazione artica fortemente negativi. L’indice NAO caratterizza anomalie nella distribuzione della pressione atmosferica durante l’inverno su una regione molto più piccola, che comprende il settore atlantico dell’emisfero settentrionale tra il centro di alta pressione subtropicale vicino alle Azzorre e il centro di bassa pressione subartico nei pressi dell’Islanda. Come l’indice AO, anche l’indice NAO può essere sia positivo sia negativo. I valori positivi corrispondono a pressioni atmosferiche superiori alla media nel centro di alta pressione subtropicale e pressioni inferiori alla media nel centro di bassa pressione subartico. Durante le fasi NAO positive, le maggiori differenze di pressione rafforzano i venti occidentali che soffiano tutto l’anno da ovest a est lungo le medie latitudini dell’emisfero occidentale. Le differenze di pressione guidano inoltre la veloce corrente d’aria circumglobale nota come corrente a getto lungo un percorso nord-est, dalla costa orientale del Nord America verso l’Europa settentrionale. Le tempeste invernali che attraversano il Nord Atlantico seguono un percorso simile, portando un tempo più umido e mite nel Nord Europa. Al contrario, durante le fasi NAO negative le ridotte differenze di pressione indeboliscono i venti occidentali, e la corrente a getto che lascia il Nord America curva più nettamente verso nord, raggiungendo la Groenlandia prima di tornare indietro verso il sud e l’Europa. In questo caso, tuttavia, il percorso della perturbazione diverge da quello della corrente a getto e attraversa il Nord Atlantico direttamente verso l’Europa meridionale e il Mediterraneo, portando un clima più umido e più mite di quelle aree, mentre il Nord Europa rimane freddo e secco. I climatologi concordano che gli indici AO e NAO dovrebbero essere considerati come due modalità distinte di variabilità naturale del clima. Alcuni sostengono che la NAO sia semplicemente una manifestazione dell’AO nel Nord Atlantico; altri dicono che le dinamiche dei due fenomeni sono abbastanza diverse da richiedere un trattamento separato. Benché i due indici siano altamente correlati, a volte i loro comportamenti divergono in modo significativo, come è accaduto per esempio proprio lo scorso inverno.

Verso un clima invernale estremo

Mentre le emissioni di gas serra continuano ad alterare il sistema climatico terrestre, qualunque cambiamento si sovrapporrà alle naturali oscillazioni climatiche del sistema. Distinguere il contributo dell’uomo ai cambiamenti climatici è difficile, e richiede la verifica delle ipotesi. Una recente ricerca ha fornito nuovi elementi di prova che rafforzano l’ipotesi che il riscaldamento globale e la perdita di ghiaccio marino artico stanno influenzando i nostri inverni attraverso un’alterazione dei normali ritmi dell’AO e del NAO.
Guardando indietro agli anni sessanta della mia infanzia, vediamo che gli indici AO e NAO erano prevalentemente negativi, portando a inverni più nevosi e più freddi della media lungo la costa orientale degli Stati Uniti. Non vi è alcun motivo di sospettare che questo decennio di inverni rigidi fosse niente di più della semplice variabilità naturale dovuta a AO e NAO. Al contrario, dagli anni settanta agli anni novanta l’indice NAO è stato prevalentemente positivo, con una sola fase invernale negativa. Gli inverni miti che ne sono derivati hanno coinciso con una maggiore consapevolezza del cambiamento climatico globale, spingendo molti scienziati a ipotizzare che alla base di quello che appariva come un periodo insolitamente lungo di inverni con indice NAO prevalentemente positivo vi fosse un aumento della concentrazione di gas serra. I modelli a cui fa riferimento l’IPCC prevedevano che questa tendenza sarebbe continuata con l’aumento costante dei gas serra. Ma invece la prevalenza di inverni con fasi AO e NAO fortemente positive è terminata durante la seconda metà degli anni novanta.
Ma anche se la serie di inverni NAO positivi si è conclusa, non significa che l’ipotesi di una relazione tra aumento dei gas serra e indice NAO fosse sbagliata. Ciò che non era stato previsto all’epoca era l’accelerazione dell’amplificazione artica a partire dalla fine degli anni novanta. Poiché gli effetti amplificati del riscaldamento globale si sono avuti sopra il Circolo Polare Artico, le condizioni climatiche sono entrare in una fase detta «periodo artico caldo», caratterizzata da rapide perdite di ghiaccio marino artico, della banchisa in Groenlandia, del permafrost e dei ghiacciai continentali. Al centro di ognuno di questi cambiamenti c’è un processo definito feedback ghiaccio-albedo, in cui la riflessione della radiazione solare di un’area diminuisce via via che la sua copertura di ghiaccio si scioglie, esponendo terreni più scuri o superfici marine.
Una particolare preoccupazione riguarda il feedback ghiaccioalbedo nell’Oceano Artico. La perdita di ghiaccio marino estivo espone più acqua alla radiazione solare in arrivo. L’assorbimento di questa radiazione porta a un riscaldamento eccessivo delle acque superficiali che si traduce in due effetti importanti. In primo luogo, una parte del calore in eccesso rafforza la fusione del ghiaccio marino estivo. Inoltre l’oceano rilascia gradualmente in atmosfera gran parte del rimanente calore in eccesso durante l’autunno, aumentando così la pressione atmosferica e il tasso di umidità nell’Artico e riducendo le differenze di temperatura tra l’Artico e le medie latitudini.
Un aumento della pressione atmosferica nell’Artico e un calo del gradiente di temperatura favoriscono lo sviluppo di fasi AO e NAO negative nel corso dell’inverno, procando un indebolimento del vortice polare e della corrente a getto. Un vortice polare indebolito riesce meno a impedire che le masse d’aria fredde artiche, con il loro elevato contenuto di umidità, scendano fino alle medie latitudini e portino intense ondate di freddo e neve.
Inoltre, una corrente a getto indebolita presenta onde più ampie nella sua traiettoria, onde che possono rimanere bloccate in un punto, stringendo in una morsa di gelo una determinata regione.
Insieme, questi schemi alterati di circolazione atmosferica tendono a favorire ondate di clima invernale estremo più frequenti e persistenti in Nord America e in Europa.
Possono entrare in gioco anche altri fattori. L’oscillazione meridionale ENSO, meglio conosciuta come El Niño, un’altra oscillazione climatica importante al centro dell’Oceano Pacifico, può influire notevolmente sul clima invernale negli Stati Uniti continentali. Nelle regioni sud-orientali e in quelle medio-atlantiche degli Stati Uniti, gli anni di El Niño portano inverni più piovosi, mentre gli anni di La Niña portano inverni più asciutti. Insieme, le fasi AO e NAO negative durante gli anni di El Niño possono aumentare le probabilità di inverni freddi e rigidi lungo la costa orientale, come è accaduto nell’inverno 2009-2010. Le fasi AO e NAO negative possono inoltre contrastare gli inverni asciutti e miti previsti negli anni di La Niña. È quanto è accaduto nell’inverno 2010-2011, quando le basse temperature e le nevicate record a New York e Philadelphia hanno sorpreso i meteorologi che, basandosi solo su La Niña, avevano previsto condizioni più miti.

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Mappa: XNR Production

L’inverno alle porte

Anche se i cambiamenti nell’Artico potrebbero aver favorito ondate di inverni rigidi più frequenti e persistenti, non si può mai essere sicuri di ciò che succederà in un determinato anno. Dopo tutto, le previsioni del tempo comportano sempre un certo livello di incertezza. L’inverno 2011-2012 è stato un buon esempio delle sfide legate alle previsioni meteorologiche. Il CPC aveva previsto un clima relativamente mite negli Stati Uniti orientali a causa dello sviluppo di La Niña nel Pacifico. Gli indici AO e NAO erano positivi all’inizio della stagione invernale, ma a metà gennaio sono emerse condizioni negative dell’AO, durate fino ai primi di febbraio, mentre il NAO è rimasto positivo. L’Alaska e alcune regioni dell’Europa centrale e orientale sono stati colpiti da freddo intenso e pesanti tempeste di neve, mentre negli Stati Uniti orientali il clima è rimasto insolitamente mite. Un sistema di alta pressione associato a La Niña nel Pacifico orientale aveva guidato la corrente a getto molto più a settentrione sopra il Nord America rispetto a quanto accade generalmente nelle fasi di AO negativa di metà inverno e ha consentito così al calore di spostarsi dal Golfo del Messico e salire verso gli Stati Uniti orientali, generando il quarto inverno più caldo mai registrato in questa regione. Il percorso più a nord della corrente a getto ha portato inoltre condizioni climatiche più miti verso l’Atlantico settentrionale e l’Europa orientale. Ai primi di marzo nel Pacifico orientale, il sistema di alta pressione atmosferica forte e persistente si è rinforzato, intensificando ulteriormente le insolite condizioni atmosferiche e portando a temperature record lungo gli Stati Uniti medio occidentali e orientali. Nonostante la persistenza di calore fuori stagione in questa zona, tuttavia, è bene notare che in altre parti dell’emisfero settentrionale sono stati registrati un inverno e un inizio di primavera insolitamente freddi. Infatti l’NCDC ha riferito che la temperatura media globale a marzo 2012 è stata la più bassa dal 1999. Anche per questo inverno la situazione sembra orientata verso ondate di condizioni atmosferiche rigide in Nord America e in Europa. La perdita record di ghiaccio marino artico osservata durante la scorsa estate dovrebbe aumentare la probabilità per le masse d’aria artiche fredde di invadere le regioni alle medie latitudini. Anche se è difficile prevedere quali siano le regioni a media latitudine più vulnerabili, le condizioni meteorologiche di El Niño che si sono sviluppate nel Pacifico nell’autunno del 2012 possono incrementare uno spostamento verso sud della traiettoria della corrente a getto aumentando così le probabilità di avere una fine inverno fredda e difficile negli Stati Uniti orientali. La costa orientale potrebbe essere particolarmente vulnerabile alle tempeste nord- orientali tipiche della regione, che portano temperature rigide e intense nevicate. Anche se è impossibile dire con certezza se vedremo ripetersi le violente tempeste nord-orientali dell’inverno 2009-2010, lo sviluppo estivo e autunnale dei mesi scorsi presenta una somiglianza maggiore con le condizioni verificatesi durante il 2009 rispetto a qualsiasi altro anno a partire dal 2007, cioè da quando è avvenuto un significativo cambiamento in peggio nella perdita di ghiaccio marino artico.

PER APPROFONDIRE

Climate Drives Sea Change. Greene C.H. e Pershing A.J., in «Science», Vol. 315, pp. 1084-1085, 23 febbraio 2007.

The Recent Arctic Warm Period. Overland J.E., Wang M. e Salo S., in «Tellus», Vol. 60, n. 4, pp. 589-597, 2008.

An Arctic Wild Card in the Weather. Greene C.H. e Monger B.C., in «Oceanography», Vol. 25, n. 2, pp. 7-9, 2012.

Evidence Linking Arctic Amplification to Extreme Weather in Mid-latitude.

Francis J.A. e Vavrus S.J. in «Geophysical Research Letters», Vol. 39, articolo n. L06801, 17 marzo 2012.

FONTE: LeScienze

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Illustrazione: Goni Montes

Articolo di Charles Seife  su “Le Scienze” trad. Stefano Fabbri, fonte Sigrid Estrada

La ricerca farmaceutica è affidabile ?

Le aziende farmaceutiche pagano scienziati per importanti ricerche che riguardano i loro prodotti. E nessuno sembra in grado di fermarle.

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Quando Robert Lindsay decise di dedicarsi alla ricerca medica, all’inizio degli anni settanta, non lo fece per denaro. Il suo campo di interesse, l’effetto degli ormoni sul tessuto osseo, era in fase di stasi. Per un giovane ricercatore quel campo era un’opportunità per lasciare il segno e, almeno così sperava, per aiutare migliaia di persone che soffrivano di osteoporosi. A volte, quando il corpo invecchia, le ossa perdono la capacità di ricostruire il proprio tessuto con la rapidità necessaria a tenere il passo del normale processo di usura, e lo scheletro si indebolisce.

Nessuno capiva granché delle dinamiche di questo fenomeno, compreso Lindsay. Ma c’erano buone ragioni per credere che fossero coinvolti gli ormoni. Alcune donne sviluppano osteoporosi subito dopo la menopausa, quando i loro livelli ormonali crollano bruscamente, forse alterando il bilancio fra formazione e distruzione del tessuto osseo. Se era così, pensava Lindsay, la sostituzione degli ormoni con una pillola avrebbe bloccato o addirittura invertito la progressione della malattia. A Glasgow, in una clinica piccola e con pochi finanziamenti, il giovane ricercatore aveva programmato uno dei primi trial della terapia ormonale sostitutiva a base di estrogeni per la perdita di tessuto osseo in donne in post-menopausa. La stella di Lindsay stava sorgendo.

Il suo progetto successivo ebbe enormi implicazioni commerciali e catturò l’attenzione dell’industria farmaceutica. Dopo essersi trasferito all’Helen Hayes Hospital, un centro di riabilitazione a nord di New York, nel 1984 Lindsay aveva pubblicato uno studio in cui determinava la dose minima efficace di un farmaco antiosteoporotico con estrogeni chiamato Premarin. I risultati suggerivano che combattere l’osteoporosi equivaleva a incoraggiare milioni di donne a usare il farmaco, e questo aveva reso Lindsay un personaggio di spicco agli occhi di Wyeth-Ayerst Laboratories, azienda produttrice di farmaci, che in effetti arruolò Lindsay tra gli autori del proprio video informativo Osteoporosi: una tragedia che si può prevenire. A metà degli anni novanta, quando Wyeth fu coinvolta in una lite brevettuale relativa al Premarin, Lindsay era un alleato fedele dell’azienda. Il ricercatore si era espresso contro l’approvazione di una versione generica del farmaco che avrebbe fatto perdere quote di mercato, anche se il generico avrebbe facilitato l’accesso alla terapia. Secondo Lindsay, un farmaco generico avrebbe potuto non essere del tutto equivalente al farmaco registrato (o «griffato»), un fatto che in alcuni casi può essere vero. Questa posizione però era anche in linea con la posizione dell’azienda. «Tutto ciò che chiediamo è di non approvare qualcosa di cui in futuro ci pentiremo», dichiarò all’Associated Press nel 1995. Lo stretto rapporto di Lindsay con Wyeth e altre case farmaceutiche proseguì per decenni, con modalità spesso nascoste. Il ricercatore consentì a Wyeth di scrivere le bozze dei suoi articoli e incassò decine di migliaia di dollari da interessi farmaceutici che avevano tutto da guadagnare dalle sue ricerche.

Lo scandalo non è quello che ha fatto Lindsay, dal momento che il suo è un caso tipico. Negli ultimi anni le case farmaceutiche hanno trovato molti modi per mettere ingenti somme di denaro – in alcuni casi sufficienti per garantire a un figlio la frequenza all’università – nelle tasche di medici indipendenti che effettuano ricerche riguardanti, in modo diretto o indiretto, farmaci in fase di produzione o commercio da parte di queste aziende. Il problema non riguarda solo imprese e ricercatori, ma il sistema nel suo insieme: istituzioni finanziatrici, laboratori, riviste specialistiche, ordini professionali e così via. Nessuno offre un sistema di controllo in grado di evitare conflitti di interesse. Le organizzazioni, invece, sembrano scaricarsi tra loro le responsabilità, lasciando spazi nell’applicazione di regole in cui ricercatori e aziende si destreggiano con facilità, per poi prendere decisioni coperte da segreto.

«Non c’è un solo settore della medicina o della ricerca accademica, né della formazione medica, in cui i rapporti con le aziende non siano un elemento assai diffuso», afferma il sociologo Eric Campbell, professore di medicina alla Harvard Medical School. Questi rapporti non sono sempre negativi. Dopo tutto, senza l’aiuto delle aziende i medici che fanno ricerca non sarebbero in grado di tradurre le proprie idee in nuovi farmaci. Allo stesso tempo, sostiene Campbell, alcuni di questi rapporti coinvolgono gli scienziati nella vendita di prodotti farmaceutici, invece che nella produzione di nuova conoscenza.

Il rapporto fra ricercatori e case farmaceutiche può assumere forme diverse. Ci sono gli speaker bureau: un’azienda finanzia i viaggi di un ricercatore – spesso in prima classe – in tutto il paese, dove a volte il ricercatore tiene un discorso e mostra diapositive preparati entrambi dall’azienda. Poi c’è il lavoro di ghostwriting: un produttore scrive la bozza di un articolo e paga uno scienziato per firmarlo e sottoporlo al giudizio di una rivista peer review. Infine c’è l’attività di consulenza: un’azienda arruola un ricercatore per avere consigli. «I ricercatori credono che queste aziende li cerchino per la loro intelligenza, ma di fatto vengono dopo il marchio», dice Marcia Angell, già direttore del «New England Journal of Medicine». «Per ingaggiare un ricercatore universitario senior illustre, il tipo di persona che parla ai convegni, scrive libri e articoli specialistici, vale la pena spendere come per 100.000 venditori».

Le riviste peer reviewed sono piene di studi che dimostrano come il denaro proveniente dall’industria farmaceutica stia indebolendo l’obiettività scientifica. Una ricerca del 2009 pubblicata su «Cancer» ha dimostrato che i partecipanti a uno studio vivevano più a lungo quando gli autori avevano conflitti di interesse rispetto a quando gli stessi autori erano non avevano interessi in gioco. Uno studio del 1998 pubblicato dal «New England Journal of Medicine» ha trovato una «forte correlazione» fra le conclusioni dei ricercatori sulla sicurezza dei bloccanti dei canali del calcio, una classe di farmaci usati per ridurre la pressione del sangue, e il loro rapporto finanziario con le aziende che producono i farmaci.

Non si tratta solo di un problema accademico. I farmaci sono approvati o respinti in base a ricerche apparentemente indipendenti. Quando una pillola non funziona come pubblicizzato e viene ritirata dal mercato o rietichettata come pericolosa c’è spesso un percorso di ricerche deviate e di compensi per gli scienziati. Per esempio diversi anni fa, quando i pazienti hanno cominciato a citare in giudizio Wyeth per un altro farmaco basato su estrogeni, Prempro (che è stato correlato al rischio di tumore al seno, ictus e altre malattie), gli accordi di Wyeth per l’attività di ghostwriting e firma di articoli previo pagamento sono diventati una parte centrale del caso.

Anche quando è stata la volta dell’analgesico Vioxx, prodotto da Merck e che era stato collegato a infarto e ictus, è emerso il problema del denaro delle case farmaceutiche. In uno studio sul Vioxx, per esempio, sembra che alcuni ricercatori universitari abbiano sottoscritto un progetto sponsorizzato da Merck dopo che l’azienda aveva già effettuato tutte le analisi dei dati. Secondo uno studio del 2010 pubblicato sul «British Medical Journal», l’87 per cento dei ricercatori che hanno dato «parere favorevole» al farmaco per il diabete Avandia, prodotto da GlaxoSmithKline, sebbene ci fossero indicazioni sul fatto che potesse aumentare il rischio di infarto, avevano rapporti finanziari con il produttore del farmaco. E quando una commissione della Food and Drug Administration statunitense ha iniziato a valutare se ritirare o meno Avandia dal mercato a causa del collegamento con gli episodi di infarto è emerso anche che alcuni membri della commissione prendevano denaro dalle case farmaceutiche.

La risposta della comunità scientifica al problema del conflitto di interesse è: trasparenza. Riviste specialistiche, istituzioni che finanziano la ricerca e organizzazioni professionali fanno pressione sui ricercatori affinché dichiarino apertamente – ai soggetti delle loro ricerche, ai colleghi e a chiunque altro sia coinvolto nelle loro attività – quando hanno rapporti che potrebbero compromettere la loro obiettività. In questo modo è la comunità scientifica a decidere se uno studio è etico e, una volta che l’esperimento è stato effettuato, fino a che punto fidarsi dei risultati. È un sistema basato sull’onore. I ricercatori spesso omettono di riferire conflitti di interesse, a volte perché non si rendono nemmeno conto del fatto che questo è un problema. (Anche «Scientific American» chiede che sia rilasciata una dichiarazione volontaria sui conflitti di interesse da parte dei ricercatori che scrivono gli articoli).

In teoria, c’è un sistema di riserva. Diversi livelli di controllo dovrebbero garantire che siano scoperti e resi pubblici i conflitti di interesse anche quando un ricercatore inconsapevole o disonesto non li dichiara. Quando uno scienziato non riferisce dell’esistenza di un simile conflitto è compito dell’università o dell’ospedale in cui lavora scoprirlo e comunicarlo. E quando un’università, o un ospedale, non fa il suo lavoro individuando ricerche con conflitti di interesse, allora dovrebbe scendere in campo l’agenzia governativa che finanzia la maggior parte di questi studi, come gli statunitensi National Institutes of Health (NIH).

Purtroppo il sistema di riserva fa acqua da tutte le parti. «Spesso le istituzioni ragionano in modo opposto, oppure hanno politiche abbastanza deboli», dice Adriane Fugh-Berman, professore al Dipartimento di farmacologia e fisiologia della Georgetown University. Più incredibile ancora è constatare che gli NIH, oltre a non far rispettare norme etiche pensate per fermare la strisciante influenza del denaro delle case farmaceutiche, potrebbero addirittura violare quelle stesse norme.

Il Parlamento degli Stati Uniti cerca di fermare la corruzione nel campo della ricerca medica attraverso l’approvazione di nuove leggi. Nel 2010, nell’ambito di un pacchetto di riforme sulla sanità, il Parlamento ha approvato il Physician Payments Sunshine Act. A partire dal 2013 la legge imporrà alle case farmaceutiche e ai produttori di dispositivi medicali di dichiarare la maggior parte dei soldi che versano nelle tasche dei medici. Dato che la maggior parte dei medici che fanno ricerca si occupano anche di pratica clinica, questi dati dovrebbero aiutare università e ospedali dove si fa ricerca e gli NIH a scoprire i casi in cui il medico che riceve un finanziamento ha un potenziale conflitto di interesse. Tuttavia, se non saranno usate, le informazioni andranno sprecate.Il caso di Robert Lindsay mostra quanto sia grave il problema delle ricerche mediche che hanno conflitti di interesse, e quanto sarà difficile rimediare.

Un intrico di rovi

Spesso gli sforzi che le case farmaceutiche compiono per influenzare le conferenze scientifiche iniziano dal ghostwriting. Quando un produttore farmaceutico riesce a indirizzare la stesura di un articolo è anche in grado di controllare, in gran parte, il modo in cui un risultato scientifico è compreso e usato dagli specialisti clinici e dai ricercatori.

Uno degli articoli più prestigiosi di Lindsay, pubblicato nel 2002 e in cui si dimostrano gli effetti benefici del Prempro su donne in postmenopausa, venne inizialmente redatto da DesignWrite, azienda che era stata ingaggiata da Wyeth per scrivere per conto terzi articoli destinati alla pubblicazione su riviste peer reviewed. Dopo aver incontrato Lindsay a metà aprile 2001 per discutere l’impostazione dell’articolo, DesignWrite elaborò una scaletta e la spedì a Lindsay (e Wyeth). DesignWrite spedì una bozza a Lindsay all’inizio di giugno per avere i suoi commenti, effettuò analisi aggiuntive e corresse il manoscritto. In agosto il «Journal of the American Medical Association» (JAMA) approvò la pubblicazione. Successivamente, nello stesso anno, DesignWrite modificò nuovamente l’articolo in risposta ai commenti ricevuti, e il lavoro fu pubblicato nel maggio 2002. Alla fine dell’articolo, Lindsay e i suoi tre coautori ringraziarono Karen Mittleman per il suo aiuto editoriale, senza dichiarare che la donna era una dipendente di DesignWrite o senza rivelare i suoi rapporti con Wyeth.

Lindsay nega che DesignWrite abbia avuto un ruolo di rilievo nella stesura dell’articolo del 2002 o di tutte le altre sue versioni. L’azienda, piuttosto, si sarebbe limitata a semplicemente a «fornire una bozza seguendo le nostre indicazioni» ha dichiarato lo scienziato. Insieme agli altri coautori citati nel lavoro, era responsabile della concezione e della direzione presa dallo studio. Se così fosse, Lindsay meriterebbe di essere citato come coautore e a Karen Mittleman non dovrebbe essere riservato nulla più che un breve riconoscimento, secondo quanto afferma Phil B. Fontanarosa, direttore esecutivo di «JAMA». «Non è chiaro se le attività di Mittleman abbiano incluso concezione e progettazione dello studio, acquisizione dei dati o la loro analisi e interpretazione», mi ha scritto Fontanarosa in una e-mail.

Questo uso di un’azienda esterna incaricata della stesura degli articoli non è stato un episodio isolato. Nel 2009 Kathleen Ohleth, che all’epoca lavorava per DesignWrite, ha aiutato Lindsay a scrivere un articolo per la rivista «Fertility and Sterility». (Dopo la mia intervista iniziale Lindsay si è rifiutato di rispondere a ulteriori domande, incluse quelle relative a chi ha pagato Ohleth nel 2009, e mi ha indirizzato a un addetto stampa). Anche due anni dopo, in un articolo pubblicato su «Osteoporosis International», Lindsay ha ringraziato Ohleth per la sua assistenza nella scrittura dell’articolo e ha ammesso che lo studio era stato finanziato da Pfizer (che nel 2009 aveva acquisito Wyeth), ma ha dichiarato di «essere l’unico autore responsabile della concezione e della direzione presa dal contenuto dell’articolo». In particolare l’articolo affermava che un gruppo di ormoni in fase di sviluppo presso Pfizer offriva «un nuovo paradigma per la terapia della menopausa».

Nello stesso periodo in cui Lindsay accettava l’aiuto redazionale di Pfizer, stringeva anche un gran numero di accordi di natura economica che ponevano un potenziale conflitto di interesse. Secondo una banca dati compilata dal gruppo di giornalismo investigativo ProPublica, nel 2009 e nel 2010 Eli Lilly ha dato aLindsay più di 124.000 dollari, la maggior parte dei quali per le sue prestazioni in qualità di conferenziere.

La maggior parte delle riviste peer reviewed ha regole precise riguardo alle dichiarazioni di rapporti di natura economica. Per la precisione, quello che uno scienziato deve rendere noto dipende dalla materia in oggetto e dalla rivista, quindi è difficile individuare con esattezza quando un ricercatore viola queste regole. Lindsay ha reso pubblici i suoi rapporti con Lilly in un gran numero di articoli, ma non lo ha fatto in modo uniforme. Per esempio, in un articolo che riguardava uno studio sull’osteoporosi, pubblicato nel settembre 2010 dalla rivista «Mayo Clinic Proceedings», molti degli autori hanno dichiarato di essere nello speakers bureau, o di avere altre forme di rapporto con l’azienda; Lindsay tuttavia, pure lui fra i coautori, non ha fatto alcuna dichiarazione in questo senso. In seguito mi ha detto che aveva cambiato idea riguardo alla dichiarazione di questo tipo di rapporti: «Fino a poco tempo fa le mie dichiarazioni includevano qualsiasi casa farmaceutica i cui prodotti sono citati nelle mie presentazioni» o negli articoli, ha spiegato. «Ho cambiato un po’ questa filosofia, perché ora, per garantire che ci sia una reale chiarezza, dichiarerei tutti i contatti».

Schermata 02-2456331 alle 23.26.43Nemmeno nei casi in cui l’oggetto dello studio era un prodotto di Lilly Lindsay rivelava sempre il suo rapporto economico con l’azienda. Lo studio che ha pubblicato nel 2008 sul «Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism», che riguardava il teriparatide, principio attivo alla base del Forsteo, commercializzato da Lilly, e la possibilità che interferisse con altri farmaci contro l’osteoporosi, non citava il fatto che Lindsay, negli anni precedenti, avesse ricoperto il ruolo di consulente e conferenziere per il produttore di Forsteo. «Dato che in questo studio tutti erano stati trattati con il teriparatide, non c’era la possibilità di creare un conflitto», ha sostenuto Lindsay. «E, naturalmente, lo studio non era stato finanziato in alcun modo da Ely Lilly».

La dichiarazione incoerente di Lindsay va ben oltre gli articoli. Come eminente ricercatore, ha avuto un ruolo chiave nella pubblicazione delle linee guida che altri medici usano per curare l’osteoporosi. Nel 2008, per esempio, ha contribuito a sviluppare e scrivere Clinician’s Guide to Prevention and Treatment of Osteoporosis, della statunitense National Osteoporosis Foundation. La guida, che è stata sottoscritta da numerose associazioni mediche, descrive le diverse opzioni terapeutiche, incluso il teriparatide. («Il teriparatide è in genere ben tollerato, sebbene alcuni pazienti avvertano crampi agli arti inferiori e vertigini», si legge). In un’apposita sezione la guida riporta che nessuno degli autori, Lindsay compreso, ha «un rapporto finanziario di rilievo con un qualsiasi interesse commerciale».Inoltre, apparentemente Lindsay ha omesso di citare questi potenziali conflitti quando ha fatto domanda per ricevere finanziamenti federali. Sebbene almeno dal 2004 fosse consulente di Lilly, nel 2005 ha chiesto agli NIH – l’agenzia statunitense responsabile della maggior parte della ricerca medica nazionale sostenuta dal governo federale – di finanziare uno studio sul Forsteo: Lindsay voleva effettuare biopsie di pazienti per vedere in che modo il farmaco incideva sulla loro struttura ossea. Ha ottenuto il finanziamento. Negli anni successivi gli NIH hanno finanziato gli studi di Lindsay sul farmaco con 3,4 milioni di dollari. Nel 2010 il ricercatore ha fatto domanda per un nuovo finanziamento per confrontare due modalità di somministrazione del Forsteo. Ancora una volta ha ottenuto il denaro, questa volta 364.000 dollari per il 2010 e ulteriori 345.000 dollari per il 2011.

I regolamenti federali sui potenziali conflitti di interesse nei finanziamenti erogati dagli NIH stabiliscono che chi riceve i fondi debba identificare qualsiasi conflitto di interesse reale o apparente, e dichiarare in che modo questi eventuali conflitti sono stati gestiti, ridotti o eliminati. Il mancato rispetto di queste norme è una violazione della legge. Sembra abbastanza chiaro, ma in pratica non lo è affatto. La responsabilità dell’applicazione dei regolamenti passa da un’istituzione all’altra, fino al punto che spesso conflitti come quello di Lindsay sfuggono dalle crepe del sistema.

Segui il denaro

Ogni anno gli NIH finanziano la ricerca medica con decine di miliardi di dollari. Con tutto questo denaro in gioco il rischio di corruzione è enorme. Gli NIH non sono molto abili nell’arrestare la corruzione, perché non sono sufficientemente aggressivi nello scoprire i conflitti di interesse dal lavoro dei propri scienziati. Quando li ho contattati nell’ambito di questa inchiesta per avere informazioni sulle potenziali falle nelle regole etiche, i funzionari degli NIH hanno serrato le fila.

Interrogato su possibili conflitti di interesse nei finanziamenti ricevuti da Lindsay per studiare il teriparatide, Faye Chen, funzionario degli NIH, si è rifiutato di fornire copie delle assicurazioni scritte dall’Helen Hayes Hospital, datore di lavoro di Lindsay – una documentazione richiesta delle leggi federali – in cui si affermava che i conflitti di interesse erano stati adeguatamente gestiti. Chen ha continuato ad affermare che era tutto in ordine. «L’impegno degli NIH è conservare la fiducia del pubblico sul fatto che le ricerche finanziate dall’agenzia sono condotte senza pregiudizi e secondo i più elevati standard scientifici ed etici», mi ha scritto in una email. E ha aggiunto: «Posso assicurarle che l’ente del Dr. Lindsay ha fornito le certificazioni richieste e le necessarie garanzie prima di ricevere il finanziamento, e che verrà chiesto loro di fornire questa certificazione ogni anno prima di ciascuna nuova assegnazione». I documenti ottenuti con una richiesta basata sul Freedom of Information Act non facevano cenno ad alcun potenziale conflitto di interesse, niente che indicasse che Lindsay riceveva denaro dal produttore del farmaco in fase di studio. I funzionari degli NIH non hanno rilasciato commenti sul fatto che avrebbero continuato o meno a seguire la questione.

Le azioni degli NIH non dovrebbero sorprendere. Alcuni anni fa l’ufficio dell’ispettorato generale del Department of Health and Human Services ha messo le mani su comunicazioni interne degli NIH in cui si scopre che i dirigenti scoraggiano le inchieste sui conflitti di interesse fra i ricercatori finanziati dagli NIH. (Nell’interesse della trasparenza: mia moglie lavora per l’ufficio dell’ispettorato generale, ma non ha nulla a che vedere con questi studi o con questo articolo.) Per esempio, un memorandum affermava: «Non dovremmo cercare ulteriori dettagli sulla natura del conflitto di interesse, o sul modo in cui è stato gestito, a meno che non ci sia una sufficiente preoccupazione programmatica che induca in questo senso».

Il caso di Lindsay non sembra isolato. In tutti gli Stati Uniti ci sono scienziati che conducono ricerche finanziate dal governo e contemporaneamente prendono denaro da case farmaceutiche, comportamento che spesso pone un potenziale conflitto di interesse. Per avere la percezione della quantità di denaro che dalle case farmaceutiche finisce nelle tasche di ricercatori che ricevono finanziamenti dagli NIH, ho sfruttato una banca dati che contiene tutti i finanziamenti erogati dagli NIH tra il 2009 e il 2010, e ho usato la banca dati ProPublica, che contiene i pagamenti delle case farmaceutiche, per identificare quali ricercatori fossero sul libro paga dei produttori di farmaci. Nel solo Stato di New York abbiamo identificato pagamenti per 1,8 milioni di dollari erogati da poche aziende a beneficiari di finanziamenti degli NIH: si trattava di pagamenti per prestazioni effettuate negli speakers bureau, per consulenze e altri servizi. (Probabilmente il totale dei finanziamenti dati a ricercatori dello Stato di New York è molto più grande). Molti di questi pagamenti potrebbero non creare alcun reale conflitto di interesse.

I ricercatori che ottengono un finanziamento dagli NIH non sono i soli a prendere denaro dalle case farmaceutiche: ci sono anche le persone che decidono quali ricercatori debbano ricevere i finanziamenti degli NIH. La banca dati ProPublica con cui ho identificato i pagamenti delle aziende a ricercatori finanziati dagli NIH mi ha anche permesso di individuare il flusso di denaro proveniente dalle aziende e diretto alle tasche dei membri delle commissioni consultive e di revisione e valutazione degli NIH. In questo modo abbiamo scoperto che 70 membri di commissioni consultive percepivano una somma superiore a un milione di dollari per partecipazioni a speakers bureau, consulenze e altri servizi prestati alle case farmaceutiche. Alcuni di questi pagamenti potrebbero violare le regole etiche federali, che vietano ai membri delle commissioni consultive di partecipare a decisioni che potrebbero influire su un’organizzazione dalla quale ricevono cospicue remunerazioni.

Il problema, dunque, non si limita ai ricercatori che ricevono i finanziamenti degli NIH. Il denaro proveniente dalle case farmaceutiche si è infiltrato negli stessi NIH. Se l’agenzia fosse a conoscenza dei potenziali conflitti d’interesse dei suoi dipendenti e non facesse nulla per garantire che questi conflitti non incidano sulle decisioni dei comitati, violerebbe la legge. Per scoprirlo ho compilato una richiesta secondo il Freedom Information Act chiedendo di consultare la documentazione che indicava se gli NIH sapessero, o meno, di pagamenti delle case farmaceutiche ai membri dei propri comitati e, in caso di risposta affermativa, se consentissero ai beneficiari di quei pagamenti di svolgere le proprie mansioni nonostante fossero sul libro paga di un produttore di farmaci. Gli NIH si sono rifiutati di consegnare questi documenti. Li ho citati in giudizio, e dopo una causa durata nove mesi un giudice federale ha costretto l’agenzia a rilasciare tutto ciò che aveva cercato di tenere nascosto.

Alcuni dei documenti ottenuti grazie al procedimento legale implicano che la politica interna degli NIH sul conflitto di interesse è in gran parte dedicata a scoprire moduli mancanti. Inoltre, da questi documenti sembrerebbe che diversi istituti degli NIH non abbiano mai avviato neppure una singola azione di sostegno all’applicazione di norme contro il conflitto di interesse nei confronti dei propri impiegati fin dal 2008. Eppure i documenti più significativi, quelli che gli NIH hanno cercato disperatamente di tenere nascosti, hanno a che fare con quelli che sono definiti «accordi (o atti) di rinuncia».

In circostanze limitate, gli NIH possono concedere un atto di rinuncia, ovvero un atto che esenta un impiegato governativo in conflitto (per esempio un membro di un comitato consultivo) dal rispetto di norme etiche. Ho chiesto informazioni sugli accordi di rinuncia che erano stati concessi a diversi membri dei comitati consultivi degli NIH, persone che conoscevo dalla banca dati ProPublica e da altre fonti, e che avevano ricevuto migliaia di dollari dalle case farmaceutiche. Volevo scoprire perché gli NIH permettevano a queste persone di far parte di comitati nonostante un potenziale conflitto e, informazione altrettanto importante, quale fosse la natura di questi conflitti.

La maggior parte dei pagamenti provenienti dalle case farmaceutiche non era citata in quei documenti. Per esempio LouisPtàcek, che all’epoca era membro del National Advisory Neurological Disorders and Stroke Council, aveva ottenuto il permesso di partecipare a un certo numero di riunioni, nonostante possedesse numerose azioni di case farmaceutiche, ma l’atto di rinuncia non citava il fatto che avesse ricevuto oltre 50.000 dollari da Pfizer in qualità di consulente. (Ptàcek non ha risposto a una richiesta di commento sulla faccenda.) Analogamente un atto di rinuncia per Arul Chinnaiyan, che fa parte del comitato scientifico del National Cancer Institute, non ha reso noto negli atti il fatto che avesse ricevuto 9000 dollari nel 2009 e 21.000 dollari nel 2010 da GlaxoSmithKline. Ma Chinnaiyan ha detto di aver comunicato questi accordi agli NIH. Perché, allora, non sono stati citati nel suo atto di rinuncia?

Gli NIH non hanno fatto commenti su casi individuali. Un funzionario dell’agenzia ha accettato di parlare della politica generale, ma solo a condizione di non essere nominato. In generale i compensi per le prestazioni di consulenza e per gli accordi degli speakers bureau, mi ha spiegato questa persona, non sono inseriti in un atto di rinuncia, ma in un documento separato che tratta di problematiche specifiche relative a quali membri del comitato debbano astenersi dalle proprie funzioni a causa di conflitti di interesse. Quando questo articolo è andato in stampa Susan Cornell, funzionario del Freedom of Information Act presso gli NIH, ha confermato che l’agenzia non era riuscita a consegnare documenti riguardanti alcune astensioni per conflitto di interesse in risposta alla mia richiesta basata sul Freedom of Information Act, come invece avrebbe dovuto fare.

La divulgazione incoerente di documenti da parte degli NIH e la segretezza che li circondava hanno reso impossibile stabilire con certezza che cosa stava accadendo. Come minimo, nel controllare i potenziali conflitti, gli NIH fanno un lavoro approssimativo. Per esempio, se accordi di consulenza appartengono a un documento di astensione, come mai gli accordi di consulenza stipulati fra Lawrence R. Stanberry e GlaxoSmithKilne compaiono sui suoi atti di rinuncia? (Stanberry, direttore del Dipartimento di pediatria del College of Physicians and Surgeons della Columbia University, siede nel comitato dei consulenti scientifici del National Institute of Allergy and Infectious Diseases). E come mai la rinuncia non include il lavoro di consulenza che Stanberry ha svolto per conto di Sanofi-Pasteur? «Non so perché la consulenza a Sanofi-Pasteur non è stata inserita nella rinuncia», mi ha scritto Stanberry in una e-mail. Forse i funzionari incaricati di produrre i documenti relativi alla rinuncia hanno fatto degli errori.

Applicare le regole: il gioco delle tre carte 

Le informazioni ottenute con un’altra richiesta sempre secondo il Freedom of Information Act, questa volta presentata all’Office of the Government Ethics – l’agenzia incaricata di garantire che le agenzie governative come gli NIH seguano le regole etiche – implicano che gli NIH non rispettano le regole federali sugli atti di rinuncia.

Dal punto di vista del governo, concedere una rinuncia è una questione seria; sostanzialmente significa garantire l’immunità da una legge, ed è un provvedimento che dovrebbe essere attuato soltanto di rado e con una supervisione rigorosa. Le regole federali impongono che gli NIH debbano confrontarsi con l’Office of the Government Ethics prima di concedere questi privilegi. Negli ultimi anni gli NIH hanno rilasciato decine di rinunce simili a favore di membri dei comitati consultivi, ma dal 2005 l’ufficio etico ha documentato solo tre episodi in cui gli NIH si sono consultati con l’ufficio, come richiesto, e nessuna delle rinunce in questione riguardava un membro di un comitato consultivo. Ho chiesto spiegazioni a funzionari dell’agenzia, i quali hanno risposto che gli NIH erano perfettamente in linea con i regolamenti federali nei casi in cui si trattava di rilasciare atti di rinuncia, ma non hanno fornito prove del fatto che l’agenzia si consultava con l’Office of the Government Ethics quando rilasciava queste rinunce, come richiesto dalla legge.

Le istituzioni che gestiscono finanziamenti dovrebbero fornire un ulteriore controllo sul conflitto di interesse, ma in realtà non lo fanno. Storicamente gli NIH non si sono assunti la responsabilità di controllare i conflitti di interesse nelle ricerche che finanziano. Nel 2007, in risposta a un reclamo dell’Office of Inspector General riguardo il fatto che la gestione dei conflitti di interesse da parte dei National Institutes of Health era tragicamente inadeguata, Elias Zerhouni, che allora dirigeva l’agenzia, ha dichiarato che non era compito degli NIH stabilire se i beneficiari dei suoi finanziamenti rispettavano le leggi etiche. «Riteniamo che sia fondamentale mantenere l’obiettività nelle ricerche», ha scritto in una lettera all’Office of Inspector General, «tuttavia le responsabilità per l’identificazione dei conflitti di interesse di natura finanziaria devono rimanere a carico degli istituti per cui lavorano i beneficiari dei finanziamenti». I funzionari degli NIH affermano che la politica non è cambiata.

E tuttavia anche gli istituti dei beneficiari hanno esempi di casi in cui non sono stati affrontati problemi di natura etica che coinvolgevano i loro ricercatori. Un rapporto del 2009 dell’Office of Inspector General ha analizzato il modo in cui le organizzazioni che ricevono finanziamenti dagli NIH scoprono potenziali conflitti di interesse. Il 90 per cento lasciava alla discrezione del ricercatore l’identificazione di qualsiasi problema. Addirittura le istituzioni che sposano pubblicamente una linea dura contro i conflitti di interesse sono spesso deboli nell’imporre le proprie politiche. Alla fine del 2010 ProPublica ha utilizzato la propria banca dati di case farmaceutiche per controllare la Stanford University e diverse altre università con solide politiche contro il conflitto di interesse, scoprendo che decine di docenti percepivano denaro da queste aziende in violazione delle regole delle istituzioni di appartenenza.

L’Helen Hayes Hospital, dove lavora Lindsay, non sembra far rispettare rigorosamente le regole. Senza dubbio l’organizzazione è complessa, è una struttura statale, dunque il Department of Health dello Stato di New York ha diversi interessi in gioco, e tutti i suoi finanziamenti sono gestiti attraverso la Health Research Inc., organizzazione no-profit che aiuta il Department of Health a ottenere fondi esterni per la ricerca medica. Health Research Inc. gestisce mezzo miliardo di dollari all’anno di finanziamenti. Tuttavia è sorprendente il fatto che con così tanti fondi e tanto denaro in gioco Health Research Inc. non scopra numerosi casi di conflitti di interesse ogni anno. «Ho lavorato qui come direttore di programmi sponsorizzati per 11 anni, e sono stato dipendente di Health Research Inc. nell’ufficio che amministrava i fondi per 17 anni. Non ho mai visto un conflitto di interesse», mi ha detto Terry Dehm, di Health Research Inc. «Non un singolo conflitto di interesse in nessuno dei finanziamenti per i quali abbiamo fatto richiesta… Semplicemente, non ne abbiamo mai visti».

Quando le ho spiegato che il finanziamento ricevuto da Lindsay dagli NIH per studiare Forsteo, finanziamento gestito da Health Research Inc., attirava anche denaro dal produttore del farmaco che Lindsay stava studiando grazie a fondi federali, Dehm mi ha risposto che il direttore esecutivo di Health Research Inc., MichaelNazarko, mi avrebbe chiamato quel pomeriggio o il giorno dopo. Non lo ha mai fatto, né ha mai risposto ai ripetuti tentativi di far seguito alla questione. Alla fine, tramite un addetto stampa del Department of Health di New York, Nazarko si è rifiutato di rispondere a qualsiasi domanda, e lo stesso hanno fatto Val Gray, amministratore delegato dell’Helen Hayes Hospital, e Felicia Cosman, direttore delle ricerche cliniche all’Helen Hayes Hospital. Secondo ProPublica, Cosman ha ricevuto finanziamenti dagli NIH per studiare il farmaco Forsteo nonostante avesse ottenuto 135.000 dollari da Eli Lilly per tenere conferenze e per consulenze. Quando ho chiesto un commento, Helen Hayes Hospital e HRI mi hanno spedito per e-mail una copia delle loro politiche sul conflitto di interesse e un comunicato in cui si affermava che, con entrambi i finanziamenti di Lindsay e Cosman, «le procedure descritte nel documento sulle politiche aziendali contro il conflitto di interesse erano state rispettate».

Qualche giorno dopo una mia telefonata all’Helen Hayes Hospital per chiedere informazioni sul lavoro di Lindsay e su potenziali conflitti di interesse, sono stato contattato da funzionari dell’ospedale per effettuare una revisione etica del lavoro di Lindsay. All’inizio l’ospedale ha cercato di trovare una commissione indipendente per esaminare se nel lavoro di Lindsay ci fossero conflitti a causa dei suoi rapporti con Lilly. Tuttavia, visto che la ricerca era vana, alla fine l’ospedale avevo deciso di chiedere al proprio Institutional Review Board (IRB) di dare un’occhiata. (Lindsay è membro di questa commissione, ma non ha partecipato alle discussioni). L’Institutional Review Board ha scoperto che Lindsay aveva ricevuto significative somme di denaro da Lilly, ma che questi compensi non ponevano alcun conflitto di interesse. Sono venuto a conoscenza di questi procedimenti nei mesi successivi, dopo aver fatto ricorso alla New York State’s Freedom of Information Law per informarmi su documenti relativi ai finanziamenti. Purtroppo un IRB – che viene istituito per approvare i protocolli di ricerca in un trial clinico e garantire che i pazienti vengano curati in modo appropriato – è mal equipaggiato per rispondere a domande sui conflitti di interesse di natura finanziaria. «La composizione di un IRB non è stata pensata per gestire conflitti di interesse nel mondo di oggi», dice Arthur Caplan, del Langone Medical Center della New York University (nonché membro del comitato scientifico di «Scientific American»), uno dei maggiori esperti di bioetica al mondo: «È abbastanza chiaro che questa persona all’Helen Hayes Hospital ha un grave conflitto di interessi», dice Caplan. Carl Elliott, dell’Università del Minnesota, concorda. «L’IRB non era l’organo giusto a cui chiedere un’opinione», mi ha scritto in un’e-mail. In ogni caso, l’Helen Hayes Hospital non è attrezzato per eliminare alla radice i conflitti. Gli avvocati dell’ospedale si sono adattati al linguaggio standard delle linee guida dei finanziamenti degli NIH, che, fra le altre cose, chiedono a un ricercatore di riferire «qualsiasi fatto collegato con interessi finanziari, in denaro o in altro genere di benefici, ricevuti dallo sponsor di una ricerca (per esempio gettoni di consulenza, onorari, viaggi, pasti o divertimenti)». (Il corsivo è stato aggiunto per enfatizzare.) La clausola inserita restringe l’ambito di quello che deve essere dichiarato. Visto che Lilly non è lo sponsor delle ricerche di Lindsay, ma lo sono gli NIH, in base a queste linee guida i pagamenti effettuati dall’azienda non sembravano rientrare nel conflitto di interesse.

Di fatto, è difficile evocare una circostanza in cui il beneficiario di un finanziamento degli NIH possa avere un conflitto di interesse sulla base di regole stabilite dall’Helen Hayes Hospital. Non c’è ragione di pensare che l’ospedale sia speciale in questo contesto. Le istituzioni che gestiscono fondi non hanno uno stimolo reale per preoccuparsi dei conflitti. Tanto più denaro da finanziamenti ricevono i loro dipendenti, tanto meglio è per i dipendenti stessi. Perché preoccuparsi?

Aggiustare il sistema

I ricercatori non possono frenare l’influenza del denaro che proviene dalle case farmaceutiche. Gli ospedali e le università non lo faranno. Gli NIH si rifiutano di farlo. Come risultato, milioni di dollari provenienti dai contribuenti finanziano ricerche la cui  obiettività è sospetta. Il Parlamento degli Stati Uniti, che tiene i cordoni della borsa, è fuori di sé. La maggior parte delle sue ire è diretta agli NIH, che ha anche richiamato per il fatto di non seguire le linee guida etiche. «Per gli anni che ho trascorso come presidente di questo sotto-comitato, conosco fin troppo bene l’atteggiamento che spesso caratterizza gli NIH: queste regole non si applicano alla nostra agenzia», ha detto nel 2004 Joe Barton, delegato del Texas, all’epoca presidente dell’House Energy and Commerce Committee, in un’audizione sulle mancanze etiche degli NIH. «Ci si può solo chiedere: se gli NIH possono essere così permissivi sulle regole etiche più fondamentali del governo federale, che cosa deduciamo a proposito della loro capacità di gestire i denari dei contribuenti e, soprattutto, di garantire che la ricerca finanziata dai contribuenti venga tradotta in cure?», ha aggiunto. Eppure l’atteggiamento continua anche dopo che il Parlamento ha esercitato una pressione maggiore sugli NIH affinché si rimettano in carreggiata.A partire dal 2008 Charles Grassley, senatore dell’Iowa, ha avviato una serie di interrogazioni parlamentari relative ad alcuni episodi in cui i beneficiari di fondi degli NIH hanno omesso di dichiarare pagamenti ricevuti dalle case farmaceutiche e in cui le università hanno fallito nel punire adeguatamente i ricercatori coinvolti. L’esempio più clamoroso riguarda il caso di Charles Nemeroff, che fino a poco tempo fa era direttore del Dipartimento di psichiatria alla Emory University. I documenti della Emory mostravano che già nel 2000 c’erano problemi sull’opportunità da parte di Nemeroff di avere legami con l’industria, come quelli relativi al denaro che riceveva dalla casa farmaceutica Smith-Kline Beecham, che in seguito sarebbe diventata GlaxoSmithKline. (L’azienda aveva anche donato denaro per sovvenzionare una cattedra nel dipartimento di Nemeroff.)

Nel 2003 i ricercatori hanno accusato Nemeroff di non aver dichiarato i propri legami con i produttori di tre trattamenti di cui riferiva un articolo pubblicato da «Nature Neuroscience».Come risposta, la Emory ha avviato un’inchiesta. Nel 2004 l’università ha stabilito che Nemeroff era, di fatto, coinvolto in «molti casi di violazione del conflitto di interesse, consulenza e altre politiche». Messo di fronte a queste scoperte, Nemeroff ha accettato di ridurre le proprie consulenze con GlaxoSmithKline a causa delle implicazioni che avrebbero potuto avere per un progetto finanziato dagli NIH su cui stava lavorando, e ha anche accettato di ridurre i rapporti con diverse altre aziende. Dopo che nel 2008 un’inchiesta del Parlamento ha nuovamente portato alla luce un altro conflitto di interesse, Nemeroff si è dimesso da direttore del Dipartimento di psichiatria e la Emory University gli ha vietato per due anni di chiedere finanziamenti sponsorizzati dagli NIH. Da allora Nemeroff ha lasciato la Emory per l’Università di Miami, dove è attualmente preside della Facoltà di psichiatria e scienze comportamentali e responsabile di una nuova ricerca finanziata con 400.000 dollari dagli NIH.

Dopo queste indagini parlamentari, gli NIH hanno adottato nuovi ordinamenti in base a cui i beneficiari dei finanziamenti devono dichiarare agli istituti di appartenenza ogni rapporto finanziario che supera i 5000 dollari. Oltre a ciò, le regole impongono alle istituzioni di fornire una spiegazione pubblica, per sommi capi, di ogni conflitto di interesse del personale coinvolto in ricerche finanziate dagli NIH. Questi cambiamenti implicano che il pubblico avrà accesso a una maggiore quantità di informazioni sui bersagli del denaro proveniente dalle case farmaceutiche. Francis Collins, direttore degli NIH, ha elogiato i nuovi regolamenti definendoli «un messaggio inequivocabile del fatto che gli NIH sono impegnati a promuovere l’obiettività nelle ricerche che finanziano». Comunque, nel nuovo regolamento non c’era alcun cambiamento su chi fosse responsabile dell’individuazione di questi conflitti o della gestione dei problemi etici. «Dato che le istituzioni conoscono il contesto in cui lavorano i loro dipendenti, e dato che queste persone sono dipendenti di istituti di ricerca e non del governo, la responsabilità della gestione spetta a loro», dice Sally Rockey, vice direttore degli NIH per le ricerche extra moenia. «Le istituzioni si trovano nella posizione migliore per gestire gli interessi finanziari dei loro impiegati».L’unica speranza di risolvere il problema dei conflitti di interesse nella scienza risiede negli scienziati stessi. La cultura della scienza può cambiare. Attraverso le riviste peer reviewed (la cui reputazione soffre a causa di una ricerca minata da preconcetti) e attraverso le accademie scientifiche (che stabiliscono standard etici che gli scienziati dovrebbero osservare), i ricercatori possono esercitare pressioni sui loro colleghi affinché rinuncino al denaro delle case farmaceutiche. Come minimo, potrebbero convincerli che è nel loro interesse a lungo termine essere trasparenti sui pagamenti che ricevono dalle aziende. La speranza di fornire una direzione etica e di esercitare una pressione fra pari è rappresentata dalle organizzazioni professionali e dalle riviste peer reviewed. Nel settore di Lindsay, questi attori sarebbero la National Osteoporosis Foundation e «Osteoporosis International». Ma queste organizzazioni hanno intenzione di assumere il comando nell’azione mirata all’eliminazione dei conflitti di interesse e sono in grado di farlo? Una persona alla quale porre questa domanda potrebbe essere l’ex presidente della National Osteoporosis Foundation, l’attuale direttore di «Osteoporosis International»: Robert Lindsay.

 

PER APPROFONDIRE

Banca dati ProPublica citata nell’articolo: http://projects.propublica.org/docdollars.

Università della California a San Francisco, banca dati di documenti dell’industria farmaceutica: http://dida.library.ucsf.edu.

Banca dati finanziamenti NIH: http://projectreporter.nih.gov/reporter.cfm?icde=

Rapporto dall’audizione Grassley-Baucus al Senato: www.finance.senate.gov/hearings/hearing/?id=dc6efa3a-e47a-86db-2281-bf16970558e6.

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